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Storia sintetica della Spagna

di Alberto Sigona


Ripercorriamo in estrema sintesi le tappe più importanti che plasmarono la Nazione di Spagna passando in rapida rassegna i primi gruppi etnici che vi si stanziarono ed i primi regni che vi videro la luce, inoltrandoci sommariamente tra i “capitoli” chiave che ne hanno puntellato l'evoluzione territoriale e istituzionale sino all'era contemporanea.


DAGLI ALBORI ALLA CONQUISTA ROMANA

I primi popoli progrediti ad abitare stabilmente l'attuale Spagna furono gli Iberi (in particolare si distinsero Contestani, Edetani, Bastetani ed Oretani) ed i Celti (Asturi, Cantabri, Lusitani, Galleaci...), la cui presenza, stando alle fonti storiche sin qui rinvenute, inizia a riconoscersi nitidamente fra il secondo ed il primo millennio avanti Cristo. Progressivamente col trascorrere del tempo tali etnie si fusero tra loro e con altre popolazioni autoctone preesistenti che occupavano la penisola sin dal Neolitico e dal Bronzo Antico, dando vita alla formazione di altre civiltà, tra cui spicca quella dei Celtiberi. Frattanto tra il IX e l'VIII secolo a. C. iniziarono ad arrivare i Fenici. Provenienti dal Levante mediterraneo, essi si stanziarono soprattutto lungo le coste, precedendo di qualche decennio il sopraggiungere dei Greci, che prediligeranno anch'essi le zone del litorale. Entrambi vi fondarono diverse colonie, che divennero punti di riferimento per il commercio e i contatti tra il mondo mediterraneo.
Nel III secolo a. C. l'espansione di Cartagine, colonia fenicia del Nord Africa che nel tempo si era sviluppata sino a diventare una sorta d'Impero, cominciò a dispiegarsi sino ad inglobare buona parte della Spagna (che sino ad allora era stata occupata dai cartaginesi principalmente con insediamenti commerciali), imponendovi un vero dominio politico-militare che includeva più che altro la costa sud-orientale e meridionale della penisola (Andalusia e Murcia), “assorbendo” col tempo le etnie preesistenti. L'egemonia cartaginese vi sarebbe durata sino al 206 a. C. In quell'anno, infatti, nel corso della Seconda Guerra Punica, Roma ottenne una risolutiva vittoria sui cartaginesi, ponendo fine alla loro sovranità sulla penisola iberica, che iniziò così ad essere incorporata dalla Repubblica Romana, che ne perfezionerà l'annessione, mediante la definitiva pacificazione, solo in epoca “augustea” (pochi lustri prima della nascita di Gesù Cristo, quando Roma era divenuta nel frattempo un Impero) e dopo una lunga serie di campagne belliche (tra i conflitti più noti citiamo le Guerre Celtibere e le Guerre Cantabriche) condotte contro i popoli autoctoni.


DAL REGNO VISIGOTO ALL'EPOPEA MUSULMANA

Tra il III ed il V secolo dopo Cristo la penetrazione sempre più massiccia di popolazioni barbariche (Vandali, Svevi, Alani...) e la caduta dell'Impero Romano d'Occidente (avvenuta nel 476) muteranno radicalmente la fisionomia del territorio spagnolo. Il popolo che più di ogni altro si farà largo tra tutti sarà quello dei Visigoti, che gradualmente, dopo aver prevaricato sulla “concorrenza” (rappresentata anche dai Bizantini) arriveranno ad allargare il proprio raggio d'azione sino ad inglobare sostanzialmente l'intera penisola attorno al 624, con Re Suintila.
Il dominio visigoto in Spagna terminò nel 711, quando l’esercito arabo guidato da Ṭāriq ibn Ziyād sconfisse i Visigoti di Re Rodrigo nella Battaglia di Guadalete. Nel giro di pochi anni i musulmani omayyadi1 del Califfato di Damasco arriveranno ad impadronirsi di quasi tutta la Spagna2, islamizzando gradualmente gran parte della penisola, preludio alla fondazione nel 756 del regno autonomo denominato Emirato di Córdoba (con a capo Abd al-Raḥmān I, membro della dinastia omayyade), destinato a diventare per alcuni secoli la più importante roccaforte araba nel continente europeo. Nel 929 il sovrano omayyade Abd al-Raḥmān III si autoproclama Califfo, cioè capo politico e religioso, creando in Spagna un vero e proprio Califfato. Con questa mossa, Córdoba non solo consolida il potere politico, ma si afferma anche come centro religioso e culturale del mondo islamico occidentale, in competizione con gli Abbasidi e con i Fatimidi. Tempo dopo, a seguito di continue lotte politiche interne, il Califfato iniziò ad indebolirsi, sino a giungere, nel 1031, alla caduta definitiva. La Spagna musulmana risulterà divisa così in numerose taifas, vale a dire in piccoli regni indipendenti (governati da potenti famiglie, che giunsero a essere più di venti, i più importanti dei quali furono quelli di Saragozza, Valencia, Badajoz, Malaga, Almeria, Granada e Siviglia) che si ritroveranno in competizione tra loro e politicamente fragili.


