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32 anni: fine e inizio per Alessandro e Cesare [ di Carlo Ciullini ]

E' il 69 avanti Cristo.
Caio Giulio Cesare, ormai più che trentenne, si trova a Cadice (l'antica Gades d'origine punica).
Qui, a un passo dalle celebri Porte, dove il Mediterraneo sfocia nell'Oceano, il Romano si aggira per il tempio dedicato a Ercole: si raccontava, infatti, che il mitico eroe greco si fosse inoltrato fin laggiù, ed oltre.
A un tratto, si ferma dinanzi alla statua di un altro semi-dio, Alessandro il Grande, morto all'età di neanche trentatre anni, nel Giugno del 323.
Plutarco, nelle sue “Vite parallele”, e Svetonio nelle “Vite dei Cesari” ci narrano l'episodio: a chi chiedeva il perché del suo piangere sommesso dinanzi all'effigie del Macedone, Cesare rispose di non poter soffocare il suo dolore, nel constatare come a soli 32 anni, quanti lui stesso ne stava per compiere allora, Alessandro avesse lasciato, morendo, un impero sconfinato e da lui stesso creato; egli invece, da parte sua, non aveva ancora compiuto una impresa degna di nota.
L'elemento puramente cronologico può darci uno spunto: lo scoccare del trentaduesimo anno di vita per i due grandi Antichi, Alessandro e Cesare, icone mirabili di quell'era storica, da una parte pose fine all'esistenza del primo, e dall'altra gettò le basi per un percorso vitale eccezionale del secondo.
Quando il figlio di Filippo II° morì, lasciò in eredità, nelle avide mani dei suoi successori (i Diàdocoi), un regno in cui il sole sorgeva sul delta dell'Indo e tramontava tuffandosi nell'Adriatico.
Come fiere affamate in contesa di un grande brandello di carne fresca, Perdicca, Antigono, Tolomeo, Seleuco e gli altri generali macedoni si spartirono bramosamente l'immenso impero di Alessandro.
La morte si prese il Grande quando tutto ciò che si potesse conquistare era stato sottomesso: greci, macedoni, fenici, siropalestinesi, egizi, armeni, persiani, indiani...
Miriadi di uomini e donne di razze e stirpi diverse vivevano in relativa serenità, all'ombra del manto regale della Casa di Pella.
La grecizzazione di mondi lontani (mondi che gli ellenici stessi definivano “barbari”) trovò proprio nell'esercito alessandrino il suo veicolo principale: grazie alle eterne imprese del Macedone, la tracimazione di lingua, usanze e impianto intellettivo dell'Ellade verso terre anch'esse ricche di storia produsse, spontaneamente, quel fenomeno epocale che chiamiamo “ellenismo”.
Come sappiamo, non si trattò di una imposizione forzata, tale da costringere i popoli soggetti al nuovo dominio ad assumere le caratteristiche del dominatore (ripudiando così le proprie): si creò, invece, uno straordinario processo osmotico di reciproca assimilazione, nel quale consuetudini, leggi, costumi di vincitori e vinti si mescolarono tra loro, producendo una realtà nuova, moderna nel suo insieme, che diede il via al fiorire dell'età ellenistica.
Quando, a 32 anni, Alessandro lasciò a Babilonia la vita terrena, entrando nel mito universale, aveva già dato pieno sfoggio anche del proprio genio militare.
Le battaglie di Granico (334), Isso (333) e Guagamela (331) rivestono eccezionale importanza, in seno alla storia dell'umanità.
Grazie a esse, e al loro esito favorevole alle armi macedoni, la Persia del Gran Re Dario III° Codomano, la Persia signora d'Oriente, la nemica per eccellenza del mondo ellenico, veniva aggiogata al carro di Alessandro.
Si estingueva in tal modo, per sempre, la gloriosa stirpe degli Achemenidi.
Alessandro, il figlio di Olimpiade, l'allievo eccelso di Aristotele, aveva condotto le falangi macedoni alla vittoria contando una età tra i 22 e i 25 anni: un prodigio di precocità.
Il suo bruciare i tempi, le sue qualità militari e strategiche, l'accortezza e la sagacia politica (specie nei rapporti con i persiani sconfitti), l'infinità dei suoi sogni e delle sue utopie, una personalità marcata da un'impronta che anche in vita gli fu riconosciuta come divina: tutto ciò ne fece realmente un personaggio quale altri la storia del mondo ha mai conosciuto, né prima e né dopo.
