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Anche agli inferi per una vittoria: il rito della Devotio [ di Carlo Ciullini ]

C'erano, un tempo, Dei buoni e cattivi, quelli che salvavano la pelle a te, ai tuoi cari e financo alla tua patria, e quelli che la pelle te la facevano o almeno ti chiedevano l'anima, come il Mefistofele del Faust.
Se rivolgersi al cielo fosse servito alla sopravvivenza di Roma, ebbene, anche un sacrificio estremo, votato agli Dei infernali, avrebbe sintetizzata la dedizione assoluta alla causa e al bene comuni.
Cos'è la singola vita di un individuo appartenente a una comunità, al cospetto della salvezza pubblica?
Se a una perdita personale della vita si contrappone la sopravvivenza del proprio stato e della propria stirpe, in questo caso il drammatico gioco vale senz'altro la candela.
I casi di devotio (vale a dire, la dedica della vita all'Ade e alla morte, in cambio della sicura vittoria del proprio esercito in palese difficoltà) sono molteplici, nel corso della storia romana, in primis in età repubblicana.
Visto il rapporto particolare e privilegiato che i Romani sentirono di avere con la divinità, l'invocazione dell'intervento celeste, nelle circostanze di assoluta necessità patite dal popolo dei Quiriti, rappresentava un reiterato atto di fiducia, a lor parere ben riposto.
E anche chi, superando il naturale istinto di conservazione, si immolava al nemico in cambio del trionfo finale delle proprie armi, era fideisticamente certo della utilità del gesto estremo.
La vita per Roma, insomma: un “do ut des” ai massimi livelli, una contrattazione tra esseri umani e Numi dalla parvenza diplomaticamente quasi egualitaria.
Quando un Romano chiamava, gli Dei, celesti o dell'oltretomba, rispondevano, e a maggior ragione se si trattava di una richiesta pronunciata in relazione a eventi tragici, come quando si incorre in un pericolo immane e incombente.
E' il caso, appunto, delle devotiones proferite da personaggi eminenti nella storia di Roma, individui che si sono gettati a corpo morto nell'auto-distruzione chiedendo, quale contropartita, l'ausilio degli Dei per portare a termine il compito dovuto.
E nessun dovere, per i Romani di epoca arcaica e repubblicana, risuonava più sacro quanto quello di preservare a ogni costo il benessere patrio.
Abbiamo, in relazione a ciò, eclatanti esempi di devotio, come nel caso di tre familiari, i Decii, che la pronunciarono in occasione di altrettante battaglie nel corso delle quali le legioni romane si trovarono a malpartito: offrendo ai Mani la vita più preziosa, cioè la personale, in qualità di comandanti in capo dell'armata, porsero agli Dei inferi stessi il dono più pregiato, purché le sorti dello scontro potessero mutare e volgersi a favore di Roma.
Cosa che poi, effettivamente, avvenne.
Parliamoci chiaro: durante la guerra, la consacrazione alle divinità ha sempre assicurato, ai soldati di ogni epoca, postuma gloria privata, prestigio per il proprio paese, e una fama “post-mortem” degna di uomini eroici e valorosi.
Anche a Roma antica il senso del sacrificio guerriero per la salvezza e il dominio della repubblica fu fortemente avvertito, e posto, nei suoi casi più fulgidi, a ruolo di “exempla” da venerare e, dove fosse stato necessario, da imitare (in seguito, l'istituzione imperiale ispirò meno questo sentimento di affezione comune).
In ciò splendette, come detto, una intera famiglia romana, padre, figlio e nipote che, a pochi decenni di distanza l'uno dall'altro trovarono, nella personale immolazione a favore della patria in pericolo, il compimento sublime dell'esistenza e della dignità civica: le origini plebee della gens decia non inficiarono affatto l'onore e la stima riservatale dai contemporanei e dai posteri.
Per tre generazioni, dallo stesso ceppo familiare si giunse così a offrire, separate da un ridotto lasso di tempo, le proprie vite ai Mani, le divinità dell'Ade; sarebbero in tal modo entrate in gioco, nel corso di una battaglia, forze sovrannaturali ben più potenti ed efficaci, capaci di stornare dalle legioni la sventura: le persone spontaneamente immolatesi a tali entità avrebbero trascinato con sé agli inferi anche i nemici che, da un trionfo imminente, sarebbero sprofondati nella più tragica sconfitta.
