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La crisi della repubblica della antica Roma e l’avvento di Giulio Cesare. [ di Fabrizio Mazzocchi ]

Analogie con la crisi della nostra Democrazia Parlamentare.

La crisi politico-istituzionale della repubblica dell’antica Roma riconosce a mio parere una causa ben precisa: l’incapacità della classe dirigente di affrontare e risolvere due gravi problemi che a partire dal III secolo a.C. (cioè da quando Roma iniziò a diventare una potenza imperiale ) cominciarono a travagliare la società romana: la riforma agraria, e la riforma dell’amministrazione dello stato, compreso il grave problema dello schiavismo.


Il problema dell'Ager pubblicus e la mancata riforma agraria.

Con l’acquisizione di nuovi e sempre più grandi territori di conquista ( si pensi alla guerra contro Cartagine) le terre del demanio venivano ceduti ai privati cittadini, naturalmente i piu' facoltosi, (appartenenti alla classe senatoria ma anche ai commercianti e artigiani- gli “Equites”- ) con il risultato di creare un vero e proprio sistema latifondistico a danno dei piccoli proprietari o contadini.
Questi ultimi venivano ulteriormente penalizzati dal sistema di reclutamento forzoso indispensabile a far fronte alle continue guerre che provocava un progressivo spopolamento della popolazione rurale, a cui si aggiunse, più tardi l'avvento dello schiavismo con un conseguente abbassamento del costo del lavoro.
La conseguenza di questi due fattori fu che il piccolo coltivatore diretto o il piccolo fattore non potevano reggere alla concorrenza dei grandi proprietari terrieri per cui i primi si videro costretti a cedere la terra al latifondista diventando o bracciante o operaio dipendente ( nella migliore delle ipotesi) oppure ( nella peggiore) finendo per confluire nelle città alla ricerca di opportunità di lavoro ma in realtà creando una classe di emarginati, destinata a creare le premesse per i futuri disordini sociali.
Purtroppo a questo sistema di sfruttamento, unicamente estensivo ( e quindi già di per sé poco produttivo) della terra non corrispose un aumento della produzione agricola giacchè i commercianti preferivano comprare dall'estero le derrate alimentari che erano caricati da un minor costo del lavoro.
Questa situazione di progressiva crisi economico-sociale dei ceti popolari non venne mai affrontata in modo serio dalla classe dirigente romana, per incuria o colpevole negligenza, anzi quando il tentativo fu fatto, con i Gracchi, come vedremo più avanti, venne aspramente osteggiata.
Oltre al problema economico stava progressivamente emergendo un’altra questione di tipo amministrativo-istituzionale foriero di futuri e gravi disordini, fino ad una vera e propria guerra sociale: quello dello status delle province romane.
Con la fine delle guerre puniche le terre conquistate vennero considerate come province e sottoposti a gravosi tributi che solo in parte finiva nelle casse dello Stato. Il resto finiva nelle mani degli appaltatori privati che realizzavano così un improprio e illegale arricchimento ai danni della collettività. Questo sistema collusivo veniva sostanzialmente accettato per non dire favorito dalla classe senatoriale incapace o riottosa ad organizzare un’ amministrazione pubblica efficiente, cosa che verrà realizzata solo con Augusto.


La riforma dei Gracchi. Unico vero tentativo di riforma istituzionale di natura democratica.

La riforma agraria dei Gracchi prevedeva che nessuno poteva disporre oltre un limite massimo di ager pubblicus e che il restante venisse distribuito fra i cittadini meno abbienti. In più con Caio Gracco veniva approvata la lex frumentaria che impegnava lo Stato ad ammassare grandi quantità di frumento da vendere a prezzo politico ai ceti più indigenti. Veniva poi approvata una legge che affidava ai Cavalieri i tribunali anticoncussione che precedentemente erano in appannaggio ai soli Senatori (il chè in pratica equivaleva a dire che i controllati erano gli stessi che dovevano controllare).
L’attività riformatrice dei Gracchi venne aspramente osteggiata dall’aristocrazia romana. La loro morte stabilì la fine del tentativo di riformare lo stato in modo pacifico e democratico.
Dopo di loro Roma precipitò in uno stato di ripetute guerre civili, sia di matrice popolare (Mario e la distribuzione delle terre ai legionari) che di carattere restauratore (Silla e le proscrizioni), poi di guerre sociali (vinte dai cosiddetti Soci Italici che chiedevano parità di diritti e di cittadinanza - con la trasformazione dello stato da "Romano" a "Italico") e infine di guerre Servili (Spartaco).

Questo lungo periodo di instabilità politica portò alla fine del sistema repubblicano e favorì la presa del potere da parte di Cesare, che esautorando di fatto il Senato ( portandolo al numero di 900 ma inserendo uomini di sua fiducia) e i Comizi Tributi, chiamati da allora a ratificare solo le decisioni da lui prese (sul modello di Silla) divenne di fatto (e poi proclamato) dittatore.
Il giudizio della storiografia ufficiale, da Plutarco a Luciano Canfora, con l’autorevole eccezione del Momsen è quanto meno incerto.
In politica estera Cesare fu senz’altro rivoluzionario, con l'attribuzione del diritto di cittadinanza a tutte le province della Gallia, che da allora avrebbero goduto di un'amministrazione più equa e meno esposta alla concussione dei Legati o dei Pretori.
In politica interna è vero che favorì i Populares alleggerendo il vincolo del debito contratto nei confronti dei creditori e soprattutto con l’ abrogazione della legge che imponeva che l'insolvente divenisse schiavo del creditore. E’ altrettanto vero che ebbe anche la forza di moderarne le intemperanze rivoluzionarie ristabilendo un clima di pacificazione fra le opposte fazioni con l’abolizione delle leggi eccezionali volute da Silla e con la emanazione di grandi amnistie nei confronti dei suoi oppositori.

