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Battaglia delle Cinocefale 197 a.C.

Pubblicato da Ars Bellica il 27/07/2009


Nella battaglia delle Cinocefale, battaglia che in termini militari viene detta "battaglia d’incontro", le legioni di Flaminino attaccano le falangi di Filippo V mentre sono ancora in fase di dispiegamento mandandole in rotta.


Gli avversari

Tito Quinzio Flaminino (229 ca - 174 a.C.)
Generale romano, fu questore nel 199 a.C. e console nel 198 a.C., quando gli fu affidato il comando della campagna contro Filippo V di Macedonia, che sconfisse a Cinocefale nel 197 a.C., mettendo fine alla seconda guerra macedonica e togliendo poi a Filippo tutti i possedimenti in Grecia e in Asia Minore. Nel 196 a.C., nel corso dei giochi istmici tenuti sull'istmo di Corinto, proclamò l'indipendenza delle città-stato greche in precedenza sottomesse alla Macedonia. In seguito agì più volte nella politica della Grecia, per mantenerne la fedeltà a Roma con lo scopo puramente fittizio di garantirne la libertà. Nel 189 a.C. fu censore e nel 183 a.C. ambasciatore presso Prusia II, re di Bitinia, al quale richiese la consegna di Annibale, che si era rifugiato presso il re dopo la sconfitta di Antioco III il Grande di Siria, a Magnesia, da parte dei Romani.

Filippo V il Macedone (238 ca - 179 a.C.)
Fu Re di Macedonia dal 221 al 179 a.C., figlio di re Demetrio II, salì al trono alla morte del suo tutore, Antigono Dosone. Ottenne dall’inizio la fama in una guerra (220-217 a.C.) nella quale, assieme alla Lega Achea, sconfisse un'alleanza formata dalla Lega Etolica, da Sparta e dall'Elide. Si alleò poi con Demetrio di Faro, principe illirico e nemico di Roma. Le vittorie del generale cartaginese Annibale in Italia convinsero Filippo a stipulare un'alleanza con Cartagine nel 215 a.C., sperando, in questo modo, di assicurarsi i possedimenti romani in Illiria. L’accordo però accese un lungo conflitto con Roma, conosciuto come guerra macedone, che alla fine impose la dominazione romana in Grecia. Filippo allora si dedicò alla ricostruzione del suo regno riorganizzando le finanze, aprendo alcune miniere e migliorando le difese delle frontiere settentrionali. Il continuo intervento di Roma contro la Macedonia, a seguito dei reclami degli stati vicini, convinse Filippo che i Romani volessero annettersi il suo regno. Così nel 184-183 a.C., e nuovamente nel 181 a.C., cercò, con scarso successo, di estendere il suo dominio nei Balcani.


I regni ellenistici obiettivo di Roma

Alla fine delle guerre puniche lo scenario politico, economico e persino culturale di Roma si era profondamente trasformato. Le prospettive espansionistiche sul piano politico e militare della Repubblica erano uscite dai confini della penisola italiana per assumere l'intero bacino del Mediterraneo come area d’interesse privilegiata, mentre la raffinazione degli strumenti diplomatici e militari, soprattutto con il rinnovamento dell'esercito, offrivano alla Repubblica i mezzi per agire in zone che fino a pochi anni prima non sarebbe stato possibile considerare. L’affiorare all’interno della società romana di un ceto affaristico, quello degli equites, i cavalieri, che tanto peso avrebbe dovuto avere nelle vicende immediatamente posteriori, aveva congiunto I'imperialismo economico dei nomine novi con la volontà di supremazia militare appartenente ai settori più avanzati dell'antica nobilitas. La struttura politica e sociale che si era creata offriva il supporto necessario ad un'ulteriore crescita del potere romano; i regni ellenistici e in particolare l’Ellade rappresentavano i principali obiettivi di tali appetiti. Roma era già intervenuta, nel 211, appoggiando una guerra contro la Macedonia, potere egemone nella penisola ellenica e alleata di Cartagine, condotta da alcuni degli stati greci; tuttavia, con ancora l'esercito di Annibale nella penisola italiana, l'impegno romano era stato blando e la Macedonia se l'era cavata con pochi danni. Una volta terminato il conflitto cartaginese i Romani erano adesso pronti a saldare il conto con Filippo V, re macedone, e soprattutto a sostituire l'influenza di quest'ultimo nella confusa situazione politica ellenica.


