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'Hic manebimus optime...!' [ di Carlo Ciullini ]

Hic manebimus optime...!”.

Caro, vecchio centurione di cui ignoreremo per sempre il nome, puoi starne certo. Con una semplice, brevissima frase hai fatto la storia tua, del tuo drappello, della tua città e, addirittura, del mondo intero: a Roma, tu e gli altri, starete benissimo... Un pugno di milites (dieci, venti...? Di sicuro non molti di più) percorse in marcia non solo la strada lastricata in pietra che portava al foro dell'Urbe ma, con ogni probabilità, anche quella del destino di gran parte dell'umanità, da lì ai secoli seguenti. Se, in un preciso momento, né poco prima né poco dopo, quell'ufficiale di basso grado dall'identità sconosciuta si ritrovò con i suoi uomini esattamente in quel luogo, né mezzo miglio più in là né mezzo in qua, ciò fu dovuto al fatto che, per bocca sua, gli Dei celesti ebbero una cosa molto importante da far sapere.
E quando la divinità parla, facendo intendere direttamente la propria voce ultraterrena, oppure tramite la parola di uomini e donne scelti all'uopo e impregnati dell'ispirazione divina, bisogna saper ascoltare, perché le sue parole tracciano il fatum delle umane vicende.
Se poi il messaggio dal cielo sembra dover rappresentare la risposta “ad hoc” a un quesito che assilla e tormenta l'animo disperato dei popoli, è bene saperlo cogliere al volo e seguirne pedissequamente i dettami: i disegni celesti, comprensibili o no, serbano sempre, anche se non di rado illogici all'apparenza, una loro compiuta verità di fondo e il giusto criterio.
Invisibile ai mortali nei suoi mille risvolti, avvolta da una fitta nebbia di imperscrutabilità, la volontà celeste, se invocata con cieca fede, indica la via corretta da seguire per risolvere il problema e por fine all'angustia: e Furio Camillo assieme ai patres conscripti tutti, in quella teporosa mattinata del 390 avanti Cristo, parvero davvero, agli Dei dell'Olimpo, degni di ricompensa per la loro pietas e per la loro profonda devozione religiosa.
I Numi celesti, dinanzi a un popolo tanto reverente nei loro confronti, non avrebbero mai potuto esimersi dal mostrare, a quegli uomini pii e spaventati ammassati sulla fredda, marmorea scalinata della Curia, la miglior soluzione da adottare per risolvere il profondo travaglio che li affannava.
Non un travaglio dai contorni indefiniti, ma, al contrario, ben presente in carne e ossa: portava il nome di Brenno. Brenno era intelligente, scaltro, privo di grandi scrupoli, coraggioso e temprato da molte battaglie ma, soprattutto, spinto dall'ambizione più viva.
Quest'uomo era il fiero sovrano del popolo dei Galli Senoni che, partiti dalle loro sedi al di là degli Appennini, attraversarono lo stivale verso Sud.
Roma non aveva ancora assunto, agli occhi delle altre genti, quell'aura mitica che quasi un millennio dopo, in periodo tardo-antico, attrasse le turbe di Alarico prima e di Genserico poi, portandole al sacco della Città eterna.
Tuttavia, l'espansione decisa dell'Urbs nell'ambito italico di allora aveva già carpito le attenzioni delle stirpi della penisola, e un saccheggio sulle rive del biondo Tevere poteva allettare la brama di ricchezza di genti guerriere.
Va detto, al riguardo, che i Galli Senoni rappresentavano davvero un popolo bellicoso, temuto nell'arte delle armi: il suo territorio si estendeva dalla Romagna alle Marche, e il desiderio di tracimare i confini risultò, in quell'alba del IV° secolo, irrefrenabile per Brenno e i suoi.
Roma, la sempre più vigorosa Roma, città che aveva ormai imparato a fare la voce grossa con le realtà del vetusto Latium e non solo, si preparò a fermare l'orda barbarica sul fiume Allia: ma la sconfitta disastrosa che ne sortì aprì ai Galli la strada verso la capitale.
