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Le 'Spolia Opima': un duello in onore degli Dei [ di Carlo Ciullini ]

Davide contro Golia...Il bene contro il male, l'ordine avverso al caos, la purezza della virtù opposta alla protervia e all'alterigia del mostro.
E' il debole che abbatte il forte, il piccolo che getta nella polvere il gigante superbo.
L'episodio biblico che ci narra del giovane ebreo, tanto ardito da porsi innanzi all'invincibile filisteo, terribile in aspetto e per ferocia, è talmente entrato nella storia dell'umanità da divenire espressione proverbiale, un'espressione esaltante il primato recondito della qualità, pur minuta nella forma, sulla quantità bruta e priva di valore.
E' il piccolo ma eccelso che sovrasta il grande e terrifico, lo spirito candido e devoto a Dio che vince l'animo insozzato dalla credenza in dei impuri, blasfemi e menzogneri.
In poche parole, “Davide contro Golia” rappresenta la vittoria della santità sul peccato, della via retta su quella sbagliata.
Questo scontro epocale fatto di fionda e di lancia indica, però, non solo la lotta tra ideali contrapposti (l'uno puro, l'altro corrotto), tra simboli di etnie e radici religiose avverse, ma più prosaicamente anche un duello fra uomini soli, posti mortalmente l'uno dinanzi all'altro: l'episodio, anzi, costituisce il duello per antonomasia.
E ciò che faremo nelle prossime righe è parlare appunto di duelli, di corpo a corpo, di testa a testa di un singolo contro un altro: coppie di esseri umani legati alle proprie, esclusive capacità, senza possibilità alcuna di ricorrere a terzi per essere aiutati a vincere o (almeno) a non soccombere.
Il duello è la guerra privatissima di due sole persone che, poggiando sulla sacralità del rito ordalico, vincono sì per se stessi, ma anche per quello che ciascuno va a rappresentare: una famiglia, una città, un popolo, un'intera nazione, una causa.
Causa che è giusta se propria, e sbagliata se altrui: l'esito della lotta non fa che attestare da quale parte stia realmente la ragione.
Volgeremo il nostro sguardo soprattutto a Roma, ricordando episodi che hanno caratterizzato la storia pluri-secolare dell'Urbe: ma, prima, un rapido excursus storico.
Duelli se ne sono sempre avuti, in ogni epoca e in ogni parte del mondo: nella loro cruenta gradazione, potevano fermarsi allo stadio dell'ottenuta “soddisfazione”, quanto invece toccare l'apice col tragico scontro “all'ultimo sangue” nel corso del quale si giungeva alla morte di uno dei duellanti e, talvolta , di entrambi (evento raro ma testimoniato).
L'età d'oro per il duello è stato probabilmente il XVII° secolo, e il luogo privilegiato all'incrociar di spade ha vestito i colori e i suoni delle città e delle campagne francesi di Luigi XIV°, il Re Sole.
Un'epoca in cui sembrò assurto a nuova vita il senso nobilitante della cavalleria e dell'onor proprio, resi sopiti, dopo i fasti del Medioevo, dall'esplosione umanistica del '400 e del Rinascimento: fu, questo, il secolo dei moschettieri, degli spadaccini, dei fioretti dalla punta inesorabile, del colpo ferale accompagnato dalla frase passata alla Storia: “...e alla fin della licenza, io tocco...!”.
Lo stesso sovrano francese dovette promulgare un editto per impedire questa pratica sanguinosa, cui sembrava fosse necessario ricorrere per dirimere ogni controversia, anche la più insulsa.
La “singolar tenzone”, in quei decenni di cappa e spada, sbrigava più velocemente e con accertato valore dispute altrimenti screditate dal ricorso a querele e avvocati: due buoni secondi, avvezzi alle lame come e più dei duellanti ufficiali, potevano risultar di maggior aiuto rispetto a stimabili prìncipi del foro.
