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L’esercito Francese: In campagna [ di Massimo Zanca ]

20 Ottobre 1805, Ulm. Lo sfortunato generale austriaco Mack si arrende a Napoleone: in soli 20 giorni ha perso 65.000 uomini, 80 bandiere, 200 cannoni. Eppure, Mack non ha perso nessuna grande battaglia; Mack è stato semplicemente quanto incredibilmente circondato dai francesi… I fantaccini del neonato Impero hanno, per l’occasione, coniato un detto, che presto spopola in tutti i reparti:
L’imperatore ha inventato un nuovo modo di fare la guerra, più con le nostre gambe che con le nostre braccia!
I soldati, al di là delle immagini e della retorica bellica che li vuole quasi perennemente impegnati in combattimenti, una volta in guerra passano la grandissima parte del proprio tempo marciando e alloggiando dove capita, o direttamente sull’erba o nelle case requisite. La battaglia è un momento; la campagna, perchè è con tale parola tecnica che si indica l’insieme delle operazioni che un esercito compie durante un anno, è la regola, la consuetudine: vero e proprio stillicidio quotidiano. La campagna prova i soldati fisicamente, li abbatte moralmente: a volte è talmente dura da portarli a suicidarsi, sparandosi in bocca con i propri lunghi fucili ed utilizzando la bacchetta per premere il grilletto, come accadde in Spagna o in Polonia o ancora in Russia.All’inizio di una campagna le truppe abbandonano le proprie caserme, i propri campi per raggiungere i punti di raccolta lungo il confine: qui, le brigate, le divisioni, i corpi d’armata prendono forma, si formano come dal nulla: ciò che fino a qualche giorno prima era solo sulla carta, prende improvvisamente vita. E abbandonare i propri alloggiamenti significa marciare. In realtà, in un mondo nel quale l’unico mezzo di locomozione era il cavallo, mezzo dunque anche di un certo costo, era del tutto normale compiere viaggi utilizzando solo la forza delle proprie gambe, ma è anche vero il contrario: le persone erano assai riluttanti a mettersi in viaggio, consce dei pericoli e della fatica che avrebbero incontrato. Tutto ciò determinava una situazione piuttosto strana: mentre a Parigi si creavano ed esaltavano i nuovi grandiosi concetti di popolo e patria, nei villaggi, ma anche nelle città di provincia, l’unica vera patria era rappresentata proprio dal quel villaggio o da quella città. Victor Hugo nel suo romanzo 1793 ben esemplifica questo sentimento nel dialogo fra un vecchio soldato parigino e una contadina della Bretagna:

Qual è la tua patria?
Non so – diss’ella.
Come! Non sai qual è il tuo Paese?
Ah! Il mio paese. Si
Ebbene, qual è?
È la fattoria di Siscognard nella parrocchia di Azè

Proviamo dunque a metterci nei panni di una giovane recluta che deve prima raggiungere il proprio reparto e quindi andare a combattere. Uno dei momenti più difficili era proprio quello del distacco, dell’allontanamento dal proprio paese natio, dalla propria comunità: non a caso, la percentuale maggiore di diserzioni si ha la prima notte di viaggio, quando ancora le reclute conoscono il territorio e possono quindi sfruttarlo per nascondersi, contando per di più sull’appoggio della popolazione locale. Ma questo non era che l’inizio. Infatti, dato che questi giovani nella maggior parte dei casi avevano con sè solo il minimo indispensabile – una coperta, un tascapane, qualche derrata alimentare –, era necessario, per farli giungere al reggimento, poter contare su di una struttura logistico amministrativa che provvedesse a rifocillarli e ad alloggiarli: sfortunatamente, una tale struttura non esisteva. Non esisteva, in altre parole, un sistema di infrastrutture, quali fortezze, depositi, ricoveri, magazzini, caserme, le quali