Era il 18 Luglio del 390: una data invero funesta (nefas), ricordata per sempre come il Dies Alliensis.
Quel giorno, e in quelli immediatamente successivi, i Romani provarono davvero la terrifica sensazione d'esser stati abbandonati, e per sempre, dagli Dei dell'Olimpo, sino ad allora amorevolmente propizio e benigno nei loro riguardi. E' l'autorevole stilo di Tito Livio, nei capitoli 36 e 37 del quinto dei suoi celeberrimi “Ab Urbe condita libri”, a descriverci le concitate fasi di quel sanguinoso evento, una disfatta che parve, ai contemporanei, mettere tragicamente la parola fine all'esistenza di Roma stessa.
Presso l'Allia, un piccolo affluente del Tevere, a circa una quindicina di chilometri da Roma, si schierarono da una parte il raffazzonato esercito consolare, formato da due legioni e alcune migliaia di socii, per un totale di quindicimila uomini circa e, dall'altra, l'orda gallica, d'entità forse doppia, sicuramente superiore alle ventimila unità.
Roma parve, sin dal primo sentore dell'arrivo gallico, aver preso sottogamba il pericolo imminente, nonostante ci fossero già stati evidenti segnali d'avvertimento della pericolosità del momento: misteriose apparizioni e voci imperversarono, in quei giorni, nel cielo dell'Urbe.
Quella che fu un'esecrabile disfatta romana, passata mestamente agli annali, si rivelò in realtà come una disordinata fuga, con i milites colti da un timor panico incontrollabile dinanzi alla veemenza selvaggia dei Senoni, apparsi alla vista degli atterriti Romani come rappresentazioni spettrali e mortifere dell'occulto e sinistro mondo celtico.
Parve davvero, a quei soldati colti dall'angoscia, che gli Dei dei padri, prima generosamente benevoli, avessero distolto lo sguardo protettore dalle mura della città, e avessero invece iniziato, sul campo di battaglia, a terrorizzare le fila romane: le dee Pavor e Pallor, signore della paura, dello sgomento, del tremore convulso che fiacca spirito e corpo, infierirono su di esse impietosamente.
Gettate a terra le armi -descrive Livio- la massa dei legionari si volse alla rotta: l'ala destra si rifugiò affannosamente nella rocca sul Campidoglio, mentre la sinistra, intenzionata a dirigersi nella vicina e sicura Veio, fu in gran parte sgominata e distrutta sulle rive dell'Allia, rosso di sangue.
Roma perdeva, lo si può ben dire, quasi senza combattere, divorata dalla sua stessa angoscia: un'onta avvilente, e incancellabile dalla memoria postera.
Migliaia di legionari, per la maggior parte imberbi e inesperti, giacevano indegnamente sulle sponde di un fiumiciattolo sconosciuto sino ad allora, uccisi probabilmente, più che dalla mano del nemico, dalla propria incontrollabile paura.
La via per Roma era spalancata, e ogni possibilità di difesa apparentemente annientata: Brenno e i suoi guerrieri, ebbri del facile trionfo, si lanciarono al galoppo verso una città resa inerme.
L'Urbs fu occupata dalle schiere galliche colme d'entusiasmo, vere e proprie orde fameliche che si diedero alla razzia, agli assassini e alle violenze indiscriminate: tutto sembrò concretamente perduto.
Roma, abbandonata a se stessa e al furore barbarico, credette realmente, in quelle ore, si fosse sopito per sempre quel soffio divino che tanto benevolmente, nei tempi addietro, l'aveva sospinta alla conquista di nuove terre, grande prosperità e crescente prestigio.
In cosa, dunque, i Quiriti avevano mancato? Quale loro atto aveva offeso gli Dei, privando la città prediletta dal cielo della sua amorosa protezione?
Quello straordinario, epidermico rapporto tra uomo e divinità che a Roma toccava il suo zenit, era forse reciso per sempre?
Cosa era stato sbagliato, quale letale mancanza aveva indisposto gli Dei, tanto umorali e volubili?
Il caos e il pianto, subentrati alla felice armonia del passato, avevano senza dubbio una loro motivazione, una causa dovuta a un gravissima mancanza.
