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La Repubblica di Firenze nel 1300

Nel 1302, dopo l’espulsione dalla città dei Guelfi Bianchi, ci fu a Firenze un breve periodo di dominio dei Guelfi Neri, capeggiati da Corso Donati. Presto anche questa consorteria venne eliminata dalla vita pubblica fiorentina, ed il potere tornò nelle mani delle sette arti maggiori, che costituivano il popolo grasso.Tra i membri di queste corporazioni, si venne successivamente a costituire un’oligarchia composta da una quarantina di famiglie, in massima parte di grandi mercanti-banchieri, che riuscì a mantenere il potere per circa un secolo. Durante quel periodo, non vennero abolite le forme repubblicane, in quanto esse servivano a garantire l’equilibrio tra le famiglie detentrici del potere, evitando che una di esse potesse divenire troppo forte e in tal modo imporsi alle altre. Venne quindi mantenuta la Signoria, costituita dai Priori delle arti e presieduta dal Gonfaloniere di giustizia, anche se i governanti venivano sempre scelti rigorosamente tra i membri delle famiglie che componevano l’oligarchia. In occasione di momenti difficili, il popolo grasso ricorse a magistrature eccezionali, conferendo temporaneamente il potere a qualche importante condottiero di fuori città. Questo avvenne per esempio tra il 1342 ed il 1343, quando per fronteggiare una sollevazione popolare e portare a termine la guerra contro la nemica città di Lucca, venne chiamato a Firenze Gualtiero di Brienne duca di Atene, un avventuriero che poco tempo dopo essersi insediato in città, mostrò la volontà mal celata di costituire a Firenze una Signoria personale e per questo motivo venne cacciato. Il monopolio del potere da parte del popolo grasso non era ben visto dal popolo minuto, composto dagli appartenenti alle 14 arti minori, che raggruppavano i piccoli negozianti e gli artigiani che lavoravano esclusivamernte per il mercato locale. Alla protesta di questa parte di cittadini, si univa quella della plebe, la parte più povera ed anche più numerosa dei fiorentini, composta nella gran parte da operai salariati senza diritti politici, esclusi dalle corporazioni e senza la possibilità di potersi associare tra loro. Queste proibizioni erano dettate dal timore che pervadeva i grossi mercanti ed i maestri, che gli operai, associandosi tra loro potessero successivamente rivendicare migliori condizioni di lavoro e di retribuzione, che all’epoca erano veramente misere. Nonostante queste misure restrittive, nel 1345, gli operai tintori scioperarono e scesero in piazza guidati da un operaio del settore laniero, Ciuto Brandini. Dotato di grande perspicacia e intelligenza egli vedeva la necessità di raggruppare i propri compagni di lavoro in un’arte o in una corporazione, che avrebbe permesso di ottenere, oltre al miglioramento del salario e delle condizioni di lavoro, anche l’accesso alla vita politica cittadina. Il tentativo di Ciuto Brandini, fallì a causa dello scarso sostegno avuto dalle altre classi operaie, consentendo alla Signoria di normalizzare la situazione con la forza. Catturato, egli venne condannato a morte e giustiziato. Ben più grave ed estesa fu la sollevazione dell’estate del 1378: in quell’occasione la plebe, guidata dagli scardassatori di lana, si ribellò occupando la sede della Signoria, ponendo al governo della città Michele di Lando, un operaio laniero. Questa volta gli operai non furono soli, a loro fianco si schierarono infatti gli appartenenti alle arti minori, il popolo minuto. I rivoltosi chiesero che venissero approvate subito alcune riforme nell’ordinamento cittadino: le più importanti richieste riguardavano l’istituzione di nuove arti che comprendessero al loro interno anche gli operai; la partecipazione di tutte le arti al governo della città; una riforma del sistema tributario, che avrebbe dovuto gravare maggiormente sui più ricchi; la proroga della riscossione dei debiti che gli operai avevano contratto con i loro padroni per alimentarsi. L’ultima richiesta riguardava l’esclusione dalla Signoria di alcune delle famiglie oligarchiche particolarmente invise al popolo. In questa difficile situazione, il popolo grasso fu costretto a concedere ai propri antagonisti quanto richiesto: vennero quindi istituite tre nuove arti, due delle quali includevano gli operai tintori e farsettai, mentre la terza comprendeva tutte le altre categorie di operai, conosciuti come ciompi, o arte del popolo di Dio. Fu accetata anche la richiesta riguardante le modifiche della composizione della Signoria, che da quel momento fu composta da otto priori scelti a turno fra i rappresentanti delle arti maggiori e minori. In questo modo, il popolo grasso ottenne il risultato di dividere i propri avversari, poichè le arti minori e gli operai farsettai e tintori, avendo ottenuto i propri scopi, si separarono dagli altri operai. La massa dei ciompi continuò però nella sua protesta, causata dalle proprie difficili condizioni di vita. Per rappresaglia, i grandi mercanti chiusero le proprie botteghe privando gli operai dell’unico mezzo di sussistenza, costituito dal pur magro salario. Dalle campagne, i proprietari terrieri interruppero l’afflusso di generi alimentari, facendo così mancare gli alimenti a quanti non possedevano un