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Ingegneria idraulica, esplorazioni e archeologia: Giambattista Belzoni dall’Europa all’Egitto

di Davide Arecco e Giorgia Bana


Da Padova a Londra nell’età del tardo Illuminismo italiano ed europeo

Ingegnere, archeologo, esploratore, egittologo: il veneto Giovanni Battista Belzoni fu tra i più grandi enciclopedisti ed eruditi di fine Settecento. Nel contesto storico del tardo XVIII secolo, egli fu un autentico pioniere, nell’esecuzione degli scavi e nella conservazione dei reperti. Avventuriero e tecnico, nel medesimo tempo, tra i primi europei ad avere accesso, diretto, ai monumenti egiziani, il grande viaggiatore padovano si distinse, tra i suoi contemporanei, per l’ordine e il metodo con cui era solito intraprendere ed eseguire le varie operazioni di scavo, scrupoloso nello studiare i reperti e i bassorilievi (ad esempio nella tomba di Seti I), limitandosi a prendere calchi grafici, senza peraltro mai asportare nulla. Rigoroso e preciso, in fase di datazione dei ritrovamenti archeologici, attento e analitico nella descrizione delle diverse scoperte, Belzoni impiegava ogni volta il criterio illuminista dell’oggettività, senza lasciarsi mai trasportare eccessivamente dall’entusiasmo. Vissuto nell’età del nascente romanticismo, restò sempre un uomo del Settecento, interessato a misure precise e a prove sperimentali concrete, frutto, a loro volta, di ricerche condotte in prima persona, sul campo, lontano da ricostruzioni fantasiose come quelle dell’egittologia kircheriana seicentesca.
In occasione dei suoi viaggi scientifici e delle sue campagne di scavo, rispettò sempre gli usi e i costumi delle popolazioni locali, tenuto ogni volta in considerazione, con gran rispetto, dalle genti che incontrava, e con cui entrava di volta in volta in relazione. Come altri philosophes, fu curioso ed interessato al mondo arabo, imparandone la lingua e le usanze. Anche questo, unitamente alla forza caratteriale, gli fu d’aiuto a convincere i manovali locali a lavorare, in condizioni non sempre facili: impresa in cui solo Belzoni di fatto riuscì, diversamente da altri colleghi continentali, nel medesimo periodo. Intraprendente, vulcanico, spirito libero e indipendente, votato a ricerca ed esplorazione, il viaggiatore ed archeologo veneto non esitò mai a rimettere in discussione se stesso e le proprie pure utili amicizie (Drovetti, Salt, il Console generale di Svezia), per restare autonomo, e brillare di luce non riflessa da altri. Belzoni non amò infatti mai venire ritenuto solo un agente dei consoli europei, preferendo gestire in proprio i lavori di scavo, e la notorietà derivante dalle scoperte. Presto, la cosa lo condusse peraltro ad un certo isolamento, che fa di lui una sorta di eccezione, nel quadro fatto nel tardo XVIII secolo, si sa, da relazioni accademiche, scambi di vedute e legami di patronage. Entro i quadri della Repubblica delle Lettere tardo-illuministica, lo scienziato padovano fece caso a sé, per lo meno da questo punto di vista. In effetti, Drovetti e Salt potevano contare sui potenti mezzi messi loro a disposizione rispettivamente da Francia e Regno Unito, mentre Belzoni, staccandosi da loro, si ritrovò costretto ad auto-finanziarsi e indebitarsi, in misura anche considerevole. Dai suoi scavi, il veneto ricavò fama e guadagno, come pure invidia e gelosie. Oggi, non lo si rammenta molto, ma fu tra i maggiori savants dell’epoca, autore di scoperte non inferiori a quelle dei colleghi britannici. In Inghilterra, presso le collezioni del British Museum londinese, si conservano oggi reperti che recano la sua firma (varie medaglie in marmo, oltre al busto colossale, noto come ‘Giovane Memnone’, del faraone Ramesse II). Altri ritrovamenti belzoniani sono oggi a Padova nella sala egiziana del Museo archeologico, dono dello stesso esploratore alla sua città.
