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Esplorazioni anglo-europee, tecniche nautiche e viaggi oceanici in Australia tra XVII e XVIII secolo

Davide Arecco


La storia australiana dalle origini preistoriche alla prima metà del XIX secolo

I primi abitanti dell’Australia odierna furono aborigeni provenienti dall’Asia, sessantacinquemila anni fa, circa. Provvisti di notevole capacità di adattamento, popolarono il continente australiano, pure restando semi-nomadi. Quando i viaggiatori, gli esploratori ed i navigatori europei giunsero in contatto con essi, moltissimi secoli dopo, il loro numero era all’incirca di settecentocinquantamila unità.
Nel XVIII secolo, le esplorazioni lungo il Pacifico, alla ricerca della Terra Australis Incognita, continuavano ad affascinare Portogallo, Spagna, Olanda e Gran Bretagna. Tra le isole dell’Oceania, nel 1606, l’Australia venne avvistata da Willem Janszoon, che si avvicinò a Capo Horn. Dieci anni dopo, a bordo dell’Eendracht, Dirk Hartog (1580-1621), marinaio di Amsterdam, fu il primo europeo a scendere sul suolo australiano. Gli olandesi Peter Nuyts e, segnatamente, Abel Tasman esplorarono, tra 1635 e 1646, una larga fetta della costa meridionale e l’attuale Isola di Tasmania, arrivando in Nuova Zelanda; sorse la Nuova Olanda, e altre esplorazioni furono fatte dai Portoghesi. Gli Inglesi giunsero in Australia nel tramonto del Seicento. I geografi della Royal Society ottennero e dalla corona e dalla Royal Navy il finanziamento di alcune spedizioni scientifiche, dal 1697 in avanti. William Dampier, pirata e uomo di scienza, del resto, aveva già esplorato la parte nord-occidentale dell’Australia. Fu fondato Port Jackson, nucleo dell’odierna Sydney. Nelle vicinanze – nel 1770 – nacque Botany Bay, primo centro del Nuovo Galles del Sud. A Londra si iniziò allora a stendere grandi progetti. Nel 1803, Matthew Flinders avrebbe circumnavigato l’Australia, scoprendola formata da più isole. Fu lui a darle il nome al posto di Nuova Olanda.
Nel 1786, fu impiantata, a Botany Bay, la prima miniera inglese. Fu l’inizio della colonizzazione britannica. Solo due anni dopo, giunse in Australia il capitano Arthur Phillip, governatore della colonia, che fondò Sydney in onore del visconte Thomas Townshend, allora segretario di Stato inglese. Si iniziò a sfruttare non senza fatica le risorse naturali del luogo, con la creazione di fattorie, sulle rive del fiume Hawkesbury. Altri approvvigionamenti giungevano dai Duchi di Norfolk, patroni anche in Australia delle tecniche metallurgiche, estrattive ed agricole. Nel 1792, Phillip rientrò intanto a Bath e il governo del Regno Unito costituì i New South Wales Corps, incaricati della sorveglianza dei detenuti e della difesa del territorio coloniale. I commerci prosperarono, con difficoltà, mentre l’autorità sull’isola fu affidata al nuovo capitano, Philip Gidley King (1800-1806). Il suo successore fu William Bligh, che si ritrovò a dover gestire i mai facili rapporti fra militari e proprietari terrieri, in Australia. L’ordine venne riportato con la creazione del 73º Reggimento britannico. Nuovo governatore venne nominato Lachlan Macquarie. Con lui la vita della colonia finalmente decollò, con opere pubbliche, maggior controllo statale e un governo della regione. A parte pochi centri urbani, l’Australia riamneva una zona soprattutto rurale. Le nuove colonie dell’Impero britannico vennero fondate a ovest ad Albany e in Tasmania. Esplorazione e colonizzazione da parte inglese procedettero di pari passo. Prese vita Melbourne, grazie, anche, ad aiuti massicci dalla madrepatria, con costruzioni architettoniche di gusto georgiano ed esplorazione di vaste terre interne allora ancora ignote ai cartografi.
