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I Greci [ di Amadori Lorenzo ]

periodizzazione e introduzione
Notizie di immigrazioni di popolazioni di lingua greca si hanno già a partire dal 2000 a.c. ma probabilmente l’uomo ci arrivò col Paleolitico (40.000 a.c.) soprattutto nelle zone settentrionali.
Le prime due grandi civiltà della Grecia furono la minoica (3000-1550?) e la micenea (2000-1200), collocabili nell’età del bronzo.
A partire dal 1200, con l’invasione dorica, il “medioevo ellenico” e l’alto arcaismo si gettano le basi della cultura greca classica e ellenistica, cioè i periodi d’oro della Grecia (parallelamente al più conosciuto medioevo europeo che, analogamente, ha gettato le basi per la nostra attuale civiltà).
Proprio in questo “piccolo medioevo” si hanno mutamenti in peggio (scomparsa della scrittura, le città erano in decadenza, ci furono migrazioni e spostamenti verso l’entroterra) e in meglio (l’avvento del ferro e nascita della società greca).
Lentamente si esce da quest’era per avviarsi sempre più alla formazione del mondo greco come meglio lo conosciamo (tardo-arcaismo, 4° e 5° secolo) per poi arrivare a Alessandro Magno e i regni ellenistici, molti dei quali finiranno per mano di Roma (ultimo fu proprio quello dei Tolomei d’Egitto, famosi perché vi faceva parte Cleopatra, ma allora gli sarà rimasta ben poca “grecità”).
Fatta questa breve periodizzazione bisogna parlare delle caratteristiche di questo mondo.
I Greci non chiamarono se stessi in questo modo (termine dato dai Romani).
Essi preferivano il termine Achei (soprattutto per età micenea) o Elleni (dall’ età oscura) e l’Ellade fu il nome collettivo di tutti i greci anche se non significava affatto un unità politica.
Altra peculiarità fu che, generalmente, tale civiltà difficilmente penetrava nell’entroterra di un territorio.
Tutti i grandi centri non si allontanavano più di 25 miglia dalla costa, oltre era terra di sfruttamento e per il mercato dei manufatti greci.
Avevano una unità culturale molto forte, a volte mitizzata e strumentalizzata (in alcuni casi), ed era diverso il loro rapporto con gli indigeni.
Si passa dalla completa sottomissione (per popolazioni più arretrate come in Sicilia o in Tracia), alla accettazione della sovranità di quei popoli progrediti e ben organizzati (come i Persiani o gli Egiziani) ove i greci mantennero una loro autonomia ellenica.
Ovvio che c’erano differenze: di dialetto (ma un greco di qualunque luogo si faceva capire meglio di un napoletano che si trovi a Venezia), politiche, nelle pratiche religiose e persino nelle idee e nella morale.
Ma tali differenze erano di poco peso se paragonate agli elementi comuni e di questo, i greci, erano ben coscienti.
Per loro “barbaro” era colui che non parlasse il greco come lingua materna.
Ma non erano solo incomprensibili ai loro occhi: per alcuni greci erano anche inferiori per natura, anche i Persiani e gli Egiziani.
Piccola premessa necessaria: l’anno attico dura dodici mesi come il nostro attuale ma con la differenza che inizia in luglio e quindi ogni anno arcontale copre il secondo semestre del nostro calendario e i primi sei di quello successivo.

Polis
Ciò che caratterizzava maggiormente la Grecia d’allora era la polis: questo fenomeno inizia la sua formazione già nell’alto arcaismo e si estende per un lungo arco cronologico.
Volendola definire, possiamo dire che era una società statale fondata sul concetto di cittadinanza: tanti piccoli staterelli indipendenti politicamente (più di mille) e uniti culturalmente.
Tanti quanto diversi per grandezza, per istituzioni governative, per natura del territorio…
Seppur con le dovute differenze possiamo paragonarle ai nostri comuni e con i relativi campanilismi tra di essi.