potessero essere raggiunte ad intervalli regolari, nemmeno lungo le principali vie del Paese: e se questo è vero per la Francia, ben poco o nulla cambiava per gli altri Paesi Europei. Questo obbligava di fatto i soldati a ricorrere all’aiuto fornito, più o meno volontariamente, dai diversi villaggi e comunità nei quali facevano tappa. Il prezzo pagato dai civili per queste soste era alto, non solo economicamente – dato che sfamare cinquanta, cento o più soldati era comunque un onere molto gravoso per i piccoli villaggi dell’epoca che contavano in grandissima parte sulle loro risorse per vivere – ma anche in termini di tranquillità poichè non era infrequente che si verificassero contrasti anche accesi fra le autorità militari e quelle civili o anche fra militari e privati cittadini per questioni molto banali ma ugualmente irritanti che riguardavano le relazioni fra i nuovi arrivati e le donne del villaggio e le eventuali ruberie perpetuate dai primi. Ovviamente, queste comportamenti erano tanto più pesanti quanto più avvenivano fra un esercito invasore e la popolazione civile nemica: non dimentichiamo, poi, che in alcuni Paesi, come in Spagna, la stessa popolazione civile arrivò a prendere le armi contro i francesi, inventando, di fatto, la guerriglia, termine per l’appunto spagnolo che significa piccola guerra. Questo frammischiamento di militare e civile ha spesso un brutto effetto sulle reclute: facendo loro ricordare la loro vita precedente, ne rallenta potentemente il processo di inserimento nell’esercito, un processo prima ancora mentale che fisico. In buona sostanza, il giovane non riesce a sentirsi come appartenente ad una nuova quanto diversa società e per di più è facilmente preda di repentini attacchi di nostalgia, a volte così violenti da condurlo all’esaurimento nervoso o alla morte per inedia o, molto più spesso, alla diserzione.Una volta giunto al reparto, si provvede a fornirgli quel poco che i magazzini della Repubblica consentono di poter distribuire: un moschetto, una giberna, una giacca, un cappello; viene quindi inquadrato, cioè assegnato ad una squadra, ad una compagnia, ad un battaglione e infine ad un reggimento, e infine viene alloggiato, ammesso che sia lecito utilizzare questo termine per una rozza tavola di legno sulla quale si dorme assai spesso anche in due. Al reparto inizia un periodo di nuovo ambientamento: si incontrano i veterani, si impara a conoscere la gerarchia e la mentalità militare, si acquisiscono le norme del nuovo vivere in comune, un vivere che però ha alla propria base la forza della costrizione. Iniziano anche gli addestramenti: si impara a marciare, a sparare, a mantenere la formazione, tutte attività che vengono svolte sotto la direzione di caporali e sergenti; il capitano si mostra poco e ben volentieri delega questi compiti ai propri subalterni. Tuttavia, durante i primi convulsi anni della repubblica, era ben difficile che una recluta potesse essere addestrata con tutta calma nelle caserme: in realtà, volontari e coscritti venivano direttamente condotti nei punti di raccolta, di ammassamento, senza nemmeno passare per qualche caserma ed era proprio durante queste marce che apprendevano i primi rudimenti militari. Una soldato giornalmente poteva compiere dai 15 ai 30 Km a seconda del tempo, dello stato delle strade o anche del proprio stato di prostrazione fisica: ogni 50 minuti circa di marcia vi era un piccola pausa di 5-10 minuti: si è calcolato che la media oraria dovesse essere intorno ai 4 km. In condizioni normali, cioè con un nemico distante e senza particolari pericoli immediati, i soldati coprivano giornalmente una distanza di 20 km o poco più poichè bisognava stare quanto più vicini possibile alle