Epici duelli sono passati alla storia, facendo parlare di sé la Francia intera: per un motivo o per l'altro non sono andate dimenticate le stoccate tra Francois de Montmorency, conte di Bouteville, e Guy d'Harcourt, marchese di Beuvron, oppure l'affondo fatale inflitto dal cavaliere di Guisa all'attempato barone di Luz.
Il ricorso al duello, per risolvere in modo più spiccio i contenziosi, ha continuato ad attraversare le decadi fino al secolo scorso, adattandosi peculiarmente agli usi e ai costumi dei luoghi.
Quante volte abbiamo assistito, in tv o al cinema, a fulminanti rese dei conti davanti a un saloon, nelle polverose strade della nuova frontiera americana?
Le pistole più veloci del West ponevano fine alla contesa in pochi secondi, laddove il combattimento a colpi di spada tra parate, finte e schivate poteva protrarsi sino allo sfinimento dei contendenti.
E proprio ai confini tra Stati Uniti e Messico si diffuse un originale e, a modo suo, spettacolare “duello a tre”, allestito in occasione di diatribe allargate rispetto al canonico téte à téte: è il famoso triello, cruenta ma efficace usanza d'ispirazione messicana.
Tre uomini posti in circolo, ciascuno con un avversario per lato, erano messi nella condizione di dover scegliere verso chi dirigere la canna della propria pistola: si optava, in poche parole, per colui si ritenesse lo scocciatore maggiore.
Un grande film di Sergio Leone, “Il buono, il brutto, il cattivo” (1966) ci dipinge un triello entrato nel mito filmico: il buono (Clint Eastwood) e il brutto (Eli Wallach) convogliano le proprie pallottole sul comune bersaglio, il cattivo Lee Van Cleef, eliminando il quale si pone fine alla disputa.
Nel movie di Leone, il casus belli del litigio a tre era futile denaro.
Nella maggior parte dei casi, invece, il duello ha ricoperto un significato più nobile: la difesa di un ideale o di un motivo di vita, oppure la dimostrazione palese del proprio coraggio e valore.
Anche nella Roma di due millenni fa si duellava, certamente: tuttavia, si trattava di una pratica non molto diffusa al di fuori degli anfiteatri schiamazzanti, dove tristemente era dato ampio spazio agli scontri tra gladiatori, tutti sostenuti dall'impellente e tragica esigenza di sopravvivere.
Alcune di queste contese sono narrate, per la loro epicità, nei libri di Storia, ammantate da un velo di realtà mista a leggenda.
Roma e i suoi duelli: ne tocchiamo velocemente i più celebri, partendo, però, non da una “singolar tenzone” di stampo classico, da un canonico uno contro uno, ma ricordando brevemente l'episodio mitico (poichè di mito si tratta) passato agli annali come “Orazi contro Curiazi”.
La leggenda (comunque riportataci storiograficamente da Tito Livio nel I° libro del “Ab Urbe condita”, come fatto realmente accaduto) narra di tre fratelli romani, figli di Publio Orazio, prescelti per duellare mortalmente contro i Curiazi, campioni di Albalonga.
La pari discendenza dal seme di Romolo impediva uno scontro sanguinoso e funesto tra le due città: ai sei giovani, che mettevano in palio la propria vita, toccava risolvere personalmente la questione, assegnando col proprio sacrificio la vittoria all'una o all'altra delle madri-patrie.
La successione degli eventi è nota: rimasto solo contro i tre avversari, l'ultimo Orazio, fuggendo, ne elimina uno dopo l'altro, via via raggiunto dal Curiazio avvantaggiatosi sui fratelli nell'inseguimento al superstite.
In realtà la vittoria di Roma, che dal punto di vista storico venne conseguita durante il regno di Tullo Ostilio (600 avanti Cristo), fu il parto di un'aspra guerra tra le due città laziali (Mezio Fufezio, che reggeva Albalonga, vi trovò la morte): gli stessi tumuli funerari, le tombe e le stele disseminate nella regione e dedicate ai sei valorosi, sono vestigia che niente hanno a vedere con il mitico episodio.
