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Nostradamus: il medico e la divinazione nel Cinquecento francese

di Francesco Servetto


La figura di Nostradamus è ancora celebre ai nostri giorni per le sue profezie, spesso considerate dalla critica inattendibili, a causa di un linguaggio arcano che può prestarsi a differenti interpretazioni. Il giudizio sul suo operato come rivelatore di eventi futuri è orientato in larga parte verso il negativo, anche se chi ne sostiene la validità si appoggia a intriganti indizi, considerandoli prove fatte e finite. Su tutte, la profezia su Napoleone, l’imperatore nato vicino all’Italia, o sulla morte di Enrico II, re di Francia, evento accaduto quando il nostro era ancora in vita. Quest’ultima profezia, il cui testo tradotto in italiano dice «il giovane leone sormonterà il vecchio, /In campo bellico a singolar tenzone,/ Nella gabbia d'oro gli bucherà gli occhi: /Due ferite in un colpo, poi morire di morte crudele», impressionò particolarmente i suoi contemporanei. I fatti, d’altronde, ben si sposano con la cornice descritta dalle sue parole. Durante una giostra cavalleresca, il sovrano francese fu colpito a morte per mano di Gabriele I di Lorges, conte di Montgomery, allorché la lancia di quest’ultimo si infranse contro l’armatura regale, spezzandosi e liberando una scheggia che andò a conficcarsi in un occhio, su fin dentro la scatola cranica. Traducendo con «elmo» la poetica immagine della gabbia d’oro della quartina, e investendo di regalità l’allegoria del leone, risulta facile far combaciare il significato intenzionale della profezia con ciò che in realtà avvenne. La «morte crudele», inoltre, combacerebbe benissimo con la lunga agonia che accompagnò il sovrano francese alla tomba, nonostante le disperate quanto inutili cure cui fu sottoposto dal medico Ambroise Paré, luminare dell’epoca.
Per comprendere come mai la profezia sia un argomento tanto controverso è bene fare un salto indietro nel passato, in quell’antichità classica che ha forgiato le nostre basi, innestandosi nel nostro patrimonio culturale. Se nell’immaginario comune il tema sembra convivere pacificamente e proficuamente con la mentalità antica, tanto intrisa di spiritualità, di contro analizzando il pensiero di intellettuali piuttosto prestigiosi appaiono critiche rilevanti. Il De defectu oraculorum di Plutarco sembra anticipare la grande stagione libertina, quando comune sarà l’inquadramento del tema della profezia nella sfera dell’inattendibilità. Il Medioevo e il Rinascimento hanno testimoniato quanto certe figure fossero imprescindibili per un buon governante. L’astrologo di corte, in particolare, era quella personalità a cui si affidava il compito di indagare nell’incertezza del domani per trarne i vantaggi e per limitarne i venefici. Per Plutarco il medium del messaggio divino, nel caso specifico la Pizia che a Delfi nel passato si era resa protagonista di responsi che guidarono la storia della Grecia, è il protagonista assoluto del processo profetico. In altre parole, il contenuto e la veridicità della profezia dipendono da chi la riceve e dal periodo storico in cui costui o costei si trova a vivere.
