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Morale ed etica: le radici del male nell’epoca contemporanea [ di Giuseppe Barbera ]

Un male profondo affligge la società contemporanea: questo non è l’amoralità, come spesso facilmente si crede, bensì è l’immoralità, dovuta alla sostituzione delle nostre radici culturali con quelle sviluppatesi da semi allogeni alle nostre tradizioni.

Dalla politica alla vita quotidiana l’individuo di oggi vive numerosi disagi appena entra in relazione con altre persone, ciò gli fa credere spesso di essere unico poiché non ritrova negli altri la stessa attenzione che lui medesimo pone nelle cose, lo fa cadere in un vortice di sfiducia verso i propri simili che lo spinge sempre più ad un individualismo forzato che però non trova appigli, se non nei fenomeni della pseudo-morale che la società borghese contemporanea gli offre, rendendo poi egli stesso incoerente ed inaffidabile perché non ha basi etiche reali sulle quali fondarsi.

Così l’idea dell’uomo debole, fragile, votato all’errore per non cadere nel peccato di presunzione fa sì che nessuno possa formarsi nella virtus e si tendono ad incarnare modelli culturali vuoti, come vuote sono quelle statue di cartapesta seicentesche e settecentesche che ritroviamo nei templi cristiani dell’era che viviamo.

L’homo, parola la cui radice si connette all’humus, la terra feconda e melmosa, è il modello più alto della nostra società. Egli si protegge sotto il manto di una religione vigliacca che lo fa schiavo, servo di un dio e gli impedisce di mirare all’ascesa eroica per l’Olimpo, compie atti ignobili protetto dal sacramento della confessione ed è cresciuto nella morale della necessità dell’errore, ch’egli ha ereditato da due fantomatici genitori di un mito orientale lontano, nel tempo e nel sangue, che mai lo renderà libero. E così miliardi di schiavi solcano la nostra terra vivendo l’illusione di essere liberi, quando invece la società contemporanea li ha incatenati al sistema economico mondiale, pensano di essere spiritualmente superiori perché si straziano le carni e fuggono dall’Amor che per loro è manifestazione del male.

L’Amor, la fiamma platonica, il calore che dà origine al cosmo, quell’attimo dell’eupaco che permette al Caos di trasformarsi in ordine, l’Amor è stato assassinato. Fanno credere che l’amore si manifesti esclusivamente nei sentimenti della philìa e dell’agape, fanno credere che l’eros sia una manifestazione malvagia di un fantomatico tentatore oppositore del vero dio. Il vero dio, Eros, è stato separato in amore fisico e amore astratto e dicono che quest’ultimo sia sano mentre il primo è il prodotto della tentazione, dell’errore, dell’oppositore di un presunto dio che crea la vita per fare soffrire gli esseri umani e che solo attraverso il dolore possano espiare la condizione che essi non hanno scelto ma devono subire perché figli di questa divinità malvagia.

Con una simile morale immessa nella testa degli uomini, quali frutti potrà mai dare la nostra società? Mele marce, soltanto mele marce.

Nel mondo classico solamente gli dei e gli eroi erano rappresentati nudi, ossia svestiti degli istinti e di tutte le forme mentali che coprono la reale essenza divina dell’essere umano. La parola Eros ha la stessa radice della parola eroe, quest’ultimo è colui il quale incarna l’Amor puro, ossia la forza che lo fa ascendere all’Olimpo dopo aver affrontato i mostri che si nascondono nelle profondità dell’animo umano. I nostri dei, quelli Romani e Greci, sono forze cosmiche rappresentate nella bellezza assoluta, nella felicità, nell’equilibrio. I nostri lontani antenati quando entravano nei templi vedevano sempre immagini di bellezza e trionfo, ciò perché capissero che la via della realizzazione spirituale s’incarna nella felicità, nella gioia e nell’equilibrio; noi adoravamo la giustizia, non l’ignominia, il tradimento ed il perdono dei malfattori; i nostri padri vivevano il regno di Giove in terra, non nella loro mente nell’illusione che un giorno sarebbe giunto dal cielo in terra.

La pratica rituale dell’antica Roma metteva direttamente l’uomo in rapporto con le forze divine e l’apparato della Pietas si fondava principalmente sul rispetto della parola nell’interazione con la divinità: nel fattore del “do ut des” l’uomo era costretto a fare ciò che prometteva in cambio di quanto chiedeva, pena la punizione divina. In un sistema rituale simile gli uomini si abituavano ad incarnare una determinata correttezza morale che viene poi a cadere col cristianesimo, il quale con la politica del perdono da parte della divinità in cambio di una confessione, qualche battimento di petto, tre ave marie ed un padre nostro ha fatto si che la gente si abituasse a non dover pagare il fio degli errori e della scorrettezza.