Di contro, possiamo narrare di tre duelli dettagliatamente descrittici, e sulla cui veridicità è lecito nutrire fondata fiducia: solo il primo, forse, è ammantato da un alone di leggenda.
Innanzi tutto: cosa erano le “Spolia opima”, a Roma?
Quale rito veniva celebrato, con questo termine?
Per dirla in italiano corrente, con “spolia opima” si indicava il “ricco bottino” costituito dalla corazza e dalle armi personali del comandante (sovrano o capo militare che fosse) dell'esercito avversario di Roma: comandante che, in battaglia, doveva essere ucciso inderogabilmente per mano diretta del condottiero romano, il quale si appropriava, in tal modo, dei simboli eccelsi della potenza nemica.
Capo contro capo, dunque, a sottolineare la drammatica ritualità dell'atto.
Le spolia venivano quindi portate in trionfale processione fin sul Campidoglio, presso il tempio di Giove Feretrio, alla cui quercia sacra venivano appese in onore del dio: questo fu il primo luogo di culto costruito a Roma, molto probabilmente proprio negli anni di nascita dell'Urbs.
Le prime “spolia opima” offerte al padre degli dei (contiamo, come detto, solo tre casi tramandati dell'evento: ciò a conferma della loro eccezionalità) sono legate alla figura di Romolo, che tracciò in tal modo il modello rituale seguìto dopo di lui.
Siamo nel 750 a. C. circa: il primo re di Roma, impegnato a sgomitare furiosamente con i villaggi e le cittadine vicine per favorire l'espansione primordiale della sua giovanissima patria, si ritrova dinnanzi alle mura della piccola Caenina, antico insediamento laziale ostile ai nuovi venuti a causa del recente Ratto delle Sabine.
Chiamato il re Acrone alla sfida, Romolo abbatte in duello il sovrano ceninense e, spogliatolo dell'armatura, ne porta in trionfo le armi: il Romano, vestito di porpora e su di una quadriga, sale fino in cima al Campidoglio, per dedicare le spolia a Giove Feretrio.
Questo percorso attraverso la città festante si sarebbe poi perpetuato, nei secoli, in occasione dei trionfi di Roma: il condottiero vittorioso sarebbe asceso alla vetta del colle su di un carro trainato da cavalli e, tra il clamore della folla assiepata ai bordi della strada, avrebbe così aperto il corteo del bottino e dell’esercito in parata.
Meno sospesi tra mito e realtà e più attendibili dal punto di vista storiografico, ci appaiono altri due episodi legati al rito delle “spolia opima”.
Il primo ci riporta alla figura di Aulo Cornelio Cosso che, all'epoca del fatto (437 a.C.) combatteva, agli ordini del dittatore Emilio Mamercino, contro l'alleanza di Veio, Fidene e il popolo dei Falisci.
Siamo ancora in epoca arcaica: l'Urbs, cacciati i re, si era data, da non molti decenni, quella veste repubblicana con la quale imprimeva una decisa accelerazione alla propria espansione territoriale, il tutto a scapito delle genti limitrofe ai suoi limina sempre più ampi.
Ci narra l'evento ancora Tito Livio, nel IV° libro delle sue “Storie”: a Fidene, nell'entroterra laziale, infuria la battaglia tra i Romani e la coalizione nemica; Cosso, individuato tra le schiere il Lars (re) Tolumnio, signore di Veio, vi si getta contro al galoppo, lo disarciona e dopo un breve duello lo infilza a morte e lo decapita, gettando nel panico le fila avversarie.
Si appropria dunque delle spolia regali che, dopo la battaglia, ritualmente porta fino al tempio di Giove Feretrio: tuttavia, Tito Livio mette in risalto un aspetto, non collimante con le regole ferree stabilite per l'offerta al dio.