Tra XVIII e XIX secolo Belzoni fu una indiscussa autorità, nel campo dell’archeologia egizia, e la sua influenza culturale assai pronunciata. Modello da imitare, per altri esploratori – e davvero in molti ne seguirono tracce ed esempio – venne tenuto in gran stima dagli esperti di egittologia, per i quali lo scienziato e viaggiatore italiano rappresentava un esempio da seguire. Poeti come Shelley, dal grande busto di Ramesse II, custodito oggi nel British Museum, trassero ispirazione per sonetti e componimenti.
Nato nel 1778, da una famiglia di origini veneziane, Belzoni giunse alla cultura attraverso la pratica. Dopo studi empirici di bottega, esperto nelle applicazioni della geometria, si spostò a Roma, laureandovisi in ingegneria idraulica. Nella Città Eterna, scoprì quel mondo di rovine e monumenti che gli cambiò la vita, facendogli scoprire l’allora nascente archeologia. Provenendo da studi di tipo scientifico e tecnico, fu per lui naturale avvicinarla e coltivarla con una metodologia sia rigorosa sia pratica, attenta alla quantificazione dei dati e al lavoro materiale sul campo. La ricerca empirica per lui precedeva sempre l’eventuale teorizzazione. A Roma, inoltre, Belzoni si fece all’inizio monaco, ma la discesa nel nostro stivale degli eserciti napoleonici lo indusse a rinunciare ai voti, per volgere le proprie attenzioni – da vero uomo del Settecento, anche in questo – all’esperienza cosmopolita di viaggi ed esplorazioni. Una vera e propria passione, quella belzoniana per i viaggi, tipica peraltro di un tempo che vedeva nel Grand Tour un’esperienza formativa e di studio assolutamente basilare per i dotti. Belzoni raggiunse in principio la Francia e fu, a Parigi, venditore di oggetti sacri, per recarsi quindi in Olanda (ove fece valere presso le truppe di occupazione francese le proprie competenze in materia di scienza idraulica). Due viaggi inframmezzati da brevi ritorni nella natia ed amata Padova, forte di quanto appreso in Europa. Anche al fine di evitare i disordini, che fecero seguito all’arrivo delle truppe di Napoleone – la collaborazione tecnico-scientifica con l’esercito francese nei Paesi Bassi aveva attirato su di lui sospetti peraltro infondati di tradimento politico – Belzoni, timoroso di venire incarcerato, riprese così a viaggiare. Transitando nuovamente per l’Olanda, raggiunse con il fratello, nel 1803, l’Inghilterra. Quest’ultima era – forse ancor più di Parigi, a fine Settecento – una meta per eccellenza. Meglio ancora, un simbolo: di modernità politica, di innovazioni tecnologiche (si era agli albori della Rivoluzione industriale, che non poteva non attrarre chi come Belzoni era un tecnico di formazione), di tolleranza religiosa e di vivace dinamismo sul piano intellettuale.
Nell’Inghilterra georgiana, ricca di contrasti e dibattiti, giornalistici e istituzionali, pure aspri, Belzoni trovò se stesso. Oltre Manica, rimase quasi dieci anni, trovandovi una seconda patria. Prese anche la cittadinanza britannica, e diventò suddito dell’Impero, approfittandone per fare altri viaggi, questa volta in Irlanda e nella contea di Bristol. La sua forza erculea gli fece trovare lavoro, presso il Sadler Wells Theatre ed il circo Astley di Londra. Spettacoli nei quali si esibiva come Patagonian Samson, sfruttando la propria notevole stazza, per sollevare una piramide umana. La prefigurazione, forse, di altre piramidi alle quali avrebbe di lì a non molti anni legato il proprio nome. Il successo di Belzoni lo rese popolare e celebre, in tutto il Regno hannoveriano. Uomo dai mille mestieri, costruì altresì un sistema di fontane – che creavano un originale gioco idraulico – mosse da una macchina, di sua invenzione, riscuotendo ulteriore successo, e mettendo a frutto le proprie competenze, di tipo scientifico, maturate in precedenza, tra Roma e le Province Unite. Ne derivò una legittimazione di status che culminò, per lui, nell’ascrizione a membro della Massoneria, raggiungendo tra le colonne del Tempio l’alto grado di Cavaliere Templare (era infatti quella la Libera Muratoria cavalleresca e impregnata di scozzesismo del tardo Settecento illuministico, segnata dalle suggestioni neo-templari di Andrew Michael Ramsay, l’amico di Hume e Fénelon).
