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L'Ordine dei Cavalieri Templari: dal processo alle connessioni con la massoneria moderna

di Francesco Servetto


Quando i Templari andarono a processo il mondo cristiano si rispecchiò con paure ataviche e le accuse con cui l’intero Ordine fu condannato ricalcarono quel sentito dire già applicato agli eretici in varie occasioni. Uno dei capi d’imputazione fu la presunta adorazione da parte dei Cavalieri di un idolo, definito Baphomet, nella cui etimologia gli inquirenti vollero vedere il Profeta Maometto: la lotta con il nemico portatore di un altro credo, anch’esso monoteistico e, soprattutto, dimostratosi fervido appiglio per i propri appartenenti nei momenti della lotta, portò la consapevolezza che nel mondo dell’epoca anche la fede più salda doveva confrontarsi con forme di spiritualità estranee e altrettanto potenti. Paradossalmente, in Oriente non esistevano statue o affini riconducibili all’idolo citato, tantomeno alla religione musulmana, la quale prescrive l’aniconismo, allo scopo di evitare l’idolatria.
Un'altra accusa, gravissima, riguardava i presunti insulti alla croce pronunciati durante il rito di iniziazione, vero e proprio grimaldello spirituale che estirpava in maniera irreparabile, nell’immaginario, l’anima del protagonista per consegnarla alla dannazione. Tre volte l’iniziato avrebbe sputato sul crocifisso, negando per altre tre volte che Gesù Cristo fosse il figlio di Dio.
Il Medioevo nell’Occidente ha colpito duramente quelle forme di devianza dalla via stabilita per decreto, come i costumi sessuali non consoni alle direttive religiose o quegli approcci alla fede sorti seguendo stimoli affioranti dalle Scritture, eppure considerati lesivi dello status quo. Per quel che concerne i Cavalieri Templari, va osservato come la regola dell’Ordine prescrivesse la castità. Proprio tale rinuncia ai piaceri del corpo sembra aver giocato un ruolo di spessore nelle menti di chi ordì la trappola del processo; un’altra accusa, infatti, sosteneva che essi avessero l’usanza di baciare il deretano, l’ombelico e la bocca (quest’ultima non considerata pratica oscena perché oggetto anche di altre cerimonie) dei confratelli durante i riti di iniziazione.
In ultimo, erano accusati di riunirsi in gran segreto di notte per ordire le proprie trame. Ma cosa significava far parte dell’Ordine? Una frase aiuta a comprendere quanto essi fossero votati al sacrificio e alla collaborazione in quella che è stata definita una «istituzione totale»: «quando vorrai dormire ti verrà detto di vegliare, e quando vorrai vegliare, ti verrà detto di dormire».
È necessario tenere in conto come alcune delle accuse siano sopravvenute a processo inoltrato; spesso la cattività e le condizioni tremende a cui erano sottoposti gli imputati avevano il potere di spingere gli stessi a inventare fantasiose storie che nulla a che vedere ebbero mai con la propria vita e con le questioni relative all’Ordine. La magia sicuramente giocò un ruolo non trascurabile, tanto che alcuni confratelli furono ritenuti responsabili di pratiche volte all’arricchimento e al controllo delle forze della natura in ottica di prodigi come permettere a comando la fioritura delle piante.
Si è più volte cercato di comprendere cosa prescrivesse la (presunta) Regola segreta dell’Ordine di così pernicioso, ma non è mai stato possibile appurarlo a livello documentale poiché non esistevano copie differenti dalla Regola ufficiale, la quale ovviamente non contemplava gli atti illeciti contestati. Furono prodotti in seguito dei documenti falsi, come quella regola segreta stilata dal movimento ottocentesco dei Templaristi, ma nulla al tempo dei processi fu trovato. Si tratta di un testo che Theodor Merzdorf scrisse nel 1848, la Regola di Maestro Roncelinus, affermando di averlo rinvenuto in tre manoscritti sparsi tra Roma, Amburgo e Monaco. Esso appare come un goffo tentativo di imporre idee anticlericali e legittimare presunte connessioni tra la Massoneria del suo tempo e l’operato dei Templari, nonché un’operazione filologicamente inattendibile.
