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390: 'Hic manebimus optime' e non solo. [ di Carlo Ciullini ]

Un anno leggendario tra aneddoti e citazioni.

390: storie di omina, oche, bilance, spade e paura, tanta paura.
In quell'anno di portata epica, lo spavento per i romani fu davvero grande: raramente accadde, prima e dopo quella data fatale, che nella millenaria parabola di Roma si condensassero tanti episodi aneddotici, così numerose citazioni passate agli annali, e una memoria storica profonda.
In quegli anni i Galli Senoni, partiti dalle loro sedi al di là degli Appennini, attraversarono lo stivale verso Sud, al seguito del loro re, il valoroso e feroce Brenno.
Roma non aveva ancora assunto, agli occhi degli altri popoli, quell'aura mitica che attrasse secoli dopo, in periodo tardo-antico, le turbe di Alarico prima e Genserico poi, portandole al sacco della Città Eterna.
Tuttavia, l'espansione decisa dell'Urbe in ambito italico aveva già colpito le attenzioni delle genti della penisola, e un saccheggio sulle rive del biondo Tevere poteva allettare non poco la brama di ricchezza di stirpi guerriere.
E i Galli Senoni erano davvero un popolo forte, e temuto nell'arte delle armi: il suo territorio si estendeva dalla Romagna alle Marche, e il desiderio di tracimarne i confini risultò, in quell'alba del IV° secolo avanti Cristo, irrefrenabile per re Brenno e i suoi.
Roma, la sempre più forte Roma, città che aveva ormai imparato a far la voce grossa con i popoli del Lazio e non solo, si preparò a fermare l'orda barbarica sul fiume Allia: ma la sconfitta disastrosa che ne sortì aprì ai Galli la strada verso la capitale.
Era il 18 Luglio del 390: una data invero funesta (nefas), ricordata per sempre come il Dies Alliensis.
Roma fu occupata dalle schiere di Brenno, che si diedero alla razzia, e tutto sembrò davvero perduto.
La città si svuotò della popolazione, riversatasi nelle campagne: le strade, dentro le mura violate, furono percorse in lungo e largo dai cavalieri Senoni; e solo i superstiti tra i senatori, assieme a Furio Camillo, tornato da Ardea, cercarono di opporsi al panico montante, tentando di stabilire la cosa migliore da farsi in quella tragica circostanza.
Furio Camillo, il condottiero più prestigioso e valido che in quei tempi Roma vantasse, era stato richiamato in gran fretta dall'esilio inflittogli per alcuni rovesci militari.
La dittatura conferita lo rendeva la guida assoluta di tutto ciò che, ancora, poteva porsi a difesa della città, ferita e affranta dalla scorreria incontrastata.
In quei giorni di eventi straordinari, si presentò infine il primo prodigio.
Uscendo dalla Curia Hostilia, dove Camillo e i senatori si erano riuniti, ci si domandava ancora se fosse il caso, oppure no, di abbandonare del tutto la città ai barbari (e ritirarsi con la popolazione fuoriuscita presso Veio, la fiera rivale di Roma da poco domata).
Dinanzi al gruppetto, dubbioso e titubante, ecco palesarsi ciò che, nei ricordi dei miti della città, si pone come uno degli omina (presagi) più famosi e leggendari: un piccolo distaccamento militare, guidato da un centurione, fermò la sua marcia proprio dinanzi alla Curia, del tutto all'oscuro della fatidica riunione appena tenutasi all'interno.
Tito Livio, nella sua Ab Urbe condita (V,55) ci racconta l'episodio:“Vessillifero -gridò il centurione al porta-insegne- pianta la bandiera...! Qui staremo benissimo...(Hic manebimus optime)!
Agli occhi dei togati assiepati sulla scalinata d'ingresso, dapprima sconcertati, poi meravigliati, infine entusiasti dello spettacolo inconsapevolmente offerto dallo sparuto pugno di soldati (tra i pochi rimasti a difendere Roma, in preda al saccheggio), tutto ciò sembrò un segno celeste, un omen appunto.
Se gli dei volevano far sapere ai romani che avrebbero dovuto resistere a oltranza difendendo la propria città, e non abbandonandola, ebbene, tale divino consiglio non poteva venir disatteso.
La caparbietà, dimostrata da quel momento in poi da Furio Camillo e i suoi, diede poi agio al fiorire di altre leggende passate alla storia, tutte in vario modo conosciute ed epocali, e indissolubilmente legate a quel fatale 390 a.C.: l'anno del sacco di Roma, della grande paura, di quel “Metus Gallicus” il cui ricordo perenne attraversò le menti (e le schiene...) delle future generazioni latine.