Nessun essere umano, quanto Alessandro, ha dato l'impressione, nel corso della sua esistenza, di appartenere più al genere degli dei che a quello dei mortali.
Il Cesare affranto di Cadice invece, sembrava ormai fatalmente attardatosi sulla strada della gloria imperitura: era, infatti, già di una decina d'anni più vecchio rispetto a quel giovane che tre secoli prima aveva creato, poco più che ventenne, un mondo nuovo trionfando nelle pianure spoglie e sabbiose d'Asia.
Malgrado questo, il Romano non aveva ancora avuto modo di ostentare il proprio genio politico e bellico solo per una serie di circostanze: il Fato e la Fortuna avrebbero tenuto in serbo grandi cose, per lui.
Genio vivissimo che, poi, abbagliò e sbalordì i suoi contemporanei sia grazie ai fondamentali cambiamenti apportati alle realtà istituzionali romane (basti pensare ai pieni poteri goduti con il triumvirato e con la dittatura perpetua, carica che dagli arcaici, canonici sei mesi seppe protrarre sino a un tempo indeterminato) sia in virtù delle impareggiabili qualità militari, quali fece rifulgere ad Alesia, a Zela, a Farsàlo e a Munda.
Ma a 32 anni di età, Cesare era lungi dal condurre le sue legioni in una delle grandi battaglie che ne avrebbero resa immortale la fama: solo passati i quaranta avrebbe fatto cantare la spada in lungo e largo per l'ecumene.
Alessandro, invece, aveva poco più di vent'anni quando devastò il mastodontico esercito persiano, portandolo alla rotta nelle tre epocali vittorie in terra d'Asia.
Il percorso vitale di Cesare, le tappe che egli toccò nell'evolversi della sua storia straordinaria ci appaiono, per quanto opera di un uomo del tutto fuori dal comune, frutto comunque di un processo fisiologico e naturale di crescita, di apprendimento e di attuazione pratica, fredda e razionale: l'intelletto superiore del Latino seppe sostenere e far fiorire in modo eccelso tutto ciò che l'esperienza, accumulata decennio dopo decennio, poté insegnargli.
Mostrò le capacità di un uomo marcatamente superiore a tutti i suoi contemporanei, traendo vantaggio da ogni circostanza favorevole gli si fosse presentata nel corso dell'esistenza: in poche parole Cesare riuscì, grazie alle proprie virtù, ad afferrare per la criniera il cavallo delle possibilità e a domarlo.
Alessandro, come detto, pare invece il centro-motore di un progetto ordito dagli dei, l'esecutore materiale e inconsapevole di disegni celesti tracciati sul grande foglio della storia: così è stato spesso dipinto da parte di chi, nei secoli, si è soffermato sulla sua straordinaria figura.
Quest'aura sacra lo avvolse anche in vita, e molti di coloro che lo conobbero o lo frequentarono ebbero l'impressione di trovarsi dinanzi a un dio incarnato vero e proprio.
Ciò sopratutto da parte di quei popoli che aveva via via assoggettati: egizi, persiani, genti dalla raffinata sensibilità religiosa.
Lo stesso Macedone, precoce davvero anche nell'astuzia, seppe alimentare all'uopo questo sentire comune: l'episodio dell'oracolo di Ammone, presso l'oasi di Siwa, che ebbe luogo nel 331 e nel corso del quale fu proclamato figlio di Zeus-Amon, è indicativo come pochi, al riguardo.
Lo stesso scioglimento del famoso nodo gordiano, col netto colpo di spada, oppure la rappresentazione teatralmente allestita della conquista dell'Asia con la lancia scagliata sul suolo anatolico seguendo i migliori canoni omerici, rivestono un valore altamente simbolico nell'ambito auto-referenziale del grande Alessandro.
Congiungendo l'elemento “divinizzazione” alle due grandiose figure prese in esame possiamo ampliarne ulteriormente le differenze, mettendo in luce quanto diverso sia stato il loro personale approccio nei confronti di tale argomento.
Alessandro fu un dio in terra anche da vivo: Re dei macedoni e Gran Re di Persia, figlio di Amon-Ra nella venerazione degli egizi, si ammantò di divinità dinanzi a quei popoli che lo riconobbero come loro signore.