Dunque, una morte eroica e un sacrificio purificato che nettassero positivamente, per Roma, le colpe della città, colpe di cui l'esito volto al peggio della battaglia dava ampia testimonianza.
Perciò, il ricorso alla devotio da parte dei Decii fu straordinario: il legame di sangue tra i tre militari li unì anche nel proprio destino.
Altro elemento della vicenda, senz'altro curioso ma non per questo meno affascinante, è il fatto che i protagonisti abbiano, tutti, portato lo stesso nome: Publio Decio Mure.
Fatto questo non inusuale nella onomastica latina, ma che ha contribuito comunque ad alimentare l'aura di divina “dannazione” cui i Decii furono soggetti.
A rendere ancor più ingarbugliato (e leggendario) il tutto, provvedono anche i vari studi al riguardo: non sono pochi gli storici che ritengono inaffidabile la conclamata tradizione, e optano invece per una amplificazione degli eventi che, dall'aver realmente investito un unico protagonista si siano, poi, riverberati (complice l'onomastica) a tutti e tre i parenti.
Anche in quest'ottica (e a ulteriore complicazione, nella ricerca della verità), risulta difficile stabilire concretamente quale Publius Decius Mus si sia effettivamente immolato alla devotio e al conseguente sacrificio: uno di essi, in pratica, avrebbe “inquinato” gli altri due con le proprie gesta, facendone, al pari suo, eroi e martiri della causa patria.
Riassumendo, racconti di fatti accaduti due millenni e mezzo fa ci narrano di un padre, di un figlio e di un nipote, tutti recanti lo stesso nome, i quali avrebbero compiuto (il condizionale è d'obbligo), uno dopo l'altro, lo stesso atto eccezionale: c'è di che meditare (o dubitare...?) circa una simile eventualità sui generis.
Ciò che, in queste pagine, preme maggiormente sottolineare, è il continuo, biunivoco rapporto tra Roma e il suo popolo, da una parte, e gli Dei dall'altra; la devotio, nel suo drammatico adempimento, rappresentava la compiutezza di questa relazione: alla mancata protezione, in battaglia, da parte di determinate divinità celesti (solitamente tutelari, ma nella specifica circostanza deficienti) si suppliva invocando l'intervento dei Numi appartenenti ad altre sfere divine.
Era, questo, il caso dei Mani, signori ctoni dell'Ade infernale: entità terribili, certamente, forze spaventose e oscure la cui evocazione rappresentava un atto dannato in se stesso; in tal maniera, tuttavia, essi potevano intervenire con la loro orrifica potenza a favore di Roma, città che i suoi abitanti ritenevano prediletta dagli Dei e meritevole dell'ausilio divino.
Tito Livio, per noi sempre così prezioso, ci rivela, nell'8° libro della sua grandiosa “Ab Urbe condita”, la formula ufficiale della devotio, distintamente pronunciata dal morituro: “Legiones auxiliaque hostium mecum deis Manibus Tellurique devoveo...!
Tutti insieme all'inferno, dunque, in un viaggio senza ritorno: un patto, quello contratto col comandante romano, che gli dei dell'Ade potevano accettare di buon grado, giacché la sua singola vita, soppesata su una ipotetica bilancia, ben equivaleva, per valore, a quella di un intero esercito nemico di Roma.
I conti, alfine, sarebbero tornati egualmente.
Partiamo da una considerazione rassicurante: nonno Publio Decio Mure, il capostipite, è senz'altro esistito (come, con ogni probabilità, gli altri due consanguinei, comunque siano poi andate effettivamente le loro personali vicende).
E i resoconti ufficiali, le fonti di riferimento riguardo il suo cursus honorum, sono ben conosciuti: l'epoca nella quale visse, nella seconda metà del IV° secolo avanti Cristo, lo inserisce compiutamente in un periodo storico le cui testimonianze letterarie, vale a dire gli Annales e le liste consolari coi relativi resoconti, sono ben più affidabili, nella loro accuratezza, di una tradizione primordiale e mitizzante come quella riguardante, ad esempio, l'età regia della prima Roma, in realtà attendibile fino a un certo punto.
Il primo dei tre eroi di casa decia rivestì, nel 349 a.C., i panni di tribuno militare, partecipando alle guerre contro i Sanniti. La sua carriera lo portò a diventare console nel 340, accompagnando nella carica il collega Tito Manlio Torquato.
