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Emerson e Thoreau: letteratura di viaggio e storia naturale nel New England del XIX secolo

Davide Arecco


Quando si parla di Emerson e di Thoreau, solitamente, i loro nomi evocano da noi in Italia forme di pensiero libertario e di filosofia hegeliana. Nulla di sbagliato, s’intende. Nell’America settentrionale, durante la prima metà dell’Ottocento – tuttavia, ed è a quel preciso contesto storico e culturale che, qui, si vuole fare riferimento – Emerson e Thoreau furono legati, anche e soprattutto, a descrizioni di boschi e foreste, natura e paesaggi, descritti sovente con un approccio quasi lirico ed una sensibilità romantica, legata alla contemplazione estatica dell’ambiente. Un ambiente raccontato rimodulando i modelli della storia naturale del Settecento illuministico, e della narrativa legata alle dinamiche dei viaggi. Viaggi – quelli di Emerson e Thoreau – in realtà regionali, dai contorni specifici e definiti, appartenenti a quella corografia (o appunto geografia regionale) nata e codificata come scienza nel XVI secolo in Europa.
Ralph Waldo Emerson (1803-1882) fu scrittore, saggista e poeta. Nato a Boston, e morto a Concord, fu la figura più influente del movimento trascendentalista americano ottocentesco, ispiratore del pragmatismo, e lungimirante critico dell’allora nascente conformismo. I suoi scritti e le sue conferenze ebbero vasta eco, nella società statunitense del XIX secolo. Nativo del Massachusetts, figlio di un ministro della chiesa unitariana e nipote di pastori, prese gli ordini religiosi nel 1829. Aveva intanto studiato presso la Latin School di Boston e nel 1818 era entrato giovanissimo ad Harvard, ove conobbe Thoreau (autore poi di una fondamentale storia naturale del Massachusetts). Emerson, al terzo anno di studi accademici, cominciò a scrivere i propri Journals, fonte documentaria imprescindibile, per capire lui e la sua epoca, la cui stesura lo impegnò poi per tutta la vita, deposito ed embrione delle sue idee. Nel 1823, si trasferì a Roxbury, nella campagna che tanto amava. Infatti, il suo vero mondo era quello incontaminato, lontanissimo dalla nascente industrializzazione americana, rurale e agreste. Dopo un corso di studi teologici alla Harvard Divinity School, ed un viaggio in Georgia e Florida, Emerson iniziò un Grand Tour nel Vecchio Mondo, durato oltre un anno e mezzo dal 1832 al 1833. A Firenze fece la conoscenza di Landor e Coleridge, nella regione dei laghi di Wordsworth e Carlyle, con il quale restò in corrispondenza sino al 1881. Tornato nel New England, si stabilì nel 1835 a Concord, che divenne la sua città. Il successivo anno vide la stampa del suo manifesto di pensiero, Nature, oltre alla creazione del periodico The Dial (la tribuna del trascendentalismo statunitense, tra il 1840 e il 1842). Nel 1847, Emerson fu poi nuovamente in Europa. Viaggi ed esperienze a dir poco basilari, se veramente si vuole intendere Emerson. Già nel 1833, aveva iniziato da Siracusa il suo viaggio italiano, che, dalla Sicilia, lo aveva portato, lungo la direttrice sud-nord (in direzione, quindi, contraria a quella allora tradizionalmente in uso), sino a Napoli, presso le rovine archeologiche di Pompei, quindi a Roma, in Toscana, aree venete e Venezia, per poi attraversare la Lombardia austriaca e passare in Svizzera, alla volta di Parigi. Un viaggio di vari mesi, nel quale Emerson dedicò molta attenzione sia agli spazi urbani ed artistico-architettonici, sia alla campagna italiana di allora. Luoghi e persone rimasero impressi, nei suoi resoconti di viaggio, non senza annotazioni di carattere politico e sociale, culturale ed istituzionale. Viaggiare era per lui restare legati al territorio, e crescere interiormente. Il suo Grand Tour italiano fu intrapreso alla ricerca, sia della cultura classica, sia della grande eredità del Rinascimento, in una rete di confronti anche generosi verso una nazione di fede cattolica e altrimenti assai distante dalla religiosità protestante americana.
Per Emerson, era necessario conoscere, fattualmente, le leggi di natura spiegate dalla scienza, per fare trovare all’uomo il suo vero e profondo posto nel complesso ed articolato sistema del mondo. Per il carismatico ed influente scrittore americano, che tenne fra il 1833 e il 1834 quattro conferenze dedicate alla storia naturale – rilettura in chiave romantico-idealistica e trascendentale della seicentesca natural history, di scuola baconiana e inglese – spaccato di interessi anche scientifici spesso trascurati dalla storiografia, era importante investigare la funzione delle risorse naturali, in un mondo che allora cambiava in fretta. La flora segnatamente aveva ai suoi occhi una funzione essenziale.