Tra Sette ed Ottocento, l’Australia fu esplorata e mappata, da Evans, Oxley, Cunningham, Sturt, Mitchell, Grey e Leichardt. Le migliori conoscenze dovute alle scienze geografiche portarono così alla nascita di nuove colonie, tra cui quella dell’Australia meridionale, con capitale Adelaide, fondata sulla base dei progetti di Edward Gibbon Wakefield, incentrati sulla istituzione di comunità agricole, auto-sufficienti, di fede anglicana e imperniate sui valori familiari. Wakefield appoggiò materialmente varie comunità religiose locali, dedite alla coltivazione della terra. Sorse quindi la colonia di Victoria, adibita in particolare all’allevamento, mentre furono avviate trattative, commerciali ed economiche con le aree sudafricane. L’industria laniera australiana divenne tra le maggiori al mondo e la nuova ricchezza portò anche alla creazione di una nuova colonia inglese, nel Queensland. Riforme costituzionali ammodernarono, frattanto, la vita politica e legislativa australiana a partire dal 1842: venne creato un Consiglio dei Ministri, controllato dalla Camera bassa. L’orientamento politico rimase peraltro quello conservatore di marca tory settecentesca, filo-hannoveriano e leale verso la monarchia anglo-britannica.
Con la scoperta dell’oro, nella seconda metà del secolo XIX, l’Australia ebbe infine un marcato e deciso incremento demografico. Molti cercatori di filoni auriferi si trasferirono, da Inghilterra, America e specialmente Irlanda, in Australia, attratti da nuove terre e nuove prospettive, mentre sempre di più si faceva strada la necessità di riunire in una struttura federale le colonie anglo-australiane. Si gettarono in tale maniera le basi politiche e istituzionali del futuro Commonwealth.


Roggeveen, Cook e Banks sull’Isola di Pasqua nel Settecento illuministico

L’eccellente livello conseguito dalle tecniche nautiche settecentesche venne, in un certo senso, preparato dai secoli XV e XVI. L’intreccio di influenze reciproche tra fattori appartenenti ai settori più differenti caratterizzò la crescita delle scienze geografiche, che infatti non può esser separata da quanto si verificò allora nella navigazione d’altura, nella strumentazione e costruzione delle imbarcazioni usate così come nelle esplorazioni, nella cartografia, nella riscoperta di testi classici greci e latini (grazie agli umanisti e ai tipografi), con eventi legati alla lotta per il potere oppure ancora in situazioni economiche e finanziarie.
Geografia e cartografia ebbero così, in età moderna, un vicendevole rapporto con il movimento di esplorazione e scoperta coevo, di cui hanno documentato, con maggiore o minore continuità, i successi, arrecando un contributo non esiguo al raggiungimento degli stessi. Il mondo fu realmente ridisegnato e se ne diffuse una conoscenza la cui ampiezza non era mai stata raggiunta. A partire dal XVII secolo, l’attività degli esploratori, spinta sempre più all’interno delle nuove terre, o verso località lontanissime, rispetto al porto di partenza, fornirono ulteriore materiale. La superficie terrestre fu raffigurata con una sempre maggiore esattezza, mentre dallo sviluppo dei procedimenti, tecnici e matematici, dei topografi, congiunto agli studi astronomici e geografici, sorse (nel XVIII secolo) la geodesia: l’ultimo passo verso lo stato attuale delle conoscenze riguardo al nostro pianeta, unione di geometria, cartografia, meccanica terrestre e celeste. Ne fu campione il newtoniano francese Maupertuis, tra Parigi e Berlino, presidente, per volere di Federico II, della prussiana Reale Accademia delle Scienze.
In precedenza, l’applicazione dei primi elementari procedimenti di triangolazione, e l’impiego del metodo astronomico delle distanze lunari, avevano portato alla fabbricazione, in Europa, di mappe e di carte sempre migliori, e sempre più richieste. Si sapeva, ad esempio, che la natura geometrica di una rotta diretta da porto a porto, percorsa mantenendone costante, grazie alla bussola, la direzione rispetto al nord (ossia di una linea che, sulla sfera, unisca due punti dati, secando i meridiani secondo un angolo costante: la futura lossodromia) andava ricercata in una spirale sferica – e non in un arco di cerchio massimo – avvicinantesi indefinitamente ai poli con il crescere della latitudine.
