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La vita nella Roma repubblicana

La famiglia costituiva la base della società romana. Il pater familias ne era a capo ed inizialmente aveva un’autorità assoluta sulla moglie, sui figli e sugli schiavi. Con il tempo diminuì l’autorità sulla moglie ma rimase quella verso i figli che erano tenuti all’obbedienza incondizionata. Il pater familias era inoltre l’unico padrone del patrimonio familiare e i figli non potevano possedere nulla; se effettuavano acquisti o vendite, potevano farlo solo a nome del padre. Perfino per accettare eredità o donazioni dovevano avere il suo permesso. L’unico modo che i figli avevano di sottrarsi all’autorità paterna era quello di ricevere la responsabilità di una carica pubblica. Era facoltà del padre riconoscere o meno un figlio: se al momento della nascita lo sollevava tra le braccia, significava che il neonato era accettato ed il genitore desiderava tenerlo con sè. In caso contrario il piccolo veniva esposto all’aperto dove gli si aprivano due possibilità: o veniva raccolto ed allevato da altri, oppure moriva. L’abbandono si verificava in particolar modo per figli deformi o per femmine primogenite. Le donne godevano nell’antica Roma di una certa libertà, potevano disporre a loro piacimento dei propri beni e spesso partecipavano a fianco del marito alla vita sociale. Quelle appartenenti a famiglie agiate, si dedicavano principalmente a lavori quali la filatura e la tessitura, aiutate in questo da figlie e ancelle, ma mai a lavori servili e faticosi. Facevano parte della famiglia anche gli schiavi, che in buona parte erano prigionieri di guerra o debitori insolventi. Essi non venivano considerati come esseri umani ma cose di proprietà della famiglia presso cui prestavano servizio eseguendo i lavori più diversi. Quelli residenti in città, familia urbana, eseguivano i lavori domestici, scortavano il padrone nei suoi spostamenti, lo portavano in lettiga oppure gli rischiaravano la strada con una torcia quando le tenebre avvolgevano la città. Vi erano poi i familia rustica, schiavi che vivevano nelle tenute rurali, che conducevano una vita molto più dura dei servi di città. Lavoravano i campi e allevavano il bestiame del loro padrone. In caso di mancanze, gli schiavi venivano puniti in modo molto duro, a volte anche con la morte. Essi potevano tuttavia essere affrancati; in questo caso diventavano dei liberti. In base al modo nel quale veniva rilasciata la dichiarazione di affrancamento da parte del suo padrone, il liberto poteva acquisire i diritti civili e politici, oppure solamente quelli civili. In alcuni casi, se dotato di ingegno e delle doti necessarie, poteva aspirare a divenire un personaggio influente, ma nella maggior parte dei casi viveva della carità pubblica. A tutti i cittadini romani venivano imposti tre nomi: il primo era il nome proprio che veniva assegnato nove giorni dopo la nascita (es. Marco); il secondo era il nome della gens alla quale apparteneva (es. Cornelio, Tullio); il terzo era il cognome che era comune a tutti gli appartenenti alla stessa famiglia (es. Scipione, Cicerone). In alcuni casi, quando si trattava di un personaggio divenuto famoso per aver compiuto una particolare impresa militare o di altro genere, veniva aggiunto il soprannome (es Temporeggiatore, Africano). Le donne avevano solo il nome della gens. Molto diffusa era l’adozione, che veniva esercitata dal pater familias, per mezzo della quale un individuo poteva entrare a far parte della famiglia dell’adottante, permettendo in qualche caso a dei plebei di diventare patrizi o viceversa. L’educazione dei figli nei primi anni di vita era affidata alla madre che doveva insegnare loro le buone maniere, a venerare gli dei, a rispettare le leggi e ad amare la patria. Poi subentrava il padre che portava con se il figlio nelle varie attività della giornata: al lavoro nei campi se era un agricoltore, o nel Foro se abitava in città. A volte i figli venivano affidati ad un pedagogo, uno schiavo colto, spesso di origine greca, che aveva il compito di istruirlo nei vari rami del sapere. Dopo l’occupazione della Grecia, sorsero a Roma alcune scuole private, molte delle quali rette da liberti istruiti. I bambini andavano a scuola a sette anni imparando a leggere, a scrivere e a contare. Più tardi iniziarono a leggere e commentare le opere di autori greci e romani, ma poichè i libri in età repubblicana non erano molti, dovevano imparare molto a memoria. Per scrivere utilizzavano tavolette cosparse di cera che essi incidevano con lo stilo, un bastoncino dotato da una parte di una punta di ferro e dall’altra di una spatola che serviva a rendere nuovamente liscia la superficie della tavoletta. Molto severa