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L’esercito multi-etnico di Annibale Barca nella seconda guerra punica [ di Andrea Rocchi ]

L’esercito cartaginese di Annibale che nel 219 a.C. si apprestò a valicare le Alpi per invadere il suolo italico dell’odiato nemico romano, era composto essenzialmente di mercenari, come nella buona tradizione punica e mostrava una gran varietà di etnie; infatti agli africani, partiti direttamente dalle coste del nord-Africa al seguito del Barcide Amilcare anni orsono si affiancavano iberici e celtici reclutati i primi tra le riottose tribù della penisola spagnola, i secondi nelle regioni abitate dalle comunità celtiche galliche. Non esistono fonti che possono guidarci nella ricostruzione precisa dell’organizzazione di tale esercito, di sicuro il ruolo degli ufficiali cartaginesi, solitamente scelti tra il ristretto numero delle famiglie di estrazione nobile, fu determinante per assicurare la coesione in battaglia di tanti uomini di lingua e costumi diversi e soprattutto per garantire la fedeltà alla causa dei mercenari che non hanno mai combattuto per ideali diversi che non fossero la paga e la possibilità di far bottino. Un esempio di tal costume lo possiamo riscontrare al termine della prima guerra punica nel 241 a.C. quando furono proprio le truppe mercenarie al soldo punico di Amilcare Barca, padre di Annibale, a rivoltarsi al proprio generale una volta sbarcati in Africa, di ritorno dalla campagna militare di Sicilia in seguito alla disfatta della flotta cartaginese nella battaglia navale delle Egadi che segnò la vittoria romana della guerra suddetta; furono necessari tre anni di lotte sul suolo natio affinché Amilcare evitasse che proprio la rivolta mercenaria distruggesse definitivamente la perla del Mediterraneo. Il Barcide in questione comprese la lezione e quando, sbarcato in Spagna con al seguito il figlio Annibale (237 a.C.), si impegnò nella conquista delle regioni iberiche, aveva provveduto a portarsi dall’Africa delle truppe del luogo, i libi-fenici che durante tutte le campagne militari degli anni a seguire costituirono per lo stesso Annibale, una volta assunto il comando dell’esercito alla morte del padre (221 a.C.), il fulcro della fanteria, quell’elemento fondamentale che in battaglia, schierato nella classica formazione a falange di stampo ellenico, poteva garantire sempre il massimo in termini di coraggio e disciplina, mentre fuori dal campo di battaglia rappresentava quello zoccolo duro di veterani, leali, fedeli e pronti a seguire il proprio comandante in capo al mondo conosciuto.
Di sicuro ad Annibale non potevano bastare le pur valide truppe africane per conquistare l’Italia, difesa dalle temibili legioni romane; egli aveva bisogno di uomini e le tribù iberiche e celtiche risposero al suo invito. I celti furono arruolati nelle schiere puniche a partire dal 218 a.C., data in cui Annibale valicò le Alpi, riversandosi nelle pianure della Gallia e costituirono nel tempo una importante risorsa per il condottiero anche se il loro utilizzo in battaglia fu in alcuni frangenti che andremo ad esaminare alquanto controverso seppur rientrando nell’ottica della grande strategia del Barcide. Solitamente armati di spade lunghe e scudi di forma ovale decorati con motivi tribali, spesso senza alcuna protezione per il corpo, i celti rappresentavano coraggiose e resistenti truppe, atte a travolgere le prime linee avversarie ma aventi alcuni basilari punti deboli nella mancanza di coesione e di disciplina nel combattimento in gruppo essendo la tendenza dei più riscontrabile nel cercare il duello individuale. Per questi motivi, uniti al fatto che il loro numero era ragguardevole, Annibale li utilizzò spesso come “carne da cannone” e la sintesi di questa tendenza la si può notare nella battaglia di Canne (216 a.C.) dove un centro formato da 19.000 tra Galli ed Iberici fu contrapposto al centro romano di 55.000 unità con il conseguente soccombere dei celti che arretrando causarono la compressione dei più numerosi romani e permisero alle truppe di fanteria puniche di elite di compiere quella straordinaria manovra di aggiramento che imbottigliò le legioni in una trappola mortale.