salmerie (i carri con cibo, vino, liquore, armi, polvere da sparo, foraggio) che venivano trainate da buoi o cavalli, animali, specie i primi, che non possono sopportare un carico di fatica eccessivo senza averne serie ripercussioni. La sveglia, o diane, veniva suonata con i tamburi solitamente alle 7,00 del mattino (o comunque all’alba) e si faceva subito un primo appello, al quale si poteva andare così come ci si era svegliati, avendo l’unica premura di indossare il proprio cappello: in questa circostanza si contavano solo i presenti, per accertarsi di quanti soldati fossero fuggiti, morti o malati e dunque per rendersi conto della forza del reparto; quindi, dopo aver mangiato e bevuto qualcosa di caldo grazie ai fuochi che venivano lasciati accesi per tutta la notte, i soldati si equipaggiavano di tutto punto. Ai primi rulli di tamburo che annunciavano l’assemblee, gli uomini formavano i ranghi e si inquadravano, pronti a marciare di nuovo. Dopo circa sei/otto ore di marcia, o comunque dopo aver compiuto la distanza prestabilita per quel giorno, l’esercito si fermava ed i soldati dovevano montare le tende, accendere i fuochi. quindi cucinarsi la zuppa; infine, dopo aver stabilito i turni di guardia, si poteva riposare. La nuda elencazione di queste operazioni non rende però conto della fatica che esse procuravano ai già affaticati soldati.Anzitutto moltissimi disagi derivavano dal tempo meteorologico: la pioggia e dunque il fango impregnano gli abiti, che abbiamo visto essere fatti con un panno molto pesante, in maniera irreversibile e ben difficilmente è possibile asciugarli accanto al fuoco, anche perchè è l’unico vestito di cui dispongono i soldati. I più, quando piove, utilizzano le coperte per potersi coprire, dato che i cappotti, specie durante i primi anni della Repubblica, semplicemente non esistono: al limite, all’interno dello zaino si trova una camicia, un panciotto e un pantalone di riserva in tela (che però alcuni utilizzano come sovrapantalone per cercare di salvaguardare il paio più pregiato e da sfoggiare nelle parate cittadine), ma nulla più. Se la pioggia è abbondante non c’è rimedio che tenga: in pochi minuti l’intero corpo è umido, bagnato ed ogni alito di vento diventa una stilettata tagliente, nonchè una possibile causa di malanni. E camminare nel fango è tremendamente faticoso: se non fosse per le ghette che tengono la scarpa, questa ben presto verrebbe persa perchè, a volte, si affonda quasi fino al polpaccio in una melma che, come la colla, trattiene a sè tutto quanto tocca; alcuni, sfiniti, utilizzano addirittura il fucile come palo di sostegno; altri si buttano ai margini della strada; altri ancora si aggrappano ai compagni, mentre i carri ed i cannoni si impantanano obbligando i sergenti ed i caporali a trovare dei soldati per spingerli; i cavalieri, per non affaticare i cavalli, scendono dalla groppa e camminano alla destra dell’animale tenendolo per le briglie. Se, d’altronde, si marciava in piena estate le sofferenze cambiavano tipologia ma non per questo erano più lievi: così scrive G. Blond:
Il caldo era insopportabile. La polvere sollevata dall’Armée in marcia era cos’ fitta che i soldati vedevano soltanto i compagni davanti a loro. La polvere non era nè bianca, nè grigia, ma rossastra. Penetrava nelle narici, nella bocca, negli occhi. Per difendersene, molti uomini si erano avvolti la testa con pezze di stoffa leggera, lasciando scoperte solo due fessure per gli occhi e per respirare: sembravano strani fantasmi. Altri dicevano che si soffocava sotto questa stoffa, e preferivano fissare agli sciakò dei rametti: servivano a proteggerli dal caldo. Battaglioni interi andavano così conciati da sembrare boschetti in movimento.”