Tra coloro che prepararono la scena allo sviluppo sei e settecentesco vi fu senz’altro il fiammingo Mercatore, famoso per la proiezione cartografica che porta il suo nome e per il suo magnifico Atlas sive cosmographicae meditationes de fabrica mundi, pubblicato, a Duisburg, tra il 1585 ed il 1595. Grazie a questo cartografo, la necessità dei naviganti di predeterminare, agevolmente, la rotta da seguire, usando una carta piana, fu risolta nella Nova et aucta orbis terrae descriptio ad usum navigantium stampata nel 1569. Mercatore, per realizzare la sua carta, determinò la distanza tra i paralleli, procedendo per somme successive, ed operò, empiricamente, una trasformazione logaritmica della proiezione stereografica: un criterio più tardi illustrato dal matematico e marinaio inglese Edward Wright, nel suo Certain Errors in Navigation (edito Londra nel 1599), un classico trattato tudoriano di scienze nautiche.
Il libro di Wright uscì proprio all’alba dei Seicento, il secolo che vide e gli Inglesi e gli Olandesi sostituire, progressivamente, Spagnoli e Portoghesi, nel dominio sui mari. Lo spartiacque storico può forse venire individuato nella figura di Francis Drake, corsaro ed esploratore, che ripeté, a distanza di mezzo secolo, la circumnavigazione del globo compiuta dalla flotta del portoghese Magellano. Le rotte, da europee e mediterranee, si fecero atlantiche e trans-oceaniche. Esplorazioni geografiche e tecniche cartografiche allargarono gli spazi della conoscenza del globo.
Il navigatore olandese Jakob Roggeveen (1659-1729), geografo di Middelburg, fu tra i maggiori esploratori dell’Oceano Pacifico orientale, nella seconda metà del XVII secolo. Scoprì, nel 1722, varie isole, tra cui Samoa, l’Isola di Pasqua, ed altre minori. Il giorno di Pasqua 1722, Roggeveen fu il primo europeo ad approdare a Rapa Nui, nel mezzo del Pacifico meridionale. Per celebrare la scoperta, egli battezzò il luogo con il nome di ‘Isola di Pasqua’, e diede il via ad un lungo periodo e di spedizioni e di esplorazioni. Esplorò inoltre per primo le coste delle Isole Salomone e della Nuova Guinea, sconosciute all’epoca, giungendo a Batavia, prima di tornare nelle Province Unite. Un lungo contenzioso legale con la Compagnia olandese delle Indie orientali, per quanto alla fine a lui favorevole, gli impedì di ritornare in Oceania. Le sue scoperte furono nondimeno la base per quelle successive di Cook, nei quadri politici e scientifico-culturali del Regno Unito settecentesco.
In principio, James Cook (1728-1779) scelse la carriera militare. Arruolatosi ancora giovanissimo nella Marina britannica, fece le sue prime esperienze di navigazione nel Mar Baltico. Finita nel 1763 la Guerra dei Sette Anni, durante la quale partecipò a più di una spedizione (contro il Canada francese), trascorse quattro anni al comando della goletta Grenville, conducendo rilievi topografici, lungo le coste dell’America settentrionale (Labrador, Terranova, Acadia e Nuova Scozia). Si distinse in questa attività pubblicando le sue carte nautiche, sulle Philosophical Transactions della Royal Society, organizzazione scientifica allora interessatissima ad ampliare le conoscenze inglesi, in ambito geografico. Del resto, sia l’accademia londinese sia la stessa corona erano pienamente consapevoli del gran vantaggio che poteva venire, all’Impero marittimo di Sua Maestà, dal poter disporre di aggiornate conoscenze cartografiche e geografiche: politica della scienza, tipica del secolo dei Lumi, con le istituzioni statali impegnatissime a favorire l’incremento delle nuove tecniche scientifiche, in ragione dell’utilità, ricchezza e prestigio che ne poteva derivare per la monarchia e lo Stato centrale.
Nel 1768, su incarico commissionatogli (appositamente) dalla Royal Society, Cook compì il suo primo viaggio nel Pacifico, a bordo del brigantino Endeavour, facendo rotta verso Tahiti. Cook doveva osservare il passaggio del pianeta Venere, previsto per il giugno dell’anno successivo. Tuttavia, tra gli incarichi segreti che gli erano stati affidati dal Re e dalla società reale, v’era anche quello di ricercare la mitica Terra Australis, il favoloso sesto continente, del quale, a torto, ancora si sospettava l’esistenza in quella zona. Oltrepassando Capo Horn, la nave britannica raggiunse la meta prefissata, permettendo ai natural philosophers imbarcati a bordo (in particolare botanici e astronomi) di portare a termine le loro osservazioni e ricerche. In pieno Illuminismo, malgrado lo spirito razionalista dell’epoca, infatti, non si cessava di credere nel leggendario passaggio a Nord-Ovest, una via marittima navigabile, che doveva collegare l’Oceano Atlantico ed il Pacifico, attraverso il Mar Glaciale Artico, lungo le acque costiere e del Canada settentrionale e dell’Alaska nord-occidentale. Partendo da Tahiti, Cook veleggiò, pertanto, verso sud, raggiungendo la Nuova Zelanda.