Roma tutta, in quei giorni neri, si interrogò afflitta su cosa potesse esser successo di così inopinabile.
Il “sacer”, in qualche suo aspetto pregnante, era stato vilipeso, corrotto e reso immondo: e l'empia desacralizzazione doveva esser lavata dai Romani attraverso terrore e sofferenza, sino alla riparazione finale.
Tito Livio, nella sua opera grandiosa, ci indica forse il motivo concreto di tanta ira divina, il probabile vulnus che aveva corrucciato l'Olimpo: ed è probabile che i Romani abbiano percepito, sebbene a posteriori e tragicamente in ritardo, la loro diretta responsabilità legata a un atteggiamento blasfemo e offensivo verso i sacri riti e le inveterate tradizioni dei popoli. Cosa era successo, dunque?
In tutta verità, i Galli guidati da Brenno non giunsero a Roma direttamente dalle loro sedi abituali: lo fecero, infatti, solo dopo aver lasciato, in gran fretta (e con somma rabbia), Chiusi, importante centro dell'Etruria che i Senoni si erano volti ad assediare. La città, sofferente per la morsa dei barbari, aveva chiesto prontamente l'aiuto di Roma, sua alleata: ma questa si era limitata a inviare tre ambasciatori, tutti appartenenti alla potente gens Fabia.
Accadde, purtroppo, che il trio, poco adatto a seguire le giuste vie diplomatiche, e lungi dal risolvere dialetticamente e per vie urbane la questione complicatissima tra Etruschi e Galli, non trovò di meglio che azzuffarsi con alcuni notabili di Brenno, spargendone ampiamente il sangue: qui stette l'oltraggio al sacro, qui lo schiaffo sonoro agli Dei che inasprì funestamente l'idilliaco rapporto tra Urbs e divinità, fino a renderla priva di ogni tutela celeste.
Lo Ius gentium, in effetti, privilegiava la figura degli ambasciatori e la loro inviolabilità: prevedeva anche, però, che fosse loro vietato, in qualità di portatori di pace, il brandire armi e oggetti contundenti.
Il sacrilegio fece montare l'ira del condottiero dei Senoni, che chiese una punizione esemplare per i tre Fabi: il prestigio familiare, tuttavia, evitò loro che Roma applicasse la pena dovuta a un atto tanto esecrabile.
Ci si volse, invece, a blande scuse di prammatica: le formalità, però, non soddisfecero Brenno che, tolto repentinamente l'assedio a Chiusi (un tempo regno del mitico Lars Porsenna), si lanciò, colmo d'odio e di sdegno, verso Sud, verso Roma. Gli Dei, irati nei confronti dei cives, in quelle tristissime ore certamente non galopparono al fianco dei barbari: tuttavia, offesi, distolsero egualmente il loro sguardo paterno dalle sponde del fedifrago Tevere.
Dopo l'ecatombe patita all'Allia, dopo quel sanguinosissimo rovescio militare destinato a restare scolpito, a mò di monito, nell'immaginario collettivo, Roma rantolò per giorni, colma di paura e afflizione: la città si svuotò della popolazione, riversatasi nelle campagne, e le strade dell'Urbs, dentro le mura violate, furono percorse in lungo e in largo dai destrieri senoni.
Solo i superstiti tra i senatori cercarono di opporsi al panico montante, tentando di stabilire l'azione migliore da intraprendersi in quella tragica circostanza.
A loro si era unito Furio Camillo, appena tornato da Ardea: Camillo, la guida più prestigiosa e valida che in quei tempi Roma vantasse, e che era stato richiamato in gran fretta dall'esilio inflittogli per cause mai ben chiarite, giacché le stesse fonti antiche sono, al riguardo, non poco astruse.
C'è chi parla di una vittoria, quella contro Veio, socialmente mal gestita dal generale, con una distribuzione del bottino che non lasciò soddisfatti né patrizi, né plebei; c'è chi, invece, ritiene che l'ostentata pompa del relativo trionfo avesse smaccatamente oltrepassato i limiti del lecito concesso ai mortali, e i paletti posti dagli Dei alla umana superbia.