E' probabile che i suoi hetàiroi, i compagni d'armi ellenici che ne condividevano tanto le battaglie quanto gli avvinazzati banchetti, non vedessero in lui (da uomini, quali erano, meno misticheggianti e più razionalmente pratici rispetto agli orientali) altro che un condottiero straordinario e un uomo dalle capacità politiche inarrivabili: un giovane certo sospinto da un vento fatto di sogni e di utopie quale nessun altro avrebbe potuto sostenere, ma pur sempre un uomo...
Per le etnie che, invece, nel sovrano vedevano una incarnazione divina, cingesse egli la corona di Faraone o quella di Re dei Re, Alessandro non poteva che essere il rappresentante celeste di regni ultra-mondani.
Egli seppe abilmente, ma anche con tatto e perspicacia, vestire tali abiti divini.
L'impronta divino-regale, che illuminò il Macedone quando era in vita, servì appieno ai suoi fini, capace come fu di farne buon uso.
Il grande Romano invece, uomo certo dalla smodata ambizione, seppe dissimularla (o, almeno, tentò di farlo): si mantenne infatti, nel nudo aspetto istituzionale, alieno a qualsiasi forma regale di potere, allontanando in tal modo dalla propria persona ogni sospetto di mire monarchiche; nonostante tutto, si viveva ancora in era repubblicana, e prerogative politiche esaltanti la persona singola dovevano essere maneggiate con tatto.
Si trattava, ad ogni modo, di una Repubblica oramai decadente, e ciò anche a causa di Cesare stesso: il suo triumvirato e la dittatura perpetua avevano già gettato i semi, poi raccolti da Ottaviano Augusto, per il ritorno a Roma, dopo i cinque secoli passati dalla caduta dei Re, di un uomo solo al comando.
Presso i suoi sodali, in realtà, il condottiero andava dicendo che avrebbe sempre preferito l'essere il primo in uno sperduto villaggio, piuttosto che secondo a Roma...Ma si dovevano salvaguardare almeno le apparenze istituzionali, per quanto, in effetti, le regole politiche fossero già state da Cesare ampiamente scalfite alla base.
Giulio Cesare, tanto restìo durante il proprio cursus di statista e condottiero alle elevazioni a oggetto di culto (istituto che poi si perpetuò effettivamente in epoca imperiale, a partire da Augusto), sì da rifiutare sdegnosamente diademi regali e corone via via offerte, assurse agli altari della divinizzazione solo da morto: ciò allorquando lo stesso Ottaviano, suo figlio adottivo, volle amorevolmente onorare il padre con l'epiteto di “Divus Julius”, cui dedicare un tempio nel Foro.
Invero, i punti di contatto tra Cesare e Alessandro sono molteplici: ad esempio, costituisce valido elemento di paragone la rispettiva creazione di nuove città, città che i due andarono fondando e innalzando nel corso del loro concitato peregrinare.
Fu solo dall'età matura in poi che Cesare, deciso a creare ex-novo realtà urbane dove insediare i propri, meritevoli veterani, s'impegnò a dar vita a città come Forum Julii (poi Frèjus) e Cividale del Friuli: sorta di grandi castra, saldi e stabili, di notevole importanza strategica e popolati da abitanti di ceppo rude e pratico, pronto alla bisogna.
Alessandro invece, nel segno di una sbalorditiva capacità nel render mito ogni frutto dei suoi pensieri e delle sue azioni, tracciò, passando da una fondazione all'altra, anche i solchi perimetrali di una polis (poiché di ciò si trattava, pur se eretta sul delta nilotico) destinata a rappresentare uno degli ombelichi della civiltà antica occidentale con Roma, Cartagine, Atene e Gerusalemme.
Alessandria d'Egitto, vero grogiolo di etnie diverse (greci, egizi, ebrei) fu città magica, come magico in certo senso ne fu il giovane fondatore: il Macedone partorì il suo progetto urbanistico all'età di 25 anni, o poco più.
Tracciò con della farina, così si racconta, la planimetria delle mura, planimetria poi compiutamente osservata dal grande architetto greco Dinocrate di Rodi.
La maestosità di Alessandria, la raffinatezza dei suoi riti e l'eleganza dei costumi multi-etnici, la regalità di cui si impregnò col governo dei Tolomei e la fama universale di custode di ogni sapere umano, ne hanno fatto uno dei luoghi-simbolo dell'Antichità.
La sua sacralità mondana, la modernità innovatrice che Alessandria espresse fin dai suoi primi anni di vita, fecero dell'isoletta di Faro e della sua portentosa luce la principale fonte di illuminazione, anche metaforica, dell'intero bacino mediterraneo.