Attraverso i canali latomistici, Belzoni entrò anche in contatto coi contigui circoli accademici di naturalisti e disegnatori della Royal Society, su tutti il pittore ed inventore, poi in Italia, William Brockedon, che gli fece un famoso ritratto (oggi alla National Portrait Gallery). L’amico tuttavia più importante fu però il giovane scrittore e viaggiatore irlandese James Curtis, colui che trascorse, con Belzoni, la maggior parte del tempo, in questi anni cruciali. Interprete di lingue orientali, Curtis era un grande ed appassionato studioso di storia egiziana e cultura etiope. Fu lui a riaccendere nel dotto padovano l’interesse per l’archeologia ed il mondo antico, seguendolo da quel momento in altri suoi viaggi. Irrequieto e vagabondo, come sempre, Belzoni si mise infatti nuovamente in viaggio, questa volta a Madrid, Lisbona, Sicilia e Malta. Qui fece la conoscenza di Ismael Gibraltar, un emissario di Mehmet Alì, il pascià d’Egitto (allora provincia dell’Impero turco). Da lui, Belzoni venne a sapere che, in Africa settentrionale, si stavano cominciando nuovi programmi agricoli, i quali prevedevano grandi opere di irrigazione. Colto dall’entusiasmo, Belzoni partì subito, intenzionato a raggiungere altri successi, mettendo a frutto le proprie conoscenze nell’ambito dell’ingegneria idraulica. Rimase in Egitto quasi quattro anni (come tra breve si dirà), e dei suoi nuovi successi – anche archeologici – diede ragguaglio al suo rientro dall’Egitto nel 1819 una Note respecting operations and discoveries of Belzoni in Nubia, scritta da Curtis e pubblicata sul Quarterly Journal of Literature, Sciences and Arts (VII, 14-16). La memoria portò a Belzoni una nuova ed ancora più accresciuta notorietà, specie presso la comunità scientifica anglo-britannica di allora, dove la stima nei suoi confronti era sempre stata già di per sé molto alta.
Ritornato in Europa dall’Egitto, nel settembre del 1819, Belzoni si portò a Padova all’inizio di dicembre, accolto in maniera trionfale. La risonanza delle sue imprese e le due statue che regalò alla municipalità indussero i governanti ad attribuirgli sommi onori, tra i quali il conio di una medaglia commemorativa. Le statue rappresentano due sfingi, tutt’oggi conservate nel Palazzo della Ragione cittadino. A Padova, in particolare, Belzoni entrò in legami in amicizia e collaborazione scientifica con l’architetto di gusto neo-classico Giuseppe Jappelli, al quale ispirò il progetto della sala egizia, presso il Caffè Pedrocchi. Incapace di stare in un posto per troppo tempo, trascorsi appena due mesi Belzoni volle tornare in Inghilterra. Raggiunse Londra alla fine di marzo del 1820 e, nella capitale della Gran Bretagna, lavorò alla redazione del resoconto dei suoi viaggi egiziani, la Narrative of the Operations and Recent Discoveries within the Pyramids, Temples, Tombs and Excavations in Egypt and Nubia, and of a Journey, to the Coast of the Red Sea, in search of the Ancient Berenice, and another to the Oasis of Jupiter Ammon. La memoria venne stampata, sul finire del 1820, corredata da splendidi acquerelli e carte geografiche, la maggior parte disegnate dal Ricci e altre di sua stessa fattura. Il libro ebbe un grande successo. Presto furono stampate nuove edizioni, e venne tradotto in più lingue (in francese, tedesco ed italiano). Organizzò poi una grande mostra, coi reperti che aveva portato dall’Egitto e la riproduzione della tomba di Seti I, eseguita usando i calchi grafici che aveva preso in loco. A Londra, Belzoni divenne, in tale modo, famosissimo, ed ebbe accesso ai salotti più esclusivi dell’alta società inglese. Riprese e continuò il proprio percorso massonico, entrando nella Loggia dell’Arco Reale, frequentata allora dai pari del Regno (tra cui il Duca di Sussex, interessato, anche lui, al collezionismo di antichità e ai reperti archeologici). Presto, la fama di Belzoni varcò i confini britannici: nel 1822 venne invitato in Russia e a San Pietroburgo fu ricevuto con grandissimi onori – di rado riservati ai viaggiatori occidentali – dallo zar Alessandro I in persona, a cui Belzoni fece dono di un preziosissimo anello sormontato da un topazio.