Nello stesso anno, i due affrontarono con le loro legioni i Latini presso il Vesuvio, nell'ambito di quella guerra (detta appunto latina) che avrebbe poi consegnato a Roma il dominio sull'intero Lazio, e anche oltre.
Gli aruspici etruschi, che sempre vaticinavano prima di una battaglia per trarne auspici indicativi sulla sua sorte, avevano predetto ai consoli che la vittoria avrebbe arriso a Roma solo nel caso in cui uno dei due avesse trovato la morte nello scontro. E qui, entra in scena il mito (o la realtà storica?).
Essendosi venuto a trovare a mal partito l'esercito della giovane repubblica, Decio Mure volle addossarsi l'onere del compimento del vaticinio: Livio, sempre nella sua opera, ci descrive la preparazione alla devotio, con la bardatura a pavese di cavallo e cavaliere, e ci regala la invocazione rituale agli dei Mani.
Dopo essersi portato dinanzi alle legioni, armi in pugno e già compattate, il console attraversò il breve tratto che separava i due eserciti spada levata e destriero al galoppo, e gettatosi da solo tra le prime fila dei Latini fu ucciso dai molteplici colpi ricevuti, non prima di averne eroicamente inferti a sua volta, e trascinando così nella morte diversi nemici.
Spinti da quel gesto tanto tragico e nobile del loro console, continua Livio, le coorti romane ripresero coraggio e, rinvigorite nell'animo e nelle membra, riuscirono a sovvertire le sorti dello scontro, sbaragliando le schiere latine.
Questo episodio, descritto tra gli altri anche da Valerio Massimo nei suoi “Fatti e detti memorabili” ha dato il “la” alla leggendaria saga dei Decii.
Come detto, non è facile per gli storici moderni districarsi fra tradizione e fonti degne di fede, tra realtà e mito: si ritiene infatti, nella maggior parte dei pareri espressi, che l'episodio concretamente realizzatosi abbia interessato non il primo, ma il Decio seguente, morto console nel 295 a Sentino, e del quale ora ci interesseremo. Il suo atto coraggioso, votato a Dei terrificanti ma disposti a prender le parti di Roma, sarebbe stato esteso, a maggior prestigio della casata, ai suoi omonimi padre e figlio, sì da creare una dinastia votata a tutto, per la gloria dell'Urbs.
Publio Decio Mure secondo (definiamolo in tal modo) onorò le istituzioni cittadine, ricoprendo più volte la carica di console e di censore.
Fu proprio in qualità di massimo esponente di Roma repubblicana che, col collega Quinto Fabio Massimo Rulliano, egli affrontò assieme agli alleati piceni una grande coalizione italica formata da Sanniti, Umbri, Etruschi e Galli Senoni, riunita sotto il comando di Gellio Egnazio.
La battaglia, una delle tante all'interno della IIIa guerra sannitica, fu detta per questo “delle nazioni”: l'evento bellico si svolse presso Sentino, nell'entroterra marchigiano.
Il suo evolversi segue le tappe canoniche che conducono alla classica “devotio” da parte del console: sbandamento delle legioni, rito votivo del comandante romano, sua immolazione e conseguente vittoria per la repubblica.
E' questo, come detto, il caso che dei tre pare storicamente più veritiero.
Con l'ultimo dei grandi Decii (il figlio del figlio, per intendersi), entriamo ormai in pieno III° secolo avanti Cristo: dalla morte del nonno alla sua, passarono sessantun'anni.
Decio Mure terzo trovò glorioso termine al suo cammino terreno sul campo di Ascoli Satriano, in Apulia: qui i Romani tentarono (e, per molto tempo, inutilmente) di arrestare lo scorrazzamento, attraverso lo stivale, dell'esercito epirota condotto dal geniale Pirro.
Dopo la funesta sconfitta di Eraclea, le legioni romane si scontrarono nuovamente col sovrano ellenistico sul Tavoliere: la maestria tattica del condottiero nemico, e la presenza degli elefanti da guerra (veri e propri carri-armati dell'antichità), spaventevole per i legionari, condussero le coorti sull'orlo del baratro.
Al che si perpetuò, così ci viene tramandato, l'esperito rituale di casa decia, un vero e proprio marchio di fabbrica familiare: prassi invocativa agli Dei infernali, galoppata fin nel cuore dell'esercito pirrico, morte apoteotica dell'ennesimo Publio...