Una città magica dunque, creata dalla volontà di un uomo quasi avvolto dal sovrannaturale.
Il compimento dei 32 anni, l'età-discrimine che, presa in esame, ci ha dato modo di congiungere e raffrontare i due uomini forse più carismatici della storia antica, ha davvero marcato, per entrambi, il confine decisivo.
Nel caso del macedone Alessandro infatti, una morte giunta troppo presto avvalorò ancor più le qualità straordinarie dell'uomo, qualità davvero in grado di bruciare le tappe: virtù, queste, che a molti dei suoi contemporanei parvero quasi di stampo divino.
Risulta prolisso il chiedersi quali altre mirabilia avrebbe prodotto il figlio di Filippo, se fosse vissuto per decenni ancora: la sua grandezza risiede proprio nella incredibile precocità delle sue imprese, nella velocità della loro esecuzione, nell'anticipazione fulminea degli eventi al di là del loro determinarsi fisiologico.
Al contrario, a 32 anni Cesare piangeva la propria frustrante inazione dinanzi al simulacro del grande predecessore, a Cadice.
Laddove Alessandro aveva finito, Cesare iniziò; dinanzi al Romano il destino pose ulteriori cinque lustri di vita: un lasso di tempo che egli seppe sfruttare appieno con un vigore, una abilità e una lucidità mentale quale pochi altri uomini hanno saputo mostrare nel corso della Storia.
Il Triumvirato, le campagne di Gallia e quelle contro i pompeiani, le vicissitudini egizie al fianco di Cleopatra: gli ultimi decenni della sua stella furono senz'altro densi di epocali eventi.
Il tempo di cui Cesare godette, per metterli in pratica, fu relativamente ampio: cinquantasei anni, dei quali la seconda metà vibrante e vissuta alla grande, il tutto in un epoca in cui l'aspettativa media di un essere umano toccava a malapena le quarantacinque primavere.
Furono anni sufficienti perché egli potesse portare a buon fine gran parte dei suoi propositi: ci sembra davvero puro esercizio dialettico ipotizzare cosa altro Cesare avrebbe potuto architettare (e mettere in pratica) se avesse avuto più tempo a disposizione, prima che le lame dei congiurati facessero calare drammaticamente il sipario su una vita al di fuori della norma.
Si parla di una gran voglia, da parte sua, di organizzare, nel periodo precedente la sua morte, una spedizione portentosa ai confini del mondo, tracimando quei limina orientali oltre cui, insidioso, si estendeva l'impero dei Parti: combattendoli, vi aveva già trovato la morte Licinio Crasso, suo alleato nel Triumvirato.
Infatti, per quanto Cesare avesse ormai intrapreso la strada della senilità, il suo ineguagliabile vigore intellettuale, sostenuto da una resistenza fisica che aveva sempre sbalordito i suoi legionari in Europa, in Asia, in Africa, gli avrebbe probabilmente permesso, se fosse vissuto più a lungo, di portare a compimento i propositi della sua volontà d'acciaio, passo dopo passo, obbiettivo dopo obbiettivo.
Eppure, tutto quello che Cesare seppe compiere ci appare già sufficiente a renderlo eterno nel ricordo.
Le opere che compì furono certamente straordinarie, e inattuabili da parte di qualunque altro suo coevo: qui sta la sua imperitura grandezza; tuttavia il suo fu un operare profondamente umano, e legato a intendimenti e pensieri razionali, fossero o no eticamente leciti.
In poche parole, compì quello a cui un uomo può massimamente aspirare nel meraviglioso dispiegarsi di tutte le proprie innate forze: si impadronì integralmente, cioè, di quanto fosse ottenibile da una natura come la sua.
Alessandro, invece, riflette in sé l'idea del divino, e ci appare come un'incarnazione storica e temporale plasmata da forze celesti: è l'esecutore quasi inconsapevole di volontà superiori, indecifrabili agli occhi dei comuni mortali.
Il giovane di Pella si trascinò dietro, nel corso della breve esistenza, questa sua missione terrena spinto da pulsioni inesplicabili, da sogni incrollabili e da mete senza confini.


Riferimenti bibliografici

PLUTARCO, “Vite parallele”, Mondadori, Milano, 2008
SVETONIO, “Vite dei Cesari”, Garzanti, Milano, 2007
Documento inserito il: 28/04/2015
  • TAG: gaio giulio cesare, alessandro magno, storia antica, dittatura perenne, triumvirato, impero macedone, impero romano, vite parallele

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