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L’impresa eroica: note su Jeanne d’Arc. [ di Gianluca Padovan ]

"... lei voleva andare dal duca di Borgogna per chiedergli di fare la pace; io le dissi che secondo me non avremmo trovato la pace se non sulla punta delle nostre spade"
Jeanne d’Arc


Il Segno.

Nell’anno 1428 una diciassettenne contadina viene fatta accedere alla sala del castello di Chinon, dove risiede il Delfino di Francia, Carlo VII. L’autorizzazione le viene concessa solo dopo avere sostenuto lunghi colloqui con alti prelati e taluni consiglieri reali, nonché a seguito di particolari rivelazioni che, pare, Carlo VII stesso abbia avuto.
Accanto al Delfino vi sono l’arcivescovo di Reims, il signore di Alençon, il signore della TrémoÏlle e numerose altre persone del suo éntourage. Lei è invece accompagnata dall’angelo latore della corona reale, ovvero il «segno» per il futuro Re, numerosi altri angeli, santa Caterina e santa Margherita. L’angelo dice al re di lasciare che la ragazza compia la sua missione e il paese ne avrebbe tratto beneficio.
Stando ai documenti autenticati che si sono conservati, e che Teresa Cremisi ha recentemente tradotto, Jeanne d’Arc così dichiara due anni dopo, il giorno di sabato 10 marzo 1431, rinchiusa nella prigione situata nel castello di Rouen, in uno dei tanti interrogatori subìti:
Giovanna: "Ringraziai Nostro Signore di avermi voluto liberare dalle domande assillanti degli uomini di Chiesa che mi esaminavano e mi prosternai più volte. Fu un angelo, inviato da Dio e da nessun altro, che portò il segno al re. Io ringraziai più e più volte Nostro Signore. E i miei esaminatori smisero di tormentarmi quando videro il segno."
Giudice: "Perché? Anche gli uomini di Chiesa videro il segno?"
Giovanna: "Quando il re e quelli che stavano con lui videro il segno e anche l’angelo che lo portò, chiesi al re se era soddisfatto. Lui disse di si. Allora mi allontanai e andai in una piccola cappella lì vicino e sentii dire che, dopo che me ne ero andata, più di trecento persone avevano potuto vedere il segno. È per amor mio, perché smettessero di interrogarmi, che Iddio volle permettere che quelli del mio partito vedessero il segno."
Giudice: "Il tuo re e tu stessa vi siete inginocchiati davanti all’angelo che portava il segno?"
Giovanna: "Sì, io l’ho fatto. Mi sono inginocchiata e mi sono tolta il cappello". (Cremisi T. -a cura di-, Il processo di condanna di Giovanna d’Arco, SE, Milano 2000, pp. 77-78).


Ben più di un secolo di guerra.

La cosiddetta "Guerra dei Cent’Anni" è conosciuta dai più come il grande scontro avvenuto tra XIV e XV secolo sul suolo dell’attuale Francia. Il motivo generale è dato dagli interessi di conquista da parte inglese del territorio e della corona francesi. In realtà il conflitto si presenta come una serie di guerre, combattute non solamente sul suolo di Francia, a cui partecipano Inglesi, Francesi, Fiamminghi, Olandesi, truppe mercenarie, ecc., e le cui radici affondano nel XIII secolo. Gli interessi sono, da ogni parte, quello di conquistare terre ricche ed ubertose, nuove popolazioni da tassare, porti mediante cui garantirsi traffici commerciali e politici. Nel periodo che fa da scenario al presente articolo, ovvero la prima metà del XV secolo, la situazione che si presenta non è poi troppo complessa e riguarda direttamente la Francia. In Inghilterra la casa regnante passa dai Plantageneti ai Lancaster: Enrico V sbarca in Normandia nel 1415, espugna Harfleur e sconfigge le truppe francesi nella famosa battaglia di Azincourt (25 ottobre 1415).
Intanto i Francesi sono divisi in due fazioni principali: Borgognoni (pro Inghilterra) e Armagnacchi. Di li a pochi anni muoiono il re d’Inghilterra Enrico V, a cui succede il figlio di pochi mesi Enrico VI, e il re di Francia, Carlo VI. Il figlio di quest’ultimo, Carlo VII (1403-1461), è minorenne: «Escluso dalla successione al trono secondo i termini del trattato di Troyes (1420), alla morte del padre fu riconosciuto re dagli Armagnacchi mentre, in forza al medesimo trattato, Enrico VI d’Inghilterra era anche re di Francia dove, oltre alla parte occidentale della Guienna, possedeva quasi tutte le province a nord della Loira. Il paese era in preda all’anarchia: da una parte ribellioni o resistenza passiva nelle regioni occupate dagli Inglesi; dall’altra, insufficienza di Carlo VII, il quale disponeva di un embrione di governo a Bourges (fu detto ironicamente “il re di Bourges”) e di un parlamento a Poitiers e, se faceva leva sul sentimento nazionale, mancava però di energia, di denaro, di un esercito regolare e di solide alleanze, talché le sue truppe conobbero le sconfitte di Cravant (1423), di Verneuil (1424) e della Giornata delle Aringhe (12 febbraio 1429). Perduta oramai la speranza di vincere, meditava di rifugiarsi in Scozia, quando la suocera, Iolanda d’Aragona (Carlo aveva sposato Maria d’Angiò), favorì l’ascesa di Giovanna d’Arco la quale, liberata Orléans (8 maggio 1429), restituì a Carlo la fiducia in sé stesso e alla Francia la fiducia nella dinastia legittimata dopo la consacrazione del sovrano a Reims (17 luglio). Concluso il trattato di Arras (1435), in base al quale il duca di Borgogna Filippo il Buono rompeva l’alleanza con l’Inghilterra, poté procedere alla liberazione del territorio nazionale: nel 1436 con l’ingresso di Richemont a Parigi; nel 1450 con la campagna di Formigny e la riconquista della Normandia; nel 1453 con la vittoria di Castillon e l’occupazione di Bordeaux e della Guienna» (Rizzoli Larousse, Enciclopedia, vol. 4, Milano 2004, pp. 434-435).
Questi sono i fatti, per sommi capi, di quanto ci interessa ora della sanguinosa lotta, la quale terminò, almeno formalmente, solo il 29 agosto 1475 con la firma della «tregua di Picquigny». In realtà la guerra cessò «solo il giorno in cui Giorgio III, all’inizio del XIX sec., abbandonò il titolo di “re di Francia” portato dai suoi predecessori fin dal XIV sec. (pace di Amiens, 1802)» (ibidem, p. 735).