Malgrado ciò, la battaglia si concluse egualmente con la sconfitta romana, e in apparenza il sacrificio non sortì effetti alcuni; tuttavia, il successo dell'armata giunta dall'altra parte dell'Adriatico fu pagata a tal prezzo da dar luogo al detto, passato alla storia, di “vittoria di Pirro”: in ultima analisi, perciò, un risultato positivo fu comunque conseguito, seppur a scoppio ritardato...
Giunti a questo punto, tiriamo le somme di questo interessante, complesso rapporto sovrannaturale tra Roma e i suoi eserciti, da una parte, e le forze immani e mortifere dell'oltretomba pagano, dall'altra.
Vi è chi ritiene con certezza che solo ad Ascoli Satriano, durante la guerra tarentina condotta da Pirro, un membro importante dei Decii si sia volontariamente immolato per il successo delle legioni; altri studiosi, invece, ritengono essere il Publio Decio Mure di mezzo (cioè il console morto a Sentino, nella “battaglia delle nazioni”) quello cui la casata plebea deve la illustre fama. Il mediano, tra i tre consanguinei, avrebbe riverberato (in seno a una tradizione che ne volle amplificare le virtù) il gesto fatale sul padre e su suo figlio: abbiamo, e più volte, già evidenziato comunque la complessità della giusta attribuzione storica.
Preme sottolineare, infine, un ultimo aspetto: la leggenda della devotio decia abbraccia un periodo, quello a cavallo tra IV° e III° secolo avanti Cristo, in cui si registrava una irrefrenabile esigenza di espansione da parte della ancor giovane repubblica. Roma, da piccolo centro pastorale prima e commerciale poi, aveva via via allargato i propri confini, frizzante, avida, bramosa di nuovi territori e di nuove sottomissioni di popoli; tutto serviva per rendere salda e sostenuta questa ambizione smodata, questo proposito divorante: anche la creazione di miti che potessero esser posti ad exempla, per le nuove generazioni, di una stirpe conquistatrice per antonomasia.
E ancor più avrebbero rifulso tali esempi, se avessero sottolineato con vigore la straordinarietà del rapporto tra l'Urbs e i Numi, di qualunque natura essi fossero: l'intervento divino, anzi infernale, scatenato dal rito magico marcava a chiare lettere la privilegiata relazione legante Roma alla divinità, una “accoppiata”, questa, dalla potenza insostenibile per qualsiasi altra entità terrena.
In tal modo, il ricorso alla deità ctonia permetteva alla città di sovvertire a proprio favore una situazione drammaticamente volta al peggio.
Come un enorme aspirapolvere, i Mani e la dea Terra, sollecitati dall'invocazione dei generali e dei consoli, risucchiavano nelle profondità dell'Ade le anime dei nemici di Roma, consacrati, loro malgrado, alla disfatta e alla morte.
Dove non giungeva la forza del braccio e del ferro, dunque, giungeva in soccorso delle legioni in pericolo la terrifica morsa degli Dei, che non lasciava scampo a chi a Roma fosse ostile.
Per tutta questa somma di cose, la devotio decia non può non portare l'impronta epica di una nazione fresca, in veloce crescita, caratterizzata da uno sviluppo furente, non pareggiabile da parte di qualsiasi altra gente italica.
Dal punto di vista cronologico, la tradizione di una mitizzata saga familiare di tal portata non avrebbe potuto che fiorire in epoca arcaico-repubblicana, allorquando la sopravvivenza di un'Urbe in espansione, vigorosamente sostenuta da purezza di spirito e di mores dei suoi abitanti (e da feroce devozione religiosa), sarebbe ben valsa la vita offerta in battaglia, seguendo i crismi di riti ancestrali.
I Publii Decii Mures che, per mera ipotesi, fossero invece vissuti in piena epoca imperiale, difficilmente si sarebbero condotti con tanto ardore al totale sacrificio: in tal caso, infatti, essi sarebbero risultati anacronistici rispetto a una Roma non più genuina e monda, non più votata (a scapito anche della vita e degli interessi personali) alla completa dedizione alla patria e alle cause comuni dei suoi cittadini.
La rilassatezza dei costumi, la latente corruzione, l'inquinamento dell'antico ceppo latino-italico, con la presenza di etnie provinciali ed extra-europee anche nelle gerarchie istituzionali, aveva ormai annacquato profondamente il senso di appartenenza, e fatto recedere il sentimento di abnegazione individuale a favore del corpus collettivo.