La vendita dei reperti ed il successo editoriale del suo libro ripagarono Belzoni degli ingenti investimenti fatti in precedenza. Più di numerosi altri suoi colleghi, aveva visitato siti archeologici e scoperto in Egitto e Nubia un mondo a quel tempo pressoché ignoto agli occidentali, favoleggiato al più dal ritualismo esoterico e misteriosofico della Massoneria innamorata dell’Oriente. Nondimeno, Londra non poteva essere soltanto un punto d’arrivo per un uomo abituato alle sfide e a rimettersi in gioco di continuo. La sete belzoniana di avventure e nuove scoperte era insaziabile e l’esploratore, nel 1823, accettò la proposta della associazione africana di Londra per effettuare una spedizione alla ricerca delle sorgenti del Niger, fiume allora pressoché ignoto agli europei e raggiunto, per la prima volta, solo pochi anni prima dal grande geografo, esploratore e cartografo scozzese Mungo Park (il quale aveva altresì ritrovato l’antica città della leggendaria Timbuctù). La cosa andava approfondita e, dopo la morte di Burckhardt, proprio alla vigilia della partenza d’una spedizione che si proponeva di giungervi da est, quello di Belzoni era il nome giusto, a cui affidare l’impresa. Fu l’ultima di una vita davvero incredibile.


I tre viaggi archeologici in Egitto (1816-1819) e in Africa occidentale (1823)

Da quando aveva lasciato l’Inghilterra nel 1812, Belzoni aveva girato la penisola iberica come uomo forzuto, insieme alla moglie Sarah e al suo servitore, James Curtin. La sua carriera come uomo di spettacolo avrebbe potuto proseguire, se Napoleone non avesse invaso la Spagna, e lui non si fosse convinto a recarsi a Costantinopoli, passando per Malta. Fu proprio sull’isola dei Cavalieri che incontrò un agente di Muhammad Ali, il Pascià d’Egitto, alla ricerca di esperti di idraulica capaci di realizzare opere di bonifica agraria ed interventi di irrigazione su larga scala. Spinto da questa prospettiva, Belzoni partì alla volta dell’Egitto, approdando ad Alessandria, il 9 giugno 1815 insieme a Sarah e a James, in un periodo segnato da un’epidemia di peste. Appena gli fu possibile, si mise subito al lavoro su un progetto che, nelle sue intenzioni, avrebbe dovuto rivoluzionare il sistema di irrigazione dei campi della valle del Nilo: una macchina per il sollevamento delle acque del fiume. Durante la dimostrazione, tuttavia, un guasto al meccanismo bastò al Pascià per perdere fiducia nell’efficacia dell’invenzione. Sfumata questa possibilità, l’avventura egiziana del gigante padovano avrebbe potuto terminare lì; ma, oramai, il Cairo era divenuto un punto d’incontro per viaggiatori, diplomatici, antiquari, storici, archeologi, studiosi ed avventurieri europei, accomunati dalla ricerca di nuove opportunità e, sempre più spesso, dall’interesse per le antichità.