Si consideri poi, come al tempo del processo le confessioni più pesanti furono rese in Francia e in quei territori sotto l’ingerenza francese, come la Lombardia e il Regno di Napoli, mentre nel resto dell’Europa le testimonianze furono ben diverse. In Germania, addirittura, si parlò di innocenza, tanto che il Papa si spese personalmente con quei Paesi come l’Aragona e l’Inghilterra che normalmente non utilizzavano la tortura come metodo inquirente a servirsene. In questi due regni i risultati furono davvero scarsi e lo stesso Maestro inglese rigettò ogni accusa, finendo i propri giorni incarcerato in attesa della sentenza papale.
La personalità comune dei confratelli doveva essere quella di un corpo militare di élite, che peraltro godeva del privilegio papale, e la decisione di Filippo il Bello di citarli in giudizio con la pesante accusa di eresia deve aver creato uno sconforto non solo psicologico, ma sicuramente anche spirituale. In una società dove la religione delineava il quotidiano, addirittura con riti ripetibili agli stessi orari, con frequenti periodi di penitenza e di astensione dai piaceri del corpo, essere svuotati del proprio onore era un pericolo molto impegnativo da affrontare. L’uomo medievale era corpo e spirito allo stesso tempo, era vita e morte, presente e attesa della fine: ritrovarsi in catene e sotto tortura dovette essere spiazzante e avvilente allo stesso tempo. Abituati com’erano ad attendere sul proprio cammino l’ostacolo della prigionia nella carceri del nemico musulmano, i confratelli erano sicuramente pronti a subire dure condizioni di prigionia, eppure ai loro danni fu messo in atto un processo di spersonalizzazione che produsse conseguenze ben più marcate di quelle fisiche. La quotidiana vita in comunità, l’essere parte di un organismo in cui le componenti si proteggevano in simbiosi, con tanto di segni di riconoscimento: quando furono arrestati si ritrovarono soli e spogliati della propria essenza. In termini pratici, subirono l’umiliazione di vedere rasata la propria barba, vero privilegio ed unicum nell’ambito degli Ordini, quindi furono ricacciati in quel limbo senza diritti riservato ai sospetti eretici.
La legge in tal caso vietava all’accusato di conoscere il nome dell’accusatore, tantomeno dei testimoni d’accusa, né era consentito godere del diritto alla difesa per mezzo di un legale. La tortura, inoltre, era pratica lecita, utilizzata per estorcere quelle confessioni che erano il fine di chi imbastiva il processo. Una volta rinnegata la propria condotta, infatti, gli imputati sarebbero stati liberati. Per quanto fosse lecito usare la tortura, la quale è bene ricordare non doveva produrre lesioni permanenti o mutilazioni, nel caso del processo ai loro danni furono compiute nefandezze e crudeltà che andarono al di là della norma. Spesso, alcuni accusati morivano durante la prigionia per le condizioni aberranti in cui erano costretti a stare, legati in catene, isolati e obbligati a nutrirsi di soli pane e acqua per settimane. Alcune torture, poi, vennero spinte all’eccesso. Testimonianze riportano di un caso in cui un prigioniero fu sottoposto ad un supplizio tremendo a cui sopravvisse: i suoi piedi vennero cosparsi di grasso, quindi furono posti sul fuoco e il malcapitato perdette buona parte delle ossa dei piedi.
Cosa provocò effettivamente la caduta dell’Ordine è ancora oggi oggetto di dibattito. Tenendo conto delle enormi ricchezze che esso aveva accumulato nei due secoli di esistenza, risulta piuttosto semplice sospettare dell’avidità di Filippo il Bello, il re di Francia che imbastì il processo. Nel tempo in cui le terre dei Templari furono controllate dagli agenti regi, esse furono spolpate con un’avidità programmata, tuttavia a causa delle ingerenze papali e della Chiesa, il re stesso dovette accettare che fossero trasferite agli Ospitalieri, benché quando lo stesso sovrano morì, nel 1314, ancora non erano passate di mano. Ci fu una controversia: il governo francese sostenne che i Templari avessero un debito con lo stesso, a causa di una (presunta) mala gestione del tesoro regio e ottenne un temporaneo risarcimento, per poi nel 1318 cedette definitivamente il tutto agli Ospitalieri stessi.
