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I Carri Armati dell'Antichità: gli elefanti di Pirro e Annibale [ di Carlo Ciullini ]

Un mostro infernale, o atterrato sulla terra provenendo da altri mondi, sputando fuoco (poco, in verità) e sferragliando in modo assordante: così deve essere apparso il primo Mark I che, durante la battaglia della Somme, in una brumosa mattina di Settembre del 1916, attraversò la terra di nessuno diretto verso gli atterriti e confusi fanti tedeschi assiepati nelle trincee.
La sua vista fu sufficiente perché alcune centinaia di soldati del Kaiser Guglielmo II° si arrendessero spontaneamente alle truppe britanniche: e ciò, nonostante l'enorme e primitivo marchingegno, avanzando a velocità limitata, non avesse altro che divelto arbusti, palizzate e ferro spinato.
La potenza di sparo di quel grossolano e spaventoso prototipo di carro-armato inglese era risibile, ma la sua mole e il roboante frastuono metallico che ne accompagnava l'incedere bastarono per impaurire il nemico.
Potremmo definire quell'evento l'alba dei carri da guerra moderni: da lì in poi maturò un loro continuo sviluppo, sia in campo alleato che in seno agli eserciti degli Imperi centrali.
Il loro impiego tuttavia fu, nel corso del primo conflitto mondiale, limitato dal non ancora sostenuto livello tecnologico raggiunto dagli apparati industriali delle nazioni impegnate in guerra.
Ben più ampio uso si fece dei carri-armati durante la seconda guerra mondiale: epiche, e probabilmente decisive per le sorti dell'evento bellico, furono i giganteschi scontri tra titani d'acciaio a El Alamein e a Kursk; lo stesso iniziale successo della “Blitzkrieg” nazista in terra di Polonia e di Francia, tra il Settembre del '39 e il Giugno 1940, si dovette al perfetto e devastante impiego dei “Panzerkorps” di Wehrmacht e SS.
Nel corso dei sei anni di guerra, le tipologie e le classi dei vari carri sfornati via via dalle fabbriche dei paesi belligeranti andarono sempre più sofisticandosi: ne è esempio, fra tutti, l'evoluzione del carro tedesco Panzer, che nelle versioni succedutesi assunse i connotati del mastodontico Tiger per arrivare, infine, al terrifico Tiger Reale.
Una macchina bellica, quest'ultima, dalle micidiali capacità distruttive, ma che presentò fin da subito problematiche legate proprio alle eccezionali dimensioni: un suo impiego meno tardivo, e non a guerra ormai compromessa, avrebbe forse potuto rendere più ardua l'avanzata, tra il 1944 e la metà dell'anno seguente, di Alleati e Sovietici verso la Germania già collassata.
I carri-armati del XX° secolo non furono altro che l'espressione, progredita, di quei carri da guerra che, dai tempi dei Sumeri in poi, caratterizzarono le imprese belliche di popoli come gli Egizi e come i Celti.
Greci e Romani, invece, ne fecero nel corso dei secoli scarso uso, sfruttandolo sicuramente più come mezzo di trasporto, che di impiego tattico-strategico.
Messo relativamente da parte, il carro tornò al centro, nella sua progettazione, di una delle tante mirabolanti utopie leonardesche: i disegni del genio toscano, nei quali viene tratteggiato un carro-armato ante litteram (struttura lignea di forma conica con piccole ruote, feritoie laterali per i falconetti, e corpo-motore costituito da cavalli aggiogati al suo interno), assumono, quasi liricamente, le parvenze di progenitore rinascimentale di Mark, Panzer e Sherman moderni.
Il terrore, lo sgomento che ha afferrato il soldato di questo secolo e dello scorso, al sopraggiungere in campo dei carri-armati, nelle pianure europee e nelle distese sabbiose d'Africa e del medioriente (ricordiamo le guerre arabo-israeliane e le campagne in Iraq), è probabilmente lo stesso che ha serrato fiato e muscoli ai legionari di Roma due millenni e mezzo fa, allorquando la Repubblica si trovò a combattere contro avversari che sapevano, nel corso delle battaglie, fare ampio e profittevole uso di ciò che possiamo considerare i carri-armati dell'antichità: gli elefanti.
