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Un caso di 'sciopero generale' nella Roma Repubblicana [ di Daniele Rossi ]

Quante volte la cronaca si è trovata, in vari momenti della storia passata e nondimeno nella stretta attualità, a documentare situazioni e forme di protesta, anche prolungate ed estreme, da parte dei lavoratori dipendenti, finalizzate ad ottenere il riconoscimento di maggiori diritti e/o il miglioramento della loro condizione socio-economica?
Quanti muro contro muro o, viceversa, tentativi di mediazione si verificano ancor oggi nella gestione di vertenze fra operai ed imprenditori piuttosto che fra impiegati pubblici ed enti statali?
Ebbene, se prestiamo fede alle fonti antiche di cui disponiamo, dobbiamo riscontrare che questo non è solo un fenomeno di epoca moderna o contemporanea, bensì trova le sue radici addirittura diversi secoli prima della nascita di Cristo.
La storiografia è concorde nell'affermare che a Roma, nei due secoli immediatamente seguenti alla conclusione del periodo monarchico, i cosiddetti “plebei”, sui quali, a parte gli schiavi, gravava gran parte delle mansioni lavorative “di fatica”, tentarono di ottenere, almeno in una certa misura, il riconoscimento di diritti civili e politici di cui invece godevano, fin dalla fondazione della città, le famiglie patrizie.
Tuttavia, pare che, esasperata dal perdurante non ascolto da parte della nobiltà, la plebe, intorno alla metà del V secolo, abbia deciso di passare ad una modalità di protesta che creasse un notevole disagio alla regolare sopravvivenza dell'Urbe stessa: un vero e proprio sciopero generale ad oltranza, passato alla storia come “secessione sull'Aventino”, dal nome del colle su cui i dissidenti si ritirarono, allestendo un vero e proprio accampamento.
Questa azione tanto drastica quanto imprevista (a cui s'ispirarono, in senso metaforico, gli esponenti di opposizione antifascista in seguito all'omicidio Matteotti del 1924), ottenne ben presto l'effetto voluto, tanto che la paralisi economica e l'inefficacia delle minacce ritorsive indussero l'aristocrazia ad avviare una trattativa.
Ma lasciamo la parola allo storico Livio...
Il senato, riunitosi in seduta straordinaria, deliberò di inviare come mediatore Menenio Agrippa, secondo alcuni un magistrato, secondo altri un semplice cittadino molto apprezzato dalla plebe, con il difficile compito di placare gli animi dei plebei e di giungere ad un compromesso con loro. Menenio venne introdotto nell'accampamento plebeo e, dinnanzi alla moltitudine inferocita, raccontò il seguente apologo:

- Un tempo le varie membra che compongono il corpo umano non erano armonicamente congiunte, ma ciascuna viveva di vita propria ed aveva una propria volontà; le varie parti mal sopportavano l'idea che tutto il loro lavoro e le loro fatiche servissero unicamente al benessere del ventre che, al centro del corpo, viveva pacifico, godendosi i piaceri elargiti dagli altri. Decisero, quindi, di ribellarsi: le mani non portarono più cibo alla bocca, quest’ultima si rifiutò di accogliere il cibo, i denti smisero di masticarlo ecc...In breve tempo, certamente il ventre fu stremato dalla fame, ma, insieme ad esso, si indebolì, sino quasi all’esaurimento, anche la vitalità dell'intero corpo. Solo allora le membra periferiche compresero che anche la funzione del ventre non era inutile poiché, pur essendo nutrito, a sua volta nutre, restituendo a tutto il corpo, sotto forma di sangue, il cibo assimilato. Così anche voi vi lamentate che i patrizi traggano profitto dalle fatiche e dalle sofferenze dei plebei; ma se tale sfruttamento è innegabile, va tuttavia riconosciuto anche che il benessere dei nobili e le vittorie militari conquistate sotto la loro guida giovano a tutto lo Stato, che altrimenti sarebbe già andato in rovina -.

Con queste parole, Menenio riuscì a convincere i plebei e le trattative per la pacificazione iniziarono immediatamente. Ben presto si raggiunse un accordo, in base al quale anche la plebe avrebbe avuto i propri magistrati
”.

Certo, il suddetto episodio è riferito dalla tradizione, quindi va considerato a cavallo fra storia e leggenda; purtuttavia, a mio parere, potrebbe essere preso, anche nelle situazioni contingenti della nostra epoca, come un punto di riferimento emblematico da cui trarre ispirazione per risolvere con rapidità, efficacia ed equilibrio molte divergenze di ordine lavorativo ma non solo.
Documento inserito il: 19/12/2014
  • TAG: plebei e patrizi antica roma, secessione sull aventino, Menenio agrippa

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