La formazione delle polis fa capire che in quegli anni si stavano superando le difficoltà dell’ età oscura: maggior stabilità e sicurezza delle comunità, sviluppo agricoltura, crescita della popolazione e dei livelli di vita.
In più posso aggiungere che gli stessi greci preferivano comunità piccole, perché meglio governabili dalla popolazione appartenente alla polis che, riunendosi in assemblea, votava e prendeva decisioni nell’interesse comune, non di questo re o faraone.
Ma proprio questo forte frazionamento politico sarà la causa del loro declino.
Contrariamente a questo i greci però sapevano bene che comunità piccole non erano in grado di provvedere ai bisogni della comunità.
La polis non doveva quindi essere eccessivamente piccola, sia per risorse naturali che per numero di uomini e donne che l’abitavano.
Se le condizioni lo permettevano, i problemi riguardavano le regole di convivenza e l’organizzazione della società: in questo sta l’enorme differenza tra le polis greche, basti pensare alla democratica Atene o all’oligarchica Sparta.
Prendiamo proprio Atene: se la polis era la cittadinanza, come veniva regolata e controllata quest’ultima? Come si faceva a dire che quest’uomo o questa donna era della cittadinanza ateniese?
Per rispondere basti pensare che Atene, nei momenti di crisi estendeva di molto la cittadinanza, persino agli schiavi (durante la guerra del Peloponneso), e, contrariamente, la limitava nei periodi di maggior fortuna, ovvero era ateniese solo chi era figlio di madre e padre ateniese (misura estrema ma necessaria anche se probabilmente non applicata tassativamente).
Da questo possiamo dedurre che, generalmente, la cittadinanza di una polis era in minoranza; la maggioranza era costituita da non-cittadini residenti stabili (meteci), gli schiavi e le donne.

Riforma oplitica
La polis è strettamente legata alla riforma oplitica.
Si trattò di un processo di lunga durata che trasformò il modo di combattere dell’epoca: dal predominio dei cavalieri si passò a quello dei fanti pesanti (opliti).
Questo servizio cittadino era svolto dalla classe media, cioè i contadini liberi: combattendo assieme essi rafforzarono i vincoli di reciprocità (la falange si basava sul presupposto che uno scudo proteggeva per metà il soldato che lo portava e per l’altra metà il compagno accanto) e l’integrazione della comunità.
Di conseguenza richiesero un trattamento paritario e una maggior partecipazione politica.
Con l’aristocrazia in crisi, causata principalmente dalla diminuzione della produzione agricola, avviene tale riforma.
L’armamento dell’ oplita (elmo, corazza, gambali, scudo o oplos e la lancia o la spada) era accessibile dai membri della classe media (il servizio militare era si un dovere ma si doveva provvedere da soli all’equipaggiamento), in cambio, come già detto, di una partecipazione politica.
Il modo di combattere dell’oplita stimola l’integrazione del singolo nel gruppo (ovvero il gioco di squadra) superando l’individualità e l’eroismo del singolo.
Il cittadino-oplita classico era un contadino quasi autarchico e non ha bisogno di svolgere attività di commercio e di artigianato.
Proprio per questo, queste due ultime attività, vennero sentite come inferiori, perché svolte sulla domanda, e quindi dipendenza, altrui, come una specie di schiavitù dell’ artigiano nei confronti del cliente.
Non a caso, questi lavori erano dati agli schiavi, mentre il residente-metecio dirigeva l’attività.

Stato federale
Non va associata però l’idea di democrazia con la polis, anche se è vero che essa è la miglior tendenza di uguaglianza dei diritti.
Erano polis anche città oligarchiche e persino città comandate da un re o un tiranno.
Ma in Grecia non c’era solo la polis: esisteva anche lo stato federale, presente anch’esso sin dall’alto arcaismo.
In questo tipo di stato, esisteva una coesistenza di cittadinanza federale e una locale; era tipico della Grecia periferica e settentrionale, caratterizzata da un territorio montuoso e da un economia pastorale e di razzia, da uno scarso sviluppo urbano.