Camillo, a ogni buon conto, tornò a Roma, patria bisognosa d'aiuto, già carico d'anni (cinquantasei, non pochi, per quei tempi), ma anche di gloria: aveva rivestito, infatti, il ruolo di tribuno consolare nel 401 avanti Cristo, nel 396 e nel 394, assumendo addirittura la carica di dictator nel 396, anno in cui condusse l'esercito alla conquista della potente e ricca Veio, enclave etrusca quasi inespugnabile, ma che Camillo portò alla capitolazione con l'abile stratagemma di un tunnel sotterraneo che unisse il campo d'assedio romano al foro della città nemica.
Tornato dunque a Roma, e salito incolume fino al Campidoglio, l'ultimo baluardo dei Romani non ancora occupato dai Galli e centro di un'ostinata resistenza, Furio Camillo fu all'istante, e di nuovo, nominato dittatore, con l'assunzione immediata dei pieni poteri, indiscusso padrone, nell'ora del bisogno, della vita e della morte dei suoi speranzosi concittadini.
La dittatura conferita lo rendeva fulcro assoluto di tutto ciò che, ancora, poteva porsi a difesa della città, ferita e affranta dalle scorrerie incontrastate.
Solo Camillo, unitamente al suo luminoso carisma, poteva, agli occhi dei Quiriti, assumersi il sacro compito di riconciliare gli Dei offesi con Roma.
Già il fatto che il generale fosse stato richiamato dalla patria, nel momento dell'estremo bisogno, rappresentò probabilmente un'assunzione di colpevolezza da parte di una Roma rea di troppi, ingiustificabili atti di superbia: e il mea culpa, sincero e contrito, seppe forse intenerire i cuori dei Celesti.
La sola presenza di Camillo in città, a ogni modo, fu sufficiente per instillare negli animi provati dei concittadini nuova, euforica energia: e così, nel volgere di breve tempo, le sorti dello scontro parvero mutare.
L'animo di Camillo e dei Romani tutti fu pervaso da un fiotto di rinnovato, ottimistico vigore: la mano benedicente del cielo tornava a proiettare la sua ombra protettrice sopra i colli sacri di Roma.
La resistenza delle truppe di Camillo e dei civili, asserragliati sulla rocca del Campidoglio, fu tanto tenace da fiaccare la spavalderia gallica e far scemare la tracotanza di chi, arrogante, pensava di spadroneggiare a proprio piacimento.
Si racconta che Brenno, vedendo quanto la guerra, ormai in fase stagnante, andasse per le lunghe, avesse così deciso di concordare con i Romani un ritiro della sua orda dalla città saccheggiata.
Ciò, naturalmente, a prezzo del pagamento di un copioso riscatto: e gli abitanti accettarono la proposta, cominciando ad accumulare l'oro necessario al saldo coatto.
Senonché, ai Romani apparve ben presto palese che ci dovesse esser dietro il classico trucco: per quanti materiali e suppellettili aurei ponessero sul piatto della grande stadera allestita dai Senoni, vedevano irraggiungibile l'equilibrio dei pesi.
Quelle mille libbre, l'onta del riscatto, sembravano davvero beffardamente incolmabili.
Brenno, dinanzi alle rimostranze della cittadinanza, sfoderò il pesante spadone celtico e, gettandolo sprezzante sul piatto ponderale, gridò: “Vae victis...!”.
Ce lo ricorda ancora Tito Livio, nel V°libro della sua mastodontica opera: guai, guai a chi, nella sua estrema inferiorità, non avesse potuto porre alcuna condizione!
Molte, troppe volte quest'ammonimento, nella storia dell'uomo, ha trovato concreta attuazione ai danni del più debole e dello sconfitto.
Tuttavia, quando si hanno santi in paradiso, le problematiche risultano più risolvibili: e, fortunatamente per Roma, gli Dei sì volubili, ma anche affezionati a quella città destinata a un futuro sempre più radioso, tornarono a strizzare l'occhio ai discendenti della lupa.