Lo storico latino evidenzia come il successo personale di Aulo Cornelio Cosso fosse stato conseguito in qualità non di comandante (carica ricoperta dal già citato dittatore Mamercino) ma rivestendo solo l'incarico di tribuno militare: essendo dunque un subordinato, sarebbe stato precluso dal conseguimento delle spolia opima, riservate al grado più alto dell'esercito romano.
Uno scivolone del pur valido Livio, oppure uno strappo alla regola formale legato alla eccezionalità dell'evento, così felice per Roma?
Infine, l'ultimo dei tre personaggi trattati: è Marco Claudio Marcello, e lo conosciamo bene, trattandosi di colui che avrebbe portato le legioni a conquistare Siracusa (e, purtroppo, a uccidere Archimede) dopo un lungo assedio alla città siciliota, nel corso della seconda guerra punica (218-202 avanti Cristo).
Alcuni anni prima, nel 222 (a Clastidium, nell'odierna Emilia), Marcello, capo dell'esercito romano in guerra con i Galli Insubri di Viridomaro, si scontrò a duello contro il possente re barbaro, uccidendolo e privandolo delle armi: esse, in qualità di bottino, adornarono così, accanto alle altre, la quercia sacra a Giove Feretrio.
Non si contano ulteriori casi di spolia opima, sì da poterle considerare un evento di assoluta straordinarietà: stiamo parlando, comunque, di un'epoca nella quale i condottieri delle armate in conflitto guidavano personalmente le proprie schiere, a rischio della vita e a prova del valore personale.
Niente a che vedere, dunque, con i generali dell'era moderna, che solo raramente abbandonano retrovie e Quartier Generali dai quali lanciare (a debita distanza...) gli ordini tattico-strategici.
La “singolar tenzone”, anche nell'eleganza della locuzione, mantiene intatta la sua intrinseca nobiltà: è il confronto, ad armi pari o quasi, di due soggetti che mettono in gioco la loro esistenza facendo leva esclusivamente sul proprio coraggio, sulla forza e la resistenza fisica, unitamente alla perizia tecnica nel combattimento individuale.
Nei casi di Romolo, Cosso e Marcello impegnati a incrociar le spade coi sovrani nemici, si ha come la somma, in ciascuno dei sei duellanti, delle qualità, delle virtù, della forza collettiva dei rispettivi popoli: un unico uomo diventa così il braccio armato della nazione di cui si fa difensore, addossandosi l'onore e l'onere, con la vittoria o la sconfitta, d'indirizzare in termini positivi o contrari le sorti della propria gente.
La scelta concordata di affidare a due campioni, e alla loro privatissima ordalia, la supremazia di un intero esercito su un altro, ha risparmiato così la vita di migliaia di uomini.
Tuttavia, questa si è mostrata una opzione tanto assennata quanto improbabile, e di fatto assai rara: le guerre, purtroppo, hanno sempre avuto il loro epilogo dopo duri e cruenti scontri campali con interessate masse enormi di soldati, buona parte dei quali non è più tornata a casa dai propri cari.
Probabilmente, l'affidare semplicemente a due singoli le sorti di nazioni intere (lasciando inani ad assistere migliaia di guerrieri ferocemente pronti a combattere, frustrati nel loro ancestrale istinto al predominio violento), rasenta l'utopia: l'aria tempestosa della battaglia ottenebra quanto può restare di razionale nell'animo di esseri umani pronti a scannarsi, nella mente di uomini che, con le armi in pugno, già mostrano ampiamente di aver perduto la ragione.

Riferimenti bibliografici
TITO LIVIO, “Ab Urbe condita”, libro I°, Garzanti, Milano, 2013
TITO LIVIO, “Ab Urbe condita”, libro IV°, Garzanti, Milano, 1992
LOPEZ ALFONSO, “La diffusione del duello nel XII° secolo”, in riv. “Storica”, n.69, 2014
Documento inserito il: 10/03/2015
  • TAG: spolia opima, roma antica, duelli, romolo

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