Il grande intellettuale di Cheronea che, è sempre bene ricordare, tra i vari ruoli ricoperti fu sacerdote di Apollo proprio a Delfi e quasi sicuramente un iniziato, si lamentava del fatto che un tempo i responsi oracolari della Pizia erano in versi perché il senso del poetico non aveva ancora abbandonato l’Ellade; al suo tempo, invece, a causa della mancanza di vitalità scaturita per l’(ormai datata) occupazione romana, si era perduto questo atteggiamento lirico. Se nel passato glorioso elladico, dunque, gli oracoli potevano esprimersi su questioni politiche di rilevanza totale, nel suo presente essi si occupano di argomenti marginali, di scarso interesse, quasi inutili. La profezia non è per lui, dunque, un qualcosa a priori fuori dalla logica e da qualsiasi veridicità, nonché funzionalità, è semplicemente un prodotto storico, un qualcosa di oramai estinto, fuori tempo massimo. Molto esaustive le sue parole: «Il potere dell’ispirazione profetica non agisce indifferentemente su tutti e neppure allo stesso modo sulle stesse persone: al contrario, come si è detto, infiamma e accende solo coloro che si trovano nella disposizione giusta per questa trasformazione. È un potere divino e demonico, ma nonostante ciò può decadere, e non è incorruttibile o immune da vecchiaia, né durevole nel tempo infinito che, come abbiamo detto, affatica ogni cosa a metà tra la terra e la luna». In epoca rinascimentale, si riallaccerà alle idee plutarchee Michel de Montaigne, il quale nei suoi Essais si spingerà ad affermare che la profezia nasce dalla «stretta congiunzione dello spirito e del corpo, che si comunicano reciprocamente le loro condizioni». Certo, ciò non significa che essa sia sempre attendibile, anzi, proprio il pericolo di un suo abuso è così diffuso da costringerlo a dichiarare: «È verosimile che il principale credito che si dà ai miracoli, alle visioni, agli incantesimi e a simili fatti straordinari derivi dalla potenza dell’immaginazione che agisce principalmente sugli animi del popolo, più malleabili. Si è colpita la loro credulità a tal punto che pensano di vedere quello che non vedono».
Dopo parole del genere, forse è il caso di gettare lì, come un sassolino su un pavimento di linoleum, l’affermazione a noi contemporanea che, presa dal mondo della meccanica quantistica, ci rivela quanto un sistema fisico o una particella non ha proprietà definite finché non viene misurato, o osservato. Di Montaigne non va tuttavia dimenticato come ritenesse che l’immaginazione dovesse trovarsi maggiormente sviluppata nelle persone scarsamente acculturate, arrivando a tracciare le linee guida fondamentali della critica a ciò che è popolare, tanto sentite dagli ambienti libertini. Prevedere il futuro, entrare in contatto con forze misteriose, danzare nel limbo spirituale su cui si annidano segreti atavici da una parte e ambizioni di cialtroni dall’altra: il Rinascimento pare essere stato l’ultimo baluardo a difesa di una cultura le cui radici si dipanano nell’astrologia, nei grandi misteri delle sette antiche, delle filosofie occulte che solo gli adepti, si pensi ai pitagorici, potevano maneggiare, per di più non tutti al medesimo livello.
Pensatori come Bruno e Campanella si trovarono a metà tra un mondo che aveva svilito il valore teologico della religione, con le sue novità in campo protestante semplificatrici e, dal loro punto di vista aberranti – si pensi alla svalutazione dei sacramenti, per Bruno vero e proprio atto esecrabile, nonostante il suo cattolicesimo ormai mutato in religiosità egizio-ermetica-, e un mondo che si interessava ancora di profezie e miracoli, nutrendosi della credulità popolare, addirittura incentivata da quelle false religioni che tanto successo continuavano ad avere. Pietro Pomponazzi, nel De naturalium effectuum causis sive de incantationibus, giunse a far coincidere i miracoli con le cause naturali, ovvero un qualcosa di non ancora ben conosciuto che sarà un domani oggetto di studio e analisi, poiché ne saranno svelati i meccanismi. Se ancora oggi ci sfuggono eventi e situazioni talvolta incomprensibili, il pensiero di Pomponazzi risulta essere anticipatore della rivoluzione scientifica, la quale, tanto per fare un esempio, diede una spiegazione attendibile di quella misteriosa forza chiamata magnetismo. In area protestante Melantone ancora tentava di dare un senso ai messaggi astrologici e ai segnali profetici, cosa rifiutata in toto da Lutero, che si limitava ad accettare solo la validità dei segnali celesti, non in un’ottica divinatoria, piuttosto con lo scopo di mettere l’uomo sul chi va là di fronte alla collera divina, come se i piani del creatore fossero in qualche modo percepibili e, soprattutto, nettamente distinti da tutto ciò che ricadeva sotto il termine di magia.