Jeanne d’Arc.

Giovanna d’Arco nasce, con ogni probabilità, il 6 gennaio 1412 a Domrémi, un paesino dei Vosgi, nell’attuale Francia nordorientale. I genitori sono contadini, possiedono terra propria e armenti; ha sicuramente fratelli maschi. All’età di 13 anni, in una giornata d’estate, sente una «Voce», seguita da luce. Negli anni seguenti vi sono anche numerose apparizioni e qualcuna le parla: «mi diceva che io, Giovanna, dovevo partire e andare in Francia. Che mio padre non avrebbe saputo niente della mia partenza. La Voce mi diceva di liberare Orléans assediata. Mi diceva di andare a trovare Robert di Baudricourt a Vaucouleurs – era il capitano della piazza – perché mi desse degli uomini per accompagnarmi» (Cremisi T. op. cit., p. 21). Per sua stessa ammissione non sapeva andare a cavallo né «fare la guerra»; qualcuno sostiene fosse analfabeta, ma era esperta nell’arte del filare e del cucire, come da sua ammissione. Inoltre si occupava delle faccende di casa e non andava a portare al pascolo gli animali. Eppure decide di fare voto di castità e partire in battaglia per liberare Orléans assediata e l’intera Francia dagli Inglesi, rompendo così anche la loro alleanza con i Borgognoni. La sua intenzione è che Carlo VII prenda sicurezza di sé stesso, facendosi incoronare Re di Francia e stornando così i dubbi che sia figlio illegittimo di Carlo VI. Non manca di comunicare per iscritto i propri intenti, nonché la legittimità di Carlo VII al trono di Francia, al re d’Inghilterra e ai suoi luogotenenti.
In qualche modo Jeanne d’Arc raggiunge un proprio zio, Durand detto Laxard, dal quale riesce a farsi accompagnare alla cittadina di Vaucouleurs, presso uno dei sostenitori di Carlo VII: «riconobbi Robert di Baudricourt: e sì che non l’avevo mai visto in vita mia. Era stata la mia Voce a dirmi che era lui. Io gli dissi, dissi a Robert, che dovevo venire in Francia. Per due volte rifiutò e mi mandò via, alla terza mi diede degli uomini. La Voce mi aveva detto che la cosa si sarebbe svolta così» (ibidem, pp. 21-22). Si veste da uomo, si fa tagliare i capelli all’altezza delle orecchie e porta una spada, donatale dal Baudricourt, il quale si accommiata da lei così: «Va’ – era quando lo salutai – va’ e avvenga quello che deve avvenire» (ibidem, p. 22). Nel frattempo incontra anche il Duca di Lorena e lo prega che suo figlio la segua in Francia.
Strada facendo, giunta a Tours o a Chinon, chiede che le venga fatta avere la spada seppellita accanto all’altare della chiesa dedicata a Santa Caterina, a Fierbois, una cittadina che non ha mai visitato in precedenza. Così spiega Jeanne d’Arc: «La spada era sotto terra, tutta arrugginita, e vi erano incise cinque croci. Sono state le mie Voci a dirmi che si trovava lì; io non avevo mai visto l’uomo che andò a disseppellirla. Scrissi ai canonici del luogo che me la lasciassero e loro acconsentirono» (ibidem, pp. 42-43).
La spada non va poi perduta a seguito della sua cattura, in quanto lei la consegna qualche giorno prima, preferendo armarsi con una spada borgognona: «era una buona spada per la guerra e andava benissimo per menare botte e fendenti. Dove ho lasciato l’altra, non riguarda il processo e non vi risponderò. I miei fratelli hanno i miei beni, i miei cavalli, la mia spada, credo» (ibidem, pp. 42-43).
Eppure, per ammissione stessa dell’eroina, non ha mai ucciso alcuno, e in battaglia generalmente porta lo stendardo che la distingue ovunque e che si è fatta fare su apposita indicazione della «Voce» o, meglio, delle «Voci». Poi giunge al castello di Chinon e v’incontra Carlo VII. Siamo nei primi mesi dell’anno 1429.


In battaglia!

Il delfino di Francia stanzia una somma di denaro per le spese da sostenere nel corso della campagna militare per la liberazione della città di Orléans, stretta d’assedio da truppe inglesi già dall’anno precedente, e assegna a Jeanne d’Arc dieci-dodicimila soldati. Così la fanciulla risponde all’assessore Jean Baupère (forse giudice), martedì 27 febbraio 1431, nella sala maggiore del castello di Rouen:
Giovanna: "Grazie alle mie rivelazioni ero sicura di poter fare levare l’assedio da Orléans. L’avevo detto al re prima di andarci."
Baupère: "Quando si trattò di lanciarsi all’assalto, avvisasti la tua gente che sareste stati bersagliati di frecce e dardi e pietre da lancio e palle di cannone?"
Giovanna: "No. Ci furono più di cento feriti. Ma io dissi forte ai miei uomini di non mollare, che ce l’avremmo fatta a levare l’assedio. Il giorno dell’assalto alla bastiglia del Ponte, fui ferita da una freccia o da un altro dardo di balestra. Al collo. Ma ebbi grande conforto da santa Caterina e guarii in quindici giorni: non smisi per questo di andare a cavallo o di darmi da fare."
Baupère: "Non avevi predetto che saresti stata ferita?"
Giovanna: "Si. Lo sapevo con certezza: l’avevo anche detto al re. Ma sapevo anche che non sarebbe stato nulla, che avrei continuato a fare ciò che dovevo. Questo mi era stato rivelato dalle Voci delle due sante, le beate Caterina e Margherita. E, sempre alla bastiglia del Ponte, fui la prima a issare la scala"
(ibidem, pp. 45-46). E precisa di essere stata ferita proprio mentre issava la scala. Questo vuol dire che era effettivamente alla testa dei suoi uomini, di esempio e di sprone. Tra una domanda e l’altra così ricorda: "Prima che levassi l’assedio di Orléans e da allora spesse volte quando si rivolgono a me mi chiamano “Giovanna la Pulzella, figlia di Dio”" (ibidem, p. 82).
La storia ufficiale riporta che nella primavera del 1429 Jeanne d’Arc riesce a fare entrare a Orléans un carico di vettovaglie e poi ad entrarvi lei stessa alla testa dei rinforzi: «accolta da Giovanni, detto “il Bastardo d’Orléans”, futuro conte di Dunois, capo dei difensori. Da questo momento le sorti mutarono: i Francesi ripresero coraggio, si impadronirono una dopo l’altra delle bastite edificate dagli assedianti; l’8 maggio gli Inglesi tolsero l’assedio e Orléans venne liberata. Il fatto parve miracoloso e come tale fu annunciato alle città dalle lettere del re» (Rizzoli Larousse, op. cit., vol. 9, p. 577).
Giovanna dichiara agli inquisitori che pretendono di giudicarla: «Io dicevo agli uomini: “Gettatevi con coraggio in mezzo agli inglesi” e io andavo con loro» (Cremisi T., op. cit., p. 65).
Il giudice, stolidamente, chiede: "Furono gli uomini della tua compagnia ad acchiappare le farfalle con il tuo stendardo davanti a Château-Thyerry?" e Jeanne d’Arc, pronta: "Questo non è mai avvenuto, né i miei lo hanno mai detto. Furono i vostri a inventare queste cose" (ibidem, p. 67).