Dopo averla circumnavigata, nella sua interezza, allo scopo di assicurarsi che fosse composta da due isole, e non fosse una parte del continente cercato, si diresse verso la costa orientale dell’Australia, all’epoca ancora in massima parte inesplorata, risalendola in direzione Nord, per oltre tremila miglia. A quel punto, mosse verso l’Isola di Giava, e da lì, attraversando il Capo di Buona Speranza, ritornò in patria, con il suo equipaggio. Fu il suo primo successo, riconducibile ad un insieme di motivi: ottime capacità marinaresche, eccellenti abilità di cartografo, gran coraggio nell'effettuare esplorazioni anche pericolose, capacità di leadership e di comando, nonché una certa spregiudicatezza nell’interpretare gli ordini dell’Ammiragliato. A Londra, Cook presentò alla Royal Society i suoi lavori di mappatura delle coste e quando i suoi diari vennero pubblicati, diventò una sorta di eroe della comunità scientifica.
Nel 1772, Cook era nuovamente in mare, potendo, stavolta, contare su due velieri, la Resolution e l’Adventure, con i quali, nel corso del biennio successivo, esplorò le coste e del Circolo polare artico e l’area temperata dell’Oceano Pacifico, tra cui le isole di Pasqua, di Tonga e la Nuova Caledonia. Cook assunse il comando della Resolution, mentre Tobias Furneaux comandava la Adventure. Il viaggio di esplorazione era stato, nuovamente, commissionato dalla Royal Society, tesa, ancora, alla ricerca della Terra Australis. Alexander Dalrymple (1737-1808), geografo ed idrografo dell’accademia londinese, si rifiutava ancora di credere che non esistesse un continente meridionale. Il mito agiva sulla scienza, e la ispirava.
Cook circumnavigò il globo, ad una latitudine molto bassa, e fu il primo europeo ad oltrepassare il circolo polare antartico, nei pressi della Terra di Enderby, il 17 gennaio 1773, raggiungendo i 71° 10’ sud. Toccò quindi le Figi e le Ebridi. Trascorsa la stagione invernale in Nuova Zelanda presso lo Stretto della Regina Carlotta, il capitano salpò nel novembre del 1774, attraversando il Pacifico meridionale e giungendo cinque settimane dopo nella Terra del Fuoco, ove rimase quindici giorni.
Si diresse, poi, nell’Atlantico, verso nord-est. Inaspettatamente avvistò una terra ricoperta di neve e ghiaccio sulla quale sbarcò il 17 gennaio 1775, in una baia riparata che chiamò Possession Bay, di cui tracciò parte della costa. Arrivato all’estremo meridionale di quella terra, si rese conto che essa non era il tanto ricercato continente antartico. Chiamò, così, il capo meridionale Cape Disappointment, e diede all’isola il nome di Georgia del Sud. Nella nebbia antartica, perse i contatti con Furneaux, che proseguì per la Nuova Zelanda, dove perse alcuni uomini, in uno scontro con alcuni Maori. Cook continuò la sua esplorazione del mare antartico, ed arrivò in prossimità dell’Antartide, ma ritornò a Tahiti, dove aveva impiantato un forte in occasione del suo primo viaggio, per fare rifornimento di viveri. Si recò di nuovo a sud, nel tentativo di trovare il continente, portando con sé un indigeno tahitiano, Omai, che, tuttavia, si rivelò meno competente del sacerdote Tupaia, che lo aveva accompagnato in precedenza.
Il ritorno in Gran Bretagna pose fine, temporaneamente, alle ricerche di Terra Australis. Uno dei moltissimi risultati positivi del secondo viaggio fu il collaudo di uno strumento segnatempo (il primo cronografo marino), costruito dal meccanico ed orologiaio autodidatta John Harrison (nel 1736), che facilitò una accurata misurazione delle longitudini. Era stato l’astronomo reale dell’Osservatorio di Greenwich, Nevil Maskelyne (1732-1811) a voler far testare, in occasione del viaggio, la macchina di precisione messa a punto e fabbricata da Harrison in più esemplari.