Questo tipo di stato prevarrà sulla polis per una serie di ragioni: forte coesione interna e assenza di spinte autonomistiche, maggiore apertura di integrazione e assimilazione rispetto alla polis.
Inoltre c’è da dire che, durante il periodo delle guerre persiane, si affermarono valori come l’autonomia e la libertà e il rifiuto di farsi condizionare dai poteri più forti: questo farà si che il greco della polis veda altre forme di governo come inferiori e periferiche e si chiuda sempre più verso i barbari e verso gli altri greci.
Proprio il declino delle polis determinerà l’apertura del mondo greco con altre realtà; non a caso il periodo ellenistico sarà incentrato maggiormente sull’integrazione e sul superamento di discriminazioni e pregiudizi culturali.
Colonizzazione
Cosa spinse però i greci a arrivare e colonizzare terre così lontane per l’epoca (come Marsiglia, la Crimea e la Spagna mediterranea)?
Probabilmente questo fenomeno ha inizio già a partire dal 800 a.c. e prosegue fino alla fine dell’ età ellenistica.
Come quasi tutti i movimenti coloniali, esso era generato da condizioni ambientali non molto favorevoli; la Grecia è si terra dove si coltivano viti e olivi ma le pianure sono poche e non sempre fertili.
Inoltre questo movimento si inquadra nella redifinizione dei rapporti sociali, economici e politici come sovrappopolazione, commercio etc…però con l’aggiunta che esso fu una costante del mondo greco, procedendo sulle rotte già battute dai Micenei.
Inizialmente prevalevano le imprese dei singoli; dal 700 a.c. si inizia a vedere con maggiore costanza, un intervento statale, soprattutto di quelle città più vocate al mare come Atene o Corinto.
Le destinazioni erano molteplici: la Sicilia e l’Italia meridionale, l’Africa del nord, la Gallia, la Spagna, la Macedonia, la Tracia, le coste del mar Nero e del mar di Marmara, la Turchia.
Ovviamente c’era colonia e colonia: c’erano colonie di popolamento, militari (cleruchie), empori commerciali, rincalzi coloniali, per nuovi sbocchi di mercato, per nuove terre da coltivare…tutto dipendeva dal fine che la colonia aveva.
La colonizzazione incominciava con una spedizione che era guidata da un fondatore, l’ecista, di cui si ricordava il nome nelle generazioni successive ed era oggetto di culto eroico; i coloni erano generalmente maschi e pochi, questo poteva rendere necessario un rincalzo successivo.
Questo fenomeno ebbe molte conseguenze per la Grecia, vicine e lontane: si ebbe uno sviluppo dei commerci e dell’artigianato, della tecnologia navale con l’invenzioni delle trireme, che, secondo Tucidide, nacquero proprio a Corinto. Inoltre, come vedremo, senza questo fenomeno lo scatenarsi delle guerre persiane sarebbe stato impossibile.
Non mancarono effetti culturali come una maggior conoscenza geografica, il contatto con popoli diversi e l’estensione del modello di vita greco a tutto il Mediterraneo.
Fu inoltre una valvola di sicurezza per la madrepatria, visto che trasferì in nuove regioni, gli scontenti e i malviventi: Sparta, per esempio, fondo solamente Taranto, inviandovi i figli delle unioni extramatrimoniali tra donne libere spartane e schiavi.
Le colonie però erano del tutto indipendenti dalla città d’origine, anzi, non mancarono casi in cui la colonia dichiarasse guerra alla madrepatria.

Leggi e tirannidi
Durante i regimi aristocratici (probabilmente in continuazione dall’era micenea fino alla loro crisi avvenuta durante l’alto arcaismo) la trasmissione delle leggi era esclusivamente orale.
