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2 agosto 216 a.C. Canne: il capolavoro di Annibale [ di Andrea Rocchi ]

I fatti storici dalla battaglia del Trasimeno a Canne
La disfatta del Trasimeno patita nella fatidica data del 21 giugno 217 a.C. gettò Roma in un clima di profondo sconforto che la morte di uno dei consoli, Gaio Flaminio, aveva reso ancora più amaro. Il Senato decise di ricorrere all’elezione straordinaria di un “dictator”, ovvero di un comandante unico, in carica per sei mesi, con un “imperium” superiore a quello consolare, che conducesse in autonomia le operazioni belliche al fine di garantire la tanto sospirata vittoria su Annibale. La tradizione voleva che fossero i consoli in carica a nominare il “dictator” ma con uno defunto e l’altro, Servilio Gemino, impossibilitato a raggiungere Roma, i senatori delegarono il compito all’assemblea popolare che elesse Quinto Fabio Massimo, un esponente della classe aristocratica, già due volte console e veterano della prima guerra punica, un uomo mite e schivo, di quasi sessanta primavere, apparentemente anziano per il compito operativo assegnatogli, che invece si rivelò fondamentale per la sopravvivenza dell’Urbe se non subito, quantomeno in seguito alla sconfitta di Canne avvenuta nell'agosto del 216. Fabio Massimo, che verrà soprannominato “Temporeggiatore”, oltre il soprannome di gioventù “Verrucoso” per via di un’imperfezione sul labbro superiore, comprese immediatamente di non essere in grado di battere Annibale sul campo, dunque optò per una strategia di puro contenimento fatta di attacchi “mordi e fuggi” e rapide azioni dirette soprattutto contro i contingenti nemici dediti all’approvvigionamento con la generale tendenza a non accettare le provocazioni del brillate condottiero cartaginese. Il “dictator” aveva a disposizione in tutto sei legioni, dalla somma di due legioni di reclute con le quali era partito da Roma, delle due di Gemino che si era immediatamente mosso verso sud da Ariminum, più le due legioni di veterani, reduci dal Trebbia, che nel tragitto si erano unite all’ormai ex console di cui sopra. Ma nel frattempo Annibale non se ne era stato con le mani in mano; nel luglio del 217 a.C. ritroviamo il Barcide in Umbria, nel Piceno, prima di muoversi verso la Puglia, saccheggiando e bruciando tutto il possibile lungo il cammino, ma proprio in questa regione fu raggiunto dal “Temporeggiatore”.

Strategie a confronto
La strategia di attesa del generale romano, per nulla propenso a scendere sul campo di battaglia, snervò a tal punto Annibale che lo stesso decise di ricercare per forza il pretesto per uno scontro campale; l’esercito cartaginese si mosse dunque dalla Puglia verso ovest, raggiungendo Benevento, da li la zona di Capua, nella fertile Campania, mettendo a ferro e a fuoco l’intero “ager Falernus” ma anche in questo caso nessuna reazione venne dal campo romano. Non pensiamo però che il buon Fabio Massimo non avesse i suoi grattacapi: a parte il tenere a bada il più terribile nemico di Roma, si ritrovava in seno una vera e propria serpe nel “Magister Equitum” Marco Minucio Rufo, un altro ex console, esponente di quella fazione del Senato che voleva assolutamente archiviare la pratica “punica” con una bella battaglia campale, in barba alla strategia temporeggiatrice del generale da pensione. Come se non bastasse, i cartaginesi rimasero bloccati proprio in Campania nei pressi di un passo montano ma i romani di Fabio scambiarono, nottetempo, 2000 buoi con fascine infuocate legate alle corna per gli uomini di Annibale (lui stesso aveva ideato l'arguto stratagemma), ed inseguendo gli spettri, permisero all’intero esercito nemico di passare indisturbato il passo e raggiungere la città di Geronium. Richiamato a Roma per apparenti motivi religiosi, Quinto Fabio Massimo dovette render conto al Senato, mentre in sua assenza il veemente Minucio Rufo conseguiva una vittoria durante una schermaglia di cavalleria, vittoria che a Roma ebbe il riflesso di un vero e proprio trionfo; accusato di codardia e di incapacità, il “Verrucoso” se ne tornò nei pressi di Geronium con il suo “imperium” non più totalitario ma equiparato a quello di Minucio. Giunto sul posto divise l’esercito in due e si prese anche la briga di salvare la testa dell’ardito collega che stava per cadere in seguito all’ennesima scaramuccia con Annibale. In ogni caso finito il mandato semestrale il vecchio Fabio Massimo fu accantonato nel dicembre del 217 con ampia soddisfazione da parte del Senato (che avrà poi di che pentirsi) a favore di due nuovi consoli, eletti per il 216, Gaio Terenzio Varrone, un “homo novus”, e Lucio Emilio Paolo, un aristocratico di notevole esperienza militare e politica. Non voglio però dimenticarmi dell'anziano Marco Attilio Regolo che fu per poco tempo console nel 217 al posto del povero Flaminio prima della nomina del “dictator”; congedato da li a poco dall'esercito per limiti di età si risparmiò la fatidica battaglia di Canne.

