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Le Corporazioni artigiane nel periodo comunale

Nelle città medievali la produzione di manufatti e altre lavorazioni tese alla realizzazione di oggetti di uso comune e prodotti destinati all'esportazione, veniva svolto dagli artigiani. Ognuno di essi era un piccolo imprenditore che realizzava le proprie merci all’interno della sua bottega, utilizzando per la realizzazione delle stesse propri strumenti di produzione; tutto il denaro ricavato dalla vendita di queste merci veniva interamente intascato dal produttore. In questo modo si otteneva l’unione nello stesso individuo del lavoro, della proprietà degli attrezzi utilizzati per la produzione, e dell’appropriazione dei ricavi derivanti dalla vendita dei prodotti venduti. Il titolare della bottega era il maestro; con lui collaboravano un certo numero di aiutanti denominati apprendisti o soci. Per poter avviare un’attività artigianale propria, all’apprendista era necessario un lungo tirocinio presso la bottega di un maestro, al fine di impratichirsi sui segreti dell’arte e per affinare le sue capacità, anche perchè gli strumenti in uso per la produzione, erano ancora imperfetti e piuttosto scarsi di numero; inoltre tutto il lavoro veniva svolto a mano. Solo terminato il periodo di tirocinio, l’apprendista entrava a far parte della categoria dei soci o compagni, vale a dire degli operai finiti, che non disponendo ancora di una propria bottega, rimanevano a lavorare con il maestro fino a quando non fossero riusciti a procurarsi gli attrezzi necessari ad avviare una propria azienda. Generalmente non occorreva molto tempo perchè ciò accadesse; infatti, per avviare una bottega non occorrevano grandi mezzi ed in tal modo nei primi secoli dell’età comunale, il socio poteva presto diventare maestro, ossia proprietario di una bottega. Ciò avveniva solo dopo il superamento di un esame da tenersi presso la corporazione di appartenenza; questa prova consisteva nell’esecuzione di un modello di lavorazione detto capo d’opera o capolavoro, che doveva essere eseguito entro un tempo determinato. L’oggetto da eseguire variava in base al mestiere esercitato e poteva quindi essere a seconda dei casi una scarpa, un coltello, un gioiello o altro ancora. Superato l’esame, egli doveva offrire un banchetto in onore dei maestri dell’arte, pagare una imposta all’erario regio oppure al tesoro comunale ed elargire un’elemosina alla chiesa; solo al termine di tutti questi passaggi veniva proclamato maestro. Quasi tutti gli artigiani residenti in una stessa città erano uniti in corporazioni di arti e mestieri che a seconda delle zone assumevano nomi diversi: in Italia esse venivano chiamate arti, fraglie, paratici o maestranze; all’estero assunsero le denominazioni di mestieri, ghilde e zuenfte. Queste unioni nacquero per scopi economici, religiosi, di mutua assistenza e in seguito, divennero delle vere e proprie unioni politiche e militari. In campo economico, la loro prima preoccupazione era di assicurare il lavoro a tutti i soci, esercitando una politica di controllo sulla concorrenza e sul mercato, e regolando le lavorazioni. Queste attività erano rese necessarie dalla ristrettezza dei mercati locali, che in massima parte erano costituiti da città di piccole dimensioni, poco distanti da altre che proponevano le stesse lavorazioni e con un contado dove i contadini si fabbricavano in proprio gli attrezzi o gli oggetti dei quali abbisognavano. Con queste condizioni, le corporazioni provvedevano innanzitutto a ripartire il lavoro disponibile tra i loro aderenti, seguendo delle regole piuttosto rigide: gli orari di apertura e chiusura erano uguali per tutti; uguali dovevano essere anche gli strumenti utilizzati per lo svolgimento dell’attività produttiva; dovevano impiegare lo stesso numero di soci e di apprendisti, acquistare la stessa quantità di materie prime, produrre la stessa quantità di merci. Queste ultime