Il prezzo della missione da compiere.

Le «Voci» avvertono Jeanne d’Arc che non ha molto tempo a sua disposizione, meno di tre anni per ribaltare le avverse sorti di Francia. Dopo ciò, entro sette anni, agli Inglesi sarebbe toccata una dura sconfitta e successivamente avrebbero perduto tutta la Francia subendo perdite considerevoli. Nel 1436 il re, difatti, riconquista Parigi.
Procedendo alla liberazione d’Orléans, quando si trova al cospetto di Giovanni (“il Bastardo d’Orléans”) lo redarguisce senza mezzi termini in quanto mostra troppa prudenza, secondo lei perde tempo prezioso e non esegue i suoi ordini, i quali le provengono dall’Alto: "le disposizioni di Nostro Signore sono più sicure e più sagge delle vostre" e gli ingiunge, ogni volta che può, di dare arditamente battaglia agli invasori, senza lasciare loro tregua. In effetti, Giovanni dovrà poi ammettere, anni dopo, nel corso dell’inchiesta istituita per il processo di riabilitazione di Jeanne d’Arc, che con l’arrivo della ragazza le forze francesi combattevano con coraggio e ovunque tenevano testa agli Inglesi. Inoltre: "il diciassettesimo giorno di maggio, al mattino presto, mentre era incominciato l’assalto contro i nemici nei pressi del bastione del Ponte, Giovanna fu ferita da una freccia che penetrò per mezzo piede nelle carni tra il collo e la scapola. Ciò nonostante ella non smise di combattere e non si fece curare la ferita. L’assalto durò dal mattino fino alle otto di sera, ma, in quel giorno, non s’intravvedeva speranza di vittoria. Il signore che testimonia si tormentava e avrebbe voluto che l’esercito ripiegasse verso la città. Allora la Pulzella venne da lui e gli chiese di aspettare ancora un poco; ella salì poi a cavallo e si ritirò in un vigneto, lontano dal tumulto della battaglia. Rimase in preghiera in questo vigneto per qualche minuto; poi tornò, riprese subito il suo stendardo, si piazzò davanti al fossato e, di colpo, mentre lei stava ferma lì, gli inglesi cominciarono a tremare di paura e gli uomini del re ripresero coraggio: tornarono all’attacco, dando l’assalto al bastione senza incontrare alcuna resistenza. Dopo che il bastione fu preso, gli inglesi che stavano lì si diedero alla fuga, ma morirono tutti. Tra questi, secondo il signore che testimonia, c’erano Classidas e gli altri capitani inglesi della sunnominata battaglia, i quali caddero nel fiume e annegarono. Classidas era quello che più aveva insultato la Pulzella con ingiurie di grande ignominia" (ibidem, p. 188).
La relazione di un anonimo cronista (Diario dell’Assedio di Orléans) così precisa che alle intimazioni di resa fatte scrivere da Jeanne d’Arc agli Inglesi, questi le mandano a dire "che l’avrebbero bruciata e arsa viva e che ella altro non era se non una ribalda e che se ne tornasse a guardare le vacche". Jeanne d’Arc, a questo punto, si reca personalmente al bastione Belle-Croix, sul ponte, per ingiungere la resa: "e di là parlò a Glacidas e agli altri inglesi che stavano alle Tourelles, e disse loro di arrendersi in nome di Dio, che avrebbero salva la vita. Ma Glacidas e quelli della sua parte risposero villanamente ingiuriandola, chiamandola vaccara, come avevano già fatto, e gridando a gran voce che, se avessero potuto prenderla, l’avrebbero arsa viva" (ibidem, pp. 190-191). Il cronista prosegue lodandola per il suo portamento a cavallo "il suo modo di cavalcare era così perfetto da parere quello di un uomo d’arme che avesse praticato la guerra sin dalla gioventù"; per quanto riguarda il ferimento, puntualizza in merito al dardo: "Fra gli altri rimase ferita la Pulzella per un colpo di balestra che la prese fra la spalla e il petto, trapassandola da parte a parte". Conferma poi che ella non si perse d’animo, incitò tutti a proseguire la lotta e poi si ritirò a cavallo, in un luogo appartato, a pregare, ma prima "a un gentiluomo che era lì accanto disse: “Avvertimi quando vedrai il mio stendardo sotto il bastione”. E quello dopo un po’ disse: “Lo stendardo è sotto il bastione”. Allora lei rispose: “È vostro, conquistatelo”. Le quali parole quando furono conosciute suonarono come una profezia"
(ibidem, p. 192). Sia come sia, il bastione fu preso d’assalto e conquistato. Il cronachista conclude, pragmaticamente, ma con una punta d’entusiasmo: "Dei quattro o cinquecento combattenti che erano, tutti furono uccisi o annegarono, eccetto alcuni pochi presi prigionieri, fra i quali, però, non vi erano gran signori. Infatti Glacidas, che era un capitano assai rinomato, il signore di Moulins (Moleyns), il signore di Pommiers, il balivo di Mantes e molti altri cavalieri e signori d’Inghilterra finirono annegati perché, mentre cercavano scampo, il ponte crollò sotto di loro; e fu un grave colpo per le forze degli inglesi e un gran danno per i valorosi francesi che dai riscatti di costoro avrebbero potuto ricavare molto denaro. Ciò nondimeno si rallegrarono e ringraziarono il Signore per quella bella vittoria; e ben dovevano farlo, perché si dice che quello scontro, durato dal mattino all’imbrunire, fu così duramente combattuto dagli uni e dagli altri, da risultare uno dei più bei fatti d’arme accaduti da molto tempo." (ibidem, pp. 192-193). Alla fine le armi francesi prevalgono e il giorno 8 maggio 1429 Orléans è liberata.


L’incoronazione o il coronamento dell’impresa.

La prima parte dell’impresa è riuscita, ora Jeanne d’Arc preme sul Delfino affinché si faccia incoronare re nella cattedrale di Reims. Solo così lui acquisterà piena fiducia in sé stesso e solo a seguito di questo atto solenne i Francesi guarderanno a lui come al vero e unico Re di Francia. Il giorno 17 luglio 1429 l’incoronazione avviene e Jeanne d’Arc, come successivamente riferirà ai suoi carcerieri, gli era accanto e con il proprio stendardo.
Quasi due anni dopo, sabato 17 marzo 1431, nella cella dove è rinchiusa Jeanne d’Arc, nel castello di Rouen, il giudice Cauchon termina il lungo interrogatorio con le seguenti domande:
Giudice: "Quando le tue sante ti apparivano tu le riverivi, inginocchiandoti o inchinandoti?"
Giovanna: "Si. Facevo loro tutte le riverenze che potevo: so bene che sono sante del Paradiso".
Giudice: "Non sai niente di quelli che si accompagnano alle fate?"
Giovanna: "Io non ci sono mai andata e non so nulla. Ho sentito dire che ci si andava il giovedì; ma io non ci credo, credo che si tratti di stregonerie."
Giudice: "Hai mai fatto volteggiare il tuo stendardo intorno alla testa del tuo re?"
Giovanna: "Ma no!"
Giudice: "Per quale ragione, nella cattedrale di Reims, il giorno dell’incoronazione, il tuo stendardo, solo, era davanti a quelli di tutti gli altri capitani?"
Giovanna: "Aveva avuto tante traversie, meritava bene di ricevere onori!"
(ibidem, p. 118).
Giovanna è perfettamente conscia di quanto ha compiuto e dell’onore che le spetta. Per quanto guidata dalle proprie «Voci» ha saputo comportarsi rettamente, coraggiosamente e in modo indomito, conseguendo in maniera assolutamente indiscutibile il risultato. Ha compiuto un’impresa, ha portato a compimento la sua missione.


La missione prosegue.

Jeanne d’Arc, dopo l’incoronazione, continua a combattere, seppure si renda conto, o le «Voci» glielo consiglino, che per lei è meglio deporre le armi e tornare alla propria dimora. Nei pressi delle mura di Parigi viene nuovamente ferita il giorno 8 settembre 1429. Per avere comunque salvato la vita offre delle armi a san Dionigi, come per altro ricorda ai suoi giudici:
Giudice: "Quali armi hai offerto a san Dionigi?"
Giovanna: "Un’armatura completa e una spada che ottenni sotto Parigi.""
Giudice: "A quale scopo?"
Giovanna: "Fu un atto di devozione come usano fare gli uomini d’arme quando rimangono feriti; poiché ero stata ferita sotto Parigi, volli offrire le armi a san Dionigi perché “San Dionigi!” è il grido di guerra di noi francesi."
Giudice: "Volevi che la gente le adorasse?"
Giovanna: "No
(ibidem, pp. 112-113).
In una diversa udienza, ancora a proposito dell’intenzione di liberare Parigi, così le viene chiesto:
Giudice: "Davanti alle mura di Parigi hai forse pronunciato la frase: “Rendete la città, in nome di Gesù”?"
Giovanna: "No. Ho detto: “Rendetela al re di Francia”" (ibidem, p. 91).
Dagli atti processuali emergono anche altri particolari interessanti:
Giudice: "Anche per quello che riguarda i fatti di guerra hai sempre eseguito la volontà delle tue Voci?"
Giovanna. "Ho già risposto abbastanza a questa domanda. Leggete bene nel vostro libro e troverete tutto scritto. È su richiesta dei capitani che abbiamo dato battaglia sotto Parigi ed è su richiesta del re che sono andata davanti alla Charité. Non fu né contro né per un ordine delle mie Voci" (ibidem, p. 105).
Dopo altri combattimenti, davanti alle mura di Melun, le «Voci» dicono a Jeanne d’Arc che sarà presto catturata, ma che dovrà accettare serenamente il fatto. Andata a soccorrere la cittadina di Compiègne, a seguito di un assalto è presa prigioniera: "Avanzai con la mia compagnia contro quelli di monsignore di Lussemburgo; li respinsi per due volte fino al campo dei borgognoni e la terza volta li respinsi fino a metà strada. Fu allora che gli inglesi mi tagliarono la strada per tornare al bastione. I nostri si ritirarono e io, mentre cercavo di ripiegare attraverso i campi, lungo il bastione dalla parte della Piccardia, fui presa. C’è il fiume tra Campiègne e il posto dove mi hanno presa. (ibidem, pp. 74-75).
I Borgognoni la catturano con il suo stendardo ed è il giorno 24 maggio 1430. Subisce un primo serrato interrogatorio. Sei mesi dopo Jeanne d’Arc è venduta agli Inglesi per la somma di 10.000 scudi d’oro e viene portata nella città di Rouen, allora uno dei capisaldi inglesi.


La condanna al rogo.

Dopo quattro mesi di processo è condannata come strega ed eretica, senza che le sia assegnato un difensore, concesso di mandare una missiva al papa di Roma e senza beneficiare dell’eventuale sentenza di un tribunale laico. Il 26 marzo viene letto a Jeanne d’Arc l’atto di accusa composto da settanta articoli, che l’eroina ribatte punto per punto. Seguono altre sedute, dove la ragazza è sempre incatenata, fino alla data del 23 maggio, con la lettura della sentenza definitiva di condanna a morte, in dodici articoli.
Giovedì 24 maggio 1431 Jeanne d’Arc è condotta nel cimitero dell’abbazia di Saint-Ouen a Rouen, al cospetto della catasta di legna su cui sarà giustiziata. Tra le varie personalità vi sono il cardinale d’Inghilterra Henri Beaufort, gli arcivescovi di Norwich, di Noyon e di Thérouanne, nonché Pierre Cauchon ed altri inquisitori della Chiesa. L’eroina diciannovenne ha un cedimento e chiede la ritrattazione: "Accetto tutto quello che i giudici e la Chiesa vorranno dire e sentenziare! Ubbidirò in tutto ai loro ordini e alle loro volontà!" (ibidem, p. 164). Jean Massieu si fa avanti e legge "una breve formula con la quale Giovanna ritratta e ammette di avere gravemente peccato verso Dio e verso la Chiesa. Sul documento Giovanna appone la firma e una croce" (ivi). Ora tocca all’inquisitore Cauchon, il quale legge la sentenza “mitigata” che condannava l’accusata “alla prigione perpetua, al pane del dolore e all’acqua della tristezza, affinché possa piangere i suoi peccati senza più commetterne” (ivi).
Ma lunedì 28 maggio Jeanne d’Arc è ancora vestita con i suoi abiti maschili e fa presente all’inquisitore Cauchon che lui e i suoi non hanno rispettato i patti, nonostante lei abbia ritrattato. Non solo. Ribadisce la propria buona fede e la bontà della propria missione divina:
"Prima di quel giovedì, le Voci mi avevano preannunciato ciò che sarebbe successo. Quando stavo sul patibolo, mi dissero di rispondere con ardimento a quel predicatore. Io, quel predicatore, lo chiamo un predicatore di menzogne; ha detto molte cose che io non ho mai fatto" (ibidem, p. 168). Aggiunge che la sua ritrattazione è stata causata dal fatto che ha avuto paura del fuoco, ma ribadisce con decisione la sua fede e nega recisamente ogni accusa mossale, dichiarando:
"Preferisco fare penitenza in una volta sola e morire che sopportare più a lungo la sofferenza di questa prigione" (ibidem, p. 169).
Mercoledì 30 maggio 1431, nella piazza del mercato vecchio di Rouen, l’inquisitore Cauchon apre bocca e legge la sentenza: "In nomine Domini, amen. Ogni qualvolta l’eresia infetta con il suo veleno un membro della Chiesa, trasformandolo in sodale del demonio, conviene impedire, con ardente zelo, che il pernicioso contagio si diffonda alle altri parti del Corpo Mistico di Cristo. Gli insegnamenti dei Padri della Chiesa prescrivono di separare dal novero dei giusti gli eretici inveterati, affinché la vipera velenosa non si riscaldi nel seno di Nostra Madre Chiesa, con grande pericolo per i fedeli [ecc., ecc. N.d.A.]" (ibidem, p. 171). È così scomunicata, dichiarata eretica e relapsa, ovvero recidiva, ricaduta nell’errore eretico. Jeanne d’Arc è consegnata al boia che la conduce al rogo per essere bruciata viva.
Quasi mezzo millennio più tardi la Chiesa di Roma dichiara Jeanne d’Arc venerabile (1895), beata nel 1908 e santa nonché patrona di Francia nel 1920. Senza scendere a cercare spiegazioni nelle trame di tanti libri, leggiamo utilmente alcune considerazioni sull’enciclopedia: "Giovanna d’Arco rimane un fenomeno unico nella storia, per l’importanza dei risultati raggiunti in paragone con le esigue forze di cui disponeva, e considerando in particolare il suo sesso, la sua giovanissima età e la sua scarsa cultura: per questo ella costituisce tuttora, sotto certi aspetti, un enigma storico, che può spiegarsi soltanto con la sua sorprendente volontà sostenuta da una fede indomabile nella coscienza di dover assolvere una missione soprannaturale" (Rizzoli Larousse, op. cit., vol. 9, p. 578).


Un personaggio ingrato.

Passato alla storia come "Carlo VII il Vittorioso", è così tratteggiato in una enciclopedia: "Nel campo della politica interna, Carlo VII sottomise il clero all’autorità del monarca (Prammatica sanzione di Bourges, 1438), represse la rivolta della Praguerie, riorganizzò le finanze (grazie, soprattutto, a Jacques Coeur) e diede inizio alla formazione di un esercito regolare. L’abilità dei suoi consiglieri gli valse l’appellativo di Bien – Servi" (Rizzoli Larousse, op. cit., vol. 4, p. 434).
Ma quest’uomo è debitore a Jeanne d’Arc di ciò che è diventato e dell’acquisizione del regno di Francia innanzitutto. E, su questo, pare che più o meno molti storici concordino. I giudizi a posteriori possono essere antipatici, ancorché viziati dal tempo trascorso e dalla non obiettività data da quanto a noi è giunto, nonché del fatto che si vorrebbe, se non giudicare, almeno dare un proprio parere, una propria spiegazione dei fatti. Ricorriamo quindi, ancora una volta, ai tratteggi del testo enciclopedico: "Carlo VII, suggestionato da La Trémoille, non aveva tentato nulla per liberare la prigioniera [Jeanne d’Arc. N.d.A.], alla quale era pure debitore della corona. Solo nel 1450, due mesi dopo l’ingresso trionfale in Rouen riconquistata, egli ordinò una inchiesta. In base ai documenti ritrovati a Rouen fu iniziato un processo che si concluse il 7 luglio 1456 con una sentenza di piena riabilitazione per “la Pulzella”" (Rizzoli Larousse, op. cit., vol. 9, pp. 577-578).
Non posso esimermi dal pensare che il Delfino, effettivamente, non avesse la caratura morale e divina per essere Re. Dimostrandosi un invertebrato nel non fare alcunché per salvare colei che lo aveva liberato dalla propria angusta condizione, sia psicologica sia materiale, riesce comunque a rendere stabile e duratura l’impresa di Jeanne d’Arc: sana la frattura interna con i Borgognoni, mantiene il regno e lo consolida cacciandone gli Inglesi. Cos’altro dire? La figura della giovane condottiera non è svilita dalla vecchiaia e dal tempo, non patisce l’oblìo perché ancor giovane è imolata, diviene martire e immortale nel cuore di moltissime persone, le quali ancora oggi la ricordano e non certo in virtù di una santificazione. Jeanne d’Arc diviene ed è tutt’oggi un’eroina e un mito.


Processo.

Vediamo ora altri scorci del processo, sempre attraverso la traduzione dei documenti operata da Teresa Cremisi. Sono utili a capire molte cose. Dopo la cattura Jeanne d’Arc sopporta un primo ciclo d’interrogatori e poi, successivamente, mercoledì 21 febbraio del 1431, nel castello di Rouen è fatta comparire davanti ai giudici per subire un processo di "inquisizione in materia di fede". Si ricorda che la ragazza viene costantemente mantenuta serrata nelle catene, per paura che scappi, come ha già tentato più volte. Il presidente del tribunale è il vescovo di Beauvais, Pierre Couchon, il quale è inoltre consigliere del re d’Inghilterra, membro del Gran Consiglio dell’Università di Parigi (allora al servizio degli Inglesi e dei Borgognoni), nonché dottore in teologia.
Nell’adempimento delle sue funzioni è coadiuvato da Jean d’Estivet canonico di Bayeux e di Beauvais, dal dottore in diritto canonico Jean de la Fontaine e numerosi altri religiosi sia preti sia monaci "quasi tutti dottori e professori di teologia, di diritto canonico e diritto civile. I notai sono Guillaume Colles, detto Boisguillaume, e Guillaume Manchon" (Cremisi T., op. cit., p. 15). E questi che siano tra i nomi da ricordare, in quanto anche loro hanno compiuto il crimine contro Jeanne d’Arc.
Così esordisce Pierre Couchon: "La ragazza che vedete, Giovanna, è stata fatta prigioniera sul territorio della nostra diocesi di Beauvais; è accusata di molti crimini contro l’ortodossia, commessi sia nella nostra diocesi che in molti altri luoghi, e di cui l’intera Cristianità è venuta a conoscenza. Costei è stata a noi consegnata dal Cristianissimo e Amatissimo Signore, il nostro re Enrico, affinché istruissimo un processo in materia di fede. Così l’abbiamo oggi citata a comparire davanti al nostro tribunale. Giovanna, ti invitiamo a giurare sul vangelo che dirai la verità rispondendo alle domande che ti verranno poste" (ivi). Si omette di registrare che l’imputata non beneficia di un difensore. Lei stessa si difenderà e con grande vigore, sostanzialmente dalle accuse di eresia e di stregoneria.
Un particolare su cui gli inquisitori tornano quasi ad ogni udienza sono gli abiti maschili che Jean d’Arc indossa e che non vuole cambiare con abiti femminili. Insistentemente e pedantemente vogliono sapere per quale motivo si ostina a portarli e la blandiscono con false promesse che, se tornerà definitivamente in abiti femminili, le sarà accordato di ascoltare la messa. Mercoledì 23 maggio del 1431, in una sala del castello di Rouen, si legge l’atto di accusa in dodici articoli formulato dalle facoltà di teologia e di diritto canonico dell’Università di Parigi. La conclusione del quinto articolo è quanto meno singolare, almeno agli occhi di noi del XXI secolo: "Quanto a questo articolo, i sunnominati dottori pensano che tu bestemmi Dio e lo oltraggi nei suoi sacramenti; trasgredisci la legge divina, le Sacre Scritture e la norme canoniche; pensi in maniera distorta e pecchi contro la fede; ti rendi colpevole di vano orgoglio; sei sospetta di eresia e ti condanni da sola insistendo a vestirti in tal modo, come i pagani infedeli" (ibidem, p. 155).


"Il segno, Giovanna...".

1431, sabato 24 febbraio, nella prigione del castello di Rouen. Nel corso della terza udienza pubblica del processo, Jeanne d’Arc dichiara: "Credo fermamente, esattamente come professo la fede cattolica e come credo nella redenzione per grazia divina dalle pene dell’inferno, sì, io credo che la Voce mi viene da Dio e per sua volontà" (ibidem, p. 29).
1431, martedì 13 marzo, sempre nella prigione del castello di Rouen, il giudice chiede con insistenza a Giovanna in che cosa consistesse il “segno” da lei portato a Carlo VII. E lei, finalmente, risponde:
Giovanna: "Il segno fu questo: l’angelo annunciò al re, portandogli la corona, che egli avrebbe riconquistato il regno di Francia con l’aiuto di Dio e per mezzo del mio operato. Gli diceva di concedermi la possibilità di compiere la mia missione e cioè di darmi degli uomini d’arme. Perché altrimenti non era tanto vicino il giorno della sua incoronazione!
Giudice: "Hai parlato con santa Caterina ieri o oggi?"
Giovanna: "Sì, l’ho sentita più volte. Mi ha detto ripetutamente di rispondervi con ardimento su tutto quello che riguardava il processo."
Giudice: "In che modo l’angelo porse la corona? La mise sulla testa del re?
Giovanna: "La corona fu affidata a un arcivescovo, quello di Reims, credo, in presenza del re. L’arcivescovo la prese e la diede al re. Io ero presente. Ora è conservata nel tesoro reale" (ibidem, pp. 85-86).
La testimonianza resa da Jeanne d’Arc contiene altri particolari interessanti. La corona "era d’oro fino. Così preziosa che io non saprei dirne il valore" (ibidem, p. 86).
L’angelo si presenta a Carlo VII per fare in modo che creda nel segno divino preannunciato da Jeanne d’Arc, quindi prenda coscienza del volere superiore che lo designa al suo effettivo ruolo, quello di Re di Francia, aiutando così alla riunificazione e alla pacificazione del regno.
Per l’ennesima volta, come una litanìa, gli inquisitori vogliono sapere chi abbia visto il segno e il portatore di esso, oltre ad altri dettagli, tra cui l’aspetto degli angeli:
Giudice: "Tutti quelli che stavano con il re videro l’angelo?"
Giovanna: "Credo che lo videro l’arcivescovo di Reims, i signori di Alençon e della TrémoÏlle, e Carlo di Borbone. Molti di quelli che non poterono vedere l’angelo, videro la corona" (ibidem, p. 88).
Durante il processo la ragazza fa anche questa affermazione: "Da noi, si racconta ai bambini che “talvolta la gente viene impiccata per aver detto la verità”" (ibidem, p. 30).
La questione delle "Voci" e del "segno" è quanto maggiormente ha gravato per cinque secoli sulla cosiddetta sanità mentale della ragazza. Definite di volta in volta invenzioni, allucinazioni, isterismi, queste manifestazioni inspiegabili dal punto di vista razionale, nonché inaccettabili dalla mentalità sia "religiosa" sia scientista, non vogliono essere viste per quello che esse sono state.


L’interpretazione del Divino.

La religione cristiana è una delle poche sopravvissuta dal rimescolamento degli innumerevoli piccoli culti fioriti nel corso del tempo dal culto del dio unico del deserto, ovvero dall’ebraismo. Sviluppatasi a piccoli passi prima in medio Oriente e in nord Africa, in Italia e nel resto dell’Europa si è poi “spalmata” su ogni culto precedente e autoctono incontrato. Impostasi anche con la violenza ed il sopruso, ha posseduto e tutt’oggi possiede l’indiscutibile capacità di adattarsi al reame, al governo, al partito di ogni stato o comunità in cui riesce ad insediarsi. Una osservazione per tutte, a proposito della Chiesa di Roma, è tratta dagli atti processuali e per l’esattezza dal sesto interrogatorio complementare del giorno sabato 17 marzo, subito da Jeanne d’Arc:
Giudice: "Accetti di sottomettere tutti i tuoi atti e le tue parole al giudizio di Nostra Santa Madre Chiesa?"
Giovanna: "Io amo la Chiesa e vorrei fare tutto quanto è in mio potere per sostenerla in nome della nostra fede cristiana; non è davvero a me che si dovrebbe proibire di entrare in chiesa o di sentire messa! In quanto al mio operato e alla mia missione, mi rimetto al Re del Cielo che mi ha inviata da Carlo, figlio di Carlo re di Francia, che sarà anch’egli re di Francia! E vedrete che i francesi riporteranno fra non molto una grande vittoria con l’aiuto di Dio, una vittoria che farà tremare tutto il regno di Francia. Io lo dico perché così, quando accadrà, vi ricordiate che l’avevo detto..."
Giudice: "Quando?"
Giovanna: "Mi rimetto a Nostro Signore."
Giudice: "E non ti rimetti all’autorità della Chiesa, Giovanna?"
Giovanna: Mi rimetto a Nostro Signore, che ha voluto inviarmi, alla Santa Vergine e a tutti i santi del Paradiso. Che Dio e la Chiesa siano una cosa sola, mi sembra chiaro. Ma voi, perché fate tanti cavilli?
Giudice: C’è la Chiesa trionfante: Dio, i santi, gli angeli e le anime del Paradiso. E poi c’è la Chiesa militante costituita dal Nostro Santo Padre il papa, vicario di Dio in Terra [all’epoca dei fatti, e gli atti processuali lo riportano, ben tre uomini di chiesa rivendicavano il titolo di "papa". N.d.A.], dai cardinali, dai prelati, dal clero e da tutti i buoni cristiani e cattolici; questa Chiesa, quando è unita, non può errare, perché è governata dallo Spirito Santo. Allora, vuoi rimetterti alla Chiesa militante?"
Giovanna: "Sono stata mandata al re di Francia per volontà e comandamento di Dio, della Vergine Maria, di tutti i santi benedetti del Paradiso, della Chiesa vittoriosa di lassù! A quella Chiesa io rispondo di tutte le mie azioni compiute o da compiere. Quanto a sottomettermi alla Chiesa militante, non ho niente altro da dire per il momento" (ibidem, pp. 109-110).
Sulla coercizione per l’accettazione di una interpretazione del divino si può utilmente leggere (o meglio studiare) il Malleus Maleficarum. Dato alle stampe verso la fine del XV secolo, il "Martello dei malefici", meglio noto come "Martello delle streghe", è un vero e proprio manuale per coloro i quali desiderino affrontare con efficacia i processi contro eretici, streghe, stregoni, negromanti, ecc. Gli autori sono Heinrich Krämer (latinizzato in Henricus Institor) e Jakob Sprenger.
In attinenza a quanto fatto subire a Jeanne d’Arc, ecco cos’è scritto nelle prime pagine di questo manuale, che fu il libro più venduto dopo la Bibbia fino al XVIII secolo: "Se poi non confessano il crimine dopo che ci sono le prove e non acconsentono ad abiurare, devono essere condannati come eretici impenitenti, secondo il Canone Ad abolendam. Un sospetto violento infatti è sufficiente per la condanna e non ammette prova contraria" (Krämer H., Sprenger J., Il martello delle streghe, Buia F., Caetani E., Castelli R., La Via V., Mori F., Perrella E. - trad. dal latino di-, Marsilio, Venezia 1977, p. 36, I, I). Inoltre: "C’è da notare che un tempo le streghe erano colpite da una duplice pena: la pena capitale e il laceramento di tutto il corpo per mezzo di unghie ferrate, oppure venivano gettate in pasto alle belve. Oggi vengono bruciate, forse per il loro sesso femminile" (ibidem, p. 143. I, XIV).
Alla domanda "chi pecca?", la risposta di Krämer e Sprenger è inequivocabile: "pecca più gravemente colui che non mantiene quanto ha promesso di colui che non mantiene quanto non ha mai promesso. Perciò gli eretici, che professano la fede del Vangelo e tuttavia oppongono resistenza a essa e la guastano, peccano più gravemente per infedeltà degli ebrei e dei pagani" (ivi).
In ogni caso, chiunque non si conformi commette peccato; chiunque sia stato battezzato ed esca dal seminato diviene inequivocabilmente un eretico. Ma non è tutto, difatti manca la figura femminile per eccellenza, la quale si guadagna un suo paragrafo, il quale ha il seguente titolo: "Perché le streghe meritano pene gravissime, peggiori di quelle inflitte a tutti gl’infami del mondo" (Ibidem, pp. 145-146. I, XIV).
Chi desidera pensare che questi scritti siano un prodotto medievale, nel senso più retrivo, ma anche antistorico del termine, sbaglia. Padre Saverio Xeres, valtellinese, così ha scritto non molti anni fa: «L’eresia, innanzitutto, è una cancrena che corrode il corpo sociale ed ecclesiale; come tale, non ammette interventi lenitivi o correttivi, ma soltanto di eliminazione chirurgica – dunque violenta – efficaci proprio nella misura in cui sono tempestivi e risoluti» (Xeres S., La Chiesa, Corpo inquieto. Duemila anni di storia sotto il segno della riforma, Ancora Editrice, Milano 2003, p. 91). Senza scendere oltre nelle questioni politico-teologiche, anzi, accantonando innanzitutto quelle provenienti dalle tre religioni del deserto, si può ricordare come il mondo europeo sia stato caratterizzato dalla consapevolezza che in ogni essere umano risieda una luce divina e ognuno di noi può contenere un’impronta eroica. O, più verosimilmente, ognuno di noi può essere il tramite della manifestazione del Divino per il compimento di una impresa necessaria a ristabilire l’equilibrio. Per molti aspetti Jeanne d’Arc, meglio di chiunque altro nella Storia, ha saputo incarnare tale elemento di riequilibrio delle sorti.


L’impresa.

Ogni tanto il Fato, o potremmo anche dire la Storia, ci consegnano delle persone al di fuori dell’ordinario. Oppure, ed io propendo per quest’ultima interpretazione, talmente centrate nell’ordinario e nell’ordinare le umane cose, da fare vedere chiaramente che coloro i quali le attorniano sono fuori posto. Non sanno prendere decisioni, non sanno portare a compimento azioni di sicuro valore per la salute e la prosperità collettiva, non sono in grado di elevarsi neppure un poco dalla bestiale condizione subumana di un profitto immediato e di un altrettanto godimento immediato delle faccende terrene, come se tutto terminasse con il loro esalare l’ultimo respiro. E costoro cercano di procrastinare quanto più in là possibile tale momento, anche a costo di perdere qualsiasi residuo di mantenuta dignità. La religione a cui molti si appellano è la litanìa di facciata, il voler credere a tutti i costi a parole che non trovano riscontro né negli scritti antichi e tantomeno nei fatti attuali.
In ogni caso, prescindendo dal culto accettato o imposto al momento, talune persone compiono un atto, compiono una impresa ed è quella che conta in quanto manifestazione materiale di un qualche cosa assolutamente superiore e, per le nostre menti, intangibile.
Ad ogni buon conto l’impresa eroica fa parte della nostra tradizione, come il sacrificio. Così recita un passo della saga di Gram:

"Da solo ho lanciato frecce di morte contro sette avversari,
e, sguainata la spada ne ho abbattuti altri nove,
poi ho ucciso Suarinus che usurpava il titolo regale
e si fregiava di un nome che non meritava.
Ho tinto poi più volte il ferro, rosso e umido di morte, di sangue straniero,
e mai ho temuto il fracasso delle lame o il bagliore dell’elmo
".
(Dumèzil G., "La saga di Hadingus. Dal mito al romanzo", Edizioni Mediterranee, Roma 2001, p. 169).

Nella nostra mitologia e nella nostra vera Storia ricorrono figure che si devono battere per mantenere viva una speranza, per riconquistare quanto è stato perduto o venduto, per vitalizzare una tradizione e un mito.


Il "senso della vita".

Credo occorra vedere e soprattutto sentire il mondo in cui viviamo, nonché la vita quotidiana che vi conduciamo, con la propria testa, ma soprattutto con il proprio cuore, oppure, se più vi piace e più correttamente: con la propria anima. Ci accorgeremo che non tutto, o assai poco, è a senso unico, in bianco-nero, oppure semplicemente spiegabile in ogni suo aspetto, tranquillamente razionale. Se "razionale" assume per noi, oggi, il solo significato di un qualche cosa "che procede dalla ragione, che è conforme alla ragione" (Istituto della Enciclopedia Italiana, Vocabolario della Lingua Italiana, vol. III**, Roma 1991, p. 1321), non si scordi che in Platone l’anima razionale è quella parte dell’anima la quale è "principio dell’attività conoscitiva ed è moderatrice delle altre due facoltà, l’irascibile e la concupiscibile" (Ivi).
Indubbiamente occorre usare la ragione ed essere razionali, ma questo non deve andare a discapito del divino che è in noi e di ciò che noi siamo. Una spiegazione scientifica non spiega, ad esempio, le pulsioni del cuore e dell’animo, le imprese create innanzitutto dal nostro intento. Noi siamo esseri di luce immortali. Forse non proprio tutti, mi verrebbe sarcasticamente da dire, guardando il panorama nel quale lottiamo, l’apparente palude in cui marciamo per il conseguimento del nostro obiettivo personale, per il mantenimento delle nostre tradizioni e soprattutto per la vera conoscenza del mondo materiale-immateriale dove adesso, in questo istante, viviamo. O, meglio, ci battiamo.
Eppure molti di noi fermamente sono, al di là di tanti ottundimenti e di tanti impedimenti. Se questo Mondo ha un senso (e ce l’ha!), talvolta a rimedio di certe situazioni, per le quali noi esseri umani non riusciamo o non possiamo vedere lo sviluppo nel futuro, giunge un segno. Giunge un aiuto. Giunge sicuramente un qualcosa affinché noi si sappia di essere sostenuti dall’energia luminosa e divina che ci ha generato, che ci appartiene, di cui noi siamo parte. E noi diveniamo qualcosa di più che artefici del nostro destino. Noi siamo artefici di un futuro, anzi, del futuro di molte genti. E dobbiamo esserlo in positivo.
Consideriamo come dagli anni Ottanta del XX secolo ad oggi nascano molte più femmine che maschi. Osserviamo poi l’odierno panorama maschile e il supposto patriarcato. Credo che il Mondo intero abbia bisogno, per una sua sollevazione non solo spirituale, della presenza e dell’impresa di un’altra donna, o addirittura di più donne. E affinché questo avvenga basta semplicemente crederci.

(Pubblicato su: La Legione MVSN, Anno 7°, N. 28, Dicembre 2012.

Documento inserito il: 22/12/2014
  • TAG: giovanna d arco, re carlo VII, guerra centanni, battaglia azincourt, tregua picqigny, liberazione orléans, processo, rogo

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