Due nuovi consoli incontro alla disfatta
Giustamente, per rispetto alla “tradizione” romana, la colpa della sconfitta di Canne venne attribuita da Polibio e Livio, in toto al disgraziato Varrone, descritto similmente a Flaminio, (detestato in seguito alla debacle del Trasimeno), un demagogo, arrivista e spregiudicato senza alcun senno, mentre il nobile Lucio Emilio Paolo uscì dalla disfatta in maniera tutto sommato pulita (non a caso Polibio era ammanicato con la Gens Aemilia). Sta di fatto però che il Senato non condannò mai Varrone, che pur da "homo novus" si era guadagnato ottime referenze tra il patriziato, ed anzi lo reintegrò in pieno nella vita politica di Roma con importanti incarichi, questo perché entrambi i consoli di quell’anno erano uomini che godevano in pieno dell’appoggio del Senato, uomini che dovevano necessariamente seguire il “dictat” di una campagna militare all’insegna dell’offensiva in contrasto con la così poco romana strategia del “Temporeggiatore”. Non mi faccio problemi a dire che la decisione di inseguire Annibale e provocarlo a battaglia a Canne fu più del Senato che dei due consoli in questione. Proprio per questo Roma produsse il più grande sforzo bellico della sua storia, dotando Varrone ed Emilio Paolo di ben otto legioni più un ugual numero di alleati italici per un totale di circa 80.000 uomini, uno sproposito rispetto agli scarsi 50.000 effettivi di Annibale che, nel frattempo, avevano lasciato Geronium nel giugno del 216 per giungere infine nei pressi di Canne, dove posero nuovo accampamento.