Risulta piuttosto difficile quantificare l’ammontare del tesoro templare, soprattutto per quel che concerne i beni non immobili. Secondo quanto emerso dal processo, un confratello sarebbe venuto a sapere che un certo Ugo di Chalons, un Templare che si sarebbe reso irreperibile, avrebbe trafugato il tesoro dell’Ispettore di Francia, suo zio, Ugo di Pairaud. Ovviamente in un dibattimento in cui, come quello in oggetto, accusa e difesa si basavano in gran parte su fatti non dimostrabili, appare poco probabile che l’episodio possa chiarire definitivamente la questione e, soprattutto, non aiuta affatto a comprendere se tutto o una parte del famoso tesoro fosse implicato nella vicenda. D’altro canto, trattandosi di una somma molto facilmente di una certa consistenza, non si deve nemmeno escludere che il re di Francia fosse riuscito effettivamente a incamerare denaro e oggetti preziosi della collezione.
A sentire le ragioni dell’accusa, incarnate nelle parole del portavoce regio Guglielmo di Plaisians, Filippo il Bello si sarebbe preso l’onere di salvaguardare la fede minacciata dalle pratiche eretiche dei Cavalieri. Quanti credettero effettivamente a una tale affermazione? Sicuramente non lo fece Cristiano Spinola, come emerge dagli studi di Heinrich Finke e di Giovanna Petti Balbi. Il genovese agiva da informatore per conto di Giacomo II di Aragona e sosteneva che Filippo il Bello avesse uno spiccato interesse a impossessarsi della liquidità dell’Ordine.
Un altro aspetto degno di nota, invece, è più legato a calcoli politici: i Templari godevano del privilegio papale e il periodo storico in oggetto vide un inasprimento dei rapporti tra la monarchia francese e l’istituzione romana. Obiettivo dichiarato per Filippo il Bello era da tempo fondere l’Ordine dei Templari con quello degli Ospitalieri per crearne uno unico, guidato da uno dei suoi figli. Guardando agli scritti di Raimondo Lullo, traspare il cavalleresco desiderio di sostenere un unico re cristiano che, come un eroe della fede, prendesse sulle proprie spalle l’intero progetto di una crociata che risolvesse finalmente il problema dello scontro con i musulmani. Si tenga in considerazione poi, che Lullo visse a stretto contatto con la corte francese, esaltando la figura di re Filippo, nominandolo «Campione della Chiesa», e che sostenne la colpevolezza dei Templari, oltre ad aver da tempo sostenuto l’idea della fusione dei due Ordini.
Se si guarda all’origine del processo, la prima accusa mossa contro l’Ordine fu portata avanti da un copriore templare del sud della Francia, un certo Esquin de Floyran, il quale si sarebbe rivolto prima al re di Aragona, senza ottenere alcunché, dunque al re di Francia. Non si conosce il contenuto esatto delle contestazioni, a cui avrebbero poi partecipato altri due confratelli, tuttavia secondo la corona francese sarebbe stati mandati alcuni agenti sotto copertura per indagare nell’Ordine, i quali avrebbero confermato il quadro accusatorio. Il papa sarebbe stato informato, ma non avrebbe preso alcuna iniziativa, al contrario di quanto fece Filippo il Bello. Emissari regali si preoccuparono di registrare altre confessioni, tra cui quella del Gran Maestro dell’Ordine.
Sebbene Clemente V inizialmente fosse dubbioso, nel maggio del 1308 si riunì a Poitiers con l’entourage regale e poté confrontarsi direttamente con le confessioni di numerosi confratelli, tra i quali si trovavano alti gradi e il Gran Maestro stesso. Discusse poi col re, ma si trattò di un breve dialogo e sembrerebbe più plausibile che a esercitare pressioni su di lui affinché considerasse perseguibili le accuse di eresia siano stati i funzionari regi, i quali con abile macchinazione lo convinsero a ritenere che in caso di mancato appoggio, la gravità degli eventi che si prospettavano gli si sarebbe ritorta contro. La paura di essere considerato colluso con un sistema eretico, che a sua volta avrebbe potuto sovvertire il destino spirituale dell’Europa cristiana, lo indusse a non opporre resistenza. Le indagini proseguirono, anche per mano dei vescovi, e si evidenziarono ben 127 tipologie di accuse. Fu concesso ai funzionari regi di assistere agli interrogatori: persino due ministri poterono interferire nello svolgimento, il già citato Guglielmo di Plaisians e Guglielmo di Nogaret. Quest’ultimo presenziò alle deposizioni del Gran Maestro Giacomo di Molay, il quale si difese dichiarando l’ortodossia dell’Ordine per quanto riguarda la celebrazione della liturgia e l’elargizione delle elemosine, ma evitò di controbattere quelle accuse di eresia che in precedenza aveva confessato. Il Nogaret intervenne affermando, con spudorata falsità, che i Templari avrebbero tributato onori a Saladino e che costui avrebbe dichiarato che essi erano stati sconfitti a causa della vergognosa propensione a cedere al vizio della sodomia nonché al tradire la propria fede.
