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Dal Comune consolare alla decadenza comunale

All’inizio del XII secolo, le corporazioni di arti e mestieri, dettero inizio ad una dura lotta che aveva lo scopo di consentire ai loro associati l’accesso al governo cittadino. Nello stesso tempo si moltiplicavano anche gli scontri tra le famiglie più in vista dei vari Comuni per il raggiungimento del potere. Per porre fine a questi scontri venne deciso di istituire una nuova carica istituzionale che avrebbe dovuto sostituire i consoli, non più in grado di controllare adeguatamente la situazione. Questa nuova istituzione prese il nome di podestà, ed era normalmente ricoperta da un nobile con l’istinto del comando e nello stesso tempo abile con le armi e dotato di conoscenze giuridiche. Questa personalità veniva scelta in un altra città, in modo tale che la sua imparzialità non potesse essere messa in discussione, non avendo alcun legame con i potenti del luogo nel quale andava ad esercitare la sua carica. Il podestà era dotato di pieni poteri ed il suo compito principale era quello di impedire gli scontri e assicurare la pace all’interno della città. In caso di scontri violenti, egli aveva il potere di richiamare la milizia comunale, guidarle alle abitazioni dei nobili che avevano dato il via allo scontro, raderle al suolo, e quindi imprigionare i colpevoli, processarli ed eventualmente metterli a morte o bandirli per sempre dal territorio del Comune. Ma anche questa istituzione non bastò a far cessare le lotte intestine, anzi, essendo nobile, il podestà in diverse occasioni parteggiò per i nobili suoi simili andando contro gli interessi del popolo. Per difendersi dalle prepotenze che erano costretti a subire da parte del patriziato, i popolani contrapposero alla figura del podestà, quella del capitano del popolo, che aveva come compito principale quello di organizzare le forze popolari.Vi furono però alcune citt&agrve; nelle quali il popolo non riuscì mai ad intaccare le posizioni di potere dei nobili, e tra queste, due in particolar modo:Genova e Venezia, che erano governate da potentissime oligarchie mercantili. In molte altre città, dove gli artigiani rappresentavano la maggioranza della popolazione, ad esempio Firenze, i nobili dovettero cedere totalmente o in buona parte il potere al popolo, inteso come i membri delle corporazioni, poichè i manovali e gli operai erano di fatto esclusi dalla politica. Infatti, chi riuscì a conquistarsi una fetta di potere, fu quella parte del popolo più ricca e che a Firenze era denominato popolo grasso. Questa fazione era costituita dai grandi mercanti e dai banchieri, che lavoravano principalmente sul mercato internazionale e che grazie al livello raggiunto dal commercio e dall’industria italiana, riuscirono ad accumulare enormi ricchezze. A loro fianco stava emergendo un nuovo ceto, costituito dai maestri di bottega organizzati nelle arti maggiori, come ad esempio l’arte della lana a Firenze. Costoro, sviluppavano il proprio giro d’affari oltre la cerchia ristretta dell’economia corporativa, impiantando grandi laboratori in grado di dare lavoro a decine, ed in alcuni casi anche a centinaia di operai. In particolare essi amavano dare il lavoro all’esterno della città, soprattutto nelle campagne ai contadini, che all’interno delle proprie abitazioni svolgevano le operazioni più semplici della tessitura e della filatura. Così facendo, questi maestri di bottega, riuscivano ad emergere sui loro colleghi associati alla medesima corporazione e soprattutto sugli appartenenti alle altre arti o corporazioni meno ricche. Facevano parte del popolo grasso anche determinate categorie di professionisti raccolte nelle corporazioni dei medici e speziali, degli avvocati, dei giudici e dei notai. Durante il XIII secolo queste erano le categorie che gestivano il potere nei Comuni. Rimaneva escluso dalla gestione del potere il cosiddetto popolo minuto, quello composto dagli addetti alle arti minori, del quale facevano parte bottegai e artigiani che lavoravano solo per il mercato locale e che quindi non avevano la possibilità di accumulare grandi ricchezze. Dietro ad essi vi era la maggior parte della popolazione, la plebe, costituita da uomini che pur conoscendo bene un mestiere ma non avendo una bottega propria per mancanza dei fondi necessari per poterla impiantare, erano esclusi anche dalle corporazioni, e da quella parte della popolazione che svolgeva i lavori più umili per sopravvivere. Tutti questi plebei, vivevano ai limiti della sopravvivenza e in ogni città venivano indicati con i più diversi dispregiativi: a Firenze ciompi, a Milano patari, a Lucca straccioni e via così. Da questi epiteti, è facile capire in quanta considerazione venisse tenuta la parte più povera del popolo dal resto della popolazione. Sia il popolo minuto che la plebe, non accettarono di buon grado la loro subordinazione, ma lottarono duramente per riuscire ad ottenere l’accesso al potere e migliorare quindi la loro condizione di vita. Si giunse quindi alla terza fase delle lotte comunali, che vide il popolo minuto ed i popolani scontrarsi con il popolo grasso. Alle lotte fra le fazioni più potenti e delle casate nobiliari contro la borghesia, si aggiungeva oro lo scontro tra il popolo grasso ed il popolo minuto; ai tumulti provocati dalla plebe si aggiunsero gli scontri tra i diversi Comuni per la supremazia e l’allargamento del territorio, per sottomettere i Comuni concorrenti nel commercio e nella produzione. Tutte queste lotte, finirono per sfiancare i Comuni e spingendoli uno dopo l’altro, alla decadenza e alla rovina.


Nell'immagine, Palazzo Vecchio, sede dagli inizi del XIV secolo del governo cittadino.

Documento inserito il: 22/12/2014
  • TAG: comune consolare, decadenza comunale, capitano popolo, popolo grasso, arti maggiori, popolo minuti, arti minori, plebe

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