Fu in questo contesto che Belzoni conobbe alcune figure destinate ad imprimere una svolta decisiva alla sua vita: lo svizzero Johann Ludwig Burckhardt, noto per aver riportato all’attenzione europea il sito di Petra e che lo introdusse a Henry Salt, il console generale britannico in Egitto, e Bernardino Drovetti, piemontese al servizio della Francia. Instaurò con Burckhardt rapporti cordiali e poté avvalersi dell’esperienza maturata dallo svizzero durante i suoi viaggi in Egitto e in Nubia.
Più complessi furono, invece, i rapporti tra il padovano e i due consoli, protagonisti di una serrata competizione, per assicurarsi reperti destinati alle grandi collezioni europee. Su sollecitazione del naturalista linneano Sir Joseph Banks, direttore del British Museum, e di alcuni facoltosi collezionisti, Salt iniziò a servirsi di una rete di agenti, per individuare e recuperare le antichità da destinare alle collezioni britanniche. Fu su raccomandazione di Burckhardt che affidò a Belzoni la rimozione e il trasporto di un colossale busto allora noto come “Giovane Memnone”, che si trovava tra le rovine del Ramesseum, il tempio funerario di Ramses II, nell’antica Tebe, presso l’odierna Luxor. Il colosso era allora conosciuto con il nome del mitico re d’Etiopia dell’Iliade, a causa di un antico equivoco: nel I secolo a.C. Strabone aveva associato a Memnone una coppia di colossi posti davanti al tempio funerario di Amenofi III, poco distante da quello di Ramses II.
D’altronde, sarebbero dovuti passare ancora alcuni anni prima che Jean-François Champollion riuscisse a decifrare la scrittura geroglifica. Alto più di due metri e mezzo, e pesante oltre sette tonnellate, il busto aveva già resistito ai tentativi di rimozione degli uomini di Drovetti e della spedizione francese, che avevano lasciato sulla sua spalla un vistoso foro. Furono allora decisive le competenze tecniche ed organizzative di Belzoni, che, coordinando numerosi operai locali, il 12 agosto 1816 riuscì a trasferire il busto dal Ramesseum sulla riva del Nilo, dopo oltre due settimane di lavoro, rese difficili dal peso del monumento, dal terreno sabbioso e dai rapporti con i funzionari e la manodopera locale. L’impresa, tuttavia, era tutt’altro che conclusa: il busto non poté essere imbarcato subito e rimase, per alcuni mesi, sulla riva del Nilo, in attesa di un mezzo adeguato.
Nel frattempo, Belzoni proseguì le proprie esplorazioni risalendo il Nilo, verso la Nubia, attraversando i principali centri dell’Alto Egitto fino ad Assuan e File, dove individuò l’obelisco che avrebbe tentato di recuperare in seguito, per poi spingersi fino ad Abu Simbel, e cercare, senza successo, di liberare dalla sabbia l’ingresso del Grande Tempio. Prima di ripartire, incise la scritta “Belzoni 1816” su una delle grandi statue di Ramses II, inaugurando una pratica che avrebbe ripetuto più volte nel corso delle sue spedizioni per lasciare traccia del proprio passaggio e fissare la priorità delle sue scoperte. Il 17 novembre 1816, riuscì infine a imbarcare il “Giovane Memnone”, che, trasportato lungo il Nilo fino al Cairo e poi ad Alessandria, venne spedito in Inghilterra, dove giunse nel 1818 e fu, successivamente, collocato al British Museum. Il successo dell’operazione consacrò Belzoni come uomo capace di affrontare imprese ritenute irrealizzabili e segnò il vero inizio della sua avventura nel mondo delle antichità egizie. Salt gli finanziò, così, una nuova spedizione, mentre il consolidarsi della loro collaborazione acuì la rivalità con Drovetti, i cui agenti il padovano accusò negli anni di sorveglianze, ostacoli agli scavi e al trasporto dei reperti, fino a episodi di minacce e violenza.