Una strenua difesa fu tentata nel 1310, quando alcuni esponenti dell’Ordine, tra cui un diplomatico che aveva svolto il ruolo di rappresentante legale presso la corte papale, ottennero di potersi riunire con cinquecento confratelli a Parigi, ma un Concilio ecclesiastico provinciale presieduto dall’arcivescovo di Sens, peraltro fratello di un ministro francese, anticipò i tempi ed emise la condanna per alcuni imputati. Essi erano considerati recidivi, caratteristica fatale nell’ottica del processo: per essere reputati tali bastava aver ritrattato confessioni in precedenza strappate con metodi non certo dialettici. Il 12 maggio 1310 cinquantaquattro imputati furono arsi vivi, lasciati a se stessi anche da quei difensori che avevano tentato di fare qualcosa: questi ultimi furono fatti arrestare dagli emissari regali e se ne persero le tracce.
La maggior parte dei confratelli fu in qualche modo liberata una volta sottoscritta la confessione: obiettivo della corona era d’altronde lo scioglimento dell’Ordine, non tanto la soppressione dei suoi appartenenti. Ecco che alcuni addirittura poterono entrare in altri Ordini, riprendendo con una certa dignità a svolgere l’esistenza a cui si erano votati da tempo. Nel 1314 furono processati il Gran Maestro, l’Ispettore, il Precettore di Normandia e quello di Aquitania, i quattro principali protagonisti a livello gerarchico, e il Consiglio ecclesiastico li condannò al carcere a vita. Tuttavia, durante la proclamazione della sentenza, il Gran Maestro e il Precettore di Normandia si opposero, dichiarando la propria innocenza, disconoscendo le precedenti ammissioni di colpevolezza e difendendo l’onore e la purezza dell’Ordine stesso. A quel punto, il Consiglio ecclesiastico decise di affidarli alle istituzioni regie. Filippo il Bello colse la palla al balzo e, con un gesto di dubbia liceità, li mandò al rogo su un isolotto della Senna.
Il sipario con cui si chiuse la vicenda restò serrato a lungo, d’altronde il secolo XIV vide una serie di eventi clamorosi e, per certi versi, di maggiore portata, come la peste o la lunga guerra tra Inglesi e Francesi terminata nei primi decenni del secolo seguente. Nell’immediato ci furono voci discordi con l’operato degli inquirenti, tra le quali si segnala Dante che nel XX canto del Purgatorio si scagliò contro la bramosia di ricchezze di Filippo il Bello, facendo parlare Ugo Capeto, il primo esponente della dinastia regale dei Capetingi, da cui discendeva il sovrano trecentesco. Proprio alla sottrazione delle ricchezze templari il Sommo collegò l’avidità del suo contemporaneo, definendolo «il nuovo Pilato». Emblematiche le parole «Veggio il novo Pilato sì crudele, che ciò nol sazia, ma sanza decreto portar nel Tempio le cupide vele». Nella Nuova Cronica del 1348, lo storico Giovanni Villani è concorde con l’Alighieri e individua nell’avidità del sovrano francese il motivo per cui l’Ordine ha subito la soppressione. Inoltre, ritiene pretestuose le accuse e fuori giurisdizione la mossa del sovrano di arrestare i cavalieri il 13 ottobre 1307, quando effettivamente non era stato emesso alcun decreto papale, invece necessario.
