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La Dittatura a Roma: la scelta del male minore [ di Carlo Ciullini ]

Dittatura, dittatore, regime dittatoriale: parole che oggigiorno, in pieno XXI° secolo, atterriscono ancora sia chi viva quotidianamente (e per sua fortuna) in un paese democratico, ben lontano dal clima funesto dell'oppressione e del sopruso, sia coloro che trascorrano la propria esistenza nell''oscurità della libertà soffocata (in verità, in un numero sempre più ristretto di nazioni al mondo).
Lemmi, questi, che hanno acquisito nel corso del tempo un alone impregnato sempre più di toni negativi, e fatalmente perniciosi per la dignità dell''essere umano: la dittatura è la negazione della democrazia, del pensiero e dell''azione liberi.
I grandi dittatori del secolo scorso, Hitler, Mussolini, Stalin, hanno incarnato con la propria carismatica persona quella che, tuttavia, era una figura istituzionale: il che può sembrare paradossale.
In realtà, tale carica venne approvata e resa legalmente valida dal sostegno popolare.
Mussolini divenne presidente del Consiglio nel 1922 dopo libere elezioni, nelle quali il PNF surclassò la concorrenza partitica; lo stesso Hitler, già a capo del Nazionalsocialismo, da cancelliere che era grazie all'elezione parlamentare del 1933, si arrogò il titolo di Fuhrer (cioè di “guida”) della nazione germanica, diventando al tempo stesso, oltre che primo ministro, anche capo dello Stato: una vera e propria dittatura, quindi, ammantata di legalità posticcia.
Stalin poi, in un paese dal totalitarismo paradigmatico, ricoprendo la più alta carica dell'unico partito esistente in Urss, quello comunista, impersonificava in un certo senso la patria stessa, che nel corso del crudele secondo conflitto mondiale divenne (o meglio, tornò a essere) la madre Russia.
I tre dittatori, tra i maggiori del XX° secolo, giunsero dunque al governo autarchico del proprio paese ampiamente sostenuti dalla popolazione: tramontavano così le democrazie politiche che la Repubblica di Weimar in Germania e la monarchia costituzionale in Italia avevano saputo garantire per quanto, in fondo, fragilmente.
La dittatura ha tutttavia caratterizzato, ancor prima del '900, altre epoche e nazioni: non possiamo sottacere, ad esempio, l'Inghilterra seicentesca di Carlo I°, dove la “glourios Revolution” portò alla dittatura del Lord Protettore Cromwell.
Anche il Regno Unito, terra di comprovata libertà e rappresentatività democratica (in relazione, sopratutto, al generale panorama mondiale), e fondata su quel documento basilare che è la Magna Charta, non fu perciò storicamente immune dall'ombra di una feroce e intollerante dittatura.
La stessa Francia, al termine del secolo seguente, fu violentemente percossa dagli orrori della dittatura del Direttorio che, sorto per dare al paese transalpino eguaglianza e libertà, cadde poi in una vorticosa escalation di crudeltà la quale portò, infine, alla tragica caduta di Robespierre e dei suoi sodali: essi già avevano drasticamente tolto di mezzo i sovrani borbonici, al termine di epocali mesi fatti di rivoluzioni, prese di Bastiglia e processi sommari.
Nel corso dei secoli, dunque, avrebbe potuto essere indicato come un tirannico dittatore qualsiasi governante ostile al bene comune e interessato soltanto al proprio tornaconto (oltre che a quello dei suoi accoliti): ma a Roma antica, dove questa particolare figura vide la luce, le caratteristiche assunte dal dictator serbavano una natura ben diversa.
Pur ricoprendo prerogative assolutamente arbitrarie e esenti da intromissioni, e consone alla sua carica “erga omnes et omnia” (in questo dunque ampiamente saldate al concetto moderno di dittatura) egli era soggetto, comunque, a ferree regole che ne indirizzavano i passi, limitandolo dal punto di vista legale.
Più o meno una cinquantina furono gli uomini politici romani che assunsero l'incarico dittatorio, in un lasso di tempo che copre quattro secoli: qualcuno di loro più di una volta, per un totale di sessanta e passa dittature.
