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Francesco Amoretti

FRANCESCO AMORETTI
STORIA DI UN SERVITORE DELLO STATO CADUTO IN SERVIZIO
DIMENTICATO DALLA SUA STESSA GENTE
(Perdifumo – Salerno, 15 giugno 1896)


di Gerardo SEVERINO
Col. Aus. G. di F. – Storico Militare, della Diplomazia e dell’emigrazione italiana nel mondo


Premessa

È incredibilmente lunga, la lista dei cittadini italiani che, dal 1861 ad oggi sono morti nell’esercizio delle proprie attività lavorative, e per questo – almeno per le categorie professionali operanti per conto dello Stato – considerati “Morti in Servizio”. In tale ambito, migliaia e migliaia sono stati quelli, come si dice, “morti ammazzati”, intendendo, quindi, “assassinati”, quasi sempre da mani ignote. Ciò si verificò, molto spesso, nel corso di azioni criminali di stampo brigantesco, fenomeno che insanguinò l’allora Regno d’Italia almeno sino alla fine dello stesso Ottocento. Se, almeno per chi indossava una uniforme il ricordo fu garantito dalla concessione di qualche medaglia al Valore, ovvero dall’intitolazione di qualche via o caserma, per gli altri impiegati (es. ferrovieri, postini, doganieri, impiegati comunali, ecc.) dopo la loro scomparsa calò su di loro, e per sempre il “velo del silenzio”, tanto che nemmeno nei luoghi ove scorse il loro sangue ne sarebbe rimasta traccia. È, questa, purtroppo, la sorta toccata anche ad un povero padre di famiglia, che nell’impervio Cilento (in provincia di Salerno), morì ammazzato per mano di alcuni incalliti briganti, apparentemente senza motivo. Ne ho scoperto la storia solo per caso, consultando gli Archivi de “Il Mattino”, di Napoli, ma per altri motivi. La propongo a chi segue “Tuttostoria”, nella speranza di potergli rendere finalmente giustizia.


Francesco Viselli, poi Amoretti, l’infaticabile postino di Perdifumo (1852 – 1896)