Si dovette attendere il XVI secolo perché il caso venisse risollevato, quando Enrico Cornelio Agrippa scrisse il De Occulta Philosophia, opera del 1510 dapprima circolata manoscritta, poi pubblicata nel 1531. L’intento dell’autore era distinguere tra le diverse pratiche magiche, riconoscendone un filone nobile, degno di attenzione perché non finalizzato ad usi sconvenienti o scorretti. Nell’individuare esempi di maghi ciarlatani o che si appoggiano a riti pericolosi di magia nera, il grande intellettuale tedesco affermava: «É ben noto come certe empie e disgustose pratiche permettano di attirare i demoni maligni, secondo le arti che Psello attribuisce ai maghi gnostici, i quali solevano espletare abominevoli e immondi rituali non dissimili da quelli precedentemente usati nel culto di Priapo e nell'adorazione dell'idolo chiamato Panor, al quale gli adepti usavano sacrificare con le parti intime messe a nudo. Né tali pratiche dovevano essere molto diverse dalla detestabile eresia dei Templari, se ciò che leggiamo è verità e non fantasia». I rituali citati da Psello sono da ricondurre alle sette degli Euchiti, accusati di abbandonarsi a orge e a culti demoniaci, e dei Bogomili, protagonisti di (presunte) dicerie sul proprio conto estremamente gravi: avrebbero inscenato orge in cui uccidevano bruciandoli vivi i bambini nati dalle stesse, quindi si sarebbero nutriti delle loro ceneri usate come farina per produrre il pane.
Un’accusa del genere proveniva dalla lettura durante gli anni del soggiorno a Parigi dell’opera Grandes Chroniques de France, un vero e proprio house organ ante litteram della monarchia francese scritto a più riprese a partire dal XIII secolo, in cui erano riportati avvenimenti legati al regno. Nel De Vanitate, tuttavia, traspare la posizione del grande umanista tedesco e le accuse citate ai danni dell’Ordine con quel contorno offuscato del De Occulta Philosophia che potrebbero essere colte come credute dall’autore, sono fugate del tutto: «Chi non sa che i Templari, un ordine nobilissimo e potentissimo, furono distrutti e sterminati non perché fossero colpevoli dei crimini loro attribuiti, ma perché le loro immense ricchezze facevano gola a Filippo il Bello? I giudici inventarono accuse mostruose solo per dare una parvenza di diritto a una rapina a mano armata».
Il Rinascimento vide altri intellettuali interessarsi della questione Templari, come Jean Bodin, il quale pur disprezzando Agrippa, considerato da lui uno stregone, era pur sempre favorevole alla magia usata per scopi nobili. Si ricorda, infatti, la sua opera De la démonomanie des sorciers, in cui sostiene la reale pericolosità delle streghe, contro le quali afferma si debba coalizzare la parte onesta della società. Anch’egli prese le difese dell’Ordine, affermando come le accuse di Filippo il Bello fossero false e pretestuose. Molto interessante è il fatto che Bodin per primo ebbe l’idea di scrivere un’opera, Les Six livres de la République, al cui interno era trattata, tra argomenti politici, la questione dell’oppressione delle minoranze da parte di certi poteri. Come gli gnostici, gli ebrei o i primi cristiani, anche i Templari nella sua analisi subirono un’infamia infondata e profondamente ingiusta.
Nell’Inghilterra post-Restaurazione, Elias Ashmole sostiene nella sua Institutions, Laws and Ceremonies of the most noble Order of the Garter del 1672 che gli appartenenti all’Ordine avrebbero pagato la propria fedeltà alla causa papale; l’ipotesi è sospetta di echi protestanti, tuttavia, va notato come Ashmole consideri i Templari nobili cavalieri che si erano spesi per la difesa del Santo Sepolcro, la cui colpa per gli avversari sarebbe stata di aver accumulato notevoli ricchezze. L’intellettuale inglese è un personaggio di notevole spessore, con interessi nel campo dell’esoterismo, dalla chimica e dell’alchimia, appassionato collezionista, con connessioni con la Massoneria del suo Tempo. Come insegna Frances Yates, fu uno dei primi associati alla loggia massonica di Warrington, nel 1646, e gli interessi esoterici di cui si faceva portatore testimoniano un substrato culturale all’interno della Massoneria seicentesca notevole, ben diverso dall’idea che si trattasse di gruppi di semplici muratori o artigiani. Echi rosacrociani, inoltre, si manifestano in una continuità culturale che inizia nel primo Seicento col medico Robert Fludd.
Nel XVIII secolo la Massoneria si diffuse con una certa capillarità, soprattutto nella fascia medioborghese, e con essa giocò un ruolo di spicco il simbolismo di tipo cavalleresco; come spesso accade nella Storia, ci fu chi ne approfittò per inventare di sana pianta strani legami con un passato non solo lontano nel tempo, ma soprattutto nella verità. Lo scozzese Ramsay pretese di trovare origini crociate nella storia della Massoneria, affermando che gli adepti di quei secoli gloriosi erano portatori dell’antico sapere che si rifaceva a conoscenze bibliche, egizie e pagane. Nella sua proposta, in cui va detto non si fanno cenni diretti ai Templari, sarebbero esistite logge crociate, fondate da re e principi che non sarebbero sopravvissute sino ai suoi giorni, tranne quelle scozzese e inglese.