Non è una piccola cifra: ciò dimostra che Roma ritenne di trovarsi, non di rado, in situazioni di grande emergenza; e questo, è bene sottolinearlo, in secoli nei quali l'Urbs andava ampliando in modo irrefrenabile la propria potenza e il dominio sul mondo gravitante attorno al Mediterraneo.
Una carica sui generis come quella dittatoriale assumeva contorni suoi peculiari: innanzi tutto, non veniva rispettato il concetto di collegialità che da sempre caratterizzava le cariche repubblicane, da quando cioè, cacciati i Re, non si volle più affidare i pieni poteri a una singola persona (da qui la diarchia consolare).
L'autorità del dittatore era assoluta: egli si serviva comunque della presenza di un subalterno, il magister equitum (comandante della cavalleria) che gli faceva da luogotenente.
Secondo e fondamentale aspetto, la elezione non era legata, come tutte le altre magistrature repubblicane, alle scelte dei comizi popolari, ma alla scelta da parte di un console, avallata comunque anche dall'altro.
Le procedure per l''elezione del dictus (cioè “nominato”, da cui il lemma dictator) rasentavano le pratiche magiche e i riti misterici: la nomina era ratificata di notte, col buio e nel silenzio, i consoli e il senato rivolti verso Oriente e tassativamente in territorio romano.
Una volta eletto, il dittatore si vedeva imposti irriducibili paletti a livello temporale: non poteva governare (assolto o no il proprio compito) oltre i sei mesi; una volta portato a termine l'incarico straordinario per il quale era stato designato doveva riconsegnare il suo mandato nelle mani di consoli e senato; infine, decadeva automaticamente al termine della carica consolare di chi lo aveva nominato.
Il dittatore era dotato di summum imperium, cioè della pienezza dei poteri consolari: in pratica univa in sé la doppia carica, accompagnato pertanto da ben ventiquattro littori abilitati a portare scuri e verghe anche dentro il pomerium, ciò che era assolutamente proibito in normale giurisdizione.
I dittatori potevano essere eletti per cause varie: in effetti la terminologia tecnica ne distingue quasi una decina, tuttavia le più importanti paiono senz'altro la dittatura seditionis sedandae causa (per sedare una rivolta) e la rei gerendae causa (in caso di situazioni di eccezionalità gravità o di pericoli esterni).
A quest'ultima specifica funzione si collegano le prime figure di dittatori presi in esame.
Sono certo personaggi passati alla storia della città, e che hanno risolto, grazie alla propria tenacia e all'ingegno, situazioni per Roma talvolta davvero disperate.
Lucio Quinzio Cincinnato (vale a dire “Il riccioluto”), nato verso il 520 e morto intorno al 430, console suffectus nel 460, fu nominato dictator per due volte, la seconda delle quali all'età di oltre ottanta anni.
Secondo Tito Livio, Cincinnato era proprietario di un appezzamento di terreno fuori le mura di circa quattro iugeri, i Prata Quinctia, un'estensione invero modesta, mentre aveva dovuto vendere tutto il resto della terra di famiglia per pagare una pesante cauzione in favore del figlio Cesone Quinzio, imputato di omicidio.
Da console, e contro il parere dei tribuni della plebe, Cincinnato organizzò una guerra contro Equi e Volsci.
Lo statista, di estrazione rurale, rappresentò contro la plebs e i tribuni gli interessi dei patrizi e dell'élite senatoria.
Al termine della sua carica, tornò dalla moglie Racilia a coltivare i suoi campi.
La sua prima dittatura risale al 458, con i senatori che portarono la toga a Cincinnato impegnato nelle sue coltivazioni, perché assumesse ufficialmente l'incarico: Roma era in pericolo, con gli Equi che stavano mettendo alle corde l'esercito consolare di Minucio Esquilino Augurino.
Tuttavia, l'arrivo di Cincinnato non sortì l'appoggio generale: qualcuno dei senatori e buona parte della plebe sembrarono non gradire la presenza, a Roma, di una autorità politica dalle prerogative simil-regali.
La guida di Cincinnato portò comunque benefici effetti, e il pericolo per la città venne scongiurato.
Con la battaglia del Monte Algido egli sconfisse gli Equi, e dopo soli sedici giorni di detenzione dei poteri lasciò l'incarico per tornare ai suoi amati campi.