Con tali endemici difetti, radicati ormai saldamente, mal si sarebbero potuti applicare alla nuova era sentimenti di vetusta deferenza patriottica.
Egoismo e individualismo sempre più spiccati, dalla fine del regime repubblicano in poi, caratterizzavano ormai le più elevate istituzioni di Roma: i tempi della devotio, a onore e gloria della lupa capitolina, erano ormai terminati da un pezzo. Vale la pena, forse, produrre a questo punto una disanima finale del processo legato al rito di cui abbiamo trattato, non solo dal punto di vista della sua prassi ma anche per quel che concerne l'aspetto più prettamente mentale e spirituale.
Per i Romani, e per gli antichi in generale, laddove non potevano le sole energie umane giungevano gli dei, quando sollecitati da invocazioni meritevoli d'essere ascoltate.
La pietas dei Quiriti, quindi, tanto profonda e solerte in ogni aspetto della vita quotidiana, veniva premiata di buon grado dalle divinità preposte alla salute della repubblica: tale era la loro profonda convinzione.
Che lo sguardo supplice fosse rivolto agli spazi eterei e luminosi dell'Olimpo, oppure mirasse agli anfratti sotterranei dell'Ade (come negli eventi che abbiamo proposto), esso anelava sempre a un immediato intervento divino che risolvesse la drammaticità esiziale del momento.
Inserita nell'ambito di una battaglia, per se stessa sconvolgente e sanguinosa, l'invocazione dei consoli e dei generali di Roma ai Mani infernali e alle entità ctonie andava come ad aprire, senza possibilità di ripensamento, le porte dell'oltretomba, scatenando forze terribili e sovrumane.
La metafisica “chiamata alle armi”, tra le fila delle legioni allo sbando, di nature tanto possenti, ben capaci di seminare angoscioso terrore in seno alle schiere nemiche, gettandole nel panico e facendone strage, testimonia compiutamente quanto ampio fosse il ventaglio di risorse ultraterrene alle quali Roma, città devota agli Dei quanto nessun'altra, avrebbe potuto attingere in ogni necessità.
Diciamolo francamente: come in qualunque altro caso in cui si fosse richiesto l'ausilio celeste, anche ciò che si determinava in relazione a ciascuna devotio veniva attribuito senza indugio alcuno all'efficacia dell'intervento extramondano, capace di rivolgere a proprio piacere le carte sul tavolo dello scontro armato.
I Romani, perciò, credevano (o amavano credere) che il sovvertimento dei valori bellici in campo, tanto repentinamente invertiti, fosse dovuto concretamente all'invisibile azione disgregatrice messa in atto dagli Dei ai danni degli avversari di Roma, e non a un mutamento delle reali condizioni tattiche della battaglia.
Probabilmente, però, influenzate forse proprio dall'eroico sacrificio del loro comandante, sia la disposizione d'animo delle legioni che la spinta all'emulazione con la dose di entusiastico, rinnovato coraggio, avrebbero certamente potuto trasformare una disfatta ormai sicura in un trionfo insperato.
A quei tempi, ignorandosi gran parte delle dinamiche dei processi non solo psicologici, ma naturali in generale, non si poteva non attribuire a una manifestazione divina ogni ribaltamento repentino e traumatico della realtà nelle sue forme varie. Tant'è: se in quelle ore, in quei minuti ferali, la mente di ogni miles partecipante alla battaglia fosse stata attraversata dalla sicurezza di avere alleata, sul campo, la impareggiabile potenza dei Numi, ebbene, visti i risultati favorevoli e felici dell'evento bellico ciò può non solo essere compreso, ma anche accettato con benevolenza da parte di uomini moderni come noi, sicuramente più disincantati rispetto alla forma mentis dei nostri antenati.

Nell'immagine, la morte del console Decio Mure in battaglia, dipinto da Rubens.


[Questo articolo integra e amplia, in gran parte, un precedente lavoro già pubblicato su questo sito:“I Decii: una famiglia di kamikaze a Roma”]

Riferimenti bibliografici

TITO LIVIO, “Ab urbe condita”, libri VII-IX, BUR, Milano, 1982 VALERIO MASSIMO, “Fatti e detti memorabili”, Utet, Torino, 2009Documento inserito il: 28/01/2018
  • TAG: antica roma, repubblica, decii, devotio, rito

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