Al suo ritorno in patria, Cook ottenne un congedo, con tutti gli onori, dalla Marina, ma ciò non lo tenne lontano dal mare, né dalla navigazione. Un terzo viaggio, alla ricerca del passaggio a nord-ovest, era già pianificato. Cook avrebbe dovuto navigare, attraverso il Pacifico, sempre verso est, per ritornare nell’Atlantico, mentre un’altra nave inglese avrebbe fatto il percorso inverso. Erano queste le nuove direttive, pianificate dalla Royal Society, con il sostegno del nobile e militare, diplomatico ed armatore John Montagu (1718-1792), IV conte di Sandwich e primo lord dell’Ammiragliato, personaggio allora potentissimo a Londra e attore storico-sociale di rilievo primario, nella vita – sia politica, sia scientifica e navale – del Regno Unito sotto Giorgio III di Hannover.
Ritornato nel Regno Unito (1775), l’anno dopo Cook riprese la navigazione, sempre a bordo della Resolution, di nuovo alla ricerca del passaggio a Nord-Ovest, questa volta però dalla parte del Pacifico; a tal fine raggiunse l’Isola Christmas e le Hawaii a gennaio 1778. Da queste, proseguì poi a esplorare la costa occidentale americana, attraccando presso Nootka Sound, sull’Isola di Vancouver in Canada.
Esplorò e tracciò, inoltre, le mappe della costa dalla California. La spedizione si diresse, quindi, verso il Circolo polare artico, raggiungendo il Mare di Bering e oltrepassando l’omonimo stretto, sino a che i ghiacci non obbligarono le navi britanniche a ritornare indietro, in direzione delle Hawaii, dove, si sa, il capitano Cook rimase ucciso nel corso di uno scontro con alcune tribù indigene. Era il 14 febbraio 1779. Davvero la fine di un’epoca. La Resolution e la Discovery rientrarono nel 1780 in patria.
Al successo dei viaggi d’esplorazione di Cook aveva contribuito, in modo determinante, il tipo di imbarcazione prescelto: il brigantino. A partire dal XVII secolo, questo tipo di veliero conobbe diverse ed importanti modifiche strutturali. Gli scafi si fecero più lunghi ed affinati, la carena della nave venne foderata in rame, la superficie delle vele venne aumentata, tramite l’introduzione di velacci e di contro-velacci, nonché delle rande, impiegate per stringere, al meglio, il vento. Il modello del brigantino finì così per affermarsi come uno dei più affidabili per la navigazione oceanica, che doveva coprire distanze spesso lunghissime, e prevedeva viaggi dalla durata di anni. In particolare, le navi usate da Cook erano brigantini ‘a palo’. Questi brigantini, dotati di vele quadre, oltre all’albero di prua, detto trinchetto, e di poppa, detto maestro, erano armate con un terzo albero chiamato poppiero, con le vele auriche o rande.
Lungo circa trenta metri, e largo dieci, la stazza del brigantino variava – dalle centocinquanta alle trecento tonnellate – anche se non mancavano le eccezioni, come quella dello stesso Endeavour, la cui stazza raggiungeva le trecentosettanta tonnellate, in quanto, oltre agli uomini dell’equipaggio, vennero imbarcati anche numerosi men of science, in particolare naturalisti, geodeti e disegnatori (ognuno con i rispettivi strumenti di lavoro), che misero e la propria scienza e la propria arte al servizio dell’Impero britannico. Quest’ultimo, da parte sua, si mostrò acuto e sollecito, nel comprendere l’utilitas ricavabile, baconianamente, da un corretto uso politico e commerciale di nuove scienze sempre più perfezionate e tecnologicamente progredite, alle soglie ormai della Rivoluzione industriale anglo-scozzese.