La legione e la falange

Nel Mediterraneo dai tempi della battaglia di Maratona, nel 490 a.C., la falange prima oplitica e poi, dopo l'introduzione macedone della picca, di picchieri, era considerata la più potente formazione militare e si credeva fosse invincibile. La falange, per ben tre secoli, era stata il fondamento degli eserciti occidentali dell'epoca. Non a caso tutte le guerre, tra i diadochi, tra i regni ellenistici, le guerre di Pirro, erano state combattute con eserciti che ponevano al centro dello schieramento solide unità di picchieri schierati secondo l'ordine falangitico. L’avvento di Roma sul teatro politico e militare del Mediterraneo orientale, decretò un cambiamento radicale: la flessibilità della legione manipolare e la sua capacità di adattamento ai diversi terreni e alle mutevoli e spesso imprevedibili situazioni tattiche si dimostrarono fattori vincenti.
Di fronte alla leggerezza dello schieramento manipolare, la falange evidenziò tutti i suoi limiti, che erano rimasti ben nascosti in uno stile di combattimento uniformato e sostanzialmente identico all'interno della koinè di lingua greca. L’esigenza di circondare la falange con unità specialistiche, peltasti, fanti leggeri, tiratori, per proteggerne il dispiegamento e soprattutto la vulnerabilità sui fianchi e in terreni difficili delle pesanti e profonde formazioni di picchieri sembravano fatte volutamente per esaltare l'omogeneità, la manovrabilità e l'adattabilità delle formazioni legionarie. La battaglia delle Cinocefale, che pose fine alla seconda guerra macedonica segnando l'inizio dell'egemonia romana sulla Grecia, fu la dimostrazione evidente di questa superiorità. È anche interessante notare che sia la falange sia la legione erano, sostanzialmente, espressione di un modo di intendere la guerra molto simile. Infatti, in entrambi casi si trattava di eserciti formati da cittadini che percepivano il portare le armi come qualcosa di intimamente connesso all'esercizio dei diritti politici e del senso di appartenenza ad una compagine statale. Partendo da queste basi gli storici, primo fra tutti lo storico americano Anthony Santosuosso, a ragione, definiscono la fase greca, ellenistica e repubblicana della storia militare l’era del cittadino-soldato.


Il pilum

A differenza delle falangi ellenistiche, i legionari romani erano armati di un pesante giavellotto, detto pilum; un armamento più leggero e meno legato alla formazione chiusa della picca ellenistica, lunga fino a sei metri. Quest’arma consentiva ai legionari un'elasticità tattica infinitamente maggiore sul campo di battaglia e si rivelò adatta al tipo di guerra condotta dalle legioni. Il pilum (plurale pila) equipaggiava i primi due ranghi dei manipoli ed era un'arma di concezione tipicamente romana.
Consisteva in un'asta di legno lunga circa 130 cm su cui s’innestava una parte di ferro, di circa 70 cm, terminante con una punta a doppio arpione. I legionari avevano due pila, uno dei quali era munito di un peso collocato all'inizio della parte metallica.
Al momento dello scontro la pioggia dei pila doveva attenuare l'impeto degli avversari.
Quando un pilum pesante andava a conficcarsi in uno scudo, ne rendeva in sostanza impossibile l'uso perché, a causa della forma delle sue punte, era difficile da togliere; anche se non trapassava un nemico, lo privava quindi della sua difesa, lasciandolo scoperto ai lanci successivi. Una volta lanciati i pila il legionario estraeva il gladio, la corta spada di origine iberica di cui era dotato, e si avvicinava al nemico, scompaginato dai lanci, attaccandolo in un corpo a corpo. Fu con questa tattica che le legioni uscirono vittoriose in ogni scontro che le vide opposte alla falange ellenistica, come alle Cinocefale.


Gli antecedenti
Nel 201 a.C., Attalo di Pergamo e i Rodiensi, in guerra con il re macedone Filippo V, chiesero aiuto al Senato romano: era quello che Roma attendeva e quindi inviò a Filippo un ultimatum irrevocabile. Il re macedone avrebbe dovuto risarcire Rodiensi e Attalidi, si sarebbe dovuto impegnare a non muovere guerra all’Egitto e a non intervenire nella politica degli stati greci, in pratica la Macedonia avrebbe dovuto annullare la propria politica estera.
Ovviamente Filippo rifiutò, dando così al Senato un pretesto per far sbarcare un esercito sulle coste dell'Epiro.
Nel 199 un esercito romano, comandato dal console Sulpicio Galba, entrò in Macedonia e prima che le truppe rientrassero nei quartieri invernali ebbe un piccolo scontro, a Ottobolos, con le forze di Filippo che si risolse in un sostanziale nulla di fatto. Non era stata una grande campagna, ma aveva dimostrato ai Greci che Roma era in grado di mantenere un esercito in Macedonia e durante l'inverno la Lega Etolica, il più forte raggruppamento di stati greci, strinse alleanza con Roma. Rafforzato dagli alleati greci, il nuovo comandante romano in Macedonia, Tito Quinzio Flaminino, nel 197 affrontò l'esercito macedone nella località detta delle Cinocefale, "colline testa di cane", in Tessaglia.