Canne, la battaglia è alle porte
La località di Canne in Puglia, era una sorta di borgo abbandonato che serviva ai romani come deposito per olio, grano e numerose altre provviste, in una zona che all’epoca era massimamente importante per gli approvvigionamenti di grano diretti direttamente a Roma; Annibale, da gran furbo quale era, aveva trovato in tal modo, il pretesto migliore per “invitare” i capitolini a battaglia. Gli accampamenti dei due contendenti (uno per i Cartaginesi, uno maggiore e uno minore per i romani), furono posti a poca distanza l’uno dall’altro, presumibilmente, sulla riva sinistra del fiume Aufidus (Ofanto); la piana, brulla e senza alberi, si trovava tra la riva destra del fiume e le basse colline sulle quali era situata Canne. Il 2 agosto 216 a.C., l’esercito romano si mosse per primo dai due accampamenti, lasciando solamente i 10.000 "triarii" di guardia al maggiore, dirigendosi verso il futuro campo di battaglia; la sensazione è che i condottieri romani ritenessero quella pianura perfettamente idonea alla tattica di battaglia romana. Tralascio volontariamente la questione delle presunte dispute tra Varrone e Lucio Emilio Paolo, o su chi avesse il comando effettivo quel giorno, in quanto sia Polibio che Livio a mia detta, sono alquanto ambigui in merito; basta dire che l’ordinamento romano prevedeva che nel caso ai due consoli fosse affidato un esercito in comune, il comando spettava un giorno all’uno, un giorno all’altro; ora sempre Livio e Polibio attribuiscono la responsabilità della sconfitta unicamente a Varrone come se lo stesso quel giorno avesse il comando ma la cavalleria romana degli "equites" a destra dello schieramento era comandata da Emilio Paolo, una posizione d’onore che spettava solitamente al comandante dell’esercito, dunque ho effettivi dubbi sulla reale dinamica degli eventi.
Ma andiamo alla descrizione degli schieramenti in campo.
I consoli romani schierarono i loro 70.000 uomini in modo tale da non favorire la superiore cavalleria cartaginese con una tattica che permettesse alla fanteria pesante, vero orgoglio di Roma, di sfondare il centro avversario; i manipoli di fanteria legionaria, al comando dei proconsoli Minucio Rufo e Servilio Gemino si posizionarono al centro con una notevole profondità dei ranghi rispetto alla larghezza degli stessi, entrambi i fianchi e le retrovie dei fanti romani erano coperti dalle truppe appiedate degli alleati italici sicuramente meno esperte e motivate. Sulla destra dello schieramento, con il fiume alla propria destra, erano i 1600 “equites” romani al comando di Lucio Emilio Paolo, sulla sinistra, con le colline alla propria sinistra, erano posizionati i circa 4800 cavalieri “socii” al comando di Gaio Terenzio Varrone. Infine dinanzi alle fanterie agivano gli schermagliatori veliti ed alleati; si presume che il fronte obliquo delle truppe consolari, nella loro totalità, comprese dunque le cavallerie, fosse lungo ben 3000 metri, obliquo in quanto la piana da nord a sud non era lunga abbastanza. Nei piani, la cavalleria punica non avrebbe dovuto aggirare il fronte romano proprio a causa del fiume e delle colline che limitavano il campo di battaglia, con il presupposto però che la poco efficace cavalleria romana fosse riuscita a fare blocco, proteggendo i fianchi della fanteria.
Le cose non andarono così.
L’esercito cartaginese, forte di 40.000 effettivi di fanteria (tra cui cito i circa 10.000 africani e i 6000 iberici dell’esercito originale che aveva transitato per le Alpi; la rimanente parte era costituita da celti ed altri iberici), 10.000 elementi di cavalleria (4000 numidi, 4000 celti e 2000 iberici), si schierò in campo in seguito all’esercito romano, protetto dagli schermagliatori, tra cui i temibili frombolieri delle Baleari; Annibale, conoscendo perfettamente la tattica romana fondata sulla fanteria pesante, dispose le sue truppe in maniera molto particolare in formazione convessa e crescente ammassando la maggior parte dei plotoni di fanti celtici al centro con ai lati gli iberici mentre le cavallerie pesanti iberica e celtica si posero agli ordini di Asdrubale all’ala sinistra, contrapposta ad Emilio Paolo e la cavalleria leggera numida sotto il comando di Maarbale all’ala destra contrapposta a Varrone. Le temibili falangi di veterani africani si posizionarono in due contingenti separati in colonna subito dietro le cavallerie. Quando la battaglia ebbe inizio, i due consoli erano sicuri della vittoria dato il numero assai maggiore dei loro effettivi rispetto a quelli del Barcide, inoltre e lo ripeto in quanto qui sta la chiave di volta tattica, il fiume Aufidus a destra dello schieramento romano e le colline a sinistra dovevano, nei piani, evitare ogni tentativo di aggiramento da parte delle cavallerie avversarie.