DALLA “RECONQUISTA” CRISTIANA ALL'UNIONE DI CASTIGLIA ED ARAGONA

Questa frammentazione debiliterà notevolmente il potere islamico, permettendo ai regni cristiani del nord (come Castiglia, León, Navarra e Aragona) nati precedentemente di avanzare progressivamente verso sud. Approfittando delle divisioni interne, i cristiani, grazie ad alleanze3 e guerre, accelerarono il processo di “Reconquista”, ovvero una lenta ma continua riscossa cristiana iniziata timidamente secoli prima4, che avrebbe portato progressivamente al ridimensionamento arabo in Iberia. Verso la seconda metà del Duecento tutti i rimanenti domini islamici (ormai ridotti a piccole enclavi) vennero inglobati dalla Castiglia, dall'Aragona e dal Portogallo, tranne l'Emirato di Granada5, retto dai Nasridi. In Spagna terminava così un’epoca di conquiste e di scontri, ma anche un'era di straordinaria fioritura culturale che aveva fatto del Paese un crocevia di sapere, arte e scienza. In città come Cordova, Siviglia e Granada si svilupparono scuole, biblioteche e istituzioni che conservarono e ampliarono l’eredità classica, favorendo studi di medicina, astronomia, matematica e filosofia, mentre la lingua araba si intrecciava con il latino e le lingue romanze, creando un ricco tessuto culturale, facendo dell’Andalusia6 un ponte tra il mondo islamico e l’Occidente medievale, e lasciando un’impronta duratura nell’architettura, nella letteratura e nella scienza europea.
Nel tardo Medioevo i due regni cristiani più forti della penisola iberica erano diventati la Corona di Castiglia e la Corona d’Aragona. Nel 1469 il matrimonio tra Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona segnò l’inizio di una unione personale tra i due regni: pur mantenendo ciascuno proprie leggi e istituzioni (difatti non vennero fusi giuridicamente), i due Re governarono congiuntamente e orientarono le politiche estere e interne verso obiettivi comuni.
Frattanto con la scoperta dell'America da parte di Cristoforo Colombo - impresa finanziata proprio dai sovrani spagnoli Isabella e Ferdinando - iniziava un lungo processo di colonizzazione che avrebbe portato nel volgere di alcuni decenni alla conquista di vaste regioni del continente americano7, ponendo fine agli imperi azteco ed incas, decimando le popolazioni native.
Nel corso del XVI secolo si costruirà l'unione definitiva della futura Spagna, con la Corona di Castiglia, più potente e centralizzata, che via via assumerà il ruolo dominante nelle decisioni politiche, militari ed economiche (precisiamo che non ci fu mai un atto unico e ufficiale che “unificava” formalmente Castiglia e Aragona in un unico regno come avvenne in altri Stati).