Per Emerson la Natura era il mondo vegetale, che la nomenclatura botanica linneana aveva classificato in Svezia, a partire dal 1735. Ogni cosa aveva in natura, agli occhi di Emerson, un uso (voluto da Dio stesso al momento della creazione). Quello della natura era un autentico linguaggio, retto da regole e leggi uniformi. La contemplazione della sfera naturale aveva tratti idealisti mutuati dal Romanticismo inglese e tedesco: per Emerson, la natura era soprattutto spirito. Gli interessavano in particolare le prospettive che si aprivano a colui che fosse seriamente intenzionato a stabilire un rapporto originario con la natura. Un anno dopo la pubblicazione di Nature, Emerson ne approfondì i temi nella conferenza The American Scholar, in cui fissava i compiti dell’intellettuale americano. A metà luglio 1838, tenne pure alla Facoltà di Teologia di Harvard un importante discorso, dai forti accenti deistici, collegabile dunque ad una rielaborazione americana del free-thinking radicale anglo-britannico del primo Settecento. Il titolo era The Divinity School Address. Nei successivi Essays (1841-1844), invece, spostò l’attenzione in merito al saper fare dell’uomo, quindi al mondo anche di tecniche ed antichi mestieri. Nei saggi trattava di natura, esperienza, storia, leggi spirituali, costumi e logica. Nel 1860, vide quindi la luce una raccolta di scritti intitolati The Conducts of Life, meno legati rispetto al passato a motivi neoplatonici e avversaria di ogni forma di dogmatismo metafisico. Emerson vi parlava di fato e potere, cultura, venerazione religiosa e bellezza estetica. Sono, inoltre, da ricordare, in questa sede, varie antologie emersoniane, di saggi, versi e conferenze: Nature, Addresses and Lectures (1847-1849), Representative Men (1850), English Traits (1856), The Rhodora (sull’origine divina dei fiori), Fable (apologia lirica ed immaginifica della montagna), nonché la post-rousseauiana Society and Solitude (1870).
La natura di Emerson non è fissa ma fluida. Lo spirito la modella, la muta, la fa. Insieme instabile ed obbediente, la natura emersoniana è la vera dimora dell’uomo nel mondo circostante. Allo scrittore e saggista americano il mondo non piaceva e, al pari di Thoreau, se ne fabbricò uno su misura. Si trattava di un mondo altro, rispetto a quello ottocentesco – e, potremmo aggiungere, odierno – il cui linguaggio, da Emerson, veniva anche raffrontato con quello della sapienza biblica. Alla natura, Emerson, letteralmente, si abbandonava: una sfida, in nome delle più intime e autentiche, vere e ancestrali pulsioni degli uomini, che trasformava radicalmente la visione scritturale di una obbedienza passiva del creato, in direzione della riaffermata armonia tra il singolo e l’universo. Conoscenza storica, scientifica e religiosa, per Emerson, potevano e dovevano ricombinare i propri piani, entro una trama olistica, per riscoprire la nascosta e perduta simmetria delle leggi naturali e rivelate, congiuntamente.
Lettore di Montaigne e grande umanista americano, Emerson costruì una cultura nazionale, che in seguito avrebbe avuto non poco influsso, nel Nuovo Mondo, come in Europa (ad esempio su Bergson e Blondel, su Whitman e sul Nietzsche più profetico e superomistico). Interessato agli esperimenti sociali – ma talvolta pure anti-sociali, vista la valenza pessimistica e misantropica – di Thoreau, Emerson, nel 1862, scrisse anche l’elogio in mortem di quest’ultimo.
Henry David Thoreau, nato a Concord nel 1817, fu scrittore e poeta americano vicinissimo al trascendentalismo emersoniano, amante e dell’ambiente naturale e del paesaggio campestre. Panteista – la Natura di Thoreau era un ordine superiore che tutto racchiudeva – Thoreau scrisse in forma di autobiografia Walden, idealizzazione misticheggiante ed estatica della vita nei boschi ponendo al centro il rapporto uomo-natura. Inoltre, fu strenuo oppositore delle pratiche schiavistiche, impegnandosi personalmente ad aiutare gli schiavi fuggiaschi a raggiungere le terre del Canada.