Ci pare infatti di scorgere più in questi animali, che nei carri ruotati veri e propri, i reali antesignani dei tank moderni.
L'elefante con la propria massa sovrastante, le zanne acuminate, la proboscide, atterrisce, scompagina e frantuma le schiere avversarie come può, in effetti, fare anche un carro trainato da cavalli al galoppo: ma il senso di natura devastatrice, di incarnazione letale di paurose simbologie ancestrali risiede, a nostro parere, maggiormente nel grande animale piuttosto che nel mezzo meccanico, pur spaventoso.
Il carro militare impersonifica le capacità umane di ideare e costruire strumenti di morte, e di mettere la propria creatività al servizio di istinti distruttivi; l'elefante da guerra ha invece rappresentato, per quei soldati romani che per primi li incontrarono nei campi di battaglia della penisola, l'incarnazione stessa dell'ignoto irrazionale, di ciò che esulava del tutto dagli usuali canoni bellici con cui i milites si relazionavano abitualmente, scontrandosi coi popoli italici.
Gli epiroti di Pirro, l'esercito cartaginese di Annibale, proveniendo da terre al di là del mare, mettevano i Romani in contatto con nuove realtà straniere, e allargavano il ventaglio delle possibilità di incontro, drammatico incontro, con situazioni, etnie, usi e animali atipici per la realtà mediterranea.
Gli elefanti erano parte di quel cosmopolitismo extra-italico cui già i sovrani ellenistici come Pirro stesso, o le guide militari di popoli mercantili e colonizzatori quali i Punici, attingevano a piene mani.
Il mostro zannuto era parte di questo ecumenico patrimonio: altri popoli erano già riusciti ad aggiogarlo e renderlo utile ai propri fini mentre, da parte loro, i Romani a Heraclea, ad Ascoli Satriano, al Trebbia si scontrarono amaramente con la propria realtà di nazione ancora giovane e localmente limitata.
Fu proprio il III° secolo avanti Cristo (quello dell'incontro dell'aquila romana con gli elefanti) il periodo in cui l'Urbs cominciò ad affacciarsi prepotentemente e con voracità al di là dei confini peninsulari.
Scontrarsi prima con l'esercito pirrico, composto da italici, tessali, macedoni, molossi, rodiesi, e poi con quello di Annibale e dei suoi punici, galli, iberici e numidi significava per Roma abbandonare una visione ristretta al mondo italico e ai suoi piccoli e multiformi popoli, per gettarsi invece, con impeto e brama, contro e incontro a realtà nazionali di ampia dimensione e di forza superiore.
Abbiamo per tali motivi definito come “carri-armati dell'antichità” gli elefanti da guerra, e non i carri che ne furono oggettivamente i reali precursori.
Ci pare infatti che l'elefante abbia, in quei secoli, riassunto in sé ancor di più gli elementi simbolici del terrifico ancestrale che, millenni dopo, avrebbe spaventato a morte gli eserciti del 1900 e del 2000.

E' il 280 avanti Cristo: Pirro, re dell'Epiro, terra balcanica montuosa e ricca di covi d'aquile, decide di ampliare i propri orizzonti sbarcando in Italia, in soccorso di alcuni popoli italici che si oppongono alla irrefrenabile espansione di Roma nel Meridione: è la guerra tarentina, che vede nella città dell'Apulia la più acerrima nemica dell'Urbe.
La guerra stessa, durata un quinquennio, avrà il suo epilogo col ritorno del sovrano ellenistico in patria, senza esser tangibilmente riuscito a organizzare contro Roma una valida coalizione italica che si opponesse all'allargamento dei confini latini.
Ciò, malgrado le prime vittorie conseguite dall'esercito pirrico, sbarcato a Taranto con poco più di 30mila soldati e (cosa che maggiormente ci interessa) con 20 elefanti al seguito.
La battaglia che diede il via alla campagna epirota sul suolo d'Italia si svolse a Heraclea, in Lucania: contro le schiere di Pirro si paravano le legioni del console Publio Valerio Levinio.
Forse perché abituati a combattere, nelle esperienze precedenti, contro entità italiche locali, cioè genti latine, etruschi, sanniti, galli cispadani, i Romani adottarono il medesimo schieramento campale che tanto aveva loro arriso.
