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Dalla Scozia all’Egitto: l’archeologo James Bruce e il "Libro di Enoch" nella cultura massonica del XVIII secolo

di Davide Arecco


Un aristocratico in viaggio: egittologia e libri perduti nel Settecento anglo-scozzese

Vi sono autentici giganti, che la storiografia italiana ha pressoché dimenticato o quasi mai studiato. E la cosa, in tempi di global history, è doppiamente grave. Il discorso riguarda anche l’esploratore e archeologo britannico James Bruce (1730-1794). Nativo di Larbert, nell’area gaelica dei Falkirk, educato ad Harrow, in Inghilterra, all’epoca delle ribellioni giacobite, passato poi all’Università di Edimburgo, per studiarvi legge, Bruce abbandonò tuttavia presto la giurisprudenza, affascinato dall’ignoto e dall’avventura, desideroso di una carriera nella Compagnia delle Indie Orientali. Si mise così a viaggiare, da principio in Portogallo e Spagna, visitando l’Escorial e approfondendovi le lingue, in particolare studiandovi i manoscritti medio-orientali conservati in quella che era stata originariamente la biblioteca di Filippo II, nella seconda metà del XVI secolo (una raccolta libraria ricca di antichi testi di geografia, demonologia e scienze occulte). Rientrato temporaneamente nella tenuta di famiglia a Kinnaird, vi scoprì un giacimento carbonifero che lo rese ancora più ricco (1758). A partire da allora, Bruce si dedicò a tempo pieno ad avventurosi viaggi di esplorazione geografica e scoperte archeologiche, affascinato dalle antiche rovine. Tra il 1761 e il 1762, fu in Italia, parte di un Grand Tour europeo alla ricerca di libri, opere d’arte e monumenti classici, secondo il gusto tipico del XVIII secolo, talvolta anche con compiti diplomatici di console al servizio della corona hannoveriana.
Nell’agosto del 1765, Bruce si consacrò a studiare le rovine romane in Barberia ed esaminò molti siti archeologici dell’Algeria orientale, fra Tunisi e Tripoli, per dirigersi quindi a Candia e Bengasi. Fu, poi, a Creta, Sidone e in Siria, visitando Palmira e Baalbek. Nel corso di tali viaggi nord-africani, Bruce schizzò accurati disegni e mappe geografiche di luoghi e rovine archeologiche, studiando altresì la medicina e la farmacopea locale, accompagnato dal disegnatore e naturalista italiano Luigi Balugani. Sua ambizione era trovare le sorgenti del Nilo Azzurro. Visse tra i Berberi, nonché in Egeo e Levante molto a lungo. Nel 1768, raggiunse Alessandria alla foce del Nilo. Facendo tappa a Il Cairo, partì in direzione di Tebe, dove visitò la tomba di Ramesse II ed attraversò il deserto sino a Quseir. Nel maggio del 1769, nell’Africa subsahariana, Bruce attraversò il Mar Rosso e sbarcò a Gedda, in Arabia, per poi ripartire in direzione Massaua. Giunto, attraverso Semien, in Eritrea, ne ripartì alla volta di Gondar, allora capitale dell’Etiopia. La raggiunse a metà febbraio 1770. Finalmente, scoprì le sorgenti del Nilo Azzurro, sino a allora mai esplorate da alcun viaggiatore europeo, neanche dai portoghesi, nel XVII secolo. Nel 1773, Bruce vide e cartografò numerose regioni delle Nubia ed in Egitto acquistò il manoscritto noto da allora come il Codice Bruce. Si tratta di un antico manoscritto papiraceo, conservato, oggi, al British Museum e contenente alcuni testi gnostici in lingua copta. Bruce ne venne in possesso a Tebe nell’Alto Egitto. Il Codice è costituito da sessantacinque fogli di papiro vari dei quali danneggiati, ottenuti piegando il papiro in quattro e rilegandolo. Il carattere è un onciale, vergato in modo chiaro. Il Codice contiene i due Libri di Jeu e tre frammenti: un testo privo di titolo, un inno sacro anch’esso anonimo e l’enigmatico ed affascinante testo manoscritto intitolato Passaggio dell’anima attraverso gli arconti di centro.
Bruce tornò in Europa nel 1773. Arrivato in Francia, fu a Marsiglia e Parigi. Tuttavia, non proseguì subito verso la Gran Bretagna, ma preferì sostare, alcuni mesi, negli Stati italiani, a Bologna, Firenze, Roma, Cortona e Milano. Nel 1774, fece ritorno in Inghilterra, a Londra. Scrisse, in più volumi, un corposo resoconto dei suoi viaggi, stampato a Londra a partire dal 1790. La pubblicazione gli valse vari onori accademici e, sempre in quello stesso 1774, venne nominato fellow della Royal Society di Edimburgo. Ancora nel XIX secolo, l’esploratore, missionario e medico scozzese David Livingstone (1813-1873) annoverò Bruce tra i più grandi viaggiatori ed esploratori del Settecento, non solo nel Regno Unito.
Oltre che per il suo valore geografico, cartografico ed archeologico, il viaggio esplorativo di Bruce in Egitto ed Etiopia è da ricordare, anche perché, al suo rientro in Inghilterra e Scozia, egli portò tre esemplari manoscritti in lingua etiopica del perduto – la sola copia inglese, di proprietà del matematico, medico e astrologo elisabettiano John Dee era andata smarrita già a inizio Seicento – Libro di Enoch. Il testo, una sorta di Vangelo apocrifo, si era perso, in Europa, sin dall’Alto Medioevo e ne erano rimaste, solamente, alcune citazioni in opere patristiche ed alcuni frammenti greci, nell’opera del cronista bizantino Giorgio Sincello (IX secolo), pubblicati dal filologo ed umanista Giusto Scaligero, nel 1606. Verso la metà del XVI secolo, era circolata la voce, presso i dotti ed eruditi europei, che il testo completo del Libro di Enoch fosse conservato in Etiopia, ma nessuno era mai riuscito ad acquisire il manoscritto, tra i ‘libri maledetti’ più ricercati da esoteristi e bibliofili, nella prima età moderna. Bruce ne donò una copia a Re Luigi XVI, a Versailles (oggi, l’esemplare è nel Fondo antico della Bibliothèque Nationale di Parigi). Un’altra copia del Libro di Enoch venne da lui data alla Biblioteca Bodleiana dell’Università di Oxford, mentre la terza ed ultima rimase in suo possesso, per finire poi anch’essa tra i codici di Bodley, a fine Settecento. Ora, dato che Bruce trascorse vari mesi in Italia durante l’inverno del 1773-1774, alla vigilia del rientro in Inghilterra, l’esemplare del vangelo enochiano custodito oggi tra i manoscritti della Biblioteca Vaticana rappresenta senz’altro una quarta copia del libro, da lui donato a papa Clemente XIV, durante la tappa romana del secondo viaggio italiano di Bruce (a dicembre 1773). Ma approfondiamo le cose più da vicino e nel dovuto dettaglio.