Il flusso magico tra l'Urbs e le sue divinità, finalmente ripristinato, iniettò nuova forza nelle vene dei Quriti, alimentando il loro atavico ardimento.
La prepotenza gallica, tanto reiterata, risultò alla fine davvero intollerabile; Furio Camillo, sguainando il gladio, lo gettò sul piatto ricoperto inutilmente d'oro esclamando: “Non auro, sed ferro recuperanda est patria...!”.
Il gesto del dittatore fu la scintilla che infiammò ulteriormente l'animo dei difensori dell'Urbe: come un fuoco sacro la rabbia, l'orgoglio, il desiderio di rivalsa pervasero i Romani a tal punto da spingerli a cacciare i Galli fino alla periferia di una città contaminata dalla loro selvaggia presenza, ma purificata dal sostegno divino.
Così, i Romani riuscirono a riconquistare buona parte dell'Urbe, allentando la stretta dei barbari: ma il trand positivo della riscossa, per quanto colmo dei migliori auspici, non temperò l'ansia opprimente della popolazione, titubante tra il restare, e portare a felice esito la dura lotta con l'allontanamento definitivo dei Galli, oppure abbandonare la città in mano ai barbari stessi e raggiungere le truppe rifugiatesi a Veio, da poco tempo, come detto, città conquistata dai Latini.
Per tal motivo, Camillo e i senatori scampati all'eccidio, si riunirono nella Curia Hostilia, onde decidere il da farsi e intraprendere le soluzioni al drammatico momento, soluzioni magari temporanee e parziali come, appunto, la proposta di lasciare Roma al suo destino, e di ritirarsi al sicuro dentro le salde mura veienti, luogo dal quale, una volta rinserrate le fila e riprese le forze, organizzare poi il contrattacco decisivo.
Lo storico di Padua ci riporta il discorso rivolto da Camillo ai patres, parole piene di devota religiosità e di profondo ossequio verso le divinità: ne riportiamo una buona parte, giacché esso esprime compiutamente il ruolo fondamentale rivestito dal condottiero (prima bandito e poi riabilitato) nel tessere i fili aurei che riallacciarono saldamente il rapporto Roma/deità.
Perché, allora -chiese il militare al suo uditorio- abbiamo cercato di riprenderci la patria, perché l'abbiamo strappata dalle mani del nemico quand'era in stato di assedio se, dopo averla recuperata, siamo noi ad abbandonarla di nostra volontà?
Quando i Galli vincitori avevano occupato la città, ciò nonostante la cittadella e il Campidoglio erano in mano agli Dei e agli uomini romani; ora che sono i Romani ad avere la meglio e la città è interamente tornata nostra, verranno abbandonati anche la cittadella e il Campidoglio, e la nostra buona sorte regalerà a questa città più desolazione di quanta ne abbia portata la cattiva?
Anche se non avessimo obblighi religiosi nati insieme a Roma, e tramandati di mano in mano nel corso dei secoli, oggi l'appoggio degli Dei alla causa romana è stato così evidente da credere inammissibile, per gli uomini, un'incuria nei confronti degli Dei
”.
L'intento di Camillo appare in tutta la sua evidenza: scopo del dictator è aprire gli occhi ai suoi concittadini, affinché il ravvedimento, dettato dalla consapevolezza dei sacrileghi errori maturati, porti a una salvifica espiazione.
Così prosegue: “Considerate gli avvenimenti positivi e negativi di questi ultimi anni: vi renderete conto che tutto il bene è venuto finché ci siamo fatti guidare dagli Dei, il male invece quando li abbiamo trascurati?
Che dire poi del disastro senza precedenti toccato di recente alla nostra città?
E' forse accaduto, questo, prima che noi trascurassimo quella voce proveniente dal cielo che annunciava l'arrivo dei Galli, o prima che il diritto delle genti venisse violato dai nostri ambasciatori, o ancora prima che noi, invece di punire tale violazione, la passassimo sotto silenzio sempre per quella trascuratezza nei confronti degli Dei?