Nell’estate del 1817, Belzoni tornò ad Abu Simbel, deciso a portare a termine l’impresa fallita l’anno precedente. Dopo settimane di lavoro, rese difficili dal continuo franare della sabbia, dal caldo e dalle trattative con la popolazione locale, il 1º agosto riuscì finalmente ad aprire un varco e a entrare nel Grande Tempio. L’interno, però, era già stato saccheggiato nell’antichità ed offriva ben poco da recuperare. Riprese allora le ricerche nella Valle dei Re, dove, in aperta concorrenza con gli uomini di Drovetti, avrebbe ottenuto uno dei risultati più straordinari della sua carriera: la scoperta della tomba di Seti I (KV17, secondo la numerazione moderna delle sepolture), oggi conosciuta anche come “tomba Belzoni”. Il monumento si rivelò una delle sepolture più vaste e riccamente decorate della necropoli tebana, tanto da essere spesso definita la “Cappella Sistina dell’antico Egitto”. Oltre alla straordinaria ricchezza delle decorazioni, la tomba restituì numerosi reperti che valsero una discreta fortuna a Belzoni, tra cui un magnifico sarcofago in alabastro, rinvenuto nella camera sepolcrale, privo del coperchio ed ormai vuoto, oggi conservato presso la casa-museo di Sir John Soane a Londra.
Per quanto figlio del suo tempo, Belzoni mostrò un’attenzione documentaria non comune: insieme al disegnatore senese Alessandro Ricci realizzò un rilievo integrale delle decorazioni parietali della tomba di Seti I, poi utilizzato per ricrearne due ambienti a grandezza naturale, in occasione della mostra all’Egyptian Hall di Piccadilly del 1821, un evento che segnò un passaggio decisivo nella nascita della moderna divulgazione egittologica. Un’altra grande sfida si presentò a Belzoni con il recupero dell’obelisco di File, un’impresa che egli stesso avrebbe ricordato come la più tormentata tra quelle affrontate in Egitto. Tra il 1816 e il 1818, l’impresa fu segnata da continui ostacoli: durante le operazioni di rimozione e trasporto, Belzoni dovette fronteggiare l’ostilità e gli attacchi degli uomini di Drovetti, e l’obelisco finì persino nelle acque del Nilo, prima di essere recuperato. Nonostante gli sforzi compiuti, Belzoni non ne trasse grandi vantaggi economici, ma il valore del reperto si rivelò ben più importante: le sue iscrizioni servirono a Champollion come termine di confronto, per confermare la decifrazione della scrittura geroglifica. Ma fu a Giza, nel 1818, che Belzoni affrontò una delle sfide più ambiziose della sua carriera.
Fino ad allora la piramide di Chefren era ancora ritenuta, da molti, una massa compatta di pietra; il padovano, invece, era convinto che, come quella di Cheope, dovesse celare corridoi e una camera sepolcrale. Concentrò, quindi, le ricerche sul lato settentrionale, dove un vasto accumulo di detriti sembrava nascondere un possibile accesso. Dopo settimane di scavo, il 2 marzo individuò finalmente l’ingresso e riuscì a penetrare all’interno della piramide. La camera sepolcrale si rivelò però completamente spoglia, ad eccezione del sarcofago, interrato a fior di terra, già violato e con il coperchio spezzato deposto sul pavimento, evidente segno di antichi saccheggi. Memore di precedenti occasioni in cui altri si erano appropriati delle sue scoperte, Giovanni lasciò allora sulla parete meridionale una firma ben visibile: “Scoperta da G. Belzoni. 2 Mar. 1818”. Fu probabilmente questa l’impresa che, più di ogni altra, consacrò la sua fama, non solo in Inghilterra ma in tutta Europa e in diverse parti del mondo, tanto da essere celebrata, alcuni anni dopo, con una medaglia commemorativa recante il suo ritratto e l’immagine della piramide.