Esplorazioni geografiche, scienze archeologiche e Libera Muratoria nel secolo dei Lumi

Secondo la tradizione biblica, Enoch, bisnonno di Noè, viveva nell’attuale Medio Oriente, vicino ad un mare interno, identificabile con il Mediterraneo. Visse secoli prima del Diluvio, e leggenda vuole che abbia visitato terre e cieli divini, associati da alcuni interpreti alla perduta Atlantide. Tali racconti si ritrovano nel Libro di Enoch, nelle cui pagine sono descritti metodi con cui gli antichi uomini di scienza facevano misurazioni astronomiche, studi geografici e rilevamenti geologici: di fatto, una registrazione di scoperte legate all’ubicazione di siti sacri, tutt’intorno al globo terrestre. A scoprire e portare in Europa il Libro di Enoch fu, come detto, l’eccentrico Bruce, che spese dodici anni della propria vita in ricerche archeologiche, nel cuore allora sconosciuto dell’Africa settentrionale. Ne riportò un testo considerato da sempre sinistro e blasfemo sul piano dottrinario.
Di famiglia aristocratica, discendente dal monarca del Regno celtico e feudale di Scozia Robert Bruce – il vincitore della Battaglia di Bannockburn, nel 1314 – affascinato dal mistero e dalle tradizioni religiose pre-cristiane, desideroso di viaggiare in luoghi remoti e di esplorare l’ignoto, Bruce divenne, dapprima, mercante in India. Tornato nella natia Scozia, passando per la Provenza, vi si dedicò a studi e storici e linguistici, costruendosi, in breve tempo, una solidissima preparazione, erudita e antiquaria. Lo affascinavano, su tutti, massoni e templari medievali. Protagonista suo malgrado della Rivoluzione industriale (ebbe cointeressenze nell’estrazione mineraria), Bruce le preferì, sempre e comunque, le storie di cavalieri e crociati del Medioevo. In cerca di altri spazi per sé, alla costante ricerca di luoghi lontani, Bruce scese nella penisola iberica e nella Valle del Reno. Massone – affiliato alla Canongate Lodge, di Kilwinning – grazie ai buoni uffici del confratello Lord Halifax Bruce divenne console britannico presso Algeri, con molto tempo libero, per rivolgersi a studi archeologici. Poi, a trentacinque anni, decise di inseguire il sogno di tutta una vita: ritrovare le sorgenti del Nilo. Era pure affascinato dai Falasha della Abissinia, la cui presenza in Etiopia lo portava a credere che vi avessero recato da Gerusalemme l’Arca dell’Alleanza. Inoltre, forte di ottime competenze negli studi teologici e scritturali, Bruce voleva venire a capo di un ulteriore mistero bibliografico, quello del leggendario Libro di Enoch, apocrifo dell’Antico Testamento che era stato venerato da dai primi teologi cristiani (Origene e Clemente Alessandrino), ma che era successivamente scomparso, condannato dalla chiesa paleo-cristiana, per contenuti angelologici quanto mai eretici ed eterodossi.
Dopo molte pericolose avventure (tra cui naufragi ed assalti di briganti), Bruce raggiunse la Valle del Nilo con il proposito di recarsi in Abissinia, terra allora pressoché sconosciuta ai viaggiatori europei e nella quale si erano spinti in precedenza solo due missionari cattolici. Giunto ad Assuan, Bruce visitò territori sconosciuti e assistette a guerre locali fra clan e tribù. A Gondar vide diecimila capanne fatte di argilla e dai tetti conici, sovrastate dal palazzo del sovrano locale, a sua volta affacciato su un mare interno (il lago Tana). La zona era in condizioni di perenne e violento subbuglio. Ebbe il comando di uno squadrone della cavalleria reale e cominciò a esplorare l’area. Geografo e archeologo entusiasta, Bruce fece varie scoperte librarie, in un antico monastero cristiano di Gondar. In Abissinia, relativamente lontana dai centri settentrionali della cristianità, era, all’epoca, ancora viva la tradizione epica del Kebra Nagast (il Libro della Gloria dei Re). Vi si narrava fra l’altro la leggenda dell’Arca dell’Alleanza giunta in Etiopia nel IX secolo a.C., oltre a narrazioni mitologiche sulla Regina di Saba e Salomone. Nell’arca – stando al Kebra Nagast – erano inoltre conservate le Tavole della Legge che l’egizio Mosé aveva recato con sé, dal Monte Sinai. Il racconto affascinò profondamente Bruce e pareva confermargli che, per un verso, la chiesa abissina era la più antica al mondo e, per un altro, che le sue origini risalivano al Re Salomone (e lo storico della cultura sa quanto la sapienza salomonica fosse nel Settecento un autentico mito fondante per la Massoneria anglo-scozzese e per i baconiani della Royal Society di Londra).
