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Vittorie usurpate. L'epopea di Pompeo Magno [ di Andrea Rocchi ]

Pompeo Magno fu un grande generale o grande bluff?

Usurpare una vittoria è un'arte...
Nella storia dell'umanità, in molti si sono fregiati di trionfi e di successi maturati sulle fatiche altrui o su incredibili colpi di fortuna, spesso senza lo straccio di un rimorso di coscienza, a volte facendo di necessità, virtù. Riesco ad individuare una sorta di capostipite di tale usanza in uno dei generali romani più sopravvalutati della storia, quel Gneo Pompeo Magno che ad un attento esame, di "grande" ebbe, a mio dire, solamente l'epiteto. Egli nacque nel 106 a.C. da una ricca famiglia del Piceno, di estrazione rurale, il padre Pompeo Strabone, generale della Repubblica, console e senatore, comandava ben tre legioni di veterani durante la guerra sociale nell'89 a.C. Al termine del consolato, si rifiutò di riconsegnare i suoi veterani che assestò nel Picenum, prima di marciare alla testa degli stessi verso l'Urbe in appoggio agli "optimates" contro la rivolta democratica capeggiata da Cinna, Mario e Sertorio. Ora per farla breve, nel mentre Silla se ne tornava a Roma dall'Oriente in seguito alla guerra mitridatica, il suo acerrimo nemico Mario era già passato a miglior vita nell'86 a.C., nella stessa data Cinna, di nuovo console dopo aver di fatto occupato militarmente Roma, si apprestava con il collega Carbone ad attenderlo in armi. Finale della storia: Cinna fu trucidato dal suo raccogliticcio esercito, stufo di combattere, Sertorio si rifugiò nella penisola iberica dando vita ad una sorta di regno indipendente, Strabone fu colpito da un fulmine (si narra anche di pestilenze o di cadute in battaglia) e al figlio Pompeo non rimase che ritirare le tre legioni di famiglia nuovamente nel Picenum. Gneo era dunque cresciuto tra i veterani del padre in compagnia del fraterno amico Marco Tullio Cicerone, fin da giovane dimostrò un "presunto ed innato" talento militare tanto da essere accostato ad Alessandro il Macedone che divenne nel corso degli anni una sorta di fantasma, sempre presente nel suo inconscio. Non per nulla, lo stesso Pompeo se ne andava in giro con un'acconciatura ripresa in pieno da uno dei tanti busti del figlio di Filippo II.

Al giovane arrivista non rimase che cavalcare l'onda del vincitore Silla alla testa delle sue legioni, ottenendo proprio per questo, il favore del dittatore che spedì uomini e generale prima in Sicilia e poi in Africa sulle tracce dei pochi sventurati mariani rimasti in circolazione. Conseguì una serie di vittorie che lo illusero di essere un grande stratega, superiore persino a Scipione Africano, a fronte di una brutalità senza eguali che suscitò eterno odio tra gli avversari e malcelato sconcerto tra gli alleati; a prova della sua indole subdola, Pompeo ottenne un immeritato trionfo, minacciando velatamente Silla con i suoi legionari che potevano in ogni momento prendersi Roma qualora lui lo avesse semplicemente voluto. Ma la prova del nove per il novello Alessandro Magno sarebbe arrivata da li a poco nella Spagna del generale Sertorio contro il quale pretese di andare a combattere non sciogliendo le famose tre legioni al termine del mandato siculo-africano. Dal 76 al 71 a.C. si combattè nella penisola iberica un feroce conflitto in cui la guerriglia ne fece da padrone; Pompeo ne uscì con le ossa rotte. Sconfitto nei pressi di Saguntum, lamentò al Senato una mancanza di uomini e mezzi, ma sfruttando il talento del proconsole Metello nel contenere le azioni "mordi e fuggi" di Sertorio e la morte di questo ultimo sopravvenuta in una congiura, riuscì comunque ad ergersi vincitore assoluto della campagna di Spagna, prendendosene tutti gli onori, trionfo compreso.

In Italia, nuove personalità avevano intanto preso il potere, tra questi Crasso, un patrizio divenuto ricchissimo con l'acquisizione dei beni dei proscritti sillani; egli ambiva al consolato e la rivolta servile dello schiavo Spartaco sarebbe stato il suo trampolino di lancio ideale. Dopo essersi dannato l'anima per stanare l'ex gladiatore, lo sconfisse sonoramente in Lucania, sbavando dietro un trionfo ormai imminente, ma non aveva fatto i conti con Pompeo, il quale tornato via terra dalla penisola iberica si prese la briga di inseguire, sterminandoli con i soliti metodi truci, i quattro derelitti sopravvissuti dell'armata di schiavi, che stavano cercando di transitare per le Alpi. Il popolo di Roma, di entusiasmo facile, acclamò una volta per tutte, Pompeo come il nuovo Alessandro Magno, disdegnando Crasso, vero fautore della vittoria. Il ricco patrizio ingoiò il rospo a fatica, seppur ritenne opportuno allearsi con il "Magno", detenendo con lo stesso il consolato dell'anno 70 a.C. ma il suo odio nei confronti del giovane profittatore non sfumò mai e determinò in un certo qual modo la disfatta di Carre nella quale lo stesso Crasso morì nel 53 a.C.