In un’atmosfera ancora viva, ove l’interesse per gli influssi degli astri suscitava emozioni e curiosità nei potenti, quanto negli umili, l’opera divinatoria di Nostradamus dovette, per forza di cose, scatenare i giudizi esaltati di quanti gli riconoscevano speciali capacità. Ciò che lascia perplessi è come la storia abbia deciso, con la somma delle miriadi di ragionamenti fatti sulla sua persona dai posteri, che del grande Michel de Nostradamus se ne parlasse quasi esclusivamente come dell’autore delle Centurie. Si è scritto da più parti che il contenuto delle stesse è ambiguo, almeno quanto la forma. Alcuni hanno avanzato ipotesi che riprendesse materiale antico e lo riadattasse in termini a lui vicini, seguendo un processo di rielaborazione che, a questo punto, rivelerebbe una certa ciclicità negli eventi della storia, sempre che di attendibilità possano essere rivestite le sue quartine. Una cosa è certa: quando il nostro si premura di fornire date precise, sbaglia. Esempio celebre, quando parla de «L'anno millenovecentonovantanove, settimo mese, dal cielo verrà un grande Re del Terrore...», ma anche nella prosa dell’epistola a Enrico II riguardante il 1792 giunge ad affermare «[...]e sarà in gran parte perseguitata la Chiesa cristiana, più di quanto non sia mai stata in Africa, e questo durerà fino all'anno 1792, che si crederà essere un rinnovamento del tempo; e dopo di ciò il popolo di Venezia, con grande forza e potenza, leverà le sue ali così in alto che non si troverà molto dissimile dalle forze dell'antica Roma...». Se la prima parte può in qualche modo essere compatibile con le difficoltà vissute dalla Chiesa durante la Rivoluzione francese, quando Oltralpe ci furono massacri di sacerdoti e le chiese vennero chiuse, alcune trasformate in Templi della ragione e i beni ecclesiastici requisiti, tuttavia le parole sul destino di Venezia non hanno riscontro con i fatti effettivamente accaduti.
Le quartine delle Centurie con il loro linguaggio oscuro e fortemente allegorico paiono essere una sorta di predizioni adattabili a determinati eventi, lasciando il lettore di fronte al dubbio se e quanto fosse intenzione dell’autore svelare accadimenti futuri in maniera volutamente criptica per non generare allarme – si ricordi che le Centurie furono un best seller dell’epoca- o se abbia volutamente giocato con la capacità di adattamento semantica di un linguaggio studiato appositamente. Leggendo la Centuria VIII, Quartina 9, apprendiamo che «Mentre l'Aquila e il Gallo a Savona/ Saranno uniti, Mare, Levante e Ponente:/ Il Doge di Venezia e la sua Liguria cadranno,/ Nella navicella [la Chiesa] crescerà la peste da tutti i venti». Se identifichiamo l’Aquila con Napoleone, seguendo l’immagine allegorica tipica del rapace come simbolo dell’Impero, e il Gallo con la Francia, altro simbolo tutt’oggi vivo nell’immaginario collettivo, ecco che possiamo adattare le parole della profezia ad un fatto storico ben preciso; il generale corso e con lui la sua Nazione si unirono effettivamente e posero le proprie grinfie sull’Italia, causando da una parte nel 1797 la rovina del Doge veneziano, dall’altra tra il 1809 e il 1812 la deportazione a Savona di papa Pio VII.
La portata delle imprese letterarie di Nostradamus è indubbiamente folgorante per il pubblico: i suoi scritti hanno successo perché vanno a intercettare il bisogno di controllare le misteriose forze che ruotano attorno al mondo materiale. Conoscere ciò che riserva il futuro fa gola, convince ricchi e poveri di poter intervenire sul proprio destino, sapendo anticipatamente quali mosse potrebbero aiutarci a intervenire per indirizzarlo a nostro vantaggio. Certo, la razionalità imporrebbe di non riporre troppe energie su determinate aspettative, eppure se guardiamo all’altro unico esempio di testo in cui sono racchiuse profezie, tralasciando dunque le singole legate a una battaglia o a un accadimento particolare, ci accorgiamo che esso è alla base della cultura della nostra civiltà. È la Bibbia, con i moniti dei suoi profeti e con le numerose interpolazioni di personaggi che hanno tentato di mettere del proprio, legati profondamente a lotte terra terra, contro l’invasore. L’odio che traspare, ad esempio, nell’Apocalisse verso i Romani si sposa avidamente con le profezie di caduta dell’Impero in essa contenute: è evidente che liquidare l’attitudine profetica come un gesto folklorico è solo uno sminuire la forza di un pensiero che, nel giusto come nello sbagliato, ha sostenuto l’immaginario e i desideri di generazioni intere; tuttavia, è sempre bene fare un distinguo, poiché augurare la fine di una civiltà non significa matematicamente prevederne correttamente i contorni e i tempi.