Nato in una famiglia abolizionista, dedita alle manifatture, Thoreau si addottorò all’Università di Harvard nel 1837, intrattenendo una profonda amicizia con Emerson. Centrale era per lui il rapporto tra uomo e natura, con la quale viveva ed auspicava un contatto diretto. Lettore anche di philosophes e fisiocratici dell’Illuminismo francese, ma altresì delle religioni orientali, allora in voga anche in Europa – dalle quali mutuò il principio della reincarnazione – nel libro-diario Una settimana sui fiumi Concord e Merrimack (1839-1849), Thoreau istituì un interessante simbolismo, incentrato sul fiume, interpretato, da lui, alla stregua di un elemento naturale, di rinascita e continuità: idea ricavata dai testi induisti (sia i Veda sia la Bhagavadgita). A partire dal 1844, in segno di marcata protesta verso una società basata sul lavoro industriale, sul culto effimero di denaro e successo individuale, desideroso di attingere una vera spiritualità, Thoreau si trasferì in una piccola capanna, da lui stesso costruita, presso il lago di Walden Pond, vicino a Concord, nel Massachusetts. Qui, in solitudine, si consacrò a tempo pieno alla scrittura e all’osservazione dei fenomeni naturali ed atmosferici. Vi rimase quasi tre anni, prima di fare ritorno – a Concord – presso l’amico Emerson e la famiglia. Nel 1854, frutto del suo auto-esilio, uscì Walden: una celebrazione della vita nei boschi, distante (anche e soprattutto, in termini valoriali, oltre che materiali) dalla meschina e gretta pseudo-civiltà americana di allora, vista da Thoreau come corrotta e decadente, lontana dal vero della vita e del mondo. Walden resta, ancora oggi, il mirabile resoconto di una scelta di vita, la descrizione romantica di un rapporto intimo e individuale con la natura dei boschi, allo scopo di ritrovare se stessi, in contrapposizione con una società – quella statunitense del primo Ottocento – che, in effetti, era allora come oggi interessata quasi solo all’utile mercantile. Quello descritto in Walden è il rapporto dettagliato di un esperimento personale, più anti-sociale che sociale, volto a ritrovare la conciliazione tra io e mondo. Vi riecheggia il tema rinascimentale dell’homo faber fortunae suae. Terminato, in pratica, nel 1847, il libro venne scritto da Thoreau quasi per intero durante il soggiorno nella sua capanna, in riva al lago del New England. L’opera è di fatto anche un saggio di storia naturale del Massachusetts e la cronaca giornaliera di un viaggio interiore. Thoreau vi si sofferma, in particolare, riguardo all’ambiente naturale, descrivendo in maniera circostanziata le zone lacustri. Acqua e isolotti di terre, a ben vedere, sono i veri protagonisti delle intense e sentite pagine di Walden. Notevole fu il successo del libro, già al suo apparire. Thoreau vi lavorò peraltro a lungo, revisionando più volte il testo. La sua era stata insieme una prova di sopravvivenza e una testimonianza, resa agli uomini, circa le possibilità concrete di una vita alternativa a quella meramente economica e industriale di quel tempo. La tesi di fondo era, anche, che solo in condizioni di povertà materiale si potesse trovare realmente la vera felicità, agli occhi di Thoreau consistente semmai nell’apprezzare le piccole cose lontano dai falsi miti della modernità capitalistica e dalle vuote illusioni della ricchezza.
Per Thoreau, solo andare per i boschi poteva significare avere davvero vissuto. Walden è diario di un’esperienza intima e solitaria, descrizione di un quotidiano fatto di silenzi e suoni naturali, paesaggi reali ed immaginari. Un vero e proprio atto di guerra, contro la concezione economica della vita, frutto di una penna raffinata ed incisiva, che mette in scena la semplicità dell’esistenza, tra boschi e laghi. Un libro magistrale e battagliero: l’estremo atto d’amore verso una vita sobria e parca, frugale ed immersa in una natura di acque e foreste, spartana ed orgogliosamente semplice.
Alla vigilia della Guerra di Secessione, Thoreau si schierò con Emerson, a favore della grazia per John Brown, capitano ed attivista abolizionista, intervenendo nel dibattito pubblico, con il pamphlet dal titolo A plea for Captain John Brown. Thoreau si sforzò sempre di dipingere se stesso come un ascetico puritano, erede dei riformatori di età moderna sulle due sponde dell’Atlantico. Postumi uscirono diversi suoi libri assai importanti: l’esaltazione della vita selvaggia di Walking, or the Wild (1863), le naturalistiche Excursions (anch’esse stampate la prima volta nel 1863), la dichiarazione programmatica di intenti Life Without Principles (1863), la celebrazione della vita nei boschi della Nuova Inghilterra contenuta in The Maine Woods (1864) e il capolavoro Cape Cod (1865), un viaggio geografico e personale nel medesimo tempo tra i luoghi dell’America indipendente. E indipendente Thoreau lo era di certo.


Nell'immagine, la copertina del capolavoro di Emerson.


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Parole chiave:

Trascendentalismo, storia americana, letteratura di viaggio, Ottocento, scienze naturali, mondo rurale, folclore statunitense, Nuova Inghilterra, storia moderna, storia della cultura, tradizione letteraria.
Documento inserito il: 21/09/2026
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