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Il carnevale nel Medioevo, un mondo al contrario

di Katia Bernacci


Quando al giorno d’oggi parliamo di Carnevale, viene in mente la festa, il travestimento e soprattutto alcune località che hanno fatto di questo evento una leggenda, come Venezia e Viareggio in Italia, oppure Nizza in Francia, dove sempre di più si cerca di avvicinare il Carnevale alle origini, riportando in auge addirittura alcune particolarità, come lo charivari, o “capramarito”, un rito dalle origini antiche, che aveva anche a che fare con il demonio, e che rappresentava il dissenso sociale. Durante lo charivari le persone si riunivano con oggetti quotidiani, come pentole e forconi e facevano un gran rumore, a volte travestendosi e spesso (di qui il nome “capramarito”) dedicando il frastuono agli uomini traditi oppure a quelli in età non più giovane che si risposavano.
Anche se lo Charivari di oggi è una copia di quello antico, più che altro riprodotto per divertirsi, è un collegamento interessante per comprendere cosa potesse essere il Carnevale nel Medioevo e quanto è cambiata la percezione di questa festa.
Celebrato nei giorni precedenti la Quaresima, il Carnevale rappresentava un momento di rovesciamento temporaneo dell’ordine costituito, un’interruzione rituale delle gerarchie, delle norme morali e dei ruoli sociali. In questo spazio liminale, il mondo si capovolgeva: i poveri impersonavano i ricchi, le donne si travestivano da uomini, il sacro veniva profanato, il corpo esibito, il riso liberato. Il Carnevale medievale era una sospensione del tempo ordinario, una parentesi di eccesso e licenza che non distruggeva l’ordine, ma lo rafforzava attraverso la sua temporanea negazione.
Dobbiamo infatti pensare a come gli uomini e le donne del Medioevo fossero rinchiusi in dogmi e ricevessero continuamente ordini dall’alto; si muovevano nel timore di fare qualcosa che non andava bene, oppure di offendere addirittura il Signore, che sembrava non avere troppa pazienza. La pressione sociale era estrema, unita ai numerosi problemi che la lunga epoca medievale aveva portato con sé: carestie, epidemie, guerre infinite.
La necessità di evasione era stata ben compresa dalla Chiesa, che accettò di accompagnare alcune delle grandi festività cristiane, che per’altro già calcavano ricorrenze pagane antecedenti, alle esigenze del popolo. Particolare importanza aveva il periodo primaverile che va dall’inverno all’equinozio: si tratta del lento risveglio della natura, che da sempre è stato un evento di primaria importanza per la sopravvivenza dell’uomo. All’interno di questa parentesi, tutta una serie di usanze correlate al calendario festivo romano, al cosiddetto ciclo dei Dodici Giorni, alle feste invernali e a celebrazioni del mondo celtico e germanico subirono un fenomeno di trasformazione di grande complessità storica, simbolica e rituale che alcuni studiosi qualificano nella “carnevalizzazione”, e che variò molto a seconda delle diverse zone d’Europa in cui ebbe luogo. È chiaro comunque che con il Medioevo e durante parte dell’età moderna, il carnevale ebbe, tra le altre, la funzione di normalizzare tutta una serie di manifestazioni culturali (soprattutto di natura rituale) che non avrebbero potuto esprimersi diversamente.
Le motivazioni profonde di questa festa sono state indagate da numerosi studiosi. Mikhail Bachtin, nel suo studio sul riso e la cultura popolare nel Rinascimento, individua nel Carnevale una forma di comunicazione collettiva non ufficiale, una “seconda vita” del popolo, libera dalle costrizioni ecclesiastiche e feudali. Il riso carnevalesco, secondo Bachtin, non è mai derisione sterile, ma forza rigeneratrice, capace di dissolvere il dogma e di aprire spazi di rinnovamento. Il corpo, nel Carnevale, diventa protagonista: mangiare, bere, defecare, copulare, sono atti che riconnettono l’uomo alla terra, alla ciclicità della vita, alla morte e alla rinascita. Il grottesco, esagerato, deformato, è il simbolo stesso del mondo rovesciato, per questo il travestimento è non volto alla bellezza ma spesso all’eccesso, alla bruttezza stessa.
Un altro studioso, Emmanuel Le Roy Ladurie, analizzando il Carnevale di Romans del 1580, ha portato alla luce una funzione sociale duplice: da un lato la catarsi, dall’altro la possibile detonazione di conflitti latenti. Nel 1580, infatti, la festa degenerò in una strage, mostrando come il rovesciamento carnevalesco potesse anche diventare reale, violento, incontrollabile.
René Guénon, filosofo francese dedito all’esoterismo, ritenne che il Carnevale fosse una manifestazione del disordine, del caos, del satanico. Secondo Guénon, la festa carnevalesca canalizza le tendenze inferiori dell’uomo decaduto, permettendo loro di emergere in modo controllato e ritualizzato. Il travestimento, la maschera, la licenza, sono strumenti per circoscrivere il disordine, per renderlo inoffensivo. Ma quando la società perde il suo centro morale, quando il Santo non è più l’ideale regolativo, il Carnevale perde senso, e il disordine si diffonde ovunque, trasformando la vita quotidiana in un carnevale perpetuo, privo di limiti e di sacralità.
Nel Medioevo il Carnevale aveva quindi una funzione precisa: esisteva un ordine da sovvertire, una norma da violare, un tempo sacro da sospendere. La festa si inseriva in un calendario rituale, in un ciclo che conferiva senso all’esistenza. Oggi, in una società governata dalla razionalità tecnica, dallo spettacolo permanente e da un tempo frammentato, il Carnevale rischia di ridursi a simulacro: parodia di sé stesso, consumo travestito da trasgressione.
Nel suo libro sul “mondo rovesciato”, il saggista Pietro Piro riflette proprio su questa perdita di significato: il Carnevale come corpo inerte, come reperto museale da catalogare, come eco svuotata di un rito che non ci appartiene più.
Il Carnevale era il tempo in cui il popolo ritrovava la propria voce, rideva del potere, si riappropriava del mondo. Un tempo in cui sacro e profano si sfioravano, in cui la morte danzava con la vita, in cui il caos prendeva forma. E forse, anche oggi, nel nostro tempo lineare e accelerato, abbiamo bisogno di recuperare quel gesto, quel riso, quel capovolgimento. Non per nostalgia, ma per ricordarci che il mondo può mutare, che l’ordine non è destino, che il tempo può ancora rinascere.


Nell'immagine, Charivari, da una incisione medievale dal Roman de Fauvel, Biblioteca Digitale Gallica.


Documento inserito il: 18/02/2026
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