La battaglia di Canne
La cavalleria di Emilio Paolo mosse in avanti ricacciando indietro gli schermagliatori nemici, ma si ritrovò ben presto addosso i cavalieri pesanti di Asdrubale; si accese una mischia furibonda, in uno spazio talmente stretto, chiuso dalla riva del fiume, da impedire ogni ripiegamento, uomini e cavalli erano talmente ammassati che sembrava uno scontro tra fanterie. I 1600 “equites” romani furono ben presto surclassati dal numero maggiore dei celti e degli iberici e lo stesso console, disarcionato, fu gravemente ferito, seppur coraggiosamente riuscì, spada in pugno, ad uscire dalla bagarre e a portarsi al centro dello schieramento dei fanti romani. Dalla parte di Varrone, le cose andarono ancora peggio; attaccati dai veloci numidi di Maarbale con tattiche di “mordi e fuggi”, i cavalieri italici del console si erano pericolosamente staccati dal fronte compatto della fanteria amica, allontanandosi verso il retro dello schieramento. Questa mossa fu per loro fatale; ai cavalieri pesanti di Asdrubale che si erano liberati dei dirimpettai fu ordinato infatti di convergere verso il centro, aggirando il fronte romano per attaccare sia le fanterie alle spalle che i cavalieri di Varrone già incalzati dai cavalleggeri numidi. Al suono delle buccine, i legionari romani e i fanti “socii”, dopo aver scagliato giavellotti e “pila” erano nel frattempo partiti in avanti venendo a contatto con il vertice della formazione convessa disposta da Annibale; furono i fanti romani ad avanzare, stravolgendo la loro linea di battaglia, per adattarsi al particolare schieramento cartaginese che sotto la spinta delle legioni modificò gradualmente la sua forma da convesso a concavo, in quanto il centro era arretrato, quasi inghiottendo gli uomini di Gemino e Rufo in una morsa fatale. Agli estremi della linea di battaglia stavano le due falangi africane, al momento opportuno le stesse abbassarono le picche e cominciarono ad avanzare verso i fianchi delle legioni, mentre i celti, incitati dallo stesso Annibale e da Magone coraggiosamente tenevano impegnato il centro. Come se non bastasse, la cavalleria di Asdrubale che aveva travolto gli uomini di Varrone, fuggiti dal campo inseguiti dai numidi, si era rivolta verso la retroguardia delle legioni tenuta dai “socii” italici. Legionari ed alleati stretti tra le falangi ai lati, i celti al centro e la cavalleria pesante cartaginese alle spalle, furono letteralmente massacrati sul posto senza possibilità di difesa alcuna o di ripiegamento. Polibio narra di 47.000 morti tra i fanti, 2700 tra i cavalieri, oltre 19.000 prigionieri, 29 tribuni militari, più di 80 uomini di rango senatoriale, il console Lucio Emilio Paolo, caduto coraggiosamente alla testa dei suoi uomini, rifiutando la fuga, i comandanti Servilio Gemino e Minucio Rufo a fronte delle poco più di 8000 vittime patite da Annibale, sempre in maggioranza tra i contingenti celtici. Si narra che prima della battaglia un tale Gisgo si rivolse ad Annibale, preoccupato dalla moltitudine dei romani che vedeva dinanzi a lui: il generale punico lo fissò negli occhi affermando sicuro che tra tutti i fanti romani in quella piana non ce ne era uno solo che si chiamasse Gisgo.


Note e bibliografia
Cannae 216 BC: Hannibal smashes Rome's Army di Mark Healy
The Roman Army of the Punic Wars 264-146 BC di Nic Field
I Grandi Generali di Roma Antica di Andrea Frediani
Le Grandi Battaglie di Roma Antica di Andrea Frediani
A Greater Than Napoleon Scipio Africanud di Sir Basil Liddell Hart
Documento inserito il: 21/12/2014

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