Molto interessante sull’argomento il testo di D.H. Lawrence Apocalisse, in cui è sostenuta una feroce critica contro l’autore, o presunto tale, Giovanni di Patmos: costui avrebbe snaturato il messaggio di Cristo, rendendolo portatore di una religione strutturata sulla massa al fine di perseguire la distruzione, assecondando la sete di rivalsa dell’autore contro il dominatore romano. L’Apocalisse sarebbe, secondo Lawrence, una rielaborazione di un testo misterico pagano, il cui substrato stravolto racchiuderebbe una qualche verità ormai difficile da estrapolare. Lo sforzo di analisi di Lawrence è notevole, si può parlare di un lavoro da archeologo della psiche: individua nei simboli astrologici e cosmici (le stelle, il sole, la luna, i quattro cavalieri, i sette sigilli e i draghi) simboli di forze naturali e planetarie, per nulla legate al concetto di distruzione; l'apertura dei sette sigilli nella sua ottica diventa un percorso di iniziazione misterica, una discesa rituale negli inferi e una successiva rinascita vitale dell'individuo, il cui risveglio lo conduce a una coscienza cosmica superiore; stando così le cose, l’uomo non sarebbe destinato a sottomettersi ad un dio-monarca giudicante, ma la sua esistenza si spiegherebbe come un fluttuare dentro la natura, riscoprendo il sesso, la passione, la terra e i ritmi cosmici come le uniche vere fonti di vita. Potenti le parole con cui termina l’opera: « Il nostro ideale di isolamento sociale, individuale e spirituale è un insulto alla vita stessa. Noi non siamo isolati. La mia anima non è un'entità separata... La parte più vitale di me è la mia connessione con l'universo vivente, con la terra, con il sole, con le stelle. [...] Dobbiamo ristabilire la grande connessione vitale che abbiamo spezzato».
In psicanalisi, il tema della divinazione fu al centro di uno scontro tra Freud e Jung, i quali si trovarono a discuterne senza trovare una giudizio comune. Se il primo liquidava l’argomento come un qualcosa di folklorico, una superstizione dai tratti nevrotici- lasciando una sorta di dignità alla telepatia-, come si evince dalle sue parole «Mio caro Jung, promettetemi di non abbandonare mai la teoria della sessualità. Questa è la cosa più importante. Vedete, dobbiamo farne un dogma, un incrollabile baluardo [...] contro la nera marea di fango dell'occultismo»; il secondo concedeva decisamente più spazio al tema, considerando la divinazione una sorta di «radiografia psicologica. La definisce «metodo intuitivo», «proiezione archetipica» o «esperimento sincronistico»; nella sua Prefazione all’I Ching (antichissimo testo della tradizione cinese, una sorta di manuale divinatorio, filosofico-sapienziale, un modello matematico e un trattato di cosmologia) del 1950 dichiara: «Il metodo dell'I Ching [...] prende in considerazione l'intera situazione momentanea dell'osservatore [...] Il responso non è una previsione magica, ma un giudizio sulla condizione interna ed esterna del soggetto nell'istante in cui le monete cadono»; interessante anche l’affermazione nella lettera all’astrologo francese André Berbault: «L'astrologia è di prim'ordine tra i metodi divinatori [...] Essa non descrive il destino di un uomo come qualcosa di esterno, ma descrive le tappe della sua configurazione psichica. Possiamo dire che i cieli riflettono la struttura dell'inconscio».