Lo show di Pompeo Magno continuò imperterrito...dopo aver reso sicure le acque dell'Adriatico dai pirati, il suo occhio si allungò sull'Oriente, fonte di ricchezze, dove il generale Lucullo stava accumulando successi su successi e denari su denari nella guerra contro l'irriducibile Mitridate VI. Pompeo smucinò in tal modo le torbide acque della politica romana, ottenendo i favori degli "equites" e alimentando le opposizioni a Lucullo, che ottenne ben presto un mandato proconsolare per la campagna militare d'Oriente in barba a Lucullo stesso. Dal 66 al 62 a.C. combattendo contro un esercito logoro da anni di guerre, riuscì ad aver ragione del re ribelle, annettendo a Roma quanti più territori possibili e massacrando, già che c'era, la caucasica popolazione degli Iberi; in questa occasione il grande generale, emulò Annibale a Canne, attirando gli iberi al centro dello schieramento, facendo arretrate lo stesso e circondando gli ignari guerrieri con le cavallerie e le truppe fresche di retrovia. E nel mentre Pompeo era l'eroe del momento superando a sua detta in strategia anche Annibale, Lucullo, decaduto politicamente, si dava al lusso più sfrenato, ai banchetti appunto "luculliani"...

Tralascio volontariamente il racconto di tutti i magheggi correlati al primo triumvirato formato appunto da Pompeo, Crasso e l'emergente Giulio Cesare, console e poi proconsole nelle Gallie, che malvisto dalla classe senatoriale, decise nel 49 a.C. di passare il Rubicone e calare sull'Urbe con tutti i suoi veterani. Il Senato ricorse a Pompeo, l'Alessandro Magno romano avrebbe sicuramente sconfitto l'uomo della Suburra ma in questo frangente emersero tutte le lacune di condottiero di questo sopravvalutato generale. A Durazzo, un temporeggiante Pompeo si lasciò sfuggire l'occasione per annientare il nemico, nella battaglia campale di Farsalo nel 48 a.C. andò invece incontro ad una disfatta che ha dell'incredibile: i suoi effettivi, circa il doppio rispetto a quelli di Cesare, furono letteralmente sbaragliati dai veterani delle Gallie. Fu la fine della stella di Pompeo Magno. Sallustio lo definì un uomo mediocre in tutto tranne che nell'abilità di accaparrarsi il potere, una figura lontana anni luce dunque da quell'Alessandro che giunse ai confini del mondo conosciuto. Di stesso parere fu Tacito e persino Cicerone, che da amico intimo, fu scaricato da Pompeo nel momento di maggior bisogno.

Con un salto di secoli, mi va di citare Flavio Ezio, l'ultimo dei romani, colui che per circa trenta anni come magister militum dell'Impero Romano d'occidente (dal 425 al 454 d.C.) si barcamenò a mò di funambolo tra battaglie, alleanze e popoli "foederati" per assicurare la sopravvivenza del regno dell'imbelle Valentiniano III. Nella battaglia dei Campi Catalaunici (451, Chalons-en-Champagne), l'esercito romano, che di romano aveva solamente un'accozzaglia di reclute italiche comandate dallo stesso Ezio disposte alla destra dello schieramento, si prese il merito di aver sconfitto il terribile Attila degli Unni. Ad una più attenta disamina, la vittoria è da attribuire in larghissima parte ai Visigoti di re Teodorico, l'ennesimo "foederatus" insediato nelle ex province romane, nello specifico l'Aquitania, il quale si era preso la briga di intervenire in massa nello scontro per paura di ritrovarsi gli unni liberi di scorrazzare nelle proprie terre... Chiudo tornando al 28 ottobre 312, dove un infervorato e gran furbone Costantino I, sbaragliò l'esercito imperiale di Massenzio nella battaglia di Ponte Milvio a Roma dopo essersi accorto che in cielo lievitava una sorta di croce di luce con la scritta "Εν Τουτω Νικα" ovvero "con questo segno vinci". In realtà il futuro imperatore contò oltre che sul rinnovato entusiamo dei suoi uomini, felici di poter combattere sotto la protezione di un dio, sull'ignoranza tattico-strategica del Massenzio in quale dispose le sue preponderanti truppe in maniera raccapricciante.


Bibliografia
Il libro nero di Roma Antica - Giuseppe Antonelli
Le grandi battaglie di Roma Antica - Andrea Frediani
Documento inserito il: 18/12/2014

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