Cookie Consent by Free Privacy Policy website

Piero e Raimondo D’Inzeo, i fratelli invincibili dell’equitazione, trionfatori alle Olimpiadi di Roma 1960

di Francesco Caldari


Più di un evento sportivo

Le Olimpiadi estive di Roma del 1960 furono molto più di un evento sportivo: le prime a svolgersi nel nostro Paese, coronavano il momento di trasformazione dell’Italia, che si affacciava al futuro con fiducia e determinazione, sulla spinta del “boom economico” post Secondo Conflitto Mondiale (da cui eravamo usciti militarmente sconfitti ed attanagliati da una grave crisi politica ed economica). Un evento che non solo mise Roma e la nazione al centro dell’attenzione internazionale, ma simboleggiò anche la rinascita del paese dopo le devastazioni subite, occasione per mostrare al mondo la capacità di organizzare un evento di portata globale, nonostante le difficoltà economiche e sociali non ancora del tutto sopite.

Bisogna aggiungere che Roma fece la sua parte: non si limitò a ospitarli, ma ebbe la capacità di trasformare i Giochi in uno spettacolo di eleganza, arte e stile, regalandoci un’edizione indimenticabile anche per il suo glamour. La magia fu un mix di bellezza storica, innovazione e dolce vita, che rese l’evento unico. Fu l’intera città a diventare protagonista: il percorso della maratona - che si disputò in orario serale - attraversò i Fori Imperiali, il Circo Massimo e si concluse sotto l’Arco di Costantino, con il trionfo dell’etiope Abebe Bikila (scalzo!) che sembrò fondere il mito olimpico antico alla modernità. Roma era già la capitale del cinema grazie a Fellini e alla Dolce Vita (il film uscì proprio nel 1960). Le Olimpiadi ne seppero recepire lo spirito: atleti, VIP e spettatori si mescolarono nei caffè di Via Veneto, nei ristoranti di Trastevere e nelle feste esclusive. Sophia Loren, Marcello Mastroianni e Audrey Hepburn furono solo alcune delle star che parteciparono alle celebrazioni. Un incontro perfetto tra sport, bellezza e gioia di vivere. Non a caso, molti atleti e giornalisti dell’epoca dissero che furono le Olimpiadi più romantiche e affascinanti della storia. Un mix di grande sport, arte, cinema, moda e dolce vita che solo la Città Eterna poteva offrire. Ancora oggi, quando si parla di Olimpiadi indimenticabili, Roma 1960 viene citata per la sua atmosfera unica.

In questo contesto, gli atleti italiani furono all’altezza dell situazione: tra i molti indimenticabile è Livio Berruti vincitore dei 200 metri piani, diventato il primo italiano a conquistare l’oro in questa specialità, battendo per altro il favorito americano Ray Norton e dando il suo contributo al quartetto (con lui Giuseppe Giglioni, Enrico Aristidi, Sergio Ottolina) che vinse la staffetta 4x100 metri maschile stabilendo anche il record mondiale. Ma una menzione particolare merita il da poco compianto Giovanni (più noto come Nino) Benvenuti, oro nei pesi welter sconfiggendo in finale il sovietico Yuri Radonyak.

Complessivamente furono 36 le medaglie conquistate (13 ori, 10 argenti e 13 bronzi). E quattro di queste (in due competizioni un oro, un argento, e due bronzi) andarono ai due fratelli D’Inzeo.


I Fratelli Invincibili: La Leggenda di Piero e Raimondo D'Inzeo

Immaginate un pomeriggio di sole, 7 settembre 1960. A Piazza di Siena, cuore di Villa Borghese, il mondo intero sta guardando due fratelli italiani che a cavallo dei loro destrieri sono pronti a scrivere la storia delle competizioni a cavallo. L'aria è carica di tensione e di speranza. Alla fine della gara, il podio olimpico è tutto per loro: il più giovane Raimondo D'Inzeo è medaglia d'oro, il maggiore Piero medaglia d'argento. Insieme, sono diventati i "fratelli invincibili" dell'equitazione.
Tutto aveva avuto inizio nell’Italia martoriata del dopo Guerra con Costante D'Inzeo, maresciallo di cavalleria dell'Esercito, un padre severo ed animato da un amore immenso per i cavalli. Una passione così grande che lo spinse a fondare una sua scuola, la Società Ippica Romana, trasformando un'ex fabbrica di mattoni in un tempio dell'equitazione.

Costante aveva un metodo tutto suo, che si chiamava "naturale", intuito da un ufficiale di Cavalleria italiano, il capitano Federico Caprilli, colui che aveva creato la Scuola di Cavalleria a Pinerolo e studiato tale particolare stile di montare, in cui l’uomo non sforzava il cavallo, ma gli si adeguava.