Le oche. Sì, le famose oche del Campidoglio, le candide bestiole sacre a Giunone, che con lo starnazzìo contribuirono, a modo loro, a salvare la città dalla capitolazione.
Gli ultimi, strenui difensori di Roma si erano infatti asserragliati sul Campidoglio e, stremati, in quella afosa notte estiva si erano assopiti, in un momento di relativa quiete per i combattenti.
I Galli Senoni, trovato un pertugio nelle difese, profittando della sorveglianza scemata, si erano ormai quasi intrufolati nel campo romano quando, spaventate dalla presenza silenziosa e furtiva dei barbari, le oche iniziarono a starnazzare a più non posso.
Erano, quelle oche, animali fortunati, risparmiate (per quanto succulente) dai romani affamati e assediati sul colle perché care a Giunone, e quindi inviolabili.
Rappresentavano, in poche parole, ciò che sono oggi le vacche sacre per gli indù. I loro strepiti fecero sì che, accorrendo, il notabile adibito alla loro cura, Marco Manlio, si accorgesse del tentativo d'infiltrarsi da parte dei Galli; ridestati i compagni e chiamato alle armi, respinse l'azione dei barbari che, scoperti, dovettero ritirarsi.
Da quel giorno, e a maggior ragione, nei confronti delle oche sacre fu provata una profonda riconoscenza da parte del popolo romano, tanto da riservare loro una festività annuale (il 3 Agosto), nel corso della quale veniva allestita una processione in cui i candidi pennuti erano fatti sfilare tra due ali di folla festante.
Le oche, beninteso, furono considerate le messaggere divine di Giunone, la madre degli dei: era la benevola protettrice di Roma, che le aveva riservato il culto principale della città, quello della Triade Capitolina; a eterno riconoscimento, sul luogo dell'epico evento fu costruito il tempio di Juno Moneta (Giunone ammonitrice) che, divenuto in seguito la sede della zecca di Stato, diede il nome a ciò che chiamiamo anche soldo, o denaro.
La teoria di frasi e locuzioni leggendarie (siano state effettivamente proferite, o no) di quell'indimenticabile 390 avanti Cristo, non termina certo qui. Tutt'altro. Si racconta che Brenno, vedendo quanto la guerra, ormai in fase stagnante, andasse per le lunghe, avesse deciso di concordare con i romani un ritiro del suo esercito dalla città saccheggiata.
Ciò a prezzo del pagamento di un copioso riscatto: gli abitanti accettarono la proposta, e cominciarono ad accumulare l'oro necessario al pagamento coatto.
Senonché, ai romani apparve ben presto palese che ci dovesse esser dietro il trucco: per quanto materiale e suppellettili aurei ponessero sul piatto della grande bilancia allestita dai Senoni, vedevano irraggiungibile l'equilibrio dei pesi.
Quelle mille libbre, l'onta del riscatto, sembravano davvero incolmabili.
Brenno, dinanzi alle loro rimostranze sfoderò il pesante spadone e, gettandolo sul piatto ponderale gridò: “Vae victis...!”. Ce lo ricorda ancora Tito Livio, nel suo Ab Urbe condita.
Guai, a chi non poteva porre alcuna condizione.
Molte, troppe volte quest'ammonimento, nella storia dell'umanità, ha trovato concreta attuazione ai danni del più debole e dello sconfitto.
Fortunatamente per Roma e la sua gloria futura, un atto tanto prepotente risultò alla fine intollerabile: Furio Camillo, sguainando il gladio, lo gettò sul piatto coperto d'oro esclamando: “Non auro, sed ferro, recuperanda est Patria...!
Il gesto del dittatore fu la scintilla che infiammò l'animo dei difensori dell'Urbe: come un fuoco sacro la rabbia, l'orgoglio, la voglia di rivalsa pervase i romani a tal punto da spingerli a cacciare i Galli dalla città.
Il terrore barbarico, quel “Metus Gallicus” che, patrimonio ancestrale, i romani si porteranno dentro per i secoli seguenti, veniva sconfitto, almeno in questa occasione.
Roma era salva, e pronta a riprendere, senza sosta, la sua irrefrenabile espansione.
Così ebbe termine quel leggendario 390, denso di epocali avvenimenti, di personaggi e animali entrati nel mito, di parole che hanno fatto la Storia.
Documento inserito il: 19/12/2014
  • TAG: 390ac a roma,brenno, galli senoni, battaglia del fiume allia, furio camillo, oche del campidoglio

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