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'Res ad Triarios Redit': l'ultimo baluardo di Roma [ di Carlo Ciullini ]

Come avviene ovunque, anche nelle campagne attorno a Firenze, e nello stesso capoluogo toscano, da secoli si fa uso di espressioni proverbiali per indicare l'approssimarsi di momenti bui e difficili, spesso di difficile soluzione: uno di questi modi di dire è l'atavica esclamazione “Eccoci all'acqua...!”, con la quale generazioni di contadini e cittadini indicano il sopraggiungere di difficoltà, se non di vere e proprie imminente catastrofi, intimamente memori di quante volte la piena alluvionale dell'Arno abbia seminato la rovina per campi, borghi e città dell'amena terra di Dante e Leonardo.
Va da sé che ogni popolo e ogni epoca si siano distinti per locuzioni di tal genere: il pericolo e il panico impellenti, la minaccia del disastro, la fine ormai prossima costituiscono, da sempre, triste patrimonio delle civiltà del mondo.
E anche Roma antica non faceva eccezione alla regola.
Res ad triarios redit...!”, letteralmente “la cosa è ridotta ai triarii”: questo il modo di dire dei Romani di duemila e passa anni fa.
Un popolo, quello latino, che fu il più potente di quei secoli; tuttavia, anch'esso ebbe spesso a ritrovarsi dentro fino al collo a situazioni terribili per la salvezza dello Stato.
Anche l'invincibile Roma provò paura, nel corso della propria prodigiosa parabola, e non poche volte: ad esempio nel 390 avanti Cristo, con l'occupazione dell'Urbe da parte dei Galli Senoni di Brenno (è il “metus gallicus”, lo spavento per eccellenza); nel 216, dopo la disfatta di Canne ad opera di Annibale, che sembrò ineluttabilmente aprire al grande Cartaginese la via per Roma; nell'ultimo biennio del II° secolo avanti Cristo, quando le orde nordiche dei Cimbri e dei Teutoni, penetrando incontrastate nel cuore del dominio romano, furono vinte solo dal genio militare di Caio Mario: ad Aquae-Sextiae crollarono i primi, ai Campi Raudii i secondi. E potremmo proseguire...
Ma, nel linguaggio popolare dei latini, l'espressione “res ad triarios redit”certificava un qualcosa che superava il mero contesto bellico: ogni circostanza familiare, sociale, politica, economica che volgesse al peggio si prestava ad essere accompagnata a una simile asserzione.
Questa indicava, in generale, una stato di cose ormai compromesso, o comunque di ardua risoluzione.
Ma, in sostanza, chi erano questi triarii cui si rifaceva il detto?
Sino all'epocale riforma militare portata avanti da Gaio Mario al tramonto del II° secolo prima di Cristo, riforma che uniformò, nelle loro mansioni, i vari corpi in cui l'antica legione manipolare era suddivisa ai tempi della repubblica, i triarii costituivano il nerbo, lo zoccolo duro dello schieramento tattico romano impegnato in battaglia.
Ci è di grande aiuto, per farne maggior conoscenza, uno dei più validi storici dell'antichità, il greco Polibio, il quale toccò con mano la realtà politica, sociale e militare di Roma poiché in riva al Tevere visse l'ampia parte finale della propria esistenza.
La sua estesa cultura bellica, la perizia in tattiche e strategie, la personale esperienza trascorsa sui campi di battaglia in qualità di soldato ellenico vinto e fatto ostaggio dai Romani, gli furono utilissime nel redigere le sue opere: queste vaste competenze ci rassicurano sulla sua affidabilità, riguardo le minuziose descrizioni di soldati, eserciti e scontri armati.
In virtù di tutto ciò, Polibio fu adottato dalle maggiori famiglie romane quale intellettuale di grande prestigio.
Così ci descrive il triarius lo storico di Megalopoli, tratteggiandone sia la valenza tattica che l'armamento peculiare: questo miles era il veterano dell'esercito, quello più anziano di età e di maggiore, comprovata esperienza bellica.
Indossava la stessa armatura degli hastati e dei principes, ma si distingueva per la lunga e pesante lancia da urto (hasta) che impugnava al posto dei giavellotti (pila) con i quali si dotavano gli altri due corpi.
I triarii formavano la quarta fila dello schieramento della legione manipolare (vi consideriamo anche i velites, posti in avanguardia): tuttavia il loro impiego in battaglia era raro.
Motivo per il quale l'espressione romana “res ad triarios redit” veniva usata per indicare una situazione compromessa, dove fosse necessario e vitale attingere alle ultime forze disponibili: da qui la locuzione proverbiale.
Questi speciali soldati indossavano un elmo con lunghe piume laterali, rosse o nere, e crine nel cimiero; l'armatura era a maglie di ferro coprente dalle spalle fino a metà coscia (la lorica), mentre un ampio scudo elittico e convesso, detto scutum, lungo sul metro e mezzo e formato da strati di legno ricoperti da robusto cuoio, costitutiva lo strumento di difesa: sostituì il più piccolo clipeus, inadatto ormai alla copertura efficace dell'intera figura.
