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Mitologia celtica ed errori di metodo [ di Kal di Bibrax ]

Un errore di metodo che si incontra spesso nello studio del pantheon celtico è quello che consiste nel continuo tentativo di classificare queste divinità secondo gli archetipi greco-latini.
Il primo a tentare questa classificazione fu lo stesso Cesare, giustificato però dal fatto che scrivendo per un pubblico romano aveva la necessità di far comprendere la posizione e le specificità delle divinità celtiche. Per questo motivo definì le loro principali divinità utilizzando nomi romani in funzione delle caratteristiche comuni, ovvero: Mercurio, Giove, Marte, Apollo e Minerva. Purtroppo non indicò quali divinità celtiche corrispondessero a questi dei romani e da allora lo sforzo degli studiosi di mitologia comparata fu incentrato sulla ricerca di queste corrispondenze, almeno finchè personaggi come George J. Frazier e soprattutto Georges Dumézil non riuscirono a portare una materia come la storia delle religioni, fino a quel momento lacunosa e limitata, al rango di scienza autonoma e completa, dotata di una sua propria metodologia.
Nonostante ciò il concetto secondo cui ad una religione politeistica ordinata ed elegantemente antropomorfa come quella greco-latina corrispondeva un alto livello di civiltà mentre ad una religione apparentemente confusa e lussureggiante come quella celtica corrispondeva una civiltà barbara e primitiva, ha ancora oggi forti sostenitori.
Gli stessi che fanno riferimento a testi perniciosi per questo tipo di studi come il catastrofico Keltische Religion di Jan de Vries nel quale lo studio degli attributi delle divinità celtiche raggiunse i più alti livelli di fraintendimento. È in questo testo, per fare un esempio, che il nome Druido viene associato indissolubilmente al termine quercia, portando come giustificazione una fantomatica radice comune dei due termini, mentre invece il primo deriva da dervo (sapiente) ed il secondo da d(o)-r(o)-wid ovvero druid, che non hanno nulla in comune. Ciò nonostante l’interpretazione del reale significato di questo termine è ancora molto discussa, anche se infine è molto probabile che esso contenga entrambe i significati di Sapiente, dal suffisso wid sul quale sono in accordo tutti gli studiosi, e Quercia dal prefisso dru. Quindi il significato reale sarebbe Conoscitore della Quercia o anche Conoscitore dell’Albero, dove per Albero si può anche intendere l’albero cosmogonico, comune ad altre culture europee.
Si potrebbe continuare con molti altri esempi di questo tipo che hanno dato origine oggi a tutta una serie di teorie ed ipotesi senza alcun fondamento scientifico, ma ci si limiterà solo ad un paio, eclatanti, che più sono utili a rendere evidente l’errore di metodo e la profonda differenza tra la visione della divinità greco-romana e quella celtica.
Nello studio della statuaria celtica è possibile incontrare un numero enorme di raffigurazioni animali, così come nello studio della toponimia dei luoghi e della antroponimia. La conclusione a cui giunsero gli studiosi fu i Celti adoravano le forze primitive, e su questo non v’è dubbio, e quindi che adorassero anche gli animali raffigurati, affermazione che non ha nessuna giustificazione! Gli Dei celti non sono mai stati raffigurati, per quanto l’archeologia e la storia ci permettono di affermare fino ad ora, ne come animali, ne in maniera antropomorfa, ne in maniera simbolica.
Un caso di zoomorfismo presunto lo si incontra con il corvo, che in Irlanda era l’animale legato a Lug ed anche l’animale che appariva, non per caso, negli auspici della fondazione della città di Lione (Lugu-dunum). Questi semplici collegamenti tra il dio e l’animale hanno così portato a definire il corvo come forma arcaica del dio Lug, senza prendere in considerazione elementi importanti come il fatto che il corvo nella mitologia di quei popoli era un messaggero dell’oltretomba mentre Lug è un dio luminoso. In effetti, nulla lascia intendere una interscambiabilità tra il dio Lug e il Corvo.
