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L'assedio di Cartagena [ di Andrea Rocchi ]

Publio Cornelio Scipione, nominato proconsole, era giunto nel 210 a.C. nella penisola Iberica con l’intento di rovesciare in toto le sorti dello scontro tra Roma e Cartagine che fino a quel momento era stato completamente nelle mani di Annibale Barca ancora libero di scorrazzare in Italia dinanzi alla strategia ormai temporeggiatrice di Roma. Scipione che era un giovane condottiero dotato di coraggio e determinazione, ebbe la grande intuizione di comprendere che se Annibale era difficilmente battibile sul suolo italico, poteva però essere intaccato nelle retrovie, nei bacini di rifornimento di uomini e mezzi, nel dominio del Mar Mediterraneo.
Ecco che la Spagna, sui campi di battaglia della quale erano per giunta caduti combattendo sia il padre che lo zio di Scipione, si innalzava ad ideale palcoscenico per rendere fragili sia la sicurezza che il dinamismo del “Cartaginese” per eccellenza; sul territorio iberico operavano in ogni caso ben tre eserciti cartaginesi, quello di Asdrubale Barca impegnato in assedi di alcune città ribelli nelle regioni del centro-penisola, quello di Magone stanziato nei pressi della località di Gades nel meridione ed infine quello di Asdrubale figlio di Giscone alla foce del fiume Tago nella parte occidentale della Spagna. Mentre da più parti si chiedeva al futuro “Africano” , una volta messo piede sul suolo iberico, di avanzare travolgendo uno per volta gli avversari, Scipione invece si attenne alla sua personale strategia, nel complesso un vero e proprio capolavoro logistico, tattico e diplomatico; sbarcate le truppe poco oltre la frontiera spagnola, provenendo dalla costa ligure, le fece avanzare fino a Tarraco (Tarragona) dove iniziò a ricevere ambasciatori delle varie tribù ispaniche alleate non tralasciando la fondamentale opera di motivazione del suo esercito che contava i resti delle truppe stanziate in Spagna più 10.000 fanti e circa 1000 cavalieri portati dall’Italia. In seguito lasciò gli accampamenti procedendo verso sud con un totale di 25.000 fanti e 2500 cavalieri, varcò l’Ebro e procedette alla liberazione di Sagunto per poi puntare direttamente a Cartagena (Carthago Nova) vera e propria base operativa cartaginese sia per quanto riguarda le flotte atte al controllo del Mediterraneo, sia per i rifornimenti che per i contatti con la madre patria; conquistare la città avrebbe significato di fatto isolare i tre eserciti avversari nella penisola ed assumere finalmente la supremazia navale procurando un immenso danno anche ad Annibale. Cartagena era però una città “particolare”, dai più definita inespugnabile in quanto difesa a sud ed ad ovest dal mare con i moli ed il porto e a nord da un’immensa laguna, mentre ad est uno stretto istmo la collegava alla terraferma; Scipione comprese che un attacco frontale, passando per l’istmo verso le porte e le mura sarebbe stato un inutile massacro ed applicò una strategia su più fronti studiata precedentemente a tavolino grazie anche alle tante informazioni raccolte a Tarraco da chi conosceva Cartagena. In primis fece sbarrare l’istmo con palizzate e trincee dietro al quale pose l’accampamento romano, il giorno seguente ordinò alla flotta che aveva seguito via mare l’avanzata dell’esercito di circondare la città dalla parte del mare lanciando verso il porto i proiettili delle macchine da guerra montate a bordo, infine dall’istmo lanciò 2000 uomini con scale all’attacco della porta provocando in tal modo la sortita nemica. Magone, comandante cartaginese di Cartagena, aveva armato parte della popolazione disponendola sulle mura e alle porte mentre i regolari proteggevano la rocca, ordinando la sortita aveva però di fatto “regalato” gran parte dei migliori difensori a Scipione; questi uomini infatti uscirono fin troppo presto dalle porte mentre i romani se ne erano rimasti quasi a ridosso della palizzata che proteggeva l’accampamento: in tal modo i primi si trovarono ben presto troppo lontani dalle mura mentre i secondi poterono usufruire di un aiuto extra rappresentato dai rinforzi che provenivano proprio dal vicino accampamento col risultato che ben presto la sortita si tramutò in una fuga disordinata dei cartaginesi. In questo momento esatto, scattò il capolavoro di Scipione; mentre un primo assalto romano alla porta frontale all’istmo falliva, altri 500 romani equipaggiati di scale mossero attraverso la laguna sfruttando la bassa marea, che secondo il condottiero si verificò proprio come aveva calcolato e sperato, raggiungendo indisturbati il versante settentrionale delle mura di Cartagena mentre dinanzi al porto, le navi improntavano un assalto che in tempi moderni potremmo definire “anfibio” e nuovamente alla porta principale ripartiva un nuovo assalto dei fanti romani. Il risultato fu che i 500 conquistarono le mura incontrando scarsissima resistenza in quanto le difese cartaginesi erano state mosse principalmente verso il porto, poi scesero dalle stesse mura dirigendosi verso la porta principale cogliendone i difensori alle spalle e liquidati questi ultimi non mancarono di aprire le porte al resto dell’armata che irruppe massacrando come consuetudine purtroppo chiunque incontrasse sul suo cammino. Infine la rocca con i regolari ed in testa Magone capitolò, arrendendosi, per buona pace di tutti.
La presa di Cartagena dimostra in un solo colpo gli immensi pregi strategici e tattici di Publio Cornelio Scipione; strategicamente colpire Cartagena tralasciando inizialmente i tre eserciti nemici principali significò di fatto togliere la base operativa ed un punto di riferimento importante agli stessi, oltre il massiccio contraccolpo psicologico che investì sia i regolari che, soprattutto, i volubili alleati iberici: tatticamente invece in questo assedio possiamo notare come evidenti azioni militari quali l’attacco “anfibio” al porto o quello alla porta principale siano servite di fatto a copertura della meno evidente azione principale, ovvero l’attraversamento dei 500 della laguna in condizioni di bassa marea e la cattura dell’unica sezione difensiva di Cartagena che era stata tralasciata dai cartaginesi per troppa sicurezza.
Insomma lo “stile” di fare la guerra di Scipione è innovativo come anni prima fu quello di Annibale che dimostrò gli immensi limiti del vecchio “modus operandi” romano, la contrapposizione tra i due è solamente rimandata a dopo Baecula, Ilipa e i Campi Magni in Africa.


Fonti:
A Greater Than Napoleon Scipio Africanus” di Sir Liddell Hart (Fabbri Editori)
Documento inserito il: 19/12/2014

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