podere. Contro questi atti, i ciompi insorsero nuovamente, ma questa volta si trovarono isolati e finirono per essere combattuti dai loro vecchi compagni di lotta, le arti minori, gli operi tintori ed i farsettai. Michele di Lando, probabilmente corrotto, guidò personalmente l’attacco contro i manifestanti. Al termine della lotta fecero seguito numerose condanne a morte e lo scioglimento dell’arte dei ciompi. Pochi anni dopo anche le arti dei farsettai e dei tintori vennero sciolte e le arti minori vennero nuovamente estromesse dal potere. Michele di Lando venne esiliato e le famiglie oligarchiche, con a capo la ricchissima famiglia dei banchieri Albizzi, ripresero il dominio assoluto sulla città. Gli Albizzi erano favorevoli ad una politica di tolleranza zero nei confronti delle rivendicazioni popolari e per questo motivo erano odiati dalla maggior parte della popolazione fiorentina. Ma poichè la loro linea politica corrispondeva agli interessi del popolo grasso, essi videro accrescere notevolmente il loro potere all’interno dell’oligarchia: con gli Albizzi iniziò per Firenze la Signoria di un’unica famiglia, anche se mascherata dalle forme repubblicane. Ma non tutti i magnati fiorentini erano daccordo con questa politica: in particolare la famiglia Medici, ricchi banchieri che grazie ai fruttuosi affari conclusi in Francia ed ai servigi prestati dalla loro banca alla Santa Sede, si accingevano a divenire la famiglia più ricca della città. Fu la rivalità con le famiglie più antiche e potenti di Firenze che spinse i Medici ad opporsi alla pericolosa politica degli Albizzi. Durante il tumulto dei ciompi, Silvestro dè Medici sostenne le rivendicazioni del popolo minuto, mantenendo relazioni amichevoli con esso. Quando la rivolta venne soffocata nel sangue, la famiglia Medici non prese parte alla repressione. Favoriti da questa loro neutralità, essi inviarono propri seguaci a promuovere tra i ciompi un’agitazione a favore della propria famiglia, in modo tale che il nome dei Medici divenne presto molto popolare fra la plebe e le arti minori, popolarità sostenuta anche dalle cospicue elargizioni di beneficenza che la famiglia aveva cura di fare nei momenti nei quali più grave era il disagio popolare. Con il grande favore popolare raggiunto, i Medici si apprestavano alla loro ascesa alla Signoria. Durante tutto il XIV secolo, Firenze fu impegnata in una serie di guerre che avevano lo scopo di espandere il dominio della Repubblica a tutta la Toscana. Tuttavia, la sua ricchezza e la sua potenza, la posero presto in contrasto con le altre città della regione: la conseguenza di ciò fu che, nel corso di un secolo, i risultati raggiunti furono quanto mai modesti. La minaccia di cadere sotto il dominio fiorentino, obbligava le altre città toscane a mettersi nelle mani di capi politici e militari che facevano loro sperare in una possibilità di difesa. Il primo di questi capi fu l’Imperatore Enrico VII di Lussemburgo, che nel 1310 scese in Italia con il proposito di restaurare l’autorità imperiale. In Toscana egli pose l’assedio a Firenze, che infine lo costrinse a desistere senza aver raggiunto alcun risultato utile. Nel 1313, mentre si recava verso il sud della Penisola, l’Imperatore ed il suo seguito furono pressochè sterminati da un’epidemia nei pressi di Buonconvento, nelle vicinanze di Siena. Due anni più tardi, Uguccione della Faggiola, venne insignito del titolo di signore di Lucca e Pisa e alla testa del proprio esercito sbaragliò i fiorentini nei pressi di Montecatini. Ma poco tempo dopo egli morì, lasciando incompiuta l’opera di costituzione di una nuova Signoria. A lui fece seguito Castruccio Castracani degli Antelminelli, che nel 1325 sconfisse le forze fiornetine nella battaglia di Altopascio. Dopo tredici anni di governo, che sembrarono potergli aprire la strada alla signoria dell’intera Toscana, anch’egli venne colto dalla morte. Per tutto il 'Trecento continuarono i tentativi espansionistici di Firenze, ma senza ottenere risultati apprezzabili, poichè verso la fine del XIV secolo, le uniche città sottomesse erano Arezzo, Prato e Pistoia, con i loro territori. Al tempo di Gian Galeazzo Visconti, il signore di Milano, Firenze fu costretta ad adottare una politica difensiva per evitare di essere conquistata dal condottiero milanese, tutto preso dalla sua politica di espansione. Solo alla morte di quest’ultimo, definitivamente fuori pericolo, i fiorentini ripresero la loro secolare lotta contro Pisa, riuscendo finalmente a sottometterla nel 1406, conquistando così l’agognato sbocco al mare, raggiungibile ora per mezzo dell'Arno, all’epoca navigabile. Lo Stato fiorentino era il più piccolo come territorio tra gli Stati italiani di una certa importanza: il suo peso nella politica italiana, era però garantito dalle sue ricchezze, provenienti in massima parte dalle sue fiorenti industrie e dalle sue famosissime case bancarie, fra le più importanti della cristianità.


Nell'immagine, una statua raffigurante Michele di Lando, che capeggiò la rivolta dei ciompi dell'estate del 1378.
Documento inserito il: 22/12/2014
  • TAG: firenze XIV secolo, guelfi bianchi, guelfi neri, corso donati, ciuto brandini, ciompi, albizzi, medici, signorie

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