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Compendio di storia del romanzo poliziesco - Quinta punata

a cura del prof. Giovanni Sigona (1951-2025)


5. La codificazione del genere poliziesco

Nei primi decenni del Novecento si registrò negli Stati anglosassoni un sensibile incremento nella produzione di romanzi gialli d’enigma o di investigazione, dovuto principalmente al grande sviluppo tecnologico e dei mass-media, che trassero giovamento da invenzioni epocali concernenti i trasporti e le comunicazioni, come quelle dell’automobile, dell'aereo, del telegrafo e del telefono oltreché da una notevole espansione della navigazione a vapore e dai costanti progressi delle arterie stradali e ferroviarie, con effetti molto positivi non solo in campo economico ma anche culturale, poiché cittadini di Stati molto distanti geograficamente ebbero sempre più frequenti rapporti culturali e si accorciò in misura considerevole la distanza fra città e campagna.
La società borghese raggiunse il suo apogeo, aumentò di molto il grado d’istruzione delle masse popolari ed il conseguente bisogno di accrescere la propria cultura non solo con la lettura dei quotidiani e dei periodici, che raggiunsero spesso alte tirature, ma soprattutto mediante la fruizione di opere d’intrattenimento “leggere”, fra le quali i romanzi polizieschi occupavano un posto di primo piano.
Tra gli scrittori più significativi di questo periodo, contrassegnato da una cieca fiducia nella ragione e passato alla storia con il nome di “Belle epoque”, vanno fatti i nomi dei britannici Gilbert Keith Chesterton (1874-1936), Edward Philipps Oppenheim (1866-1946) e del francese Gaston Leroux (1868-1927), tutti operanti nel solco della gloriosa tradizione aperta da C. Doyle.
Il primo, autore anche del romanzo “L’uomo che fu Giovedi”, si è reso famoso con 5 volumi di racconti pubblicati dal 1911 al 1935 ed aventi come protagonista una singolare figura di detective, Padre Brown, in cui si riflette il carattere del prete cattolico irlandese John O’Connor, amico fraterno dell’autore, convertitosi al cattolicesimo nel 1922. Lo stesso Padre Brown così descrive il suo metodo d’indagine: “Io non cerco di guardare l’uomo dall’esterno, cerco di penetrare nell’interno dell’assassino (…) finché vedo il mondo con i suoi stessi biechi occhi, finché anch’io divento veramente un assassino”. A Chesterton si deve anche il saggio “Difesa del romanzo poliziesco” (1901), in cui si rivendica la piena dignità del genere, fatto spesso oggetto di un’ingiusta discriminazione e di errati pregiudizi.
Oppenheim, ex-agente del controspionaggio inglese, in alcuni celebri romanzi come “Il grande impostore” e “Il corriere scomparso” ha raggiunto esiti di alto livello, riuscendo a fondere come pochi il giallo deduttivo con le storie di spionaggio.
Scrittore di talento si rivelò anche Leroux, creatore del giornalista-detective Rouletabille, autore di opere come “Il mistero della camera gialla” (1907), “Il profumo della dama in nero” (1909) e “Il fantasma dell’opera” (1910), esempi perfetti di giallo d’enigma con venature di “noir” ed uno stile ricercato che ne accrescono ancor di più la suggestione sui lettori.
I tempi erano ormai maturi perché si elaborassero le norme di composizione del giallo scientifico o d’investigazione ed ad assumersi un siffatto onere fu lo statunitense SS. Van Dine (1888-1939), pseudonimo del giornalista e critico d’arte Willard H. Wright che in un celebre articolo apparso nel 1928 sulla rivista “American Magazine” dettò le famose 20 regole d’oro del giallo, applicandole lui per primo in alcuni magistrali romanzi, dei quali non si sa se ammirare di più l’accuratezza formale o la perfezione dei meccanismi narrativi e della “caratura gialla”, che riescono ad avvincere anche il lettore più esigente dalla prima all’ultima pagina del racconto.
Fra le regole più rilevanti da seguire, Van Dine chiarisce che “il lettore deve avere le stesse possibilità dell’investigatore di risolvere il mistero: perciò tutti gli indizi devono essere resi noti” e “il detective non deve usare mai l’intuizione soprannaturale ma deve basarsi solo su prove e ragionamento”. Lo scrittore esordì nel 1926 con “La strana morte del signor Benson”, in cui fa la sua prima apparizione il mitico Philo Vance, detective eccentrico e raffinato assai colto e dagli atteggiamenti snobistici, simile per alcuni aspetti del suo carattere di gentiluomo d’altri tempi a S. Holmes.
Fu il primo di una serie di fortunati romanzi che hanno fatto epoca nella storia della narrativa gialla esercitando una profonda influenza su uno stuolo di scrittori anche al di fuori degli Stati anglosassoni, e di essi vanno citati in particolar modo “Il caso della canarina assassinata” (1927) e “L’enigma dell’alfiere” (1929) , modelli difficilmente superabili del giallo classico o d’enigma in cui l’autore, a differenza di Wallace - spesso frettoloso e sommario nella stesura delle sue innumerevoli opere - si rivela scrittore molto scrupoloso ed attento nella cura di ogni dettaglio, puntando più sulla qualità che sulla quantità, diversamente da tanti altri giallisti del suo tempo.


Nell'immagine, lo scrittori di gialli inglese Gilbert Keith Chesterton.
Documento inserito il: 24/08/2025
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