Sicuramente ben più stimati dal Barcide erano i contingenti iberici a piedi che contavano tra le proprie fila i cosiddetti “scutarii” il cui nome derivava dallo “scutum”, lo scudo che avevano in dotazione; gli spagnoli combattevano con l’ausilio di giavellotti che venivano lanciati sul nemico prima di caricarlo spada in pugno. A tal proposito le spade iberiche erano a lama corta e si distinguevano in due tipologie, da un lato la “falcata” a lama ricurva a taglio singolo, dall’altro quello che poi fu chiamato “gladius hispaniensis”, a lama diritta a doppio taglio.
In ogni caso nessun esercito dell’epoca si muoveva se non affiancato da valide truppe di schermaglia, ovvero uomini in equipaggiamento estremamente leggero che potevano essere lanciati oltre lo schieramento amico per tempestare da distanza di sicurezza le linee avversarie di un fitto lancio di giavellotti o pietre, oppure essere impiegati per operazioni particolari. I tempi dei leggendari scontri frontali tra falangi senza l’ausilio di schermagliatori era tramontato da secoli e troviamo infatti Annibale ben rifornito in tal senso dei validissimi frombolieri delle Baleari, reclutati nell’arcipelago del Mediterraneo; questi uomini armati di ben tre differenti tipi di frombola (fionda) a seconda del raggio di azione, erano organizzati in due corpi di mille uomini ciascuno e potevano causare tra le fila nemiche, grazie ad un fitto ma preciso lancio di proiettili, ingenti perdite. L’elemento di spicco dell’esercito cartaginese, durante la seconda guerra punica, fu però rappresentato dalla cavalleria nell’utilizzo della quale Annibale si dimostrò un vero e proprio precursore dei tempi, potendo anche o forse soprattutto contare su un comandante di assoluto valore quale Maarbale. Da un lato troviamo i numidi, i migliori cavalieri dell’antichità, che agivano da schermagliatori a cavallo, riuscendo a tempestare il nemico, anche in questo caso, di un preciso quanto letale lancio di giavellotti oltre a provocare lo stesso allo scontro, dall’altro invece agivano i potenti cavalieri celtici ed iberici, che pesantemente equipaggiati con corazze, elmi, scudi e spade o lance potevano effettuare devastanti cariche o ingaggiare furiosi corpo a corpo. Sempre a Canne nel 216 a.C. la cavalleria pesante punica al comando di Asdrubale compì ben tre cariche annientando la cavalleria romana su un fronte prima di convergere con repentina azione sul fronte opposto travolgendo la controparte italica. In tutto questo frangente, la “fastidiosa” cavalleria numidica al comando di Maarbale fu impiegata con compiti di contenimento evitando per quanto possibile il corpo a corpo ma causando con operazioni “mordi e fuggi” ragguardevoli perdite tra i romani senza subirne a sua volta.
La composizione dell’esercito, le tattiche, le strategie del Barcide dimostrarono in sintesi il carisma e l’acume di questo generale che riuscì ad unire negli intenti e nella fedeltà alla causa e a lui stesso, contingenti di uomini tanto diversi tra loro per farne appunto una macchina da guerra tra le migliori e più addestrate dell’epoca, un esercito invincibile che subì la sua prima e unica disfatta a Zama nel 202 a.C. per mano di un altro grande condottiero che fece dell’innovazione la sua arma vincente…quel tal Publio Cornelio Scipione, detto l’Africano.


Fonti:
"Cannae 216 BC: Hannibal smashes Rome's Army" di Mark Healy.
Documento inserito il: 19/12/2014

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