Costante a sua volta aveva colto i segreti dei grandi campioni e sviluppò una tecnica che consisteva nel condurre il cavallo fino all'ostacolo per poi lasciarlo libero di usare il suo istinto per saltare. Appena i suoi figli, Piero e Raimondo, furono in grado di reggersi in piedi, li mise in sella, deciso a trasmettere loro tutto il suo sapere e la sua passione. Piero era nato il 4 marzo 1923, Raimondo aveva un paio di anni di meno, 8 febbraio 1925. (In occasione del suo centenario, il Ministero per il Made in Italy gli ha dedicato un francobollo ordinario).

Eppure, nonostante la stessa educazione e lo stesso amore paterno per i cavalli, i due fratelli non potevano essere più diversi, due opposti che si andavano a completare, facendo sì che l'uno superasse i limiti dell'altro. Piero, il maggiore, era il figlio modello. Ascoltava il padre, studiava ogni movimento, sì da divenire un cavaliere dallo stile impeccabile. Era un "ragionatore freddo", che analizzava ogni ostacolo con calma glaciale e trasformava l'equitazione in un'arte precisa e calcolata. Era l'allievo perfetto, l'incarnazione degli insegnamenti di papà Costante. Raimondo era tutta un'altra pasta. All'inizio, aveva una paura terribile dei cavalli. Quando il padre lo metteva in sella, lui scoppiava in pianti disperati. Costante, deluso, arrivò a emarginarlo ed a rinunciare. Fu solo grazie all'intervento della madre che Raimondo ebbe una seconda possibilità. Ma la vera spinta venne da dentro: il desiderio di battere Piero, di essere finalmente pari o migliore rispetto al "fratello perfetto". A sette anni risalì a cavallo, per non scendere mai più. Il suo stile divenne l'opposto di quello di Piero: irruente, aggressivo, creativo. Raimondo era un "vulcano in ebollizione" che affrontava la gara con pura passione.

Nonostante queste differenze, o forse proprio grazie a esse, Piero e Raimondo diventarono una forza inarrestabile sulla scena mondiale, pronti a conquistarla insieme.

Entrambi entrarono nelle Forze Armate: Piero a Modena, per divenire da subito ufficiale dell’esercito, Raimondo a Lecce per transitare poi nel 1950 nei Carabinieri (l'Arma, nota anche per il “carosello” del suo Reggimento a Cavallo, continua a ricordarlo come il più popolare, amato, ammirato, forte e longevo tra i cavalieri di tutti i tempi).


Insieme alla Conquista del Mondo
La loro prima Olimpiade insieme fu a Londra nel 1948. Otto anni dopo, a Melbourne 1956, arrivarono le prime medaglie, la prova che erano diventati due campioni di livello mondiale: Raimondo vinse due argenti, uno individuale e uno a squadre, in sella al suo Merano, mentre Piero conquistò un bronzo individuale e l'argento a squadre cavalcando Uruguay.

I giornali hanno sempre amato alimentare le rivalità: potremmo fare molti esempi, dal dualismo tra Coppi e Bartali ( moderno, razionale, rivoluzionario, amato dalla borghesia e dai giovani il primo; tradizionalista, devoto, legato alla campagna toscana, idolo delle classi popolari e dei cattolici il secondo), a quello tra Giampiero Boniperti (simbolo del "savoir faire" juventino, tanto da incarnare i valori tradizionali del club) versus Omar Sívori (genio ribelle ed esuberante). In fondo, da sfide sportive queste dualità divengono specchi della società (Nord contro Sud, tradizione contro modernità, genio contro disciplina) tali, diciamolo pure, da solleticare i lettori e far vendere più copie di giornali.

Le polemiche, gli scontri verbali e le gesta in campo hanno alimentato decenni di narrazione sportiva ed anche nel caso dei fratelli D’Inzeo c'era chi tifava per il calmo Piero e chi per l'irruente Raimondo. Ma la verità era un'altra. Lontano dai campi di gara, il loro rapporto era ottimo. Si sostenevano a vicenda, si scambiavano consigli. Erano i più grandi avversari, ma anche i più grandi alleati. Il padre Costante aveva instillato in loro una competizione sana, basata su una regola d'oro che governò le loro vite: “Oggi tuo fratello ha fatto una cosa bene, domani tu la devi fare meglio”. Questo spirito li portò a migliorarsi ogni giorno, preparandoli per l'appuntamento più importante della loro vita, quello con la storia, proprio nella loro città: Roma.


Roma 1960: l'appuntamento con la Storia

Torniamo allora a quel 7 settembre 1960, quando Piazza di Siena divenne il palcoscenico del loro capolavoro. Il percorso della gara di salto ostacoli individuale era considerato uno dei più difficili al mondo. Con 14 ostacoli e 17 barriere, presentava dei punti particolarmente selettivi alla "riviera" (un salto con l'acqua) e alla "doppia gabbia". Fu così impegnativo che quasi la metà dei cavalieri in gara fu costretta al ritiro. Ma non loro. La mattina, Raimondo, in sella al suo fedele Posillipo, un sauro di dieci anni,compì un'impresa quasi miracolosa: realizzò l'unico percorso netto della giornata. Nessun errore, nessuna penalità. Una prestazione perfetta che lo mise subito in testa alla classifica. Piero, su The Rock, concluse con 8 penalità. Non era stato eccellente come il fratello, ma era ancora in piena corsa per una medaglia. Nel pomeriggio si svolse la manche decisiva.