In area tedesca nacque un movimento, il Neotemplarismo, che si proponeva di unire ideali massonici e conservatori, ispirati alla divisione in classe e alla società del Basso Medioevo. Recuperando le idee di Gioachino da Fiore legate alle ere della storia, modificandole nella numerazione, fu proposto che con l’esecuzione del Gran Maestro Giacomo di Molay si fosse conclusa la quinta e sarebbe iniziata la sesta. I Templari sarebbero stati custodi spirituali di verità provenienti dalla setta degli Esseni e lo stesso Gran Maestro avrebbe ricevuto il nome di Hiram, il medesimo del costruttore del Tempio di Salomone. Non poteva mancare nella creazione del mito un tesoro nascosto: uno scrigno d’argento al cui interno erano i segreti dell’Ordine, la corona del Regno di Gerusalemme, il candelabro a sette bracci del Tempio e i quattro evangelisti aurei della Chiesa del Santo Sepolcro di Gerusalemme. Ovviamente, il tutto sarebbe stato nascosto nella cripta parigina ove venivano seppelliti i Gran Maestri dell’Ordine. Due colonne della cripta avrebbero inoltre contenuto al proprio interno immense ricchezze. Il mito introdusse anche l’idea della vendetta, servendosi della leggenda dell’assassinio del costruttore del Tempio per il quale Salomone avrebbe mandato alcuni suoi uomini a rendergli giustizia: Giacomo di Molay avrebbe dovuto essere dunque vendicato perché vittima della tirannia di Filippo il Bello. Quest’ultimo, Clemente V e Noffo Dei, personaggio probabilmente fittizio che incarnava il Templare traditore che avrebbe rinnegato l’Ordine, furono inquadrati come i «tre abominevoli» e si fece forza l’idea che giusto una moderna società segreta avrebbe potuto riparare a un’ingiustizia di tale portata. I gradi massonici furono perciò associati all’idea della vendetta: ogni crescita intellettuale significava salire di un grado e il trentesimo, quello di Cavaliere Kadosh, rappresentava il Giudice Supremo medievale. Simboleggiato da un’aquila bicefala, che volge lo sguardo a Occidente e a Oriente, in esso l’adepto compie una vendetta spirituale e politica, simboleggiata da una scala simbolica con i due montanti Oheb Eloah (Amore di Dio) e Oheb Kerobo (Amore del Prossimo), in cui viene espresso il disprezzo per la corona e per la tiara e si compie un atto di liberazione contro la tirannia e il fanatismo.
Il Neotemplarismo fu caratterizzato dal desiderio di recuperare ideali cavallereschi per orientare gruppi di adepti in una società profondamente cambiata e ancora in cambiamento: personaggi come il barone von Hund o come Bernard-Raymond Fabré-Palaprat non si fecero scrupolo di raccontare fandonie e lo fecero anche bene. Il primo affermò di essere a conoscenza dei segreti dei Templari grazie a una trasmissione che risaliva ai Cavalieri sopravvissuti al processo e fondò nel 1751 il rito della Stretta Osservanza; il secondo sosteneva di essere legittimo successore dei Gran Maestri medievali basandosi su un documento palesemente falso, la Charta di Larménius, e fondò nel 1804 il movimento dell’Ordine del Tempio, presentandolo in realtà come già esistente, legato senza soluzione di continuità al Medioevo e da lui restaurato.
Secondo una leggenda riportata da Augustin Barruel nel suo Memorie per servire alla storia del giacobinismo (1797), appena la ghigliottina ebbe tranciato il capo di Luigi XVI un uomo sarebbe salito sul patibolo e, con le mani lorde del sangue del re, avrebbe urlato «Giacomo de Molay sei vendicato!». Solo una leggenda, comunque.


Nell'immagine, un cavaliere templare nella tenuta militare dell'ordine.


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Documento inserito il: 27/03/2026
  • TAG: Templari, Filippo il Bello, Clemente V, eresie, neo-templarismo, Jacques de Molay, Massoneria moderna, tortura, Europa medievale e moderna, storia dell'esoterismo, Illuminismo.

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