I nodi vengono, come sempre, al pettine, e appare chiaro quanto fosse necessario l'intervento di un uomo retto e illuminato per sottolineare gli aspetti pregnanti della vicenda: il fil-rouge tra l'Urbe e il suo pantheon divino si era spezzato, e stava dunque al colpevole (il popolo romano tutto) pagarne ed espiarne il fio.
Solo dopo, forse, il Cielo avrebbe sorriso di nuovo ai suoi figli redenti.
Perciò, vinti, fatti prigionieri e riscattati a peso d'oro siamo stati puniti dagli Dei e dagli uomini in maniera così severa da servire da esempio a tutto il mondo.
In seguito le avversità ci hanno richiamato agli obblighi religiosi.
Siamo andati a rifugiarci sul Campidoglio presso gli Dei, nella sede di Giove Ottimo Massimo.
Degli oggetti sacri, alcuni, quando la nostra situazione era precipitata, li abbiamo nascosti sotto terra, altri, dopo averli rimossi, li abbiamo trasferiti in città vicine perché fossero lontani dagli occhi dei nemici.
Pur essendo stati abbandonati dagli Dei e dagli uomini, ciò nonostante non abbiamo mai trascurato il culto degli Dei. Per questo
-proseguì il dittatore- essi ci hanno restituito la patria, la vittoria e l'antico splendore militare che avevamo perduto.
E contro i nemici, rei, perché accecati dall'avidità, di aver violato la parola data pesando l'oro, gli Dei hanno rivolto la paura, la fuga e la disfatta.
Vedendo quanto valga, nelle cose umane, seguire la divinità o trascurarla, non cominciate, o Quiriti, a intuire che empietà ci avviamo a commettere, pur essendo appena scampati al naufragio di una sconfitta che è la conseguenza della nostra colpa? Abbiamo una città fondata secondo i dovuti auspici e augùri; in essa non vi è un solo angolo che non sia permeato dall'idea di religione e dalla presenza divina.
Per i sacrifici solenni sono fissi, non meno dei giorni, i luoghi nei quali devono essere offerti.
Avete dunque intenzione, o Quiriti, di abbandonare tutte queste divinità dello Stato e delle famiglie?
Qui c'è il sacro fuoco di Vesta -concluse Camillo- qui ci sono gli scudi mandati dal Cielo, qui abitano tutti gli Dei a voi propizi, se decidete di rimanere
”.
Il generale seppe emendare la patria, colpevole ma infine perdonata, più con la pietas delle sue parole e la limpidezza della sua esemplare umiltà, piuttosto che con il taglio della spada: di ciò, gli Dei di Roma ebbero grande compiacimento.
Così, la buona disposizione dell'Olimpo nei confronti del popolo prediletto si palesò immediatamente attraverso un prodigium, un segno inequivocabile d'impronta celeste.
Usciti i maggiorenti dalla Curia, al termine della concitata assemblea di guerra (ci narra sempre Livio, fonte principale di quegli epocali eventi), il dibattito proseguì sugli ampi scaloni dell'edificio: ci si domandava ancora, se fosse il caso oppure no, di lasciare del tutto la città alla mercé dei barbari.
Dinanzi al gruppetto, dubbioso ed esitante, dei notabili romani, ecco manifestarsi ciò che, nei ricordi del mito, si pose come uno degli omina (cioè dei segni) più famosi e leggendari: un piccolo distaccamento militare, condotto da un ignoto centurione, fermò la sua infiacchita marcia proprio dinanzi alla Curia Hostilia, del tutto all'oscuro della fatidica riunione appena tenutasi all'interno.
Con Livio, nel suo “Ab Urbe condita”, riecheggia, a quasi quattro secoli di distanza da quel fatidico 390, la frase secca e perentoria del sottufficiale, ignaro di fare, in quel momento, la fortuna di Roma: “Vessillifero, pianta la bandiera...! -esclamò rivolto al signifer, il portinsegna- Qui staremo benissimo...!
Hic manebimus optime”: è qui, con i piedi ben saldi sulla terra dei padri, che si dovrà vivere, o morire.