Però non sarebbe onesto omettere che in generale nei confronti dei Popolari la sua fu una politica più demagogica che veramente riformatrice. In effetti Cesare non fu in grado di attuare una autentica e lungimirante politica di ridistribuzione delle terre. Egli infatti elargì grandi concessioni terriere, ma solo ai veterani, come aveva già fatto Mario e conquistò il favore del popolo con favoritismi, distribuzione di ricchezze e assistenzialismo improduttivo con la famosa politica del panem et circenses.

Rimane però una riserva di principio da parte di quasi tutti gli storici: la vittoria su un sistema di corruzione e privilegi di casta fu realizzata con la eliminazione di ogni pur debole forma di democrazia rappresentativa, e al prezzo di otto anni di guerre esterne e cinque di guerre civili.


Conclusione

In conclusione sembra che la crisi della repubblica di Roma antica e l’avvento della dittatura sia una naturale evoluzione della Storia, un naturale portato dei tempi. Provocato dall'incapacità delle singole istituzioni repubblicane di avere una visone politica di ampio respiro. Da una parte i Senatori, gli Optimates, solo tesi al mantenimento dei propri privilegi, dall’altra i Populares che rivendicavano legittimamente il diritto ad una distribuzione di terre più equa ed equilibrata, ma erano a loro volta incuranti delle esigenze di quella società che come loro non godeva di alcun beneficio, come i soci italici o gli schiavi con i quali avrebbero potuto fare corpo unico e massa critica nei confronti del Senato.
Per quanto riguarda Giulio Cesare, a mio parere il suo errore più grave e che gli è costato la vita è stato, oltre a non aver smentito in modo inequivocabile le voci di una possibile restaurazione della monarchia, la sua accettazione alla carica di dittatore perpetuo. Cesare a mio avviso poteva rifiutare tale investitura, mantenere la dittatura a termine, esercitare il potere assoluto in modo discreto ( come avrebbe più tardi fatto Augusto) e, probabilmente dopo la guerra contro i Parti, (che era il suo obiettivo ultimo, probabilmente) ritirarsi a vita privata colmo di onore e di gloria, così come aveva fatto Silla.
Ma al di là del giudizio sul profilo di statista di Cesare, a mio parere il dibattito non dovrebbe vertere sulla sua figura, sulla sua personalità ( sicuramente grandissima) ma sul Cesarismo, cioè non sull'uomo ma sul metodo. In altri termini la domanda che mi pongo è la seguente: in alcuni momenti della sua storia la democrazia può conferire il potere anche solo transitoriamente ad un uomo solo, al dittatore?
E qui veniamo ai giorni nostri. Anche oggi assistiamo alla crisi delle istituzioni repubblicane, alla sfiducia, alla disaffezione se non alla ostilità della società civile nei confronti della politica. La storia di Roma ci mostra come la repubblica democratica, che dovrebbe essere la forma più alta ed equa di governo dello Stato, ad un certo punto degeneri in una forma di regime di fatto autoreferenziale e conservatore. Analogamente a ciò che si verificava 2000 anni fa, anche oggi vediamo come l'inerzia, l’incapacità, o più semplicemente il miope attaccamento al proprio status, ai propri privilegi, impedisca alla nostra classe dirigente di attuare una vera politica riformatrice. Nella storia dell’Italia repubblicana lo vediamo con il consociativismo dei partiti, con il ruolo di ostruzionismo dei Sindacati, col ricatto bipartisan da parte poteri forti (delle banche, ma anche dei grandi imprenditori, dei mass media, con la prassi sistematica della corruzione come modo per conferire appalti o concessioni) , con l'affermazione di una società (una casta) di alti funzionari e burocrati di nomina partitica, con la formazione di nuovi organismi di potere (le province e le regioni) fonte, alla prova dei fatti, di sperpero di soldi pubblici e di corruzione.

Quando la democrazia degenera nella partitocrazia si ha lo stallo, l'inefficienza, la "palude" della burocrazia, la corruzione. In questa situazione è difficile che la democrazia parlamentare riesca ad autocorreggersi. Sono troppe le collusioni e i privilegi a cui i politici non sanno rinunciare. In questo contesto potrebbe nascere la tentazione di affidarsi ad una personalità estranea al sistema politico- democratico, di alta statura intellettuale e di elevato profilo morale. Un “uomo nuovo”, un Giulio Cesare appunto, oppure per rimanere nel nostro tempo, un tecnico super partes, dotato di ampi poteri ma di durata limitata. Nella nostra esperienza parlamentare più recente il tentativo è stato fatto ma con risultati deludenti. Forse per la presenza di ancora troppi vincoli politici o pressioni di altro genere?
Difficile dirlo. Forse non ci sono altre soluzioni e come disse Winston Churchill “ la Democrazia è la peggior forma di governo , eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora”.
Ma è così difficile da realizzare, come prevedeva la “Politica” di Aristotele, una costituzione in cui alla democrazia, cioè alla volontà popolare, che avesse potere di indirizzo, di orientamento politico generale, si potesse affiancare l’aristocrazia, cioè il governo dei migliori?
Documento inserito il: 19/12/2014
  • TAG: giulio cesare, ager publicus, riforma agraria antica roma, i gracchi, riforme di giulio cesare

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