Forse, quando trovò e lesse a Gondar il Kebra Nagast, Bruce ne era già da tempo sulle tracce. Ne poteva avere trovato alcuni cenni durante le ricerche da lui compiute, sulle fonti arabe, nella Biblioteca dell’Escorial. In quel caso, non solo le sorgenti del Nilo Azzurro, ma altresì l’Arca dell’Alleanza erano il vero fine ultimo del suo viaggio. Nello stesso monastero di Gondar, Bruce rinvenne anche il Libro di Enoch – da lungo tempo perduto, chimera per ogni collezionista dell’Europa colta di età moderna – un testo proibito che in Inghilterra aveva già suscitato molto interesse in epoca tudoriana da parte di maghi ed alchimisti. Una prima lettura data al manoscritto rivelò a Bruce perché i dotti paleocristiani avessero considerato il testo così importante: l’opera era infatti anche e soprattutto una storia del mondo antico e preistorico. Vi si narrava di Enoch, nipote di Adamo e figlio di Caino, nonché padre di Matusalemme, il nonno di Noè. Per Bruce, il libro rappresentava un’appendice mitica e gnostica della Bibbia canonica, da lui letto con gli occhi di uno studioso settecentesco aduso alla storiografia illuminista di Voltaire e di Gibbon. V’era però anche la chiave di lettura latomistica: massone, Bruce era molto interessato a quella antica tradizione libero-muratoria secondo la quale Enoch avrebbe previsto la distruzione del mondo ad opera del Diluvio, poi narrato nelle Sacre Scritture. Tutto ciò accadeva nel 1770, un anno dopo l’arrivo, in Abissinia, di Bruce. Subito dopo scoppiò una guerra civile (frequente a quelle latitudini), alla quale il nobile e viaggiatore britannico prese parte in qualità di ufficiale dell’esercito. A quel punto Bruce lasciò la zona, per rientrare faticosamente – gli ci volle un anno buono, fra non poche traversie – in Europa, in Italia e a Parigi, prima di tornare stanco e ammirato a Londra nel giugno del 1774.
Una volta sbarcato in Inghilterra, Bruce cominciò presto a pensare di ricavare, dai suoi viaggi, un resoconto a stampa. La letteratura di viaggio era nella seconda metà del XVIII secolo al suo apice: genere lettissimo ed ampiamente in voga, presso il grande pubblico. Boswell, il grande amico di Johnson, era diventato famoso per avere visitato e descritto la Corsica. Gli elementi fantastici presenti e colorati nella narrazione di Bruce sollevarono tuttavia sospetti di incredulità. Ostinato e caparbio, l’aristocratico e archeologo scozzese pianificò comunque la stampa di cinque volumi, poi saliti a tredici (e ristampati, più volte, ancora nel XIX secolo, tra Londra ed Edimburgo, con una certa fortuna editoriale). Bruce finì così con il produrre uno dei maggiori libri di viaggio del secondo e tardo Settecento. Inoltre, aveva portato in Europa il Libro di Enoch, a suo avviso una parte di quello di Giobbe. L’apocrifo biblico fu tradotto in inglese nel 1821, dal linguista e cultore di storia ecclesiastica Richard Laurence: edizione assai apprezzata nell’età del Romanticismo inglese, anche per via della sua sezione demonologica ed esoterico-occulta.
Il Libro di Enoch traeva spunto dal sesto capitolo del Genesi e trattava di angeli che scendevano sulla Terra, per unirsi carnalmente alle donne mortali. Il Libro rielaborava quella vicenda, raccontando che – al tempo di Jared, il padre di Enoch – duecento angeli ribelli chiamati Guardiani erano scesi dalla cima del monte Hermon (alto oltre tremila metri), nelle pianure abitate da uomini e donne, in cerca di queste ultime. Da quelle unioni, nacquero giganti fuori controllo e sanguinari, violenti e bellicosi, come gli abissini dell’epoca di Bruce. Secondo la mitografia codificata dal Libro di Enoch, gli angeli ribelli insegnarono anche agli uomini l’arte di fabbricare armi, fondendo i metalli, oltre a pratiche cerimoniali di magia naturale. Dai fogli del Libro emerge dunque il quadro di una antica civiltà tribale, non distante dai diversi temi romantici inglesi del primo Ottocento: il dramma di Lord Byron dal titolo Heaven and Earth – apparso nel 1821, lo stesso anno della traduzione di Lawrence – si basava sul passo del Genesi in cui si narrava che i figli di Dio presero, per mogli, le figlie degli uomini, concludendosi, poi, con una drammatica rievocazione del Diluvio biblico. Sugli stessi argomenti, uscì solo due anni più tardi un altro poema sugli amori degli angeli caduti, scritto da Thomas More, amico di Byron e membro della sua cerchia intellettuale.