Il nostro culto è scientifico, si basa sull’analisi e definizione delle forze cosmiche, è prettamente matematico, parla della nascita del cosmo, si conferma nella teoria del big bang, analizza le forze che tengono in piedi il nostro universo e le identifica nelle divinità, permette all’uomo di riprendere coscienza di se e divinizzarsi; però esso non deve rimanere una cosa fine a se stessa o all’accrescimento dell’orgoglio personale nelle chiacchiere di salotto, la Pietas romana deve avere lo scopo dello sviluppo spirituale dell’individuo, dell’incarnazione, vitalizzazione e diffusione dei valori etici più alti dell’essere umano, quelli che lo sublimano all’ascenso olimpico, affinché possano accendersi nuove stelle nel buio della notte mentale che attualmente sta avvinghiando la nostra società.

Buio dichiarato dall’ultimo hierofante di Eleusi nel 396 dell’era volgare, quando la folla cristiana, colma di mistica follia, attaccò il santuario per distruggerlo e porre fine a quei misteri che permettevano agli uomini di conoscere se stessi scendendo nei propri inferi, ossia nella propria interiorità, similmente a come fece Proserpina quando fu rapita dallo Zeus Ctonio.

La morale è una condizione che muta col passare dei tempi, l’etica è il corpo dei valori sempiterni. E’ etica ad esempio il rispetto della parola data, è morale il modo in cui suddetta parola venga rispettata. E’ etica il rispetto della libertà, è morale come venga considerata la libertà e se la si conceda a prescindere o se la si consideri un qualcosa da doversi conquistare.

Ma al di là di ciò il valore etico della libertà presuppone che non si agisca sulla volontà altrui. Perciò nasce l’esigenza della legge, la quale giustamente non deve punire l’intenzione bensì il fatto, che è il prodotto della libera scelta di andare contro la norma.

Nel complesso dei valori della Pietas romana il rispetto della legge è tale che, pur andando contro il proprio sentimento, il console non esitava a punire il proprio figlio che avesse violato le regole così come avrebbe fatto chiunque altri, anche quando la pena prevista fosse quella capitale: è il caso di Tito Manlio che condanna a morte il figlio per aver combattuto contro Geminio, contravvenendo agli ordini del padre.

Il rispetto di un valore etico va al di là della morale. Nell’antica Roma la legge era la cosa più alta, in opposizione alla quale neppure lo stesso Giove, il dio massimo, potesse andare: ciò perché Giove è la legge e questa non può andare contro se stessa, altrimenti se le leggi della fisica andassero contro se stesse l’universo sarebbe già collassato.

Così gli eventi della sorte, prodotto di una combinazione matematica legata alle nostre scelte sono gestiti da una forza finalizzata a porre l’equilibrio chiamata “Moira”. Questa energia interviene secondo determinate regole, per tale causa neppure appellandosi a Giove può sfuggirsi alla “Moira”, essendo lei imposta dal dio ottimo e massimo, ovvero un prodotto della stessa legge.

L’unica soluzione è affrontare l’evento in maniera stoica o reperire la corretta soluzione di catarsi, affinché la condizione di nigredo si attui e quindi lo scioglimento dell’eventuale pena da scontare porti alla veriditas, la rinascita nella via al verde in una nuova condizione dove l’uomo risorge dalla melma che prima lo soffocava, proiettandosi così all’albeido, la via al bianco, ossia verso la luce delle virtù solari che, una volta incarnate, permettono la realizzazione dell’individuo in una condizione coscienziosa al di là del bene e del male, definita rubeido o via al rosso.

Rosso, il colore degli dei. A simboleggiare le forze cosmiche non è la purezza del bianco, ma l’equilibrio vitale del colore rosso, lo stesso colore che ha il sangue, il tramite dell’anima al corpo.

Nella Kroton del VII sec. a.C. il filosofo Pitagora creò una scuola filosofica finalizzata a formare gli uomini politici in individui spiritualmente evoluti che, al di là del bene e del male, applicassero le giuste leggi matematiche del cosmo alla società umana, affinché questa divenisse riflesso di una realtà superiore proiettata dai cieli in terra. La statua di questo grande pensatore adornava l’entrata della Curia Optimia nell’antica Roma repubblicana e le sue idee vennero abbracciate dai Romani, che attribuirono al re Numa l’essere stato discepolo di Pitagora.

Una classe politica fatta di uomini virtuosi, Viri che incarnano un’etica superiore dedicandosi all’amministrazione della realtà sociale tenendo sempre a mente i bisogni della totalità delle componenti dello stato, dai plebei ai patrizi financo agli schiavi, dalle centurie alle curie. Questa era l’idea che formava il vir romanus. Viri, non homini, dediti alla realizzazione di un mondo “giusto” per mezzo dell’incarnazione e della diffusione dei valori etici più alti: il rispetto della parola data, il corpo dei valori della pietas, ossia l’incarnazione ed applicazione del sentimento di dovere verso patria, famiglia e culto degli dei. In questo processo la legislazione e la costruzione del diritto giocavano un ruolo importante, in quanto la legge era il fondamentale comune denominatore che accorpava tra loro le diverse società civilizzate dai Romani. Essi non imposero mai la loro religione e le loro tradizioni, anzi lasciarono che venissero coltivate quelle dei singoli popoli assoggettati a Roma, loro imponevano soltanto la legge ed i proconsoli avevano la funzione di garantire che dette regolamentazioni venissero rispettate ed applicate nel mondo che loro stessi stavano creando.