Siamo nel 439: Cincinnato è già ottuagenario, età a quell'epoca assai veneranda.
Altro personaggio epocale della storia di Roma fu Marco Furio Camillo: in trionfo quattro volte, insignito del titolo di Pater Patriae e di secondo fondatore di Roma ricoprì, per ciò che più ci interessa, per ben cinque volte la carica di dictator.
Ci limiteremo al racconto della seconda di queste, legata all'evento probabilmente più rinomato, vale a dire l'occupazione dell'Urbs da parte dei Galli Senoni di Brenno: è il 390 avanti Cristo.
Roma era percorsa dalle orde dei barbari, da pochi giorni vittoriosi alla funesta battaglia del fiume Allia (18 Luglio); le fonti riguardo all'intervento di Furio Camillo nella vicenda sono discordanti: se ci atteniamo all'attendibilità di Livio, il dittatore sarebbe giunto a Roma giusto in tempo per impedire il pagamento dell'ingente riscatto a Brenno e i suoi, e sconfiggendo poi i Galli in due scontri.
A quei terribili giorni (il “metus gallicus”) sono riferite cronache leggendarie come lo starnazzio delle oche in cima al Campidoglio, il “Vae victis...!” pieno di disprezzo lanciato da Brenno al momento di deporre la spada sul piatto della bilancia, sino alla fiera risposta di Camillo al sovrano: “Non auro, sed ferro recuperanda patria est...!”.
Ma la carriera politico-militare di Marco Furio Camillo è comunque densa di straordinari avvenimenti.
Terza figura a passare sotto la nostra lente d'ingrandimento è quella di Quinto Fabio Massimo, morto all'età di settantadue anni nel 203 avanti Cristo.
Fu per ben cinque volte console, e dittatore nel 217, all'inizio della seconda guerra punica.
In seguito alla disastrosa sconfitta al lago Trasimeno, Fabio fu investito della carica di dictator, per quanto la mancata scelta effettuata da uno dei consoli rendesse non ufficiale l'incarico.
Solo in seguito, con la designazione del magister equitum Marco Minucio Rufo, la dittatura giunse a pieno regime: ciò che Fabio Massimo fece fin dall'inizio fu di promettere “sangue, sudore e lacrime”, per dirla alla Churchill, ponendosi in frustrante ma redditizia tattica attendista, e cercando di evitare gli scontri campali contro il genio di Annibale, fortificando nel contempo le difese laziali attorno a Roma.
Operò dunque in piena sintonia col proprio soprannome, Cunctator (il temporeggiatore), preferendo preservare le forze militari piuttosto che gettarle allo sbaraglio.
Ebbe come luogotenente, come detto, Minucio Rufo, che fu promosso dal senato e dai comizi tributi compartecipe dei poteri assoluti: in pratica si avevano due dittatori.
Tuttavia, il soccorso portato da Fabio Massimo al collega in estrema difficoltà, intervento che salvò l'esercito, fece prudentemente recedere Rufo, che lasciò nelle mani del dittatore il pieno potere esecutivo e decisionale.
Alla scadenza dei sei mesi, Fabio abbandonò (come da legge) la carica assunta in quell'atmosfera di incombente catastrofe.
Purtroppo i consoli che ne presero il posto alla guida dello Stato, Emilio e Varrone, si dimostrarono non all'altezza del predecessore, venendo sconfitti a Canne nel 216.
Con il Cunctator cadde in disuso la forma di dittatura rei gerendae causa.
Ma fu la forma dittatoriale in genere a perdere il suo crisma di legalità, abbattendo arbitrariamente quei paletti invalicabili che ne avevano incatenata l'onnipotenza.
Fulgido esempio della patente decadenza di questa particolarissima funzione politica, sopratutto in relazione alla sua accezione arcaico-repubblicana, furono le guerre civili del I° secolo avanti Cristo: in primis, quelle tra Mario e Silla.
Quest'ultimo, infatti, marciando verso Roma fece in modo che gli venisse conferita dai comizi, in un risibile tentativo di ammantare il suo operato di legalità, l'incarico di dittatore rei publicae constituendae et legibus scribundis causa, il che consegnava nelle mani di Silla un potere dalla durata illimitata e non soggetta alla designazione consolare.