L'EPOPEA ASBURGICA

Dopo l’ascesa al trono di Carlo I d’Asburgo (1516), divenuto poi – come Carlo V – Imperatore del Sacro Romano Impero Germanico (1519), la Spagna diventò parte (fino al 1556) di una delle più grandi e potenti formazioni politiche dell’epoca, l’Impero degli Asburgo (precisiamo però che la Spagna, pur essendo governata dall'Imperatore del Sacro Romano Impero Germanico, non era formalmente un territorio imperiale ma rimaneva uno Stato separato e indipendente). Con l’avvento degli Asburgo (a Carlo V succederà Filippo II, che come sovrano di Spagna regnerà sino al 1598) si rafforzò una monarchia sempre più centralizzata, capace di coordinare le politiche estere, militari e coloniali in modo unitario. Pur mantenendo formalmente istituzioni e leggi separate, Castiglia e Aragona operarono ormai come un unico Stato, coordinando politica estera e militare, e la Spagna cominciò a essere percepita come una nazione unitaria. Durante l'epoca asburgica la Spagna acquisì vasti territori europei, come il Portogallo (possesso che durerà dal 1580 al 1640), il Ducato di Milano (1535-1706), la Franca Contea (1556-1678), ed i Paesi Bassi (che al tempo inglobavano anche il Belgio; essi rimasero spagnoli dal 1556 al 1581, sin quando l'attuale Olanda, con la dichiarazione d’indipendenza della Repubblica delle Province Unite, si staccò dalla Spagna; il Belgio invece rimarrà spagnolo sino al 1714, quando entrò a far parte dei domini austriaci), consolidando la presenza nel Mezzogiorno d'Italia (sino al 1713).
Frattanto le conquiste spagnole in Sud America avviate anni prima si consolidarono e si espansero notevolmente9, portando a conseguenze profonde e durature: l’oro e l’argento estratti dalle colonie, ottenuti attraverso lo sfruttamento intensivo delle risorse e delle popolazioni indigene, fecero della Spagna una delle potenze più ricche d’Europa, segnando il suo “secolo d’oro” grazie alle nuove rotte, all’esplorazione del “Nuovo Mondo” e all’aumento degli scambi commerciali. Parallelamente, in ambito religioso, durante l'era della Riforma Protestante essa fu uno dei baluardi del Cattolicesimo e, in seguito, della Controriforma, distinguendosi, tra l’altro, nella persecuzione e nella repressione di eretici, musulmani ed ebrei.


L'ERA BORBONICA

Dopo la morte di Filippo II avvenuta nel 1598, la Spagna, soprattutto per via del suo coinvolgimento in guerre lunghe e dispendiose (come la “Guerra dei 30 anni”, una delle più costose e distruttive dell’epoca; i conflitti nei Paesi Bassi, ecc...) che aumentarono notevolmente il debito pubblico, entrò in un lungo periodo di declino politico ed economico. La crisi politica si manifestò con il progressivo indebolimento del potere centrale e la crescente instabilità interna, mentre quella economica si tradusse nella riduzione della produzione (l’economia interna rimase arretrata) e nel calo delle entrate statali, che debilitarono l’intero sistema produttivo e commerciale. Ciò generò tensioni sociali, rivolte e un crescente malcontento verso il potere, compromettendo ulteriormente la stabilità del regno. Quindi durante il regno di Carlo II (1665–1700) lo Stato risultò sempre più indebolito e senza eredi, creando una crisi dinastica. Alla sua morte scoppiò la Guerra di Successione10 (1701–1714) tra sostenitori dei Borboni e degli Asburgo che terminò con la vittoria dei Borboni e la Pace di Utrecht, portando alla perdita di molti territori europei (i Paesi Bassi meridionali, ovvero il Belgio odierno; i possessi in Italia...), segnando la fine della sua egemonia nel vecchio continente. Con Filippo V (1700-1746), primo Borbone, iniziò appunto l’Età borbonica (che dura tuttora), caratterizzata da centralizzazione dello Stato e riforme, tra cui i Decreti di Nueva Planta, che abolirono le autonomie della Corona d’Aragona e contribuirono a creare uno Stato spagnolo unitario. La Spagna raggiunse così la vera unificazione giuridica e statale e di conseguenza i monarchi iniziarono a usare il Titolo di “Re di Spagna”, segno che lo Stato era ormai considerato uno solo.