Ed ancora, sempre sul tema del zoomorfismo, si può ben parlare del caso della dea Epona, adorata dalle popolazioni celtiche della pianura padana, che si è cercato a tutti i costi, seguendo sempre il metodo di classificazione greco-latina, di assimilare alla dea gallese Rhiannon e a quella irlandese Macha. Seguendo superficialmente le indicazioni antroponomiche e iconografiche, Epona divenne così la tarda incarnazione continentale della signora dei cavalli o della signora degli animali ellenica, pur non avendo a questo soggetto che una vaghissima traccia mitologica presso uno pseudo-Plutarco secondo il quale un certo Fulvius Stellus avrebbe sposato una giumenta dalla quale avrebbe avuto una figlia, Epona appunto, che da quel momento regnerà sul terzo celtico degli italiani. Senza mai tener conto dell’importanza iconografica ed epigrafica di questa Dea si è voluto farne una dea-cavallo o giumenta, dalle molteplici caratteristiche: patrona delle stalle, protettrice dei cavalli e degli asini, dea psicopompa, fino quasi a servire da cavalcatura alla Vergine che fuggiva dalle persecuzioni di Erode, secondo l’interpretazione del monaco gallese Girardo di Cambria nel XII sec...
Allo stesso modo, se Epona può veramente essere assimilata a Rhiannon, anche quest’ultima fu definita una dea-cavalla malgrado il suo nome significhi regina o signora e nulla abbia a che fare con gli equini. L’associazione fu fatta prendendo spunto da uno dei libri dei Mabinogion (scritto una buona dozzina di secoli dopo il testo dello pseudo-Plutarco), dove dopo qualche vicissitudine, in cui i cavalli hanno una importanza relativa, è sposata dal principe Pwill. Dovremmo forse elevare al rango di divinità-cavallo tutti coloro che nei miti cavalcano questi animali? Senza considerare il fatto che mitologicamente non risulta che il principe Pwill sia mai stato sposato ad un giumenta, così come non risulta che nessun principe gallese, bretone, irlandese o celtico in generale abbia mai sposato una cavalla...
Infine Macha stessa, eponima della pianura e della capitale dell’Ulster, ha di cavallino solo il fatto di aver corso pur essendo gravida, contro i cavalli del re Conchobar e di aver vinto questa corsa, così come raccontato nel testo La giumenta di Macha. E i figli che mette al mondo al termine di questa corsa non sono certo dei puledri!
Ma il metodo di cui abbiamo parlato ha fatto anche altre celebri vittime, come Cernunnos, dio cervo e Artio, dea-orsa, e la lista sarebbe ancora lunga...
La spiegazione di questa tendenza errata la si trova nella teoria totemista che godeva di grandissimo favore durante la prima metà del XX sec e che fu imprestata dall’etnografia dell’America del nord ed applicata anche alla spiritualità celtica, partendo dalla considerazione errata ed ingiustificata che se i Celti raffiguravano volentieri degli animali era perchè questi stessi erano i mitici totem ancestrali dei loro popoli, così come succedeva tra i nativi americani... Una supposizione che non ha alcun fondamento e che porta lontano dalla realtà spirituale dei nostri antichi progenitori.
Se gli antichi celti amavano circondarsi di immagini di animali adottandone i nomi loro stessi o per luoghi particolari non era perchè essi rappresentavano il loro totem originario, concetto tra l’altro sconosciuto ai popoli indoeuropei, ma perchè certi animali, l’orso, il cinghiale, il cavallo, il toro, il cervo, erano simboli della regalità! E la regalità ha sempre avuto presso questi popoli una valenza doppia: sacrale e guerriera!
E non è difficile dimostrare, come finalmente è avvenuto negli ultimi anni, che la regalità sacrale è l’aspetto dominante in tutte quelle popolazioni di natura, come vengono definiti quei popoli che traggono il loro sostentamento dall’interazione diretta con l’ambiente, nelle quali la guerra è una attività fondamentale per la sopravvivenza di una tribù e nelle quali il re, nonchè comandante dell’esercito, sacerdote e primo guerriero, rappresenta l’esempio da seguire ed imitare.

di Kal di Bibrax
Documento inserito il: 19/12/2014

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