Tra coloro che accompagnarono Cook, nel suo primo viaggio di circumnavigazione del globo terracqueo, a bordo dell’Endeavour (1768-1771), vi fu l’esploratore e naturalista Sir Joseph Banks, il sostenitore inglese di Linneo e il futuro presidente della Royal Society. Banks aiutò Cook a scegliere il competente staff tecnico-scientifico che prese parte alla spedizione. Fu lui, coinvolto in prima persona nel viaggio, a volere a bordo il botanico svedese Daniel Solander, uno dei migliori raccoglitori cresciuti all’Università linneana di Uppsala – tra i massimi studiosi ed esperti di flora nel XVIII secolo, non solo in Nord Europa – e il disegnatore e botanico scozzese Sydney Parkinson (1745-1771).
Ritornato in patria, Banks fu universalmente riconosciuto come il più prestigioso esponente della natural history inglese: da allora, botanici e scienziati di tutta Europa videro in lui un autentico punto di riferimento. L’abitazione londinese, che, nel 1777, Banks trasferì a Soho Square, divenne, in un breve arco di tempo, una vera e propria accademia privata di storia naturale, con una nutritissima presenza scandinava. Nell’estate di quell’anno, si era, infatti, stabilito a Londra Jonas Dryander, altro botanico di formazione linneana, al quale Banks affidò l’incarico di bibliotecario e di curatore delle collezioni. Vari visitatori svedesi, come Johann Alstroemer, e residenti svedesi a Londra, come Karl Lindgren, videro la casa di Soho Square alla stregua d’un crocevia intellettuale. In seguito essa fu l’ufficio della Zoological Society di Londra. Banks introdusse, nel Regno Unito e in Europa, vari esemplari di eucalipto, acacia e mimosa, oltre vari a campioni di piante ignote nel Vecchio Mondo. Tassonomo di razza, classificò oltre ottanta specie botaniche (tra cui la buganvillea). Per le competenze naturalistiche che si era fatto – con Cook, in Oceania – entrò in contatto con il Chelsea Physic Garden, quindi con la Worshipful Society of Apothecaries e con il British Museum. A partire dal 1797, Giorgio III lo volle poi direttore dei Royal Botanic Gardens di Kew. Banks fu altresì un punto di riferimento, nella storia naturale e nella botanica, per il piemontese Carlo Allioni (1728-1804) membro di punta della Accademia delle Scienze di Torino e primo diffusore della nomenclatura linneana nel Settecento italiano.
Molto legato agli ambienti di Oxford (il Christ Church College dell’Università), Banks fu anche, nel 1808, tra i membri fondatori della Wernerian Natural History Society, principale avamposto inglese della teoria nettunista nelle scienze della Terra. Banks fu a conti fatti un esponente di primissimo piano, nel network accademico settecentesco, non solo in Inghilterra.


Gli ultimi spazi dell’ignoto: geografie del mistero tra storia e archeologia

Il primo europeo ad avvistare l’Isola di Pasqua fu il pirata Edward Davis, che vide l’isola, dal suo battello, il Bachelor of Delight, nel 1687, e si illuse di avere scoperto la Terra Australe. Davis, per altro, non attraccò mai sull’isola. Il primo a fare sbarco sull’isola fu invece come detto Roggeveen, che scese su di essa il lunedì di Pasqua del 1722. Seguì, quindi, un periodo durante il quale la corona spagnola cercò di espandere, a discapito di Inglesi e di Olandesi, il proprio dominio, nei territori del sud Pacifico; fu l’allora governatore spagnolo del Cile e Vicerè del Perù, Manuel Amat y Junient, ad ordinare a Don Felipe Gonzales de Haedo di annettere l’Isola di Pasqua ai territori spagnoli. Gonzales raggiunse l’isola nel novembre del 1770, a bordo della nave Saõ Lorenzo, scortata dalla fregata Santa Rosalia. Gonzales cambiò il nome dell'isola in San Carlos e fece erigere, in segno della conquista, numerose croci, su tutta l’isola. Negli anni a seguire, però, la corona spagnola non mandò più altre spedizioni in loco, perdendo, di fatto, la sua sovranità sull’isola. Fu così che, dopo un periodo di assenza di spedizioni europee, Cook sbarcò nuovamente, sull’Isola di Pasqua, il 13 marzo 1774, rimanendo su di essa per soli quattro giorni, prima di ripartire il 17 marzo. Dobbiamo al capitano e al naturalista Johann Reinhold Forster (ed a suo figlio, Reinhold Forster), che si trovavano al seguito della spedizione di Cook, la parte maggiore delle conoscenze che possediamo sull’isola. Grazie al loro contributo fu stesa una prima carta geografica che riportava i siti archeologici maggiori. Inoltre, in solo quattro giorni, vennero fatti più schizzi di Moai (i celebri e misteriosi ‘Guardiani’ dell’Isola) di quanti non ne siano stati fatti nei cinquanta anni seguenti, consentendo al pubblico europeo settecentesco di ammirare, per la prima volta nella storia, tali opere in mostre appositamente predisposte poi in Inghilterra e in tutta Europa.