Potrà poi meravigliare che l’Autore non descriva la marcia in una regione mediterranea, bensì i primi giorni della campagna di Russia, a fine giugno dell’anno 1812. D’altronde, come ha ben messo in evidenza Nigel Nicolson, la Grande Arm&ecute;e subì moltissime perdite proprio a causa del caldo torrido estivo, tanto che alla battaglia di Borodino, di inizio settembre, si trovavano sul campo 140.000 uomini circa dei 500.000 e più che partirono, anche se a onor del vero l’Imperatore dovette lasciare diversi contingenti lungo le vie di rifornimento. Per avere un dato di comparazione, si pensi che la ritirata dell’inverno, quella che più di ogni altra passerà alla storia come simbolo dell’intera campagna, venne iniziata da 90-100.000 uomini e terminata da 15-20.000. In estate, per alleviare le sofferenze, ai soldati era consentito marciare senza indossare la giubba, che veniva riposta nello zaino o legata esternamente; inoltre, molti gettavano il cappotto, ragionando che non era buona idea trascinarsi dietro un capo di cui, magari, non ci si sarebbe mai serviti. Il vero problema era, ovviamente, l’acqua, dato che l’organismo, sotto lo sforzo terribile e continuativo della marcia, perdeva quantità tali di liquidi e sali minerali che i soldati, a volte, svenivano lungo la strada: il problema era che gli uomini avevano come unica, vera riserva la borraccia – nella quale assai spesso l’acqua era mescolata ad un poò di vino o aceto - e la speranza di incontrare qualche ruscello o fontana lungo il tragitto, ma è difficile descrivere a parole la sofferenza che procura la sete, il sentire la gola arsa e tuttavia la fronte grondante di sudore. E d’altronde nemmeno l’estate risparmiava ai soldati i disagi della pioggia, dato che in tale stagione temporali ed acquazzoni sono all’ordine del giorno; semmai, l’unico vantaggio è che il caldo consente di asciugare in tempi ragionevoli gli abiti zuppi. Uno dei problemi più seri per i soldati, al di là del tempo, venivano dallo stato dei piedi: per quanto certamente abituati a camminare scalzi, non lo erano altrettanto a farlo quotidianamente per sei ore o più portando 25/30 kg di equipaggiamento. I rimedi più diffusi erano quelli di avvolgere attorno ai piedi delle strisce di stoffa impregnate di grasso o di foderare le calzature – rigorosamente chiodate per preservare il cuoio, elemento che però aumentava il dolore di coloro che le indossavano – o gli zoccoli di paglia o di carta. Tutto questo, però, poteva non bastare e non era raro che i soldati, specie nei primi giorni, avessero i piedi martoriati di piaghe e vesciche. Uno dei modi per passere il tempo e per non sentire la sofferenza era quello di cantare: la stessa Marsigliese, del resto, venne diffusa proprio dai volontari marsigliesi nel 1792 nella loro marcia di avvicinamento a Parigi e così moltissime altre canzoni, che presto divennero uno dei tanti modi, delle tante vie attraverso le quali si forma l’identità di un popolo. Si tratta, per lo più, di canzoni molto lunghe e ripetitive sia nel ritmo – che doveva adattarsi al passo della marcia – che nelle parole: a turno, ogni soldati cantava una strofa, mentre tutti cantavano il ritornello. Non pensiamo, tuttavia, che un esercito in marcia fosse un’allegra comitiva. Tutt’altro: un esercito in marcia è anzitutto un insieme di soldati tristi e sofferenti, uomini che nelle lunghe ore possono anche cantare per distrarsi, ma che nei cuori hanno un sentimento vago di nostalgia, tristezza e paura per il futuro, che nel fisico sono prostrati dalla fatica e segnati dalla fame. Quando, poi, arriva il segnale di stop, non è che le cose migliorino di molto a meno che tale segnale non venga dato in prossimità o all’interno di un villaggio; se però, come più spesso accade, bisogna accamparsi letteralmente in campagna i problemi non sono mai finiti. Primo montare la tenda. Questa si trova su di un carro a disposizione del reggimento, che quindi prima bisogna trovare; poi caricarsi la tenda con relativa intelaiatura in legno, picchetti e martello, sulle spalle, quindi portarla nel punto prestabilito e, finalmente, iniziare a montarla. Tutte queste operazioni, ovviamente, non possono essere eseguite da un uomo solo ed arriviamo qui ad un altro decisivo elemento per comprendere la vita di un soldato sotto le armi: egli appartiene ad una squadra formata da un caporale e 8-12 uomini. Questa squadra, prima ancora che il reggimento, il battaglione o la compagnia, costituisce la sua famiglia, un nucleo essenziale che si aiuta, per