In questo modo, gli aristocratici potevano controllare la giustizia e le leggi in base alla loro prepotenza; la loro crisi mise in moto la necessità di sviluppare la scrittura per procedere alla codificazione delle leggi.
Proprio nelle colonie si hanno questi primi tentativi perché lì si sentiva maggiormente il bisogno di uguaglianza, visto che buona parte della popolazione se n’era andata dalla madrepatria per via del soffocamento di questi bisogni.
La tradizione vuole che la codificazione delle leggi sia frutto dell’iniziativa delle singole persone, per esempio Licurgo a Sparta o Dracone di Atene, ma è più probabile che siano le comunità ad averlo fatto per poi attribuirle a nomi autorevoli e remoti.
Ciò non vuol dire che i singoli non abbiano responsabilità in questo, per esempio, Solone è certamente una persona esistita, così come Zaleuco a Locri o Caronda di Catania, i quali hanno influito pesantemente sui rispettivi codici di leggi.
Prendiamo in esame Licurgo: come già detto non fece lui (semmai sia realmente esistito) le leggi, ma la comunità spartana; inoltre la costituzione di quella città fu il risultato di un lungo processo evolutivo e mai messa per iscritto.
Questo per dire che non c’è, per il mondo greco di allora, una linea comune ma tanti piccoli tasselli che cambiano a seconda del caso in esame.
Altro esempio.
Dracone, ad Atene, codificò leggi particolarmente severe, soprattutto per i casi di omicidio, sottraendo l’eredità aristocratica della vendetta privata, lasciando allo stato il compito di punire il colpevole e distingueva le pene sulla base della volontarietà del delitto.
Fatto rivoluzionario per l’epoca.
Alcuni legislatori si misero alla guida del popolo contro la nobiltà, acquistando una importanza personale (oggi verrebbero chiamati “populisti”).
Altri ancora svolsero un ruolo di mediatori tra le parti, nell’interesse comune, deponendo il potere una volta realizzato l’obbiettivo (Solone); altri, invece lo mantennero: i tiranni.
Già agli inizi, esso assume una connotazione negativa, perché esercitava il potere senza il consenso dei cittadini.
Per Aristotele ci sono tre tipi di tiranni: quello demagogo, che si appoggia al popolo; quello ex-magistrato, che inizia con un ruolo politico legalmente assegnatogli e che poi lo aumenta; quello del tiranno che prende il potere dalla degenerazione di una monarchi o un oligarchia.
Il fenomeno della tirannide aggrega spinte diverse, dagli artigiani, ai contadini, agli opliti, contro obbiettivi comuni: lotta contro la nobiltà, la nascita di nuove realtà economiche e sociali, il riscatto dei ceti più poveri.
Generalmente non modificarono mai la costituzione della città, ma agirono sulla situazione politico-sociale, ridistribuendo la ricchezza, incentivando i commerci e le varie attività cittadine e sviluppando l’apparato militare.
Questo fenomeno, quindi, è da mettere in un contesto in cui la Grecia supera l’isolamento e la debolezza dell’ età oscura facendo crescere la ricchezza, la forza militare, i tributi e sviluppando la marineria.
Analizzando la loro politica religiosa (in Grecia la religione è affare di stato) si può notare che essi valorizzarono i culti panellenici e rurali rispetto a quelli più vicini agli aristocratici.
Le maggiori tirannidi in Grecia, le troviamo nella zona dell’istmo, centro dei traffici marittimi e terrestri e con maggio dinamicità e ricchezza.
Per esempio, a Corinto si ebbe la tirannide dei Cipselidi, a Sicione quella degli Ortagoridi.
Proprio quest’ultima dinasita annovera tra le sue fila l’autore della riforma delle tre tribù: Clistene, che attribuendo nomi di animali a esse (asini, porci e maiali) ne aggiunge una quarta, cioè quella della sua famiglia, i “dominatori del popolo”. Questo populismo, unito a peculiarità aristocratiche (come la partecipazione alle feste panelleniche e instaurando rapporti con le casate straniere) non lo salveranno dalla conquista spartana.