Secondo Cook, la realizzazione delle statue presenti sull’Isola di Pasqua era da attribuirsi ad un popolo scomparso e precedente quello, di lingua tahitiana, che abitava allora l’isola. Sulla scia di Cook, mosse la propria valutazione Georg Forster, fellow della Royal Society (dal gennaio del 1777), figura di primissimo piano, all’interno della comunità scientifica internazionale, celebre per le originali analisi in campo paleo-antropologico, di lì a pochi anni guida scientifico-culturale, per gli intellettuali tedeschi, e compagno di viaggio di Alexander von Humboldt, nelle Fiandre. Dei Moai, Forster parlò a lungo, in A Voyage Round the World (1777). Notevole ne fu l’eco, altresì, in Italia e nel Regno di Napoli, con il voltairiano Giuseppe Maria Galanti che curò la stampa partenopea del secondo viaggio di Cook (1772-1775) e dello stesso Forster, uscita dai torchi della Nuova Società letteraria e tipografica. Il libro diffuse editorialmente presso le cerchie degli illuministi meridionali e degli allievi dell’abate Genovesi nuove ed aggiornate conoscenze geografiche legate alle più recenti esplorazioni, anche integrando i contributi scientifici, botanici, naturalistici e antropologici scritti dagli stessi Forster. Anche a Napoli – guardando alla trattatistica odeporica e alla nascente etnologia europee – la letteratura di viaggio scientifica ebbe il suo momento di gloria nell’ultimo quarto del secolo XVIII.
La scoperta dell’Isola di Pasqua fu uno dei misteri archeologici che concorsero a stimolare gli interessi dei viaggiatori verso le antiche civiltà. In particolare, il mistero delle enormi statue di pietra, presenti su un’isola distante oltre mille miglia dalla terraferma, si configurò da subito come un enigma dalla non facile soluzione, per gli esploratori ed i navigatori. L’illuminista istriano Gianrinaldo Carli, nelle sue Lettere americane, riportò il parere espresso da Cook durante la sua ricognizione. Per Carli, nondimeno, si poteva ipotizzare che l’Isola di Pasqua rappresentasse, semplicemente, una delle poche zone attualmente non ricoperte dal mare, facente parte nei tempi più antichi di un unico territorio, a sua volta ricco di templi sotterranei, di monti, vallate e «miniere di pietra», i cui «popoli più colti» avevano «sulle sommità delle montagne poste le statue, tanto in questa isola che altrove». Un mondo perduto ed una civiltà tanto antica quanto misteriosa ed affascinante, già per gli uomini del Settecento.
Prima di Cook, l’Isola di Pasqua era stata avvistata soltanto dai bucanieri inglesi, che, durante la seconda metà del XVII secolo, si erano posti l’obiettivo di depredare i mari del Sud (John Cook, nel 1683; Edward Davis e Lionel Wafer, nel 1687). Dopo Cook, crebbe l’interesse verso l’isola di lingua tahitiana. Jean-François de Galaup, il Conte di Lapérouse (1741-1788) - protagonista nella Guerra dei Sette Anni, e responsabile di svariate missioni nell’Oceano Indiano - pervenne sull’Isola di Pasqua il 9 aprile del 1786, dopo essere passato, come di consuetudine, dagli arcipelaghi atlantici, ed aver tagliato l’equatore. Lapérouse esplorò l’isola, e fece numerosi confronti con le osservazioni di Cook. Definì il Capitano inglese «il più grande dei navigatori», come colui il quale, lavorando «all’ampliamento delle conoscenze umane, doveva esser considerato amico di tutte le nazioni d’Europa».