dovevano essere conformi ai modelli e alle qualità fissate dalla corporazione. Le pene per chi trasgrediva a queste regole, andavano dalle pene pecuniarie, alla chiusura della bottega o all’espulsione dalla corporazione di appartenenza. Tutte queste usanze furono molto utili nei primi secoli, poichè servirono a proteggere le attività artigianali e a garantire la vita e l’attività economica delle botteghe; in seguito però, esse si rivelarono un ostacolo al progresso: infatti si arrivò a proibire l’introduzione di nuovi procedimenti e strumenti di lavoro, per il semplice motivo che essi avrebbero potuto danneggiare chi non ne avesse fatto uso, o non se li fosse potuti permettere. Inoltre, l’ermetica protezione del mercato comunale, con il divieto di introdurvi merci provenienti da città commercialmente concorrenti, ostacolava in modo molto marcato la costituzione di un mercato unico nazionale. La corporazione coinvolgeva i propri aderenti sotto tutti i punti di vista, non solo quelli economici: i membri di ciascuna corporazione abitavano nelle stesse vie, come si può ancora oggi desumere dai nomi di alcune strade presenti nei centri storici dele città italiane: via degli orefici, via dei calderai, via degli spadari e molte altre ancora. Ogni corporazione aveva un santo protettore e disponeva di una propria chiesa, o quantomeno di una cappella, e di una festa annuale dedicata al proprio patrono, nel corso della quale gli affiliati sfilavano con i propri stendardi. In caso di decesso di un confratello che non disponesse di mezzi sufficienti per il funerale, la corporazione se ne assumeva le spese, assistendo inoltre la vedova e i figli, provvedendo in seguito a fornire la dote alle figlie da marito. I confratelli deceduti, venivano sepolti nella chiesa della corporazione e ogni anno veniva celebrata una messa in loro suffragio. In caso di guerra, tutti i confratelli combattevano insieme dispiegando il proprio stendardo e al comando del maestro più rispettato. Esistevano inoltre dei tribunali corporativi che giudicavano su questioni interne alla corporazione. Viene quindi da se che le corporazioni rappresentarono un organo estremamente importante nel contesto di quel complesso organismo rappresentato dal Comune medievale. Nonostante la loro importanza, le corporazioni delle arti e dei mestieri dovettero lottare a lungo contro il patriziato, per poter ottenere una partecipazione al governo cittadino. Da questi scontri ebbe origine la seconda fase della lotta politico-sociale all’interno dei Comuni, condotta dalle corporazioni artigianali contro i patrizi. Nelle città più potenti economicamente, nelle quali i grossi mercanti, gli armatori e i banchieri prevalevano per ricchezza e potenza, la lotta non fu loro favorevole; sconfitte, esse vennero escluse definitivamente dal potere, mentre i patrizi si costituivano in oligarchia chiusa, riprendendo l’esempio dell’antica nobiltà feudale. Esempi di questo sistema di governo si ebbero in Italia a Genova e Venezia, mentre fuori dai confini nazionali, ciò avvenne soprattutto nelle più ricche tra le città tedesche. In tutte quelle città dove invece erano numerose e ben avviate le attività industriali, i patrizi furono invece costretti a scendere a patti; a Firenze, le corporazioni più ricche e con maggior influenza, le cosiddette arti maggiori, ottennero di essere ammesse al governo della città. I maestri di queste corporazioni, uniti ai membri dell’antico patriziato, costituirono una nuova alleanza di governo, escludendo dal potere comunale le corporazioni meno ricche o arti minori. Contro questa nuova e potente alleanza si scatenò la lotta condotta dai membri delle arti minori, che segnò l’inizio della terza fase della lotta comunale.


Nell'immagine, lo stemma dell'Arte dei Tintori

Documento inserito il: 22/12/2014
  • TAG: corporazioni artigiane, periodo comunale, ghilde, arti maggiori, arti minori

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