La dimenticata vicenda di cronaca nera che sto per raccontarvi si consumò a Perdifumo, un borgo collinare di poche anime, nel cuore del Parco Nazionale del Cilento, peraltro a pochi passi da Castellabate, il paese ove è stato ambientato il fortunatissimo film “Benvenuti al Sud”. A differenza dell’Intraprendente portalettere, Mattia Volpe (Alessandro Siani), chiamato ad operare in una realtà pacifica e, soprattutto, familiare, il servizio cui era stato destinato Francesco Viselli, prim’ancora che egli decidesse di cambiar cognome – vedremo presto il perché – fu molto più difficoltoso, anzi meglio sarebbe dire “drammatico”, considerando l’epilogo. Ma procediamo per ordine. Francesco Viselli nacque nella stessa Perdifumo l’8 settembre del 1852, quindi negli ultimi anni del tanto osteggiato e criticato Regno delle Due Sicilie, figlio primogenito di Gennaro Viselli, un trovatello nato l’8 febbraio del 1820, e di sua moglie, Rosa Ciardo, classe 1843, originaria di Castellabate, allora Capoluogo di Circondario. Gennaro, in atti contadino, era figlio di una ragazza madre di Perdifumo, tale Caterina Avella, ed aveva sposato la sua amata Rosa il 26 febbraio del 1851. Dall’unione, oltre a Francesco e a sua sorella Teresa, nata nel 1858, la coppia avrebbe avuto anche Giacomo Antonio, venuto alla luce il 14 maggio del 1868. Grazie alle ricerche storiche compiute dal responsabile dell’Archivio Storico del Comune di Castellabate, Emilio Guida, che ringrazio di vero cuore, apprendiamo che il 23 aprile del 1871, Gennaro Viselli avrebbe ottenuto, da parte del Tribunale Civile e Penale di Vallo delle Lucania, il mutamento, per sé e per i discendenti maschi, del cognome originario, il quale da quel momento divenne Amoretti. Avrebbe, quindi, continuato a chiamarsi Viselli la sola figlia, Teresa, la quale, oramai trasferitasi in Uruguay, si sposerà con un altro emigrante italiano, utilizzando proprio tale cognome. Assolti gli obblighi di leva, Francesco Amoretti (che al momento della visita medica, presso il Regio Distretto Militare di Salerno, si chiama ancora Viselli e di professione faceva il contadino) venne assunto dall’Amministrazione delle Regie Poste, in qualità di “Pedone Postale”, un termine che oggi può far sorridere, ricordando Mattia Volpe, il simpatico portalettere di Castellabate. Nell’Ottocento, il “Pedone Postale” era colui che raccoglieva e recapitava lettere, pacchi o altro, compiendo il tragitto a piedi, e per lo più per lunghe distanze, laddove non fosse possibile servirsi di mezzi di locomozione, collegando così le comunità isolate o i paesi limitrofi, rispetto ai principali uffici postali, come lo era allora Perdifumo. Si trattava, come è facile intuire, di un lavoro davvero massacrante, ma comunque decoroso e mediamente ben retribuito, tanto da consentire al giovane postino cilentano di “mettere su famiglia”. Ciò avvenne il 17 marzo del 1884, allorquando s’unì in matrimonio con la signorina Carmela D’Agustis (in altri atti citata De Angelis, cognome abbastanza diffuso nel Cilento d’allora). Dal matrimonio sarebbero nati tre maschietti, nell’ordine: Gennaro, il 20 gennaio 1885, Antonio, il 1° marzo 1887 e Giuseppe, venuto alla luce nel corso del 1895. Mentre il fratello, Giacomo Antonio, si sposerà alcuni anni dopo la morte di Francesco, abbastanza felice era la situazione dell’amata sorella Teresa, la quale, come si diceva prima, era emigrata in America Latina, seguendo le tracce di non pochi compaesani che avevano optato per l’Uruguay, volendo ricordare, tanto per citare un esempio, le famiglie Fronzuti e Fioravanti, quelle che vi avrebbero trovato maggior fortuna. Sposata con Juan De Agosto, si era stabilita a San Juan Bautista – Santa Lucia, nel Dipartimento di Canelones. Qui divenne madre di Juan junior, nato il 3 settembre del 1890, seguito dal fratello Antonio, venuto alla luce nel 1894. Francesco Amoretti, purtroppo, non avrà mai il piacere di riabbracciare sua sorella e, ovviamente, la sua famiglia. A porre fine a quella che, sino ad allora era stata una vita tranquilla e, soprattutto, decorosa, almeno per una famiglia rurale del Cilento di quei tempi, fu la violenza degli ultimi briganti della zona, incalliti e sanguinari assassini sfuggiti alle maglie della Giustizia, ma soprattutto alle estenuanti perlustrazioni, nei fitti boschi di castagni, eseguiti dai Reali Carabinieri delle allora numerose Stazioni dipendenti dalla Compagnia di Vallo della Lucania, ma soprattutto da quella di Perdifumo, al comando del Maresciallo Domenico Massobrio, la quale rispondeva anch’essa al Mandamento di Castellabate, allora retto dal Regio Pretore Stanislao Bersani. Favoriti, molto spesso, dalla stessa popolazione locale, i briganti e le loro “drude” (donne del capo, ovvero concubine nel gergo brigantesco, n.d.r.) s’annidavano ancora nei boschi, che per anni erano stati teatro delle loro malefatte, tra grassazioni, sequestri di persona e ammazzamenti vari. Nessuno, tuttavia, almeno in quello scorcio di secolo, avrebbe mai immaginato un tale rigurgito, come giustamente riflette la “corrispondenza” dal titolo “Atroce malefatta”, pubblicata sul numero del 17 giugno 1896 de “Il Mattino”, cui preferiamo lasciare la parola. <<Perdifumo, 15 – da Molto tempo non si verificavano nel Cilento di quei tradizionali assassini per agguato, che hanno dato a questa contrada una ben triste rinomanza. Ieri, mentre Viselli Francesco, pedone postale tra quest’ufficio e quello del limitrofo Comune di Serramezzana attraversava il bosco Castagneto di questo Comune, gli vennero tirati tre colpi d'arma da fuoco, che lo freddarono all'istante. L'atroce misfatto ha destato in tutti raccapriccio e dolore profondo, per essere il Viselli un tipo di giovane educato e laborioso, e poi perché col suo onesto lavoro sostentava i cadenti genitori, la giovane moglie e tre bambini, che ora saranno nella più squallida desolazione>>. Stranamente la vittima viene indicata col vecchio cognome, segno evidente che la notizia di cronaca era stata fornita da qualche corrispondente locale (abitante, quindi, a Perdifumo), il quale non era evidentemente al corrente del cambio di cognome, tenendo anche presente che allora, in tutto il Meridione ci si conosceva col solo nome di battesimo, ovvero per via dei soprannomi familiari. Le indagini giudiziarie, personalmente condotte dal Dottor Bersani, non portarono a nulla. Nessuno parlò; nessuno fornì agli inquirenti qualche modesto indizio. Francesco Amoretti fu, molto probabilmente, ammazzato non a scopo di rapina (a quei tempi era ancora necessaria la scorta alla corriera postale Piaggine – Stio – Capaccio, di sovente assaltata dai briganti, come ci conferma un fascicolo conservato presso l’Archivio di Stato di Salerno, Fondo Gabinetto, Sotto Prefettura di Vallo della Lucania, anno 1896), ma forse perché aveva visto in faccia qualche pericoloso latitante, potendolo così segnalarlo ai Reali Carabinieri di Perdifumo. Il dramma consumatosi il 15 giugno 1896 fu, purtroppo, seguito dalla morte prematura (appena un anno) del piccolo Giuseppe Amoretti, morto appena quattro giorni dopo il padre. L’onesta famiglia cilentana, fiera e indomita come lo era sempre stata, si rimboccò le maniche e cercò comunque di andare avanti, inizialmente aiutata da Giacomo Antonio, il fratello più piccolo di Francesco, non ancora sposato. L’uomo s’unirà in matrimonio con la paesana, Carmela Mondelli, nel corso del 1898, divenendo padre, il 16 maggio del 1899, di un primo figlio, al quale avrebbe giustamente dato il nome di Francesco. La vedova Amorelli, dopo la morte del suocero, Gennaro, venuto a mancare il 18 luglio dello stesso 1899, visse, quindi, ai margini del decoro, senza nemmeno un soldo di pensione, sino agli inizi del Novecento, epoca nella quale s’impose l’emigrazione negli Stati Uniti del cognato, Giacomo Antonio e del primogenito di Francesco, Gennaro junior, i quali sbarcheranno ad Ellis Island l’11 maggio del 1903. Ci piace pensare che quella fu una prima tappa di un viaggio che li avrebbe portati, infine, a Canelones, in Uruguay, ove ad attenderli vi sarebbe stata Teresa, sorella di Giacomo Antonio e zia di Gennaro, la quale s’addormenterà per sempre il 16 maggio del 1929, senza aver provato la gioia di tornare nel suo amato Cilento, deponendo così un fiore sulla tomba di quello sfortunato “Servitore dello Stato” che nessuno ha mai ricordato. Almeno sino ad oggi, grazie a “Tuttostoria”.


Nell'immagine, Perdifumo in una cartolina degli anni Trenta


Documento inserito il: 26/08/2026
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