Al fianco, una spada di tipo iberico (il gladius), corta e a doppio taglio, ben acuminata per lo scontro corpo a corpo, cui i triarii si sottoponevano lo richiedesse il caso.
Riguardo al numero dei loro effettivi in seno a una singola legione, i triarii erano distribuiti in dieci manipoli di sessanta elementi ciascuno, manipoli a loro volta formati da due centurie di trenta triarii l'una.
A lato di ogni loro manipolo agivano due ufficiali preposti, i centuriones priores, coadiuvati da loro subalterni diretti, gli optiones.
I centurioni al comando di questo speciale ordine venivano chiamati anche primipili, probabilmente dall'epiteto pilani con cui si usava soprannominare i triarii stessi.
Tuttavia, l'etimologia al riguardo non è certa: si ipotizza, da una parte, che il termine possa derivare semplicemente da pilum (lancia), sebbene l'arma di cui erano dotati fosse effettivamente (come abbiamo sottolineato), un'asta lunga e robusta, atta più all'impatto che al getto; ma assume forse maggior plausibilità, dall'altra, il riferimento alle fila (pilae) nelle quali i triarii si suddividevano al momento dello scontro fisico col nemico.
Ricordiamo, a completamento della gerarchia degli ufficiali di campo presenti nel manipolo triarico, anche la figura del tessarius, sorta di caporalmaggiore incaricato di ricevere ogni sera, nel castrum, la tessera con la nuova parola d'ordine; quella del vexillifer, ufficiale il cui compito era il trasporto e la custodia delle insegne manipolari e, infine, la presenza di un cornicen che, con trombe, corni e buccine era adibito a segnalare acusticamente le manovre da effettuarsi durante la battaglia.
Non soltanto Polibio si interessò alla descrizione dei triarii e del loro peculiare impiego: altri importanti autori ne parlano e, come vedremo, c'è chi, in un'opera, ne trattò anche secoli dopo la loro scomparsa dai teatri di guerra.
Tra gli storici latini Tito Livio, nell'ottavo libro del suo “Ab Urbe condita”, ci tratteggia con efficacia la funzione tattica dei triarii, esplicando compiutamente anche l'etimologia del detto latino che ha ispirato questo articolo.
Quando l'esercito aveva assunto questo schieramento -scrive il grande patavino- gli hastati iniziavano primi fra tutti il combattimento. Se gli hastati non erano in grado di battere il nemico, retrocedevano a passo lento e i principes li accoglievano negli intervalli fra loro. [...]I triarii si mettevano sotto i vessilli, con la gamba sinistra distesa e gli scudi appoggiati sulla spalla e le aste conficcate a terra, quasi fossero una palizzata...Qualora anche i principes avessero combattuto con scarso successo, si ritiravano dalla prima linea fino ai triarii. Da qui l'espressione latina: “Res ad triarios redit”, quando si è in difficoltà”.
Tito Livio redasse queste pagine in periodo imperiale: le modalità della legione romana erano ormai da tempo mutate, come abbiamo visto.
Ma è evidente, anche da questa sua testimonianza, quanto rimanesse viva nel ricordo l'eccellente qualità di questi veterani, davvero temprati da mille battaglie.
E, a distanza di un millennio e mezzo, la fama epica dei triarii di Roma, per quanto appannata dal tempo, non cadde nell'oblio: anche una personalità come Nicolò Machiavelli, tra i grandi del pensiero storico-politico universale, volle farne menzione nel suo epocale “Discorsi sulla prima deca di Tito Livio”, che si rifà proprio al corpo letterario latino da cui abbiamo preso spunto poco innanzi.
Lo scrittore fiorentino fu uomo alquanto versato anche in fatti d'arme: e non avrebbe potuto essere altrimenti, in quei decenni rinascimentali così densi di tumultuosi avvenimenti.
Queste le parole lasciateci dal genio toscano, pregevole esempio di prosa cinquecentesca: “Collocate, dunque, queste stiere in questa forma, appiccavano la zuffa: e , se gli astati erano sforzati o vinti, si ritiravano nella radità degli ordini de' principi; e, tutti insieme, fatto di due stiere un corpo, rinnovavano la zuffa: se questi ancora erano ributtati, sforzati si ritiravano tutti nella radità degli ordini de' triari: e tutte e tre le stiere, diventate uno corpo, rinnovavano la zuffa: dove essendo superati, per non avere più da rifarsi, perdevano la giornata.
E perché ogni volta che questa ultima stiera de' triari si adoperava, lo esercito era in pericolo, ne nacque quel proverbio “Res redacta est ad triarios” che, a uso toscano, vuole dire:“Noi abbiamo messa l'ultima posta”.”