Altri caratteri ebbero le tirannidi dell’Asia minore, che furono sostenute dalla Persia, visto che, seppur impopolari, garantivano il regolare pagamento dei tributi.
Invece quelle occidentali si protrassero anche nell’era classica e, soprattutto in Sicilia, erano legate alla pericolosa vicinanza dei Cartaginesi; pensiamo a Dionisio di Siracusa o a Ippocrate di Gela, che costruirono stati che non avevano quelle peculiarità delle polis: erano autocratici, imperialisti e protesi all’espansione territoriale.
Concludendo, le tirannidi cercarono una risposta ai problemi dell’età oscura, in parte risolti anche dalla colonizzazione di nuove terre, e non è un caso che mentre in Grecia restò un istituzione effimera (ma importante dal punto di vista storico), proprio nelle colonie ebbe più fortuna.
Ma ogni città, ogni area della grecità di allora ebbe storie diverse (Sparta, ad esempio, non ebbe mai una tirannide).

Il panellenismo
L’estrema frammentazione politica rese necessarie forme di cooperazione tra i tanti stati: bisognava superare l’individualismo delle polis.
Una prima risposta fu la creazione delle leghe sacre o anfizionie delle comunità vicine che si riconoscevano in un culto comune; alcune spiccatamente con caratteri etnico-culturale (Delo), altre locale (Calauria).
Ma ci fu una veramente panellenica, l’anfizionia per eccellenza: quella delfico-pilaica, composta da 12 popoli tra cui Sparta e Atene.
Essa si riuniva, due volte l’anno, a Delfi e a Antela (vicino alle Termopili) e ogni popolo era rappresentato da due uomini (ieromnèmoni) e ogni poli da due rappresentati (pilagori).
Proprio questa anfizionia fu in grado far unire in azioni comuni i greci; per esempio, chi violava le norme anfizioniche subiva l’attacco armato di tutti i membri della lega.
L’anfizionia subiva però l’iniziativa delle singole componenti di egemonizzarla e di controllarla a proprio piacimento, per mantenere il controllo del santuario (con le relative ricchezze in esso presenti) e per l’autorità che esso dava a tutta la Grecia.
Un alternativa a queste leghe sacre furono le alleanze militari, prettamente difensive e dove un gruppo di polis riconosceva volontariamente l’egemonia di una più forte che aveva la responsabilità del comando in guerra e di coordinamento dell’alleanza stessa.
Attenzione: egemonia non significa superiorità, difatti la polis-guida doveva amministrare con cura gli interessi dell’alleanza.
Ovviamente c’era alleanza e alleanza; in alcune, i membri, erano perfettamente uguali, altre erano anche offensive e sbilanciate a favore dell’egemone, c’era chi voleva un tributo e chi no.
Ma spesso le alleanze degeneravano in strutture tiranniche.
Né le anfizionie, né le alleanze poterono creare una solida e valida unità panellenica perché avrebbero limitato l’interesse della singola polis.
Nemmeno i vari richiami di diritto internazionale greco, come la “pace comune”, ebbero miglior successo.
In un certo senso anche i giochi Olimpici (iniziati nell’776), Pitici, Istmici e Nemei ebbero un forte carattere panellenico, riunendo i greci in un misto di religiosità e sport ma a questo non corrispose un evoluzione in senso politico.
Proprio per l’incapacità di superare questo limite, le polis entreranno in crisi sempre maggiore che si manifesterà già nella guerra del Peloponneso per poi arrivare al vero declino con l’ascesa della Macedonia, dei diadochi e, infine, di Roma.


Nell'immagine, il Partenone di Atene, uno dei massimi esempi di architettura greca antica.
Documento inserito il: 21/12/2014
  • TAG: antica grecia, i greci, civiltà minoica, civiltà micenea, le polis greche, riforma oplitica, leggi e tirannidi antica grecia, panellenismo

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