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>> Storia Antica > L'Italia Preromana

L'Esercito Etrusco [ di Andrea Rocchi ]

Partendo dal presupposto che ogni città etrusca faceva stato a se stante, tranne casi di alleanze militari e confederazioni, passiamo in rassegna un tipico esercito etrusco considerando in primis quanto gli Etruschi abbiano subito l’influenza della vicina colonizzazione ellenica della penisola italica; non per nulla e qui apro una parentesi importante sull’argomento, nell’iter classico della civiltà suddetta, troviamo, nell’VIII sec. a. C. l’inizio del cosiddetto periodo Orientalizzante coincidente con la fioritura della civiltà Etrusca e l’affermazione delle aristocrazie locali. Nel corso del VII sec. a. C. siamo nel pieno dello sviluppo della cultura Orientalizzante; nel 650 c.a. Demarato, un influente nobile greco poco propenso alla tirannia (nello specifico quella di Cipselo), lasciò la sua polis natia, ovvero Corinto per trasferirsi a Tarquinia, fiorente città-stato etrusca nel settentrione del Lazio e qui, dopo aver contratto matrimonio con una nobile locale, ebbe due figli tra cui un certo Lucumone, il futuro Lucio Tarquinio Prisco, re etrusco di Roma, educato secondo le tradizioni greche ed etrusche.
Chiusa la parentesi suddetta, torno a parlare di tematiche strettamente militari ricordando che le città-stato etrusche potevano contare sulla loro difesa su due fattori determinanti, risultati, il primo della ricercatezza di luoghi facilmente difendibili per la fondazione dei centri urbani, dunque alture, rocche e formazioni collinari, il secondo della costruzione di valide cinte murarie di semplice concezione ma con la presenza di torri di guardia nei punti più vulnerabili.
L’esercito invece poteva contare sulla disponibilità di ingenti materiali ferrosi atti alla fabbricazione di armi ed armature, provenienti dalle ricche miniere dell’Italia centrale e riempiva i propri ranghi reclutando cittadini in base al censo. L’esercito di una singola polis etrusca era affidato ad un condottiero coadiuvato da ufficiali, tutti provenienti dalla classe oligarchica cittadina al potere (ricordo che indicativamente dal VI sec. a.C. in poi le varie monarchie etrusche vennero via via soppiantate da oligarchie nella guida delle città-stato) ed era improntato sul modello greco, dunque vedeva nello schieramento oplitico e relative tattiche, i suoi punti cardini.
L’oplita, il soldato di fanteria pesante greco, di estrazione cittadina e fortemente legato alla difesa del territorio natio, ha costituito per secoli il modello di soldato più in “voga” nell’antichità, tanto da essere esportato dalla Grecia, in occidente, sia nelle colonie della Magna Grecia che nelle città-stato etrusche, fino a Roma e persino a Cartagine sulle coste africane; la sua “panoplia” (collezione di armi) era formata in chiave difensiva, dalla corazza pesante atta a proteggere il petto ed il ventre, dagli schinieri (protezioni per le gambe), dall’elmo (krànos) e dallo scudo bronzeo di 90 centimetri di diametro (hoplon), mentre in chiave offensiva, dalla spada (xiphos) e soprattutto dalla lancia (dory). Gli opliti agivano in ranghi serrati, presentando al nemico un muro di ferro e di lance, ben protetti dai grandi scudi circolari, costituivano una formidabile formazione difensiva in grado di muoversi come falange e conseguire una strategia di puro e semplice urto di massa contro le compagini nemiche. I punti deboli della falange oplitica erano costituiti dalla poca mobilità e dalla oggettiva difficoltà nel tenere unita la formazione tanto che bastava un ostacolo naturale sul terreno per mettere in crisi l’intera compattezza dello schieramento che era necessaria e vitale per conseguire la vittoria. Il progresso dell’arte bellica, comportò un uso sempre più massiccio delle fanterie da schermaglia, quali peltasti ed arcieri e delle cavallerie, equipaggiate alla leggera ed in grado di muoversi sui campi da battaglia con celerità rispetto agli opliti che dunque furono sempre più soggetti a manovre di aggiramento e ad attacchi dalla distanza contro i quali nulla poteva la tattica d’urto che tanto successo aveva portato in passato. Da qui l’evoluzione della falange voluta da Filippo II di Macedonia, padre di Alessandro Magno già trattata in un altro articolo (link), a sua volta figlia delle innovazioni di Epaminonda di Tebe e di Ificrate l’Ateniese; in sintesi Filippo si affidò ad una falange, quella macedone, dotata di un equipaggiamento difensivo molto più leggero rispetto a quello tipicamente oplitico, per favorire la mobilità dei reparti e di un equipaggiamento offensivo caratterizzato dalla lunghissima sarissa (vera esclusività del tempo), ma soprattutto attuò una sinergia tra le singole forze del suo schieramento tanto da prevedere un particolare contingente, quello degli ipaspisti (portatori di scudo) col compito di proteggere il fianco destro debole della falange da ogni tentativo di aggiramento, oltre ad utilizzare lui stesso diversi reparti,di fanteria leggera in grado di fare da “schermo” all’avanzata della falange sul campo di battaglia e di cavalleria, quali i pesanti “hetairoi” macedoni o i più mobili “prodomoi” ellenici col compito principale di tenere impegnate sui fianchi dello schieramento le cavallerie avversarie e dopo averle annientate, di piombare alle spalle delle fanterie, chiudendole di fatto tra l’incudine ed il martello.
Tornando all’esercito etrusco, esso lo ripeto era improntato sul modello oplitico diffuso nel mondo ellenico e l’arruolamento avveniva, nelle singole città-stato, in base al censo per cui ognuno doveva procurarsi l’equipaggiamento in base alle sue reali possibilità.
La fanteria pesante d’elite era formata dai migliori guerrieri, ottimamente armati con le corazze più pregiate, provenienti dalle aristocrazie locali; questi opliti che combattevano in formazione compatta costituivano l’urto finale in grado di travolgere le schiere nemiche, una risorsa fondamentale nel contesto di una battaglia. Accanto all’elite, agiva il resto dell’esercito, le cui fila erano per di più formate da un lato, da cittadini arruolati tra le classi medio-alte che componevano reparti oplitici di discreta qualità, dall’altro da cittadini raccolti tra le classi medio-basse della società che trovavano impiego in formazioni di fanteria leggera, scarsamente armata ed addestrata alla guerra o da schermaglia.
Infine mercenari e cavalieri, reclutati questi ultimi tra i popoli italici o celtici con compiti di esplorazione del territorio, scorta ai vettogliamenti o alla fanteria in marcia.
La tattica in battaglia di un tipico esercito etrusco, ripercorre la classica tattica oplitica d’urto, dunque le formazioni di fanteria di media e basse classe ingaggiavano il nemico in campo aperto, preparando il terreno per l’avanzata della falange d’elite mentre schermagliatori e cavalieri dovevano cercare nel limite del possibile di garantire la copertura dei fianchi dello schieramento. Alcuni fonti narrano anche della presenza di cavalieri pesanti, del tutto simili ad opliti a cavallo che però combattevano essenzialmente smontando da cavallo, contando sulla loro migliore mobilità nel raggiungere i punti critici dello scontro.
Documento inserito il: 21/12/2014

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