Ma l'esercito col quale si scontrarono aveva un respiro ben più ampio, e riservava loro una sorpresa, esotica quanto amara.
La batteria di pachidermi che velites, hastati, principes e triarii si trovarono dinnanzi li lasciò interdetti: probabilmente avevano già sentito parlare di animali fantastici e mostruosi, viventi al di là dei mari, e forse la parola stessa di “elefante” non risuonava loro nuova.
Ma l'apparizione ai loro occhi di quelle bestie imponenti, spaventevoli, dall'aspetto teriomorfo, scaglianti al cielo barriti assordanti, terrorizzarono i legionari e i loro cavalli, scossi, questi ultimi, anche dal forte odore selvatico.
Plutarco nella sua “Vita di Pirro”, Dionigi d'Alicarnasso, Eutropio: i grandi storici antichi ci descrivono l'angoscia disegnata sui volti terrei dei Romani, che giunsero a ritenere essersi palesati, al loro cospetto, esemplari di fantomatici “buoi lucani”... (sic!)
La rotta dei Romani fu disastrosa: Dionigi e Paolo Orosio ci riportano la cifra di 15.000 morti tra le fila legionarie, assai di più rispetto ai loro antagonisti che, però, cominciarono sin da Heraclea a subire una lenta ma irreparabile limatura dei propri effettivi.
Roma, invece, poteva in poco tempo tempo arruolare nuove e fresche legioni.
Queste si scontrarono nuovamente con Pirro ad Ascoli Satriano, in Apulia, dopo che il re epirota, vittorioso come detto in Basilicata, aveva deciso all'ultimo di non puntare più verso Roma, ma di fare ritorno verso Sud.
Qui, in una pianura dell'odierno Tavoliere, si ripeté per i Romani la rappresentazione della tragedia lucana: ancora una volta, gli elefanti da guerra di Pirro imperversarono, squassando i ranghi nemici.
Se ci caliamo nei panni dei soldati di Roma, ciò che appariva loro non poteva non assumere i contorni infernali di un incubo divenuto realtà: bestie spaventose e gigantesche, sconosciute e furiose che, nonostante questo, parevano strumenti di morte docilmente controllati dall'esercito ellenistico, che li guidava alla carica a suo piacimento.
I pachidermi, condotti da un mahout, portavano sul dorso un gabbiotto ben saldo, dal quale alcuni arcieri dalle munite faretre scoccavano letalmente dardi dall'alto; e proprio questa terrificante simbiosi tra mostro e nemico, saldati in un corpo distruttore unico, deve aver fatto sprofondare i Romani nella più angosciosa paura.
Invero, i milites tentarono, memori dell'esperienza precedente, di frenare l'assalto selvaggio dei bestioni allestendo una sorta di “carro anti-elefante” il quale, però, si rivelò ben poco efficace.
Meglio riuscirono nell'intento i lanci di frecce e giavellotti, che in qualche caso fecero imbizzarrire alcuni esemplari.
Alla fine della battaglia si contarono circa 6.000 caduti tra le legioni, e la metà circa tra gli epiroti.
Ad ogni buon conto, proprio la vittoria di Ascoli rappresentò la conferma di quanto la campagna d'Italia fosse per gli invasori troppo dispersiva e salata in termini di perdite umane, difficilmente rimpiazzabili, tanto da dar luogo al famoso detto “vittoria di Pirro”, col quale si etichetta un successo militare pagato a caro prezzo.
Decenni dopo, quasi alla fine di quel III° secolo avanti Cristo, altre guerre, altri scenari, altri grandi condottieri furono protagonisti di eventi nei quali gli elefanti da guerra, ancora una volta, ricoprirono un ruolo fondamentale.
In terra d'Africa, a Zama, non distante da Cartagine, il 18 Ottobre del 202 si concluse, con l'epico scontro tra Annibale e Scipione, la seconda guerra punica.
Anche in tale occasione scese in campo un plotone di grossi pachidermi: erano africani, più grandi e irritabili degli indiani, dalle dimensioni inferiori e dal carattere maggiormente addomesticabile.
Tutti gli animali erano stati protetti con corazze pettorali e alla proboscide, le terribili zanne ben appuntite.