Curiosamente, fu proprio un evento all’apparenza inspiegabile a creare un divario che mai sarà sanato tra i due. A parlarne è Jung nel suo Ricordi, sogni, riflessioni: « «Mentre Freud esponeva le sue argomentazioni, io provai una straordinaria sensazione. Mi sembrò che il mio diaframma fosse di ferro e diventasse incandescente... E proprio in quel momento si udì un tale schianto nella libreria, che era proprio accanto a noi, che tutti e due balzammo in piedi spaventati, temendo che ci cadesse addosso». Se per Jung si trattò di un fenomeno «catalico», in altre parole la mente che muove oggetti, per Freud tutto si riduceva a una «vera sciocchezza». «Non è una sciocchezza – rispose l’interlocutore- Professore. E per dimostrarvelo, vi predico che tra poco ci sarà un altro schianto analogo». Pochi istanti dopo, effettivamente un secondo forte rumore identico al primo scosse la stanza. A quanto pare, Freud non ne rimase mai convinto, pur restando particolarmente scosso per l’accaduto. Scrisse infatti: « È innegabile che il vostro resoconto sulla transizione verso il paranormale, verificatosi mentre eravamo insieme a Vienna, mi abbia profondamente impressionato [...] La mia credulità, o almeno la mia disponibilità a credere, è svanita con la vostra partenza». Troppo forte il timore che la venatura mistica junghiana, così tremendamente rilucente in un’apparente cornice di grigiore razionale, potesse inficiare l’attendibilità dell’intera psicanalisi.
La fama stessa di Nostradamus ha risentito del giudizio della storia sul tema della divinazione. Il potere deflagrante dell’indagine sul futuro ha oscurato le sue indubbie capacitò di medico, suffragate da prove inconfutabili. Durante un’epidemia di peste in quel di Agen nel 1534 perdette la moglie e i figli proprio a causa della malattia e l’evento lo spinse ad abbandonare la medicina accademica e cercare rimedi alternativi. Viaggiò parecchio ed entrò in possesso di segreti medici per l’epoca rivoluzionari. Come speziale itinerante affinò la proprie competenze, mentre d’altro canto iniziava a sviluppare le proprie capacità divinatorie.
Un aneddoto in particolare racconta che si trovava al castello di Faim per curare la madre del signore di Florinville. Passeggiando nel cortile in compagnia del signore, il nostro notò due porcellini, uno bianco e uno nero. Il padrone di casa gli disse: «Immagino possiate perfino predire il fato di quei due porcellini». La risposta non si fece attendere: «Certamente! Noi mangeremo quello nero e un lupo quello bianco». Fin qui, parole. Il fatto prese una piega particolare quando il signore di Florinville decise di prendersi gioco del dottore, dando indicazioni in gran segreto alla cuoca affinché cucinasse il porcellino bianco. A tavola, il padrone fece notare al suo ospite che stavano mangiando il porcellino sbagliato. Nostradamus, tuttavia rispose che no, non stavano mangiando il porcellino bianco, ma quello nero. Fu chiamata la cuoca, la quale raccontò che una volta preparato per la cottura il porcellino bianco, si era assentata pochi istanti e al ritorno si era accorta che un lupo addomesticato che ivi viveva lo aveva sottratto e divorato. Per non deludere il proprio datore, la cuoca aveva cucinato l’altro porcellino, il nero, senza sapere nulla della divinazione del dottore.
Un altro aneddoto narra che, durante un viaggio, il nostro incrociò un carro nei pressi di Ancona, sul quale si trovavano alcuni frati francescani. Tra essi, un ragazzo di campagna, che era entrato da poco nell’Ordine. Il medico si inginocchiò di fronte a lui e i religiosi glie ne chiesero il motivo. «Devo inginocchiarmi davanti a Sua Santità», fu la risposta. Quel ragazzo si chiamava Felice Peretti e anni dopo la dipartita di Nostradamus divenne papa con il nome di Sisto V. Sia ben chiaro, a costui non risparmiò certo nulla, quando nella Centuria X-91 dichiarò «Il clero romano nell'anno 1609, /All'inizio dell'anno terrà un'elezione: /Di un grigio e nero uscito dalla Compagnia, /Che mai vi fu qualcuno così maligno». Per onore di cronaca, l’elezione di Sisto avvenne nel 1585, il 24 di aprile.