era la disciplina: le mancanze degli studenti venivano punite dall’insegnante con la frusta. La maggior parte dei ragazzi si fermava a questo livello di studi. Alcuni, avendo la volontà di continuare, si recavano presso un retore che li istruiva nell’eloquenza, che era considerata un’arte estremamente importante in una società come quella romana nella quale era molto intensa l’attività oratoria, sia per le cause private, sia per la politica. L’educazione delle femmine era affidata alla madre e non andava oltre al saper leggere, scrivere e sbrigare i lavori domestici. Le prime abitazioni dei romani furono delle capanne in legno costituite da un unico ambiente, nelle quali la luce entrava dalla porta e da una apertura praticata nel tetto. Successivamente le case divennero più grandi con l’aggiunta di nuovi ambienti adibiti ai vari usi della vita quotidiana. Le case delle famiglie benestanti erano spesso abitazioni sontuose dotate di parecchi ambienti che si affacciavano sul peristilio, un giardino interno circondato da un portico sorretto da colonne. La sontuosità di queste abitazioni non riguardava tanto i mobili, che fra l’altro erano ridotti al minimo, ma piuttosto nella ricchezza delle susuppellettili, nelle pitture parietali e nei bellissimi mosaici dei pavimenti. Le famiglie meno abbienti vivevano nelle insulae, edifici su più piani corrispondenti ai nostri condomini, nei quali molto spesso un’intera famiglia era alloggiata in un’unica camera. Il piano terra di questi palazzi era occupato da botteghe che affacciavano direttamente sulla strada. La materia prima più usata per fabbricare i vestiti era la lana; veniva poi il lino utilizzato nella tessitura degli abiti femminili e dei fazzoletti da naso. Più tardi si iniziò ad utilizzare il cotone, che veniva importato dall’Egitto e dall’India, e la seta proveniente dalla Cina. Gli uomini erano soliti indossare la tunica, un tipo di camicia senza maniche, che era l’abito da casa; quando uscivano usavano avvolgersi nella toga, anticamente costituita da una semplice coperta di lana ed in seguito resa più elegante con gli angoli arrotondati e in stoffa tagliata a semicerchio. La toga era obbligatoria per chi si recava al Foro, mentre agli schiavi e agli stranieri era vietato indossarla. I giovani fino a diciasette anni vestivano una toga bianca orlata di porpora, la toga pretesta. Al compimento del diciottesimo anno, nel corso di una solenne cerimonia che si teneva nel Foro, indossavano la toga virile totalmente bianca. Le donne portavano anch’esse una tunica sulla quale vestivano una stola, una tunica di tipo più ampio stretta alla vita da due cinture. Quando uscivano di casa usavano coprirsi con un mantello detto palla. I Romani non erano soliti usare cappelli e soltanto quando erano in viaggio o andavano a teatro si coprivano il capo con un cappello a larghe falde chiamato pétasus. Il pileus era invece un piccolo cappello di feltro utilizzato dagli schiavi e dagli operai. Le calzature erano piuttosto semplici: i sandali venivano calzati in casa, mentre per uscire si utilizzavano degli stivaletti che coprivano il piede fino alla caviglia. Per meglio sfruttare la luce del giorno, i Romani erano soliti alzarsi molto presto, ed appena alzato, il signore della casa riceveva il saluto dei figli e, la dove fosse stato benestante, anche dei clienti, ossia di coloro che si erano posti sotto la sua protezione. La colazione consisteva in pane, frutta secca, miele, olive e formaggio; usciva quindi di casa per recarsi al Foro a curare i propri affari. Verso mezzogiorno ritornava a casa per consumare il pranzo costituito da carne, pesce, verdura e frutta fresca, al quale faceva seguito il riposo pomeridiano. Si recava quindi al Campo di Marte per gli esercizi ginnici, al termine dei quali faceva seguito un bagno nella propria casa o alle terme pubbliche. Grande importanza veniva attribuita al pranzo che iniziava nel tardo pomeriggio e a volte si concludeva a tarda sera. Nei tempi più antichi veniva cotta una specie di farinata composta di legumi, mentre la carne veniva consumata molto raramente. In epoca successiva apparvero sulle mense delle case romane vivande più raffinate come la selvaggina, varie carni, pesce, il tutto condito con salse molto piccanti; quindi dolci e vari tipi di frutta fresca.Non mancavano sulla tavola diversi vini che venivano bevuti mescolati con acqua secondo l’usanza dei Romani. L’oggetto più prezioso presente sulla mensa era la saliera, che veniva considerata come un vaso sacro ed era sempre fabbricata in argento; questo avveniva anche presso le famiglie di ceto modesto. Per queste ultime la giornata aveva termine dopo la cena, mentre per le famiglie molto ricche la serata proseguiva con