E, in effetti, il grande nemico di Gaio Mario detenne la carica dittatoriale per anni, abbandonandola solo al momento del ritiro a vita privata.
Ultimo personaggio che prendiamo in esame (e che fu storicamente anche l'ultimo a vestire gli abiti del dittatore nella millenaria storia dei Roma) è Gaio Giulio Cesare, con il quale la rei gerendae causa ebbe un sussulto finale: un sussulto, tuttavia, già permeato di una illegalità che potremmo definire“ad personam”.
Infatti l'incarico, già ampliato dai sei mesi canonici all'anno intero (49 avanti Cristo) fu poi esteso a un decennato, un lasso di tempo interrotto soltanto dalla morte violenta dello statista romano.
Proprio nell'anno della sua scomparsa, nel 44, il senato era giunto, tra l'altro, a nominare Cesare dictator perpetuus.
L'asservimento senatorio (non esplicitamente richiesto, ma ben accetto) nei confronti del grande condottiero ruppe dunque, come già accaduto anni addietro con Silla, le ferree leggi repubblicane dell'esercizio dittatorio, anticipando, in un certo senso, la figura dell'uomo al di sopra di tutto, figura che trovò in Ottaviano Augusto e nell'istituzione dell'Impero la più compiuta celebrazione.
Dopo la morte di Cesare, il suo collega di consolato Marco Antonio si adoperò perché venisse approvata una norma abrogativa della dittatura.
Nessuno sarebbe da lì in poi diventato dictator, a Roma: lo stesso Augusto, al quale venne offerto tale titolo dalle magistrature ossequienti, rifiutò decisamente.
Dopo quattro secoli, il sipario calava in maniera definitiva su questo particolare istituto plenipotenziario.
Dittatura: l'involuzione degenere che il termine ha assunto nel volo che separa gli ultimi secoli prima di Cristo dal XX° secolo, assume diverse sfumature, alcune delle quali ci paiono interessanti.
Per quanto i regimi dittatoriali moderni, come sottolineato in precedenza, abbiano potuto poggiare, nel periodo iniziale e intermedio della loro parabola, sull'entusiastico, pieno appoggio dei rispettivi paesi, e sebbene l'input alla nascita della dittatura (in paesi come Germania e Italia) lo avessero dato “libere” elezioni, la deriva assunta in seguito dal totalitarismo fu tale da suscitare la reazione delle nazioni democratiche.
Il valore della vita e la sua salvaguardia, nelle società più evolute, erano assurte a vette mai raggiunte precedentemente, nella storia dell'umanità: da ciò conseguiva che a nessun potere arbitrario e prevaricatore le democrazie mondiali (paesi anglosassoni in primis) avrebbero potuto permettere di continuare a esistere.
Nella Roma repubblicana, invece, la carica dittatoria si calava come un intermezzo parentetico, all''interno di uno status politico nel quale il bilanciamento dei poteri consolari, senatorii e comiziali dava al tutto un sapore di legittima tutela dei diritti dei cives.
La dittatura moderna si dimostrò tristemente aliena a limiti restrittivi invalicabili, come invece accadeva a quella latina.
La dittatura dei Romani rappresentava una volontaria, momentanea sospensione delle garanzie offerte dallo Stato: solo con le figure di Silla prima, e di Cesare poi, il ruolo del dictator si ammantò di cupe ombre.
Ma, oramai, la dittatura a Roma era al canto del cigno: dalla morte di Cesare, si sarebbe del tutto eclissata.
La carica imperiale, di per se stessa, avrebbe a sufficienza riservato ogni illimitato potere politico a chi avesse indossato la toga purpurea.

Riferimenti bibliografici

TITO LIVIO, “Ab Urbe condita”, BUR, Milano, 1982
PLUTARCO, “Vita di Silla”, UTET, Torino, 2011

Nell'immagine un busto di Lucio Cornelio Silla.
Documento inserito il: 09/07/2015
  • TAG: antica roma, dittatori, publio cornelio silla, quinto fabio massimo, cincinnato, Marco furio camillo, gaio giulio cesare

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