I calcoli degli esperti tengono conto di questa cifra che è sommata all’anno suddetto e genera il risultato di 1609. Ciò, secondo i sostenitori della reale capacità profetica del francese, si unisce al curioso fatto che accomuna il re Enrico IV, papa Sisto V e lo stesso Nostradamus, la medesima data di nascita, con il Sole nel secondo grado di Capricorno, svelando un substrato astrologico nel pensiero e nel processo di divinazione. Enrico IV era particolarmente sgradito a Nostradamus che lo considerava un eretico voltagabbana e la complicità politica dimostrata con lo stesso papa, se prevista realmente, gli sarebbe stata molto difficile da sopportare. Secondo lo studioso di astrologia Nicola Sementovsky-Kurilo il Capricorno è il segno della concentrazione, della perseveranza e del consolidamento. Trovandosi il Sole al secondo grado, l'energia solare si innesta nella fase embrionale e più potente del segno. Nel suo trattato, l'autore associa a questo posizionamento una spiccata forza di volontà, che non si esprime in modo impulsivo, ma in modo calcolato, freddo e proiettato al futuro, nonché un profondo senso del dovere e dell'autodisciplina, in cui la coscienza individuale si struttura molto presto nella vita. Cadendo sotto il governo di Saturno, chi ne è interessato dimostra pragmatismo e realismo privi di illusioni, tendenza all'isolamento protettivo e maturazione lenta ma indistruttibile, quindi capacità di sostenere sforzi metodici e resistenza alle avversità.
Il medico francese non fu mai realmente avversato dalla Chiesa per le sue vere o presunte capacità profetiche, anzi si ritiene che una volta accortosi delle proprie capacità si sarebbe rinchiuso in un monastero per un senso di protezione, per comprendere cosa della sua esistenza fosse giusto fare. Le vite che salvò con la sua opera di medico furono il risultato di una competenza fuori dal comune. Si è provato a capire quale fosse il metodo, il segreto che lo aiutava nella cura delle epidemie, come nei casi della peste che colpì la Provenza tra il 1545 e il 1547. Sicuramente, un ruolo fondamentale giocò l’attenzione all’igiene con la prescrizione di rimuovere i cadaveri dalle strade e di tenere il più pulito possibile negli ambienti casalinghi, elemento veramente anticipatore nella storia della medicina, se si considera che bisognerà attendere fino al 1847 perché il medico ungherese Ignác Fülöp Semmelweis dia indicazioni in merito, prescrivendo la pulizia delle mani dei medici stessi con cloruro di calce, ottenendo risultati davvero notevoli nell’abbassare il tasso di mortalità tra i degenti. Nostradamus si accorse, inoltre, che la pratica del salasso indeboliva i pazienti ed era perciò non solo inutile, ma anche dannosa.
Intere città come Lione e Aix-en-Provence furono salvate dalle sue prescrizioni, che contemplavano anche un medicamento di sua produzione, le famose «Pillole di rose», di cui rivela la ricetta nel libro del 1558 Traité des fardemens et des confitures. Esse erano composte di petali di rosa rossa che andavano raccolti prima della rugiada, ricchi di vitamina e in possesso di blande proprietà antimicrobiche; chiodi di garofano, al cui interno è contenuto l’eugenolo, un potentissimo antisettico e anestetico naturale; segatura di cipresso verde, ricca di resine balsamiche e proprietà igienizzanti; iris fiorentino e calamo aromatico, che venivano di norma utilizzati come fissativi per i profumi e i disinfettanti; succo di legno d'aloe, dall'azione lenitiva e rinfrescante.
Si è a lungo pensato che la famiglia di Michel avesse origini ebraiche, soprattutto perché si è visto nelle sue attitudini divinatorie la ripresa della tradizione dei profeti israeliti, tuttavia non si hanno riscontri certi in tal senso. Entrambi i nonni, materno e paterno, erano importanti medici, il primo di Renato, re di Gerusalemme e di Sicilia nonché conte di Provenza, il secondo di Giovanni, figlio di Renato e duca di Calabria. Gli ebrei al tempo erano in possesso di notevoli conoscenze anche nel campo della medicina e deve essere questo il motivo per cui si è tentato di scorgere, invano, in lui un’origine in tal senso. Nostradamus visse da cristiano in un’epoca fortemente connotata di odio verso gli ebrei, tuttavia in Provenza la situazione era decisamente diversa e non erano messe in atto persecuzioni ai loro danni come altrove, ragion per cui non avrebbe avuto senso per lui fingere di appartenere a un credo non proprio.