Risulta evidente quanto il testo liviano abbia ispirato lo scritto del Machiavelli, che sulla grandezza di Roma e delle sue eccellenze poggiava la propria speranza per una Italia capace, nel futuro, di rispolverare orgogliosamente i propri allori e di prender spunto dall'antico valore patrio.
Exempla di virtù civica e di valore militare costituivano, per il diplomatico fiorentino, l'ingrediente migliore per rinvigorire il senso decaduto dell'unione e della appartenenza nazionale degli italiani.
Se un poco del coraggio dei triarii romani agitava ancora il petto degli abitanti della penisola, era giunto il momento di tirarlo fuori: così la pensava quell'eccelso uomo del nostro Rinascimento.
Dunque, anche Roma se la vide brutta, e non di rado: tuttavia il fatto stesso che il ricorso a una parte del proprio esercito, con l'intervento diretto dei triarii in battaglia, avesse ispirato un detto, popolare tra i latini, indicante uno stato di cose fuori dalla norma e quasi eccezionale, testimonia quanto la potenza militare dell'Urbe fosse, nel corso di secoli, solitamente avvezza a imporsi.
In ambito di storia militare dell'antichità, non è possibile escludere un ordine scelto come quello triarico dal novero ristretto dei “corpi speciali”, corpi passati alla leggenda come il nerbo primario, il cuore vitale dei rispettivi eserciti.
Vengono alla mente il battaglione sacro tebano, gli immortali di guardia ai re di Persia, gli eteroi al fianco di Alessandro, e altri ancora.
Non fu certo peculiarità distintiva dei Romani il suddividere le proprie schiere in ordini specializzati: molti degli eserciti impegnati nell'antichità erano organizzati dovutamente, con la ripartizione delle forze in specifici compiti (soldati, cavalieri, genieri, esploratori, marinai della flotta).
Ma Roma seppe sviluppare militarmente una capillarità organizzativa e logistica del tutto superiore alle sue antagoniste, e ciò le permise una flessibilità tattico-strategica innovativa e devastante.
I triarii, in seno a questa struttura assolutamente moderna per i tempi, rappresentarono, per quasi due secoli, al tempo stesso il caposaldo di un apparato bellico in totale espansione, e una sorta di ultimo baluardo per Roma: a esso, come tale, ci si rivolgeva con piena fiducia, nei momenti di affanno.
Sebbene, dunque, la frase proverbiale “res ad triarios redit” serbi in sé un patente valore negativo perché preannunciante un disastro imminente, va di converso evidenziato quanto la speranza estrema per le sorti latine, incarnata dai triarii, fosse debitamente riposta: anche una situazione considerata compromessa poteva realmente venir plasmata in una vittoria tanto clamorosa quanto non più attesa.


Riferimenti bibliografici

TITO LIVIO, “Ab Urbe condita”, libro VIII°, BUR, Milano, 1982
MACHIAVELLI NICOLO', “Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio”, BUR, Milano, 1984
POLIBIO, “Storie”, BUR, Milano, 2001
Documento inserito il: 29/05/2015
  • TAG: legioni romane, roma antica, triarii, estremo baluardo

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