Qui le cose si erano messe male per Raimondo. Aveva assommato 12 penalità, quindi l'argentino Dasso e il francese Fresson (fermi a 4 e 8 penalità dalla prima prova) potevano ancora batterlo nel punteggio finale. Nel frattempo suo fratello Piero, con 4 penalità nel primo giro, era ancora in lizza sia contro Raimondo che contro gli altri avversari.

Mentre i concorrenti si susseguivano uno dopo l'altro sul percorso, i nostri cavalieri erano in ansia e la numerosa folla sugli spalti tratteneva il fiato. Entrò in pista Dasso sul suo cavallo Final, un grigio bellissimo, che però sembrava essersi pentito di essere andato bene la prima volta. Dopo aver abbattuto un ostacolo dopo l'altro, Dasso non ebbe più speranze. Quindi toccò al francese. La sua cavalla Grand Valeur, una baia energica ma capricciosa, prese il sopravvento sul cavaliere, riempiendo il suo percorso di errori. Con il crollo dei rivali più temibili - verosimilmente schiacciati dalla pressione psicologica – fu Raimondo ad emergere trionfante. La vittoria era sua con un bel margine di punti. E le prove disastrose degli ultimi pretendenti alla medaglia d'argento avevano spinto Piero al secondo posto. I due fratelli potevano darsi la mano. Avevano fatto un gran lavoro. Primo e secondo. La classifica finale del salto olimpico rispecchiava perfettamente i valori reali a livello internazionale, in un trionfo che era di entrambi. Le parole di Raimondo dopo la vittoria raccontano tutto il loro legame: “Oggi io sono il primo e mio fratello il secondo e siamo ugualmente contenti, ben sapendo che poteva anche essere un risultato invertito, che sarebbe stato comunque la stessa cosa”.

Dopo Roma, i D'Inzeo continuarono a gareggiare per altre quattro Olimpiadi, partecipando in totale a ben otto edizioni consecutive dei Giochi, un record assoluto. L’ultima olimpiade sarà quella di Montreal, nel 1976. Diventarono un'eccellenza italiana nel mondo, ammirati da tutti, sembra persino dalla Regina Elisabetta II, che pare li considerasse un simbolo di successo e di stile. D’altra parte proprio il loro stile elegante e impeccabile era spesso definito "british style". Anche quando smisero di gareggiare e diventarono anziani, il loro legame rimase fortissimo. Vissero sempre vicini, condividendo i ricordi di una vita. Quando Raimondo (il più “piccolo” dei due) morì, il 15 novembre del 2013, Piero (che lo avrebbe seguito tre mesi dopo), davanti alla bara, salutando militarmente pronunciò parole che rivelano la profondità del loro legame e della loro eterna ma amorevole competizione: “Non si lascia così all’improvviso il compagno di tutta una vita. Se vedo un cavallo che mi piace, a chi lo racconto? Mi hai fregato anche questa volta, non è giusto, dovevo morire prima io”. Come è stato scritto “hanno spiccato l’ultimo salto a cavallo, quello verso il Cielo”. La loro storia, però, non è finita. L'eredità che ci hanno lasciato è un tesoro per chiunque abbia un sogno da inseguire, insegnandoci molto più di una mera tecnica di equitazione: che con l’impegno e la determinazione si possono superare anche le paure più grandi e raggiungere i traguardi più alti, e che la sana e leale competizione può essere lo stimolo che spinge a migliorarsi ogni giorno.


Nell'immagine, a sinistra Raimondo – il più piccolo dei due – nella uniforme dei Carabinieri, e Piero, in quella dell’Esercito.


Bibliografia
Eduardo Lubrano, Mauro Checcoli, Caterina Vagnozzi (Prefazione), PIERO E RAIMONDO D’INZEO. Due fratelli d’oro (Racconti romani di sport di Roma e del Lazio Vol. 7), 2008;


Documento inserito il: 21/03/2026
  • TAG: Olimpiadi, Ippica, D’Inzeo

Note legali: il presente sito non costituisce testata giornalistica, non ha carattere periodico ed è aggiornato secondo la disponibilità e la reperibilità dei materiali. Pertanto, non può essere considerato in alcun modo un prodotto editoriale ai sensi della L. n. 62 del 7.03.2001.
La responsabilità di quanto pubblicato è esclusivamente dei singoli Autori.

Sito curato e gestito da Paolo Gerolla
Progettazione piattaforma web: ik1yde

www.tuttostoria.net ( 2005 - 2026 )
privacy-policy