LA CONQUISTA NAPOLEONICA

Tra il 1763 (dopo la “Guerra dei 7 anni”) e gli inizi dell'Ottocento la Spagna, in seguito a guerre e accordi che coinvolsero potenze straniere come la Gran Bretagna, la Francia e gli USA, conobbe un progressivo declino del suo ruolo internazionale e delle sue capacità coloniali, soprattutto in Nord America, cedendo vari territori (Florida, Louisiana...), riducendo drasticamente l’influenza spagnola nel continente (la Spagna, ad ogni modo, preferiva mantenere il controllo sul Messico e sulle colonie più ricche, piuttosto che sostenere territori marginali e costosi da difendere...). Il periodo napoleonico segnò una svolta decisiva: nel 1808 l'Imperatore francese Napoleone Bonaparte costrinse il Re borbonico Carlo IV ad abdicare e impose sul trono spagnolo il proprio fratello Giuseppe. La Spagna non fu formalmente inglobata nell’Impero napoleonico come territorio annesso, ma fu trasformata in un regno satellite, controllato politicamente da Parigi e duramente contestato da una guerra di resistenza interna culminata con la vittoria iberica nella Guerra d’indipendenza spagnola (1808–1814) e la conseguente restaurazione borbonica.


DAL RITORNO ALLA PIENA SOVRANITA' ALLA SECONDA REPUBBLICA

Con la restaurazione di Ferdinando VII del 1814, la Spagna tornò pienamente sovrana, ma ormai aveva perso il controllo effettivo sui suoi vasti domini americani, che culminò con l’indipendenza del Messico11 nel 1821 e con la fine (o quasi) del dominio spagnolo nel continente americano. Nel proseguimento del XIX secolo il Paese fu segnato da instabilità politica, guerre civili e lotte tra liberali e conservatori (i liberali promuovevano riforme costituzionali e un modello di Stato moderno, mentre i conservatori tendevano a preservare l’ordine tradizionale, la monarchia e le strutture sociali esistenti). Nel 1868 la Rivoluzione del Glorioso portò alla deposizione della Regina Isabella II e a un breve periodo di sperimentazione repubblicana (noto come Prima Repubblica), seguito dal ritorno, dopo un Colpo di Stato condotto dal Generale Matinez Campos, dei Borboni (con Alfonso XII), che restaurarono la monarchia nel 1874. Nel 1898 la Spagna subì una grave sconfitta nella guerra ispano-americana, perdendo Cuba, Porto Rico, Guam e le Filippine.
Durante la Prima Guerra Mondiale (1914–1918) la Spagna mantenne una neutralità ufficiale, evitando l’ingresso diretto nel conflitto; tuttavia, la neutralità non la preservò dalle conseguenze economiche e sociali della guerra. L’interruzione dei flussi commerciali europei e l’aumento della domanda di prodotti industriali e materie prime provocarono, infatti, un rapido incremento delle esportazioni in alcuni settori, ma anche una forte inflazione e un notevole aumento dei prezzi, a cui non corrispose un adeguato aumento dei salari. Questo fenomeno generò una crescita delle disuguaglianze e un deterioramento delle condizioni di vita per le classi popolari, contribuendo a un clima di tensione sociale caratterizzato da scioperi, proteste e conflitti di vario genere. In tal modo, la neutralità spagnola fu accompagnata da una crisi interna che preparò il terreno per le successive instabilità politiche degli anni successivi.
Nel 1923 con un colpo di Stato salì al potere Miguel Primo de Rivera, instaurando un regime dittatoriale. La crisi economica e le tensioni sociali degli anni successivi portarono però al crollo del governo di Primo de Rivera e al ritorno dell’instabilità parlamentare. La monarchia di Alfonso XIII era ormai compromessa da una crescente delegittimazione: il suo appoggio al regime autoritario di Primo de Rivera (1923–1930), che aveva sospeso le libertà costituzionali e governato per decreto, aveva eroso la fiducia nelle istituzioni monarchiche e aveva fatto emergere un clima di opposizione trasversale. Alfonso XIII, non volendo confrontarsi con una situazione di forte opposizione (i risultati delle elezioni municipali del 12 aprile 1931 avevano evidenziato una forte vittoria repubblicana nelle principali città) e temendo un’escalation violenta, decise di abbandonare il Paese e di lasciare spazio a un governo provvisorio, che il 14 aprile 1931 proclamò la Seconda Repubblica ponendo fine al regime monarchico (la proclamazione fu principalmente opera del movimento repubblicano e delle autorità locali).