intrattenimenti vari, nel corso dei quali si faceva molto uso di vino. All’epoca della fondazione della città, i Romani erano prevalentemente un popolo di pastori e agricoltori, che conducevano una vita piuttosto modesta. Questa scorreva in modo molto semplice e perfino gli alti magistrati erano usi coltivare in modo diretto le proprie terre. Inizialmente si sviluppò maggiormente la piccola proprietà e la principale cultura era rappresentata dal grano. Successivamente si formarono delle grandi proprietà terriere; dopo le conquiste fuori dall’Italia, il grano iniziò ad essere importato in grandi quantità dalla Sicilia e dall’Egitto e questo portò ad una diversificazione delle colture. I campi di frumento vennero in parte sostituiti con coltivazioni di ulivi e vite, mentre altri campi vennero adibiti a pascolo.Dopo la conquista del Mediterraneo, i Romani entrarono in contatto con altre civiltà più progredite apprendendo da queste l’amore per le cose preziose e la vita agiata che solo il commercio poteva garantire. Essi si trasformarono quindi in commercianti ed iniziarono a trafficare con le terre d’oltremare esportando oggetti in argilla, metallo, vetro, cuoio e legno, ed importando merci pregiate che assicuravano loro enormi guadagni. Questi commerci fecero nascere a Roma un’aristocrazia finanziaria che utilizzando le banche muoveva il traffico del denaro. A fianco di questa aristocrazia operavano gli usurai che prestavano denaro a tassi altissimi che arrivavano fino al 48% della cifra prestata. Un’altra attività di grande prestigio nella Roma repubblicana era rappresentata dalla partecipazione alla vita politica che nelle famiglie più potenti della città si traduceva nel ricoprire le cariche pubbliche più ambite. Presso i Romani venne esercitata anche l’arte della medicina, praticata soprattutto dagli schiavi, dai liberti o da medici stranieri, in particolare Greci. Alcuni erano molto abili e apprezzati per il loro lavoro; a Roma operavano fin dall’epoca repubblicana chirurghi, dentisti e oculisti; purtroppo accanto a questi seri professionisti operavano anche molti ciarlatani, che a volte riuscivano ad ottenere maggior fiducia. In origine i Romani adoravano molte divinità che riguardavano l’attività agricola e le forze della natura; tra queste le principali erano: Cerere, la dea delle messi; Saturno, il dio che presiedeva alla semina; Bacco il dio della vite e diversi altri. Più tardi il numero delle divinità venne ridotto a quelle principali: Giove, dio del cielo e grande protettore di Roma; Giunone, la dea protettrice della famiglia; Minerva, la dea della sapienza e protettrice delle arti; Marte, il dio della guerra particolarmente venerato a Roma; Venere, la dea della bellezza e dell’amore; Apollo, dio della musica e della poesia; Diana, la dea della caccia e protrettrice dei boschi e delle loro creature; Vesta, la dea protettrice del focolare e della casa. In ultimo, il dio più antico venerato dai romani, Giano, il dio bifronte che rappresenta l’inizio e la fine di tutte le cose. A tutti questi dei venivano fatti sacrifici che consistevano in prodotti agricoli o animali anche di grossa taglia, venivano loro dedicati templi e solenni feste religiose. Ogni famiglia romana aveva in casa un altarino nel quale il padre, in qualità di sacerdote adorava le divinità protettrici della famiglia: i Lari, i Penati, e soprattutto i Mani, che rappresentavano le anime dei defunti. Gli antichi Romani erano molto superstiziosi e temevano molto il malocchio; per questo motivo, al fine di allontanare gli spiriti malvagi, appendevano al collo dei neonati un sacchetto contenente diversi amuleti. Per i Romani il l’alba segnava l’inizio del giorno e il tramonto la fine. Questo periodo di tempo era suddiviso in dodici parti, ognuna corrispondente ad un’ora. La notte era invece divisa in quattro vigilie che corrispondevano ai quattro turni di guardia delle sentinelle negli accampamenti militari. I giorni del mese non venivano numerati in modo successivo, però nel mese esistevano tre giorni fissi denominati: calende il primo giorno, le none il quinto o il settimo giorno, le idi, il tredicesimo o il quindicesimo giorno. Tutti gli altri giorni venivano calcolati in base a questi, tenendo come punto di riferimento il giorno fisso che seguiva immediatamente. I nomi dei mesi erano gli stessi di quelli attuali, anche se in origine l’anno iniziava a marzo; questo spiega il perchè dei nomi di settembre, ottobre, novembre e dicembre.


Nell'immagine, testa di Giano bifronte, il più antico degli dei adorati nell'antica Roma.
Documento inserito il: 19/12/2014
  • TAG: antica roma, pater familias, famiglia antica roma, domus romana

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