Le forze in campo

Flaminino sul campo delle Cinocefale aveva quattro legioni, due alleate e due romane per un totale di 22.000 uomini, oltre a 4.000 fanti pesanti e 2.000 peltasti della Lega Etolica. La fanteria leggera contava 1.200 fanti più 800 mercenari da Creta. La cavalleria assommava a 2.400 uomini ai quali si aggiungevano 20 elefanti da guerra.
Alle Cinocefale Filippo schierò un esercito di circa 25.500 uomini; una fanteria pesante composta da 16.000 falangiti, 1.500 mercenari e 4.000 peltasti; la fanteria leggera contava circa 2.000 fanti. I cavalieri erano solo 2.000 tra macedoni e tessali.


La battaglia delle Cinocefale

La battaglia delle Cinocefale fu quello che in termini militari si chiama "battaglia d’incontro". Sulla cresta delle colline Cinocefale si scontrarono per primi i reparti di fanteria leggera dei due eserciti, mentre il grosso delle truppe era ancora in marcia e stava convergendo verso il campo di battaglia.


Gli schieramenti.

L'arrivo dei rinforzi romani alle Cinocefale ricacciò indietro i fanti leggeri macedoni. A questo punto Filippo, che aveva diviso in due unità distinte la propria falange, fece schierare la prima unità di fanteria pesante sulla sua destra, per lasciare così lo spazio a sinistra per la seconda unità.
Mentre la sinistra macedone stava ancora arrivando sul campo Filippo attaccò con la destra, riuscendo a far arretrare le due legioni di Flaminino che si erano schierate da quella parte. Ma Flaminino, che nel frattempo aveva già schierato le altre due legioni e gli elefanti di fronte alla sinistra macedone, attaccò da quel lato la falange, ancora in difficoltà per il passaggio dalla formazione di marcia a quella di battaglia, questa non resse all'urto e si mise in rotta.


Battaglia delle Cinocefale - Fase 1.

A questo punto Flaminino fu in grado di aiutare il proprio fianco sinistro dove le due legioni, una romana e una di alleati italici, erano ancora sotto la pressione della falange macedone. Con una conversione a sinistra i Romani mandarono venti manipoli ad attaccare la destra della falange, che in quel punto era sotto il comando dello stesso Filippo, e colpitala sul fianco ben presto ne scompaginarono la formazione. Persa la coesione, una falange era una facile preda per la fanteria romana e ai Macedoni non rimaneva che abbandonare il campo.


Battaglia delle Cinocefale - Fase 2.

Nel massacro che seguì la fine della battaglia i falangiti macedoni, vistisi circondati, alzarono le picche in segno di resa, ma i Romani non capirono il gesto e continuarono la carneficina. Alle Cinocefale le perdite macedoni alla fine della battaglia contarono 8.000 morti e 5.000 prigionieri, mentre l'esercito di Flaminino aveva perso solo 1.000 uomini.


Le conseguenze

Con la sconfitta delle Cinocefale Filippo fu obbligato a cedere a Roma il controllo della politica greca. Roma aveva dimostrato non solo di essere in grado di allestire una campagna vittoriosa proprio nel cuore del mondo ellenistico, ma anche di essere capace di inserirsi, come regolatrice, nelle complesse diatribe che da sempre scuotevano il mondo ellenico. Inoltre Roma costrinse Filippo a disarmare la flotta, fornire ostaggi al senato e a pagare una grossa indennità di guerra. Dopo la battaglia delle Cinocefale la Macedonia, anche se formalmente risultava essere alleata di Roma, diventava in realtà uno stato periferico della Repubblica romana. Venticinque anni più tardi, il re macedone Perseo tentò di riconquistare l'autonomia per il suo paese, provocando la terza guerra macedonica. Ma ancora una volta, come alle Cinocefale, la falange macedone si mostrò inferiore alla legione romana e, con la sconfitta di Pidna il 22 giugno del 168 a.C., la Macedonia perse per sempre la sua indipendenza, chiudendo due secoli in cui il piccolo paese del nord della Grecia era stato al centro del mondo mediterraneo.

Documento inserito il: 23/02/2020

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