Cook fu, per Lapérouse, un termine di confronto ineludibile, ed anche al momento di descrivere i «busti colossali [...] costruiti in materiale vulcanico, noto ai naturalisti con il nome di lapillo», una «pietra tenera e leggera [...] composta di una specie di malta indurita dall’aria». Quelle di Lapérouse sono tuttavia, come egli stesso riconosceva, «congetture» riguardo gli usi e costumi di una popolazione vista solo per un giorno, e della quale l’esploratore ignorava l’idioma. La missione di Lapérousse venne organizzata, con cura, dalle autorità francesi - sia dal punto di vista scientifico, sia nella redazione delle istruzioni di viaggio, nonché nella scelta dei membri dell’equipaggio (per la maggior parte, ex soldati francesi, che avevano combattuto in Canada) - con la finalità di completare, il più possibile, le scoperte fatte dal «famoso capitano Cook» nel Pacifico. In effetti, la spedizione di Lapérouse ottenne numerosi risultati, fornendo importanti contributi alla conoscenza della geografia dell’Oceano Pacifico, riuscendo persino a correggere alcune delle misurazioni fatte dalla équipe scientifica di Cook. Tuttavia, l’operato del navigatore britannico non venne mai messo in discussione da Lapérouse. Cook rimaneva l’indubbio protagonista delle esplorazioni marittime del secondo Settecento in Oceania ed Australia.
Se Lapérouse costruisce a Cook un autentico monumento, ci restituisce anche, viva e pregnante, l’immediata e ammirata percezione che, dei viaggi compiuti dal Capitano inglese, ebbero, allora, i suoi contemporanei. James Cook, a parere di pressoché tutti i colleghi coevi, era stato (ed aveva posto) un punto fermo, nella storia della navigazione oceanica. Alessandro Malaspina – cresciuto, in Roma, dai padri Somaschi, entrato a fare parte dell’Ordine di Malta, prima di passare al servizio degli Spagnoli – ottenuto il comando di una grande spedizione, sottolineò prima della partenza (nel 1789) che, ormai, lo scopo delle missioni per mare doveva rassegnarsi a essere non una ricerca dell’ignoto, bensì uno studio di approfondimento di quanto dal capitano Cook già portato in luce. In una lettera a Gherardo Rangone, Malaspina confessò che lo scopo della sua spedizione non poteva, ora, più consistere nella «scoperta di nuovi continenti immaginari»; al contrario, si dovevano incentivare le «ricerche scientifiche» nelle aree note. Da questo punto di vista, dunque, Cook era stato l’ultimo a vedere mari e terre sconosciute, da più punti di vista il Newton della navigazione e dell’oceanografia d’età moderna.
I viaggi del capitano Cook, in effetti, avevano reso «già quasi inutile qualunque tentativo verso di nuovi scoprimenti». Le esplorazioni del navigatore britannico, insomma, avevano lasciato ben poco da scoprire. E Cook, in tale senso, era stato, nell’immaginario collettivo, il Newton dei mari. Il Malaspina, responsabile di diverse missioni militari, naturalista scrupoloso, in contatto con vari scienziati di vaglia (da Lalande a Banks e Spallanzani), lettore della massonica e illuministica Scienza della legislazione di Gaetano Filangieri e delle Lettere americane di Carli (1780), tributò, anche lui, il doveroso omaggio al grande Capitano inglese.


Nell'immagine, Ritratto settecentesco del capitano James Cook


Bibliografia

Fonti primarie a stampa

M. Ciardi, Esplorazioni e viaggi scientifici nel Settecento, Milano, Rizzoli, 2008.
J. Cook, Giornali di bordo, I, Il viaggio dell’Endeavour (1768-1771), Milano, Longanesi, 1971.
J. Cook, Giornali di bordo nei viaggi d’esplorazione, II, Il viaggio della Resolution e dell’Adventure (1772-1775), Milano, Longanesi, 2009.
D. Diderot, Ritorno alla natura, Roma-Bari, Laterza, 1993.
G. Forster, Viaggio intorno al mondo, Roma-Bari, Laterza, 2006.


Letteratura secondaria, studi critici e opere di consultazione

AA.VV., Storia dell’Oceania, Roma, Donzelli, 2009.
AA.VV., I Lumi in viaggio. Itinerari nell'odeporica settecentesca, Genova, Città del silenzio, 2025.
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Parole chiave

Storia delle esplorazioni e delle scoperte geografiche, età moderna, Impero Britannico, secolo dei Lumi, storia della cartografia e delle scienze navali, viaggi marittimi, Oceania, secolo XVIII, Australia
Documento inserito il: 02/10/2026
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