Piuttosto, stuzzica l’ipotesi che i suoi avi fossero in possesso di trattati provenienti dal vicino Oriente, se si fa combaciare la presenza di Carlo I d’Angiò, signore di Provenza, poi re di Sicilia, durante la settima e l’ottava crociata, a fianco dell’amato sovrano Luigi IX, il re santo. Di ritorno dalla Terra Santa, notevoli conoscenze furono importate in Europa e non si esclude che un avo del nostro sia entrato in possesso di trattati medici molto più attendibili di quelli disponibili nel Vecchio Continente al tempo. Un’altra ipotesi avanzata è che Michel avesse un antenato arabo: indipendentemente da come sia entrato in possesso di antiche ricette mediche, non appare del tutto da escludere che esse siano alla base dei suoi successi in campo sanitario. Renato, va ricordato, era un sovrano particolarmente sensibile alla cultura turco-araba, tanto da privilegiare personaggi provenienti da quel mondo e doni provenienti da esso. Anche negli abiti tradiva questa sua passione, che faceva indossare persino alla corte, a cui offriva spettacoli centrati su quella tradizione.
Se i nonni di Michel furono molto apprezzati alla corte provenzale, del resto lo fu anche il padre, il quale fu notaio in un’epoca in cui attorno a quella figura professionale ruotavano tutta una serie di affari e di prestigio superiori a quelli odierni.
Benché fosse appassionato di astronomia, l’Università di Montpellier, all’epoca la migliore di Francia per gli studi scientifici, fu per il giovane la culla ove il suo talento ereditato di medico poté essere curato, instradandolo verso la difficile arte della diagnosi e della cura delle malattie. Se a ciò uniamo la competenza maturata in seguito come speziale e, per quanto sfuggevole nei contorni, la citata passione per l’astronomia, in un’epoca in cui essa sconfinava nell’astrologia e viceversa, possiamo farci un’idea di quanto il nostro sarà capace di ottenere e quanto fosse attratto dalla sete di conoscenza.
Avvicinando la medicina astrale di Raimondo Lullo a quella di Nostradamus, con cui condivide importanti postulati, come la connessione tra astri e disciplina medica e la cornice ermetica tra macro e microcosmo, possiamo sostenere che la lotta contro l’ignoranza e a favore dell’umanità fu un vero e proprio obiettivo nella vita del francese. Due quartine in particolare lo inquadrano come difensore del sapere, della cultura: la I-62 che recita «La grande perdita, ahimè, che subiranno le lettere,/ Prima che il ciclo di Latona sia perfetto, / Fuoco, grande diluvio, e ancor più a causa di scettri ignoranti,/ Che per un lungo secolo non si vedrà ricostruito», il cui contesto storico è discusso, per alcuni sarebbe legato alla Rivoluzione Francese, per altri al periodo che va dalla Controriforma attraverso l’Inquisizione sino alle guerre di religione europee; la IV-18, «I più dotti nelle cose celesti [astronomia/astrologia],/ Saranno rimproverati e condannati da principi ignoranti:/ Puniti per editto, cacciati come scellerati,/ E messi a morte ovunque saranno trovati», che preconizza la persecuzioni degli uomini le cui idee, come Galileo o Bruno, infastidivano i poteri istituzionali. E il nostro, uomo devoto e allo stesso tempo conscio dei limiti della cultura cattolica, sapeva quanto bisognasse muoversi con circospezione e delicata attenzione per non sconfinare troppo nei precipizi di un tempo folle, per quanto anelante una certa forma di razionalità.


Nell'immagine, ritratto di Nostradamus.


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Parole chiave:

Nostradamus, divinazione, medicina rinascimentale, misticismo, filosofia naturale, filosofia occulta, esoterismo, astrologia, magia naturale

Documento inserito il: 21/10/2026
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