necessità o per amicizia, in tutto e per tutto, spesso con vero e proprio spirito fraterno; una famiglia i cui leader sono il caporale ed i veterani. Aiutandosi, si sa, tutto viene più facile, tutto pesa meno. Così, ad esempio, il nuovo arrivato portava il pentolame e, in ordine crescente di età o di anni di servizio, un altro portava l’ascia, la vanghetta, le bevande (vino e liquori), le stoviglie (ma era raro), la borsa della carne, la borsa del pane: il caporale portava solo pepe e sale.La tenda, nello spazio di 10-15 minuti, viene montata: ma è una tenda che non ha nulla a che spartire con quelle moderne di nostra conoscenza. Anzitutto è fatta di tela e questo ha il grande inconveniente che basta toccarne il tessuto perchè l’acqua piovana lo attraversi e ci bagni: se durante la notte qualche incauto, nel sonno, la sfiora, potrà essere certo di risvegliarsi il mattino dopo totalmente fradicio. Inoltre, non vi è alcun pavimento: ci` significa, in pratica, che o i soldati riescono a trovare un po’ di paglia per coprire l’erba e la terra pregna di acqua, oppure, come di solito avviene, sono costretti a dormire sul bagnato o, addirittura, a dormire seduti sui propri zaini. Una tenda può tenere al massimo quattro soldati, ma in alcuni momenti se ne possono trovare anche sei o sette, dato che assai raramente il reggimento ha una dotazione sufficiente di tende. Piantata la tenda, bisogna accendere il fuoco per poter scaldare la zuppa. Più facile a dirsi che non a farsi: ovviamente, non vi sono accendini a gas, nè fiammiferi (verranno inventati solo verso la fine delle guerre napoleoniche e si espanderanno a livello europeo alla metà del secolo); si utilizza un acciarino a pietra focaia e dunque si potrà capire senza sforzo alcuno quanto fosse importate trovare legna o comunque materiali facilmente infiammabile che non fosse bagnato… e non era facile trovare legna asciutta sotto una pioggia battente! Fortunatamente, però, l’Europa del tempo non era certo avara di boschi e dunque si poteva ricorrere, alla peggio, al taglio di qualche giovane albero o di qualche ramo. Finalmente la pentola può essere messa sul fuoco e si può cominciare a preparare la cena. Solitamente, si prepara una sorta di zuppa di verdura (per lo più legumi) che viene mangiata assieme ad un po’ di lardo e pane, alimenti, questi ultimi, che non mancano mai nello zaino di ogni buon soldato, unitamente a qualche manciata di riso, utilissimo contro la diarrea; alcuni, i più fortunati, hanno anche della carne di montone essicata. Gli ingredienti per preparare questo pastone vengono presi o dai carri reggimentali oppure, molto più frequentemente, vengono rubati alla popolazione civile: in questo caso, i primi reparti a giungere su di un territorio vergine hanno anche la fortuna di poter saccheggiare con migliori risultati e riuscire a procurarsi anche della carne (specie quella proveniente da animali da cortile). Una curiosità: per insaporire la zuppa i soldati versavano nella marmitta la polvere da sparo di una o due cartucce. Infatti, mentre il salnitro, più pesante, scendeva e insaporiva il tutto, il carbone e lo zolfo rimanevano in superficie e quindi venivano raccolti con una lamella di metallo. Mano a mano che l’armata sfila o sosta, più il territorio viene depredato e l’armata stessa viene di fatto spinta a muoversi in altre terre: addirittura, durante gli anni 1792-1796, alcune offensive vennero proprio imposte dalla deprecabile situazione dei rifornimenti in cui versava l’esercito. Il pasto, comunque, di solito non riesce a saziare gli stanchi e provati fantaccini, nè per quanto riguarda la quantità nè tantomeno per la qualità. In verità, al primo aspetto si riesce artificiosamente a rimediare inventando un nuovo modo di consumare il cibo: viene posta la pentola in mezzo al gruppo e poi, a turno, ogni uomo intinge il proprio cucchiaio, con l’idea che aumentando il tempo del pasto, l’appetito possa venire meno. Il secondo aspetto, invece, è senza rimedio: privi quasi totalmente di vitamine, proteine e calorie, i soldati soffrono ben presto di dissenteria, si affaticano con poco, diventano soggetti alle numerose malattie che infettano l’intera Europa. Vorremmo però sottolineare che anche le condizioni della popolazione civile dell’epoca non era delle più rosee: se possiamo individuare una costante, questa è la fame. Addirittura, non era infrequente che ci si arruolasse proprio per cercare di sottrarsi alla miseria ed alla povertà. Consumato il povero pasto, il soldato si stringe attorno