Una società improntata sulle leggi e sulla meritocrazia, dove la cosa pubblica non si occupava di esser mantenuta dai cittadini ma, viceversa, di mantenere le classi meno abbienti e di garantire, a coloro i quali si fossero meritati il titolo di cives, i dovuti diritti. Questa era Roma.

Una società che si relazionava direttamente con le dimensioni componenti questo mondo, da quelle fisiche a quelle metafisiche, che fin quando rispettò il suo corpo di valori e rapporti rituali si mantenne in piedi, anche di fronte alle crisi più gravi, anche di fronte al rischio della mendacia punica.

Uomini che determinavano il loro destino obbedendo sempre ad auspici ed oracoli, che firmavano accordi con gli dei e li costringevano ad intervenire nelle loro leggi (come ad esempio nelle leggi delle XII tavole, dove s’impone al dio che è stato evocato senza l’adeguata purezza e castità d’essere punitore lui stesso dell’empio orante).

Gente che preferiva morire piuttosto che violare un patto, figuriamoci se un loro politico si sarebbe mai permesso di violare il suo programma elettorale.

Esemplare il caso delle guarnigione romana di stazza a Masada, nell’antica Giudea. Nel 66 della nostra era volgare i legionari della fortezza vennero circondati dagli Zeloti, guidati da Giuseppe detto Menahem. I Romani, minori nel numero, accettarono la proposta dei guerriglieri nemici: se i legionari avessero gettato le armi e si sarebbero ritirati a Roma senza combattere avrebbero avuto salva la vita. Così venne siglato il patto presso un altare: i legionari sarebbero usciti dalla fortezza, avrebbero gettato le armi e si sarebbero ritirati senza combattere purché gli venisse garantito il salvacondotto. Ma così non fu: dopo che tutti i legionari si disarmarono fuori della fortezza vennero assaliti dagli zeloti: nessuno di loro osò provare a prendere le armi per difendersi, ma poiché avevano giurato di non combattere cominciarono a morire urlando in coro: “il patto, il giuramento”. Ma i perfidi zeloti, senza alcuna pietà e contro la parola presa, continuarono empiamente ad uccidere i legionari romani, fino a quando anche l’ultimò morì gridando: “il patto, il giuramento”. Una simile notizia mandò in bestia la dirigenza romana che, nel rispetto delle leggi e dei patti presi, punì la Giudea distruggendo le mura di Gerusalemme (le quali gli stessi romani costruirono anni prima) ed il tempio del dio per il quale gli zeloti avevano violato la parola, la cosa più sacra che esista. Ed ancora oggi l’intero popolo d’Israele piange presso i ruderi di quel tempio il mancato rispetto del giuramento.

La nostra società, basata sulla morale del compromesso, sull’idea dell’uomo come essere imperfetto e sul bisogno spirituale del perdono non potrà mai rettificarsi e dunque, chiunque ne sia il governatore, sempre sarà corrotto dalla morale che lo attornia, generando così una serie di condizioni sociali di disagi ed insoddisfazioni.

Soltanto la morale che impone il superamento dei propri limiti, l’etica della parola, il valore dell’uomo come essere perfettibile che può scegliere di evolversi nell’agatodaimon (lottando contro l’involversi nell’aspetto del cacodaimon), l’idea di aspirare alla realizzazione della viva legge tra gli uomini, solamente tutto ciò può salvare la nostra epoca. Il recupero dei valori etici della romanità e la restaurazione delle virtù spirituali più alte sono l’azione risolutiva per far si che l’umanità si emancipi dalla sua attuale condizione di schiavitù. Bisogna liberarsi dalla schiavitù di una mentalità che impone a soffrire in silenzio nell’angolo i soprusi dei più forti, devono abbattersi le mura delle nostre costruzioni sociali (bisogna distruggere Troia riattualizzando così i nostri miti) per rifondare la cosa pubblica e tornare ad avere delle componenti statali fondate sulla strutturazione di uomini virtuosi. Fino ad allora, fin quando non tornerà la luce mentale nel nostro mondo, ogni azione politica o culturale sarà inutile, ogni nuovo tentativo, ogni nuova forma di governo sarà vana: dobbiamo abbattere noi stessi, le nostre convinzioni ed il nostro mondo per impostare nuove fondamenta per una struttura che regga nel tempo a qualunque terremoto, sia esso economico, sociale o culturale. E da chi prendere esempio se non dai migliori costruttori, architetti ed ingegneri del mondo che fu? A chi ispirarci, se non ai nostri lontani padri ed al loro esempio di virtù?

Roma è la via.

di Giuseppe Barbera
Documento inserito il: 21/12/2014

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