Poche settimane dopo l’impresa di Giza, Belzoni intraprese il suo terzo viaggio, ormai sempre più autonomo rispetto a Salt. Nel settembre del 1818 attraversò il deserto orientale sulle tracce delle indicazioni lasciate dal mineralogista francese Frédéric Cailliaud, che aveva segnalato alcune rovine presso il Mar Rosso, da molti ritenute quelle dell’antica Berenice. Giunto sul posto, però, Belzoni dubitò di quell’identificazione e decise di spingersi più a sud, lungo la costa. La sua intuizione si rivelò corretta: individuò un altro complesso di rovine, che riconobbe come la perduta Berenice, uno dei più importanti porti del Mar Rosso, in epoca tolemaica e romana. Dopo tre anni intensi e turbolenti in Egitto, Belzoni e Sarah, che spesso aveva condiviso con lui le difficoltà di quella straordinaria esperienza, erano ormai pronti a rientrare in Inghilterra, per tentare di fare fortuna con mostre, pubblicazioni e conferenze. Prima di lasciare definitivamente il paese, tuttavia, Giovanni volle tentare un’ultima esplorazione, spinto dal desiderio di raggiungere la leggendaria oasi di Ammone, il luogo dove, secondo la tradizione, Alessandro Magno aveva consultato l’oracolo del dio. Si addentrò così nel deserto occidentale, fino a raggiungere un’oasi, ma non quella che cercava: il luogo raggiunto era infatti Bahariya, mentre la leggendaria oasi di Ammone, l’odierna Siwa, si trovava più a nord. I Belzoni partirono dall’Egitto nel settembre del 1819 e, durante il viaggio di ritorno, Giovanni fece tappa a Padova, che non rivedeva da quasi vent’anni. Ad accoglierlo, trovò l’entusiasmo dei concittadini e della famiglia; alla città donò due statue in diorite raffiguranti la dea leonina Sekhmet, provenienti da Karnak ed oggi conservate nel Museo Archeologico cittadino, mentre Padova volle celebrarne il suo ritorno con una medaglia commemorativa. Tornato in Inghilterra, si dedicò alla pubblicazione del Narrative of the Operations and Recent Discoveries in Egypt and Nubia, il resoconto dei suoi viaggi, nel quale si tolse pure alcuni sassolini dalle scarpe, offrendo la propria versione delle vicende controverse e riportando osservazioni sui rapporti con le popolazioni locali.
Nonostante la fama conquistata, Belzoni sentiva di non avere ricevuto il riconoscimento che riteneva dovuto ai propri meriti, ed anche gli affari non andavano come sperato. A quarantquattro anni, gloria, orgoglio ferito e necessità economiche lo spinsero, così, verso un’ultima grande impresa: vistare la favolosa Timbuctu, la mitica città dell’Africa occidentale, da cui nessun europeo aveva fatto ritorno dal XVI secolo. Lasciò Londra, insieme a Sarah, all’inizio del 1823, per raggiungere il Marocco. Dopo una lunga serie di ostacoli e di difficoltà, la moglie fece ritorno a Inghilterra, mentre Giovanni dovette abbandonare l’idea di attraversare l’Atlante a causa dello stato di guerra nella regione di confine con il Sahara. Proseguì allora lungo la costa occidentale africana, fino all’insediamento britannico di Cape Coast, da dove si inoltrò verso l’interno, in compagnia del commerciante inglese John Houston. Giunsero a Gwato, l’odierna Ughoton, in Nigeria, ma Belzoni venne colpito da una grave forma di dissenteria, aggravata dalle condizioni del viaggio e dai rimedi utilizzati per curarla. Il “Sansone Patagonico”, oramai senza più forze, morì il 3 dicembre 1823, lontano da casa e senza la certezza di avere lasciato abbastanza ai propri cari. Houston ottenne il permesso di seppellire il corpo del padovano ai piedi di un maestoso albero e fece realizzare un’iscrizione per conservarne la memoria, invitando i futuri esploratori a rispettare e preservare quel luogo. Oggi nessuno ricorda più, con certezza, dove riposi Giovanni Battista Belzoni, definito dal Times “l’italiano più famoso al mondo”. Eppure, la sua vita rimane una delle più straordinarie avventure dell’età delle esplorazioni, geografiche ed archeologiche: un uomo partito dal basso, capace di imporsi prima come strong man del palcoscenico e poi come uno dei protagonisti della riscoperta dell’antico Egitto, anticipando con il suo spirito pionieristico alcuni aspetti della archeologia moderna. Non ha ricevuto i riconoscimenti che avrebbe meritato, né in vita, né dopo la morte, e ancora oggi in Italia la sua figura non occupa il posto che le spetterebbe. Ma l’Egitto gli ha concesso ciò che gli stessi faraoni avevano inseguito per millenni: l’immortalità. Il suo nome continua a vivere nelle sale dei musei che custodiscono i reperti da lui recuperati, nelle tombe che riportò alla luce e nella memoria di chi ancora oggi rimane affascinato dalla straordinaria avventura del gigante che sfidò il tempo.