DALLA GUERRA CIVILE AL REGIME FRANCHISTA

Tra il 1931 e il 1936 la Spagna vive un periodo di grandi riforme (agraria, scolastica, promuovendo politiche anticlericali) che però provoca forti opposizioni tra conservatori, Chiesa e grandi proprietari. Le tensioni politiche e sociali aumentano con continui cambi di Governo, scioperi e scontri di strada, violenze e organizzazioni paramilitari che alimentano sfiducia e paura. In questo clima, dopo la vittoria del Fronte Popolare (socialisti, comunisti, repubblicani di sinistra, anarchici e altri gruppi progressisti), la Destra teme una rivoluzione socialista, mentre la Sinistra teme un colpo di Stato autoritario, “spingendo” una parte dell’esercito a intervenire. Quando, nel luglio 1936, una parte dell’esercito guidata dai nazionalisti (di cui fa parte Francisco Franco) guidati da Emilio Mola e José Sanjurjo tentò il colpo di Stato, l’insurrezione non riuscì a controllare l’intero territorio e il Paese si divise in due fronti: i nazionalisti (sostenuti da monarchici, conservatori, falangisti e parte dell’esercito) e i repubblicani (composti da socialisti, comunisti, nazionalisti catalani e baschi, forze federali e regionaliste, anarchici, repubblicani e milizie operaie). Il conflitto, durato tre anni, fu caratterizzato da una guerra estremamente violenta, con bombardamenti, repressioni politiche, eccidi e una forte partecipazione internazionale: la Germania nazista e l’Italia fascista appoggiarono i nazionalisti, mentre l’Unione Sovietica e le Brigate Internazionali sostennero i repubblicani. La guerra si concluse nel 1939 con la vittoria dei nazionalisti e l’instaurazione della dittatura di Franco. Questi nelle vesti di Capo dello Stato e del Governo instaurò una dittatura autoritaria che limitava fortemente le libertà, violando i diritti umani, con arresti, torture e condanne per oppositori e per persone avverse al regime.
Durante la Seconda Guerra Mondiale (1939–1945) la Spagna mantenne una posizione di neutralità (più precisamente “non belligerante”), pur simpatizzando con le potenze dell’Asse e offrendo loro un certo sostegno politico e logistico. Dopo la guerra12 la Spagna restò isolata e povera, ma alla fine degli Anni ’50, grazie anche a un accordo con gli Stati Uniti che prevedeva lo scambio di aiuti economici e militari, iniziò un lento e generale miglioramento che permise alla Spagna di uscire dall’isolamento internazionale. Mentre la dittatura franchista proseguiva con estrema durezza, nel corso degli Anni ’60 il Paese conobbe una crescita economica significativa, nota come “miracolo spagnolo”.


DA RE JUAN CARLOS AD OGGI

Dopo la morte di Franco nel 1975, la monarchia fu reintrodotta con l’ascesa al trono del principe borbonico Juan Carlos. Tuttavia, il nuovo Re non ripristinò un regime autoritario: al contrario, guidò la transizione verso la democrazia (evoluzione caratterizzata da un compromesso tra i diversi attori politici, che evitò in tal modo una rottura violenta e permise una graduale normalizzazione), sostenendo la fine della dittatura e l’approvazione di una nuova Costituzione nel 1978. La Spagna divenne così una Monarchia Parlamentare, con un sistema democratico e la separazione dei poteri, segnando una svolta decisiva nella storia contemporanea del Paese. Quindi la Spagna consolidò rapidamente le istituzioni democratiche e nel 1986 divenne membro della Comunità Economica Europea, avviando una forte modernizzazione economica e sociale. Nel 2008 la crisi economica globale colpì duramente il Paese, causando disoccupazione e austerità, e portò a un periodo di instabilità politica. Oggi la Spagna resta uno dei membri chiave dell’Europa mediterranea, della “zona euro” e della NATO, con un sistema democratico stabile ma confrontato a questioni legate alle autonomie regionali, in particolare alla Catalogna ed ai Paesi Baschi.


Nell'immagine, l'imperatore di Spagna Carlo V d'Asburgo, sul cui impero non tramontava mai il sole.

Documento inserito il: 29/01/2026
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