Ai togati assiepati sulla scalinata d'ingresso, dapprima sconcertati, poi meravigliati, infine entusiasti dello spettacolo inconsapevolmente inscenato dalla sparuta manciata di soldati (tra i pochi rimasti a difendere Roma, in preda al saccheggio) tutto ciò sembrò un segno divino: un omen, appunto.
Così, a quei tempi, parlavano tra loro uomini e Dei, così vibrava di parole magiche lo spazio fra Roma e l'Olimpo.
Se i Celesti desideravano far sapere ai Quirites che avrebbero dovuto resistere a oltranza, difendendo a ogni costo le proprie case, e non abbandonandole, ebbene, tale ultraterrena rivelazione non doveva venir disattesa.
E se hai i potenti Dei dalla tua parte, niente più ti è precluso, neppure la vittoria contro nemici selvaggi e ostinati.
Il terrore barbarico, quel “Metus gallicus” che, patrimonio ancestrale, i Quiriti si portarono fin dentro le midolla per i secoli a venire, era sconfitto, per il momento.
Roma era salva, e pronta a riprendere, senza sosta, la sua irrefrenabile espansione.
Quanto ai Galli, essi furono ricacciati nelle loro regioni, oltre gli Appennini, ma dovette poi passare un altro secolo perché, con la battaglia del Sentino (295 a.C.), il territorio appartenente ai Senoni, posto sul versante adriatico centrale, entrasse a far parte dei domini di Roma col nome di Ager Gallicus, compreso tra la odierna provincia d'Ancona e Ascoli Piceno.
Se, per Roma, la tragedia non si risolse in una catastrofe, fu certamente per merito, innanzitutto, dei suoi stessi abitanti: spirito di sacrificio, capacità di resistenza e abnegazione seppero svellere, lentamente ma con successo, le fiere certezze della tribù di Brenno.
Dopo la strage dell'Allia, il limite di sopportazione della città e le sue forze erano giunti allo stremo, e ai barbari parve sicuramente vicina la caduta della loro prestigiosa preda.
I Romani, però, assiepati in cima alla rocca, ultima difesa, circondati d'appresso dai loro magnifici, monumentali templi innalzati con grande devozione, pensarono, forse, d'esser, lassù, più vicini ai loro Dei.
No, non sarebbe potuto accadere che un popolo tanto pio perisse nella totale indifferenza divina: se, tuttavia, il misfatto inverecondo perpetrato a Chiusi aveva cagionato l'allontanamento da Roma degli Dei immortali, era comunque necessaria una profonda, dolorosa espiazione redentrice, che lavasse una macchia oltraggiosa nei confronti della santità dei rapporti ufficiali e diplomatici tra le gentes.
Tutto questo, beninteso, nelle considerazioni dei Romani, che cercarono eziologicamente una motivazione plausibile alla loro terribile situazione: gli Dei, nel sentito comune, erano adirati giustamente, se un popolo tanto amato aveva contaminato col sangue e col ferro ciò che, essendo “sacer”, cioè riservato ai Numi, era intangibile nella sua ritualità.
La sofferenza dell'Urbs, durante il saccheggio e l'assedio posto alla cittadella, rappresentò dunque lo scotto dovuto all'atto esecrabile: il “Metus gallicus”, come un processo catartico, fu inflitto a riparazione delle profonde crepe createsi nella sino ad allora solidissima relazione tra Roma e i suoi Dei.
Allo storico e alla sua scienza spetta un esame dell'evento storico asettico e disincantato, certamente avulso da considerazioni di carattere fideistico e sovrannaturale; ai popoli e alle stirpi, invece, è lecito concedere la speranza riposta in un aiuto e un conforto che vanno al di là delle forze umane.
E questo vale anche per quel terribile 390, vissuto pericolosamente ma conclusosi per Roma in modo lieto.


Riferimenti bibliografici

TITO LIVIO, “Ab Urbe condita”, V°libro, Bur, Milano, 1982
FREDIANI A.,“Le grandi battaglie di Roma antica”, Newton&Compton, Roma, 2007
Documento inserito il: 23/11/2017
  • TAG: antica roma, battaglia, allia, brenno, celti, galli, furio camillo

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