Erano 80 o più, a seconda delle fonti.
Ce ne parlano diffusamente Tito Livio e Polibio, rispettivamente nel XXX° e nel XXV° libro delle rispettive “Storie”.
Stavolta, nemmeno l'impiego degli elefanti fu in grado di sovvertire, in una singola battaglia, il trand generale della guerra, ormai volta al peggio per la città punica. E questo, malgrado proprio nello scontro decisivo Annibale potesse schierare finalmente i suoi elefanti: ciò che era venuto meno al generale cartaginese nella fondamentale avventura italiana, iniziata un ventennio prima.
La gran parte della mandria, avvezza ad agire in climi caldi o almeno temperati, non sopportò le temperature rigide delle Alpi e dell'inverno padano: per tal motivo, così riportano le cronache, fu tanto decimata che solo il più possente e più forte esemplare, il leggendario Surus, accompagnò i Punici per gran parte della loro discesa; almeno fino all'Etruria dove, ammalatosi, la bestia morì.
Il Barcide, grato per l'opera prestata da Surus alla sua causa, lo onorò fondando una città cui conferì il nome dell'animale.
Nella desertica Zama, invece, la presenza degli elefanti sembrava dare ai Cartaginesi un concreto vantaggio; ma i Romani, fattisi ricchi delle negative esperienze passate, si erano preparati a efficaci contromosse tattiche.
Spaventandoli con strepiti di corni, trombe e buccine costrinsero infatti gli elefanti allo scompiglio; molti di loro, confusi e incontrollabili, fuggirono travolgendo la propria cavalleria numida.
Agli esemplari più ostinati e coraggiosi che, invece, avevano mantenuto la propria carica verso le legioni, i velites in prima fila riservarono un fitto lancio di pila leggeri, mentre gli hastati, facendoli abilmente passare attraverso la formazione nella quale avevano aperto improvvisi corridoi, li colpirono ai fianchi assieme ai principes sopraggiunti dalle retrovie.
I bestioni cozzarono ancora con parte della propria cavalleria, la punica stavolta.
Al termine dell'epocale battaglia rimasero sulle sabbie di Zama solo 1.500 legionari, a fronte dei più di 20.000 caduti tra i cartaginesi: l'insuccesso degli elefanti, e l'abilità tattica del grande Scipione avevano portato alla definitiva rovina del leggendario Annibale.
Ben undici tra i pachidermi furono catturati, andando così ad arricchire il poderoso arsenale bellico romano.

L'uso degli elefanti, in guerra, si perpetuò ancora per secoli fino al Medioevo compreso, proseguendo anche oltre in terre come l'India, ad esempio.
Ma il loro utilizzo in Occidente andò via via scemando, legato com'era ad alti costi di mantenimento, al non facile addestramento e alla complessità di reperirli.
Tuttavia, la loro presenza spaventevole in battaglia, l'aspetto terribile e minaccioso, la massa imponente capace di schiacciare uomini e cavalli, le zanne ben acuminate e la proboscide in grado di stritolare ossa con irrisoria facilità, li resero, anche nel ricordo, icone della forza bruta e distruttrice della natura.
Solo la comparsa sui palcoscenici della Storia dei carri-armati (tecnologicamente sempre più evoluti) seppe incutere nei fanti moderni, a distanza di centinaia di anni, gli stessi brividi e i medesimi sensi di angoscia profonda e di ancestrale terrore trasmessi dagli elefanti utilizzati nell'antichità.
Nei casi esaminati dell'esercito pirrico e di quello cartaginese, la grande capacità della legione di adattarsi alle difficoltà iniziali e di far tesoro delle funeste esperienze fece comunque prevalere la razionalità umana, razionalità predisposta a contrastare, per quanto possibile, l'impatto caotico e devastante della forza immane.


Riferimenti bibliografici

TITO LIVIO, “Ab Urbe condita”, XXX° libro, Newton & Compton, Roma, 1975
POLIBIO, “Storie”, XXV° libro, BUR, MILANO, 2006
Documento inserito il: 19/12/2014
  • TAG: pirro, elefanti in guerra, battaglia di zama, battaglia di ascoli satriano, guerra tarentina,

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