Il primo paragrafo dell’articolo è di Davide Arecco, il secondo di Giorgia Bana.


Nell'immagine, Giovanni Battista Belzoni vestito in foggia araba (1820)


Fonti primarie a stampa

S. Atkins, Fruits and Enterprise Exhibited in the Travels of Belzoni in Egypt and in Nubia, London, Harris, 1824 (ristampa 1841).
G.B. Belzoni, Narrative of the Operations and Recent Discoveries Within the Pyramids, Temples, Tombs and Excavations in Egypt and Nubia and of a Journey to the Coast of the Red Sea, in Search of the Ancient Berenice, and another to the Oasis of Jupiter Ammon, London, Murray, 1820.
G.B. Belzoni, Viaggi in Egitto e in Nubia contenenti il racconto delle ricerche e scoperte archeologiche fatte nelle Piramidi, nei templi, nelle rovine e nelle tombe di questi paesi, seguiti da un altro viaggio, lungo la costa del Mar Rosso e all’Oasi di Giove Ammone, Milano, Sonzogno, 1825-1826.
Description of the Egyptian Tomb Discovered by Giambattista Belzoni, London, Murray, 1821.
Mister Giambattista Belzoni, in The Gentleman’s Magazine, CXXXV, 1824, p. 462.


Letteratura secondaria e studi critici

R.J. Evans, Alla conquista del potere, Roma-Bari, Laterza, 2020.
V. Gnocchini, L’Italia dei Liberi Muratori, Milano, Mimesis, 2005.
I.N. Hume, Belzoni. The Giant Archaeologist, Charlottesville, University of Virginia, 2011.
S. Mayes, The Great Belzoni. The Circus Strongman Who Discovered Egypt’s Treasures, London, Tauris Parke, 2006.
L. Montobbio, Giovanni Battista Belzoni. La vita, i viaggi, le scoperte, Padova, Martello, 1984.
G. Peretti, Belzoni. Viaggi, imprese, scoperte e vita, Padova, Edizioni GB, 2002.
R. Rainero - C. Barocas, Giovanni Battista Belzoni, in Dizionario biografico degli Italiani, VIII, 1966, sub voce.
G. Servadio, L’italiano più famoso del mondo. Vita e avventure di Giovanni Battista Belzoni, Milano, Bompiani, 2018.
L. Sessa, Il mito di Ramsay, Foggia, Bastogi, 2005.
M. Zatterin, Il gigante del Nilo. Storia e avventure del grande Belzoni, Milano, Mondadori, 2000.


Parole chiave:

archeologia, egittologia, Piramide di Chefren, storia delle esplorazioni e delle scoperte geografiche, età napoleonica, storia dell’ingegneria, Illuminismo, Massoneria inglese

Documento inserito il: 28/09/2026
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