I Guardiani del Libro di Enoch non furono, peraltro, solamente maestri di dissolutezza, ma insegnarono anche agli uomini astronomia, matematica, astrologia e meteorologia. Secondo il Libro, furono quegli angeli caduti a fornire al genere umano le cognizioni delle nubi, degli incantesimi rituali, nonché dei moti planetari, del Sole e della Luna, oltre a conoscenze primordiali, di geografia e di geologia. Dio decise di punire per il loro tradimento i Guardiani, inviando sulla Terra gli arcangeli Gabriele, Raffaele e Uriele. A quel punto, stando al Libro di Enoch, il vendicativo Dio delle scritture vetero-testamentarie decise altresì di ripulire la Terra mediante un grande diluvio, unico superstite del quale fu Noè, figlio di Lamech. Il Libro di Enoch allude peraltro ad una presunta discendenza, dai Guardiani, di Noè stesso, il quale viene presentato dal manoscritto nelle vesti di primo progenitore della odierna razza umana.
Dove e come localizzare, ipoteticamente, l’area geografica descritta nel Libro di Enoch? Si tratta, in effetti, di un notevole rompicapo. Vari interpreti hanno parlato della zona di Damasco, del Kurdistan iracheno, di quella parte della Turchia dove si sarebbe arenata l’Arca di Noè, dell’Anatolia. Studi comparati di storia delle religioni hanno, inoltre, condotto ad azzardati paralleli con l’America, sia centrale, sia meridionale, cercando (forse improbabili) nessi fra i Guardiani di Enoch e il serpente piumato Quetzalcoatl-Viracocha (e ritrovando anche nella desinenza di Quetzalcoatl la radice della parola Atlantide): una cartografia immaginaria, dalla quale non sono rimasti fuori i monti Zagros e Baalbek (antico santuario dedicato a Baal, tenebrosa divinità fenicia della fertilità del suolo), nonché la Cappadocia. ricca di camere sotterranee paleo-cristiane rinvenute durante scavi archeologici in cerca di testimonianze paleolitiche. Scavi che hanno riguardato anche Gerico (la prima civiltà riconosciuta come tale e risalente, più o meno, all’8000 a.C.) a Nippur (la capitale religiosa dell’antica Sumeria). La questione resta aperta. Le cautele, in proposito, non devono venire meno, nonostante l’eccessivo entusiasmo dei cultori di archeologia misteriosa, sempre propensi a lasciarsi andare a ricostruzioni magari affascinanti, ma fantasiose e, sovente, con poco fondamento storico sul piano accademico.
Il Libro di Enoch che Bruce portò in Inghilterra dall’Abissinia non fu la sola versione del testo fra Sette e Ottocento: successivamente, ne furono ritrovati ulteriori frammenti, in latino e in greco, nonché in paleoslavo. Va ricordato al riguardo che il medesimo Libro di Enoch venne messo per iscritto verso il III secolo a.C., forse da un membro della comunità degli Esseni di Qumran, sul Mar Morto, ma la sua tradizione orale era probabilmente molto più antica. La versione slavonica , circolante come I Segreti di Enoch, era stata forse compilata in Egitto ad Alessandria nel I secolo. Vi si trova, fra descrizioni di neve e ghiacci eterni degni dell’Antartide, una prima rappresentazione archetipica di quello che sarebbe, poi, stato l’Inferno del cristianesimo medievale.
La rappresentazione enochiana degli Inferi – un luogo che prefigura a tratti la geografia dantesca del Medioevo cristiano – era del tutto estranea, al pari del concetto del Diavolo, ai primi israeliti. Pure per questo motivo – per l’idea, cioè, che il cielo potesse contemplare una regione di tormenti e dannazione – doveva essere riuscita inaccettabile ai primi Padri della Chiesa. Dopo avere visto l’inferno, nel Libro, Enoch fu portato dall’arcangelo Gabriele a visitare il paradiso, ovvero il Giardino della Rettitudine: l’Eden (poi puritano e miltoniano), con l’Albero della Conoscenza e quello della Vita, i cui frutti non si potevano cogliere. Gli angeli guardiani di Enoch usavano un sistema di corde e nodi, per progettare i templi. Si trattava di strumenti di rilevazione geometrica, allora impiegati da ingegneri e architetti anche per costruzioni secolari. Un’altra concezione priva di senso nella successiva tradizione cristiana delle creature angeliche. Semmai, non mancano le assonanze fra le storie favolose riportate nel Libro di Enoch e iscrizioni rinvenute su frammenti sumerici e babilonesi in Mesopotamia nel XIX secolo, in cui si parla di Anu il Signore dell’Universo, a sua volta collegabile alle tavolette recanti l’epopea di Gilgamesh. In entrambi i casi abbiamo a che fare con un mito della creazione elaborato da comunità agricole del lontano passato. Sappiamo, del resto, di paralleli non trascurabili fra il Libro di Enoch e antichi testi sumeri, redatti con scrittura cuneiforme. In un tempo remoto, la fiamma della civiltà medio-orientale si era accesa, in effetti, in parecchi siti sacri, tra cui Ur e Ninive. Una fioritura, in più luoghi, con religioni contraddistinte da una mistica della luce rintracciabile ad esempio nella tradizione degli Elohim biblici, nei testi accadici ritrovati dagli archeologi a Nippur e nello stesso Libro di Enoch. I Guardiani di questo testo paiono civilizzatori eletti, veri e propri angeli in carne e ossa, che si stabilirono secondo il mito tra gli uomini fra altipiani e monti, al tempo dei primi cacciatori e raccoglitori, in una zona collocabile fra il Libano e la Siria odierni. I Guardiani edificarono abitazioni, bacini idrici e canali di irrigazione, oltre a templi e luoghi sacri. Il testo enochiano sui Guardiani, inoltre, doveva essere stato trasmesso in principio per via orale, prima di venire trascritto. Una sorta di eco d’antiche memorie. Dopo una prima fase di prosperità e benessere, l’Eden enochiano venne colpito da calamità e tempeste, inondazioni (il Diluvio biblico) e grande freddo. La sapienza portata in dono dai Guardiani alla specie umana fu distrutta, e la storia della civiltà dovette ripartire da capo. Gli angeli portarono poi Enoch a visitare i sette cieli: un riferimento ad una mistica numerologica rimasta nella tradizione pitagorica, ermetica e accettata ancora nel Seicento a Roma da un gesuita come Athanasius Kircher (1602-1680).
Gli angeli del Libro di Enoch erano soprattutto misuratori, intenti a costruire griglie simmetriche di latitudini sacre. Una sorta di rilevazione geodetica, pan-terrestre – relativa, almeno, alla Terra allora abitata e conosciuta – confermata secondo Charles Hapgood (che fu professore di storia della scienza a Princeton e, qui, collaboratore ed amico di Einstein, nonché teorico dello slittamento della crosta terrestre) dalle mappe e carte di antiche civiltà marittime. I Guardiani del Libro di Enoch pare possedessero una conoscenza, estremamente esauriente, circa la superficie del globo terracqueo di allora, la cui conformazione era assai diversa dalla nostra. I Guardiani del leggendario racconto enochiano sono dunque descritti come angeli caduti dalle notevolissime cognizioni tecniche e scientifiche, paragonabili a quelle geologiche degli antichi atlantidei (altro mito rinato a nuova vita, a partire dalla fine del XV secolo). La geografia di quei mondi antichissimi e perduti ancora affascina, tra storia e leggenda, scienza e mito, gli studiosi di confine. Una parte del medesimo Libro di Enoch riscoperto da Bruce, quella cioè sui Luminari Celesti, è in buona sostanza un trattato astronomico, dalle ottime basi matematiche ed osservative, a conti fatti quasi una dissertazione sugli allineamenti archeo-astronomici, presenti nella costruzione di templi e di siti sacri, con appositi indicatori per predire l’alternarsi delle stagioni, in basa allo studio dei movimenti celesti e dei corpi planetari. La sezione sui Luminari Celesti del Libro di Enoch tratta di osservazioni astronomiche riguardo al sorgere e tramontare del Sole, lungo la linea dell’orizzonte. Non vi è, peraltro, una concezione analoga a quella del nostro sistema di solstizi ed equinozi, quanto meno non in termini espliciti o raffrontabili con il linguaggio scientifico-astronomico successivo, semmai a quella dei misteriosi costruttori megalitici di Stonehenge e della Cornovaglia, studiati dai massoni newtoniani, nel primo Settecento (William Stukeley e Martin Folkes).
Gli osservatori astronomici dei Guardiani descritti nel Libro di Enoch calcolavano ripetutamente il sorgere di Sole e Luna, misurando altresì comete ed eclissi. Il loro scopo ultimo era anche quello legato alla previsione di catastrofi, come poi quella del Diluvio. Gli angeli caduti del libro portato in Europa da Bruce misuravano il cielo, le stelle e la terra, in un tempo pre-diluviale, rilevando fenomeni di carattere geologico e naturale. La mente dell storico va inevitabilmente alla necessità di ridefinire i confini, dopo le periodiche inondazioni, nella Valle del Nilo, registrate da Erodoto e all’origine della matematica egizia (una geometria, quindi, sostanzialmente pratica e non speculativa). Stando al Libro, una grande crisi era alle porte, quando Noè invocò l’aiuto di Enoch. I Guardiani stessi erano pertanto sacerdoti-scienziati ante litteram, studiosi primordiali del grado di magnitudo (luminosità) degli astri. Inoltre la geologia nemmeno tanto implicita nel Libro di Enoch ed in esso collegata alle scienze astronomiche colpì moltissimo l’immaginazione di Bruce anche e proprio perché agli occhi dei massoni illuministi di metà Settecento in Inghilterra e Scozia era fuori discussione contestare il mito di una antichissima sapienza geometrica e celeste. Le comete, nel primo Settecento anglo-britannico, erano oggetto di studio da parte di Halley, di Newton e di Gregory, nel caso di questi ultimi due in relazione a ricerche teologiche sul Secondo Avvento (ricerche già avviate in Inghilterra un secolo prima, dai millenaristi puritani). Nel Regno Unito britannico, nello Yorkshire in particolare, gli studi geologici e massonici, religiosi e astronomici venivano condotti congiuntamente dagli stessi attori storico-sociali, entro un cosmo valoriale in linea con i Lumi moderati e il newtonianesimo anglicano settecentesco.
Per i massoni anglo-britannici come Bruce – anche per quelli di orientamento newtoniano, fissato a Londra dalle Constitutions del pastore presbiteriano scozzese James Anderson (1679-1739), membro della Royal Society e creatore della storiografia illuministica sui Figli della Vedova – le radici storiche della Massoneria andavano fatte risalire, veri pilastri, alla base dell’apparato rituale, non solo alla aritmetica pitagorica e alla geometria euclidea, ma anche a Enoch e alla sapienza salomonica, d’altra parte già richiamata in termini espliciti dalla tradizione baconiana, all’origine della stessa Royal Society. Del resto, l’accademia scientifica londinese altro non era, tra XVII e XVIII secolo, che il contraltare essoterico e pubblico di quanto la Libera Muratoria era sul piano iniziatico e privato. Bruce visse, viaggiò e scrisse in quel mondo di valori, rileggendo alla luce del ritualismo massonico le scoperte archeologico-geografiche e librarie, da lui fatte in Egitto e Nord Africa. Il discorso vale naturalmente anche in merito al Libro di Enoch, già associato dalla tradizione esoterica e massonica alla figura rinascimentale di Dee, aurore di due testi manoscritti perduti, entrambi codici ‘maledetti’ di magia evocatoria, il Lyber Mysteriorum sextus ac sanctus e il Liber Logaeth. Quest’ultimo pare che fosse un manoscritto occulto redatto nel 1583, di fatto una versione reintitolata del Libro di Enoch: una collezione di griglie magiche, scritte in caratteri enochiani (la lingua degli angeli caduti, i Guardiani dell’apocrifo biblico). Ancora oggi, il Liber Logaeth viene ritenuto dagli studiosi un ipotetico caso di glossolalia anziché una lingua parlata di origine comune. Inoltre, il Lyber Mysteriorum e l’enochiano Liber Logaeth potrebbero anche esser stati lo stesso testo, oggi perduto a seguito della morte di Dee (nel 1608), mentre la parte maggiore della sua vastissima biblioteca fu rilevata nel primo Seicento dal naturalista, botanico, collezionista e viaggiatore inglese John Tradescant (1570-1638), e poi all’inizio del Settecento da Hans Sloane (1660-1753) e confluita fra le raccolte del British Museum. Tuttavia, l’esemplare del Libro di Enoch appartenuto a Dee, al pari degli stessi Lyber Mysteriorum e Liber Logaeth, potrebbe, benissimo, essere anche testi rientranti nella categoria degli pseudobiblia, non diversamente - in questo - dal Necronomicon di Lovecraft (che pure su di essi è basato).


Athanasius Kircher, il sapere gesuitico barocco e la Torre di Babele nel secolo XVII

Quando Bruce – esperto, come ogni massone settecentesco, in studi di letteratura biblica e vetero-testamentaria in particolare – lesse il Libro di Enoch, lo collegò subito al Genesi. I due grandi racconti contenuti in quest’ultimo sono, come noto, il diluvio universale (richiamato esplicitamente dalla narrazione enochiana) e la Torre di Babele (capp. VI, IX e XI del testo sacro). In entrambi, si trova descritto il giudizio divino sull’umanità e la nascita di una nuova era nella storia del mondo (il punto d’avvio per gli studi, medievali e moderni, di cronologia sacra, compiuti tra Cambridge e Londra anche da Newton, dal 1678 al 1694 circa, in forma manoscritta). Una volta che l’umanità si era corrotta in modo violento, Dio aveva deciso di azzerare il creato, tramite un grande diluvio, detto appunto universale, per via della sua immane portata. Noè aveva ricevuto l’ordine di costruire un’Arca, per garantire la salvezza a poche specie scelte di uomini e animali: il simbolo di una rinnovata Alleanza (rappresentata dall’arcobaleno), dopo la quale gli esseri umani sarebbero ritornati a popolare il pianeta. I discendenti di Noè parlavano – secondo il racconto biblico del Genesi – una sola lingua, e decisero di costruire, nella pianura di Scinar, una torre altissima capace di unire la terra al cielo (simile alle ziggurat degli antichi Assiri, le piramidi a gradoni mesopotamiche), e di non disperdersi più. La Torre di Babele fu, così, una manifestazione auto-sufficiente ed orgogliosa della superbia umana. Il castigo divino giunse con la confusione linguistica ai piedi della Torre stessa e con la conseguente dispersione di popoli dalle lingue diverse. Simbolicamente la vicenda voleva rappresentare il passaggio dall’unità alla diversità idiomatica. Non mancano paralleli, di natura storica e mitologica, fra Genesi biblico e antichi testi sumerici e babilonesi, a loro volta associabili al Libro di Enoch rinvenuto da Bruce a Gondar nel tramonto del Settecento.
Un secolo prima, il Diluvio e la Torre di Babele erano stati al centro di un dimenticato trattato del gesuita tedesco Athanasius Kircher, scritto nel Collegio Romano e stampato in Olanda, nel 1679. Opera di notevolissima erudizione (biblica e non solo), il libro riprendeva un precedente studio kircheriano, in merito all’Arca di Noè (edito ad Amsterdam nel 1675). Ambedue gli scritti dell’ignaziano univano, non senza disinvoltura ed eclettismo, storia antica, geografia astronomica, scienze filologiche e antropologia avant la lettre. Kircher inserì anche nelle pagine della Turris Babel la descrizione di celebri monumenti antichi e dotte digressioni di storia dell’architettura sacra, oltre a diverse considerazioni, di carattere religioso ed etnologico. L’opera, splendidamente illustrata da Lievin Croy e Conrad Decker, era un trattato di archeologia e storia insieme, volto a descrivere usi e lingue degli uomini, dopo il Diluvio e la dispersione degli idiomi. Dedicata all’Imperatore Leopoldo I d’Asburgo, la Turris Babel, cominciata da Kircher almeno nel 1670, a Roma, si dilungava circa l’arrivo dell’Arca di Noè sull’Ararat, sulla nascita di Nimrod (l’architetto costruttore della Torre), sulle zone celesti sublunari della cosmologia geostatica aristotelica e tolemaica (adottata, formalmente, dai Gesuiti, nel Seicento), sulla geometria delle sezioni coniche, sulla gravità, sulla civiltà assiro-babilonese, sull’antico Egitto, su obelischi e piramidi (usando la Biblioteca storica di Diodoro Siculo come fonte maggiore di riferimento, accanto al geografo greco Strabone), sulla sapienza ermetica degli alchimisti, sui templi greci, sulla stirpe e lingua noetiche, sulla Etiopia e l’Africa subsahariana (il pallino poi di Bruce, a fine Settecento), sulla mitologia degli antichi, sui popoli meso-americani, sugli angeli (senza prudentemente menzionare i Guardiani di Enoch), sulla cabala, sui Fenici, sui goroglifici egiziani, sulle lingue germaniche dei Teutoni (diffusisi anche nel Nord Europa, a partire dall’Alto Evo) e sui racconti a proposito di Atlantide e della sua caduta – a seguito di inondazioni assimilate al Diluvio biblico – presenti nel Timeo e nel Crizia di Platone, tra le fonti greche maggiori della Turris Babel. Trattasi di temi ed argomenti che volevano, nelle intenzioni e ambizioni di Kircher, andare a formare una serie di prodromi storici, paleografici e religiosi, al grande progetto – da lui concepito, già anni prima, come attesta la Polygraphia nova et universalis ex combinatoria arte data alle stampe nel 1663 – di un Atlante multi-lingue. In quel periodo, d’altra parte, gli studi e le ricerche in merito a logica combinatoria, tecniche algebriche e lingua universale erano diffusissimi in Europa, coltivati in Inghilterra (da Wilkins e Hobbes), Scozia (Dalgarno) e spazi tedeschi (Leibniz), alle soglie del secolo XVIII. I temi kircheriani legati a ermetismo e antica sapienza egiziana furono invece incorporati, tramite Dodington e Moray, nella Massoneria inglese seicentesca e stuardista di Wren.


Nell'immagine, Ritratto settecentesco di James Bruce


Fonti manoscritte d’archivio

Biblioteca di Monreale, Ms. C 049.
Londra, British Library, Sloane Ms. 3189.
Oxford, Bodleian Library, Ms. 96.


Fonti primarie a stampa

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J. Bruce, Travels of the Years 1768-1773, Edinburgh, Ramsey, 1813.
J. Bruce, Travels and Adventures in Abissinia, Edinburgh, Black, 1860.
J. Bruce, Travels through part of Africa, Syria, Egypt and Arabia into Abyssinia, Edinburgh, Chambers, 1897.
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A. Kircher, Arca Noe, Amsterdam, Waesbergen, 1675.
A. Kircher, Turris Babel, Amsterdam, Waesbergen, 1679.
A. Mai, Scriptorum veterum nova collectio, V, Roma, ex Typographia Vaticana, 1831.
A. Murray, Account of the Life and Writings of James Bruce, Edinburgh, Ramsay, 1808.


Letteratura secondaria, studi critici e opere di consultazione

D. Arecco, Il sogno di Minerva. La scienza fantastica di Athanasius Kircher (1602-1680), Padova, Cleup, 2002.
D. Arecco, Una storia dell’Arte: Anderson e la Massoneria tra architettura, geometria e pitagorismo, in La corona e il cannocchiale. La scienza inglese e scozzese nel secolo degli Stuart, Novi Ligure, Città del silenzio, 2019, pp. 217-237.
D. Arecco, La Bodleian Library di Oxford. I fondi scientifici di una biblioteca inglese di età moderna, in Nuova Informazione bibliografica, XXII, 2025, pp. 91-118.
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Sitografia

D. Arecco, Atlantide nel Seicento: astronomia matematica, archeologia antiquaria e piramidologia inglese, tutostoria.net, 2026, pp. 1-6 (https://www.tuttostoria.net/storia-moderna.aspx?code=1975).


Parole chiave:

Abissinia, storia dell’archeologia, età dell’Illuminismo, storia del viaggio, età moderna, pseudobiblia, libri maledetti, Atlantide, civiltà perdute, geologia, astronomia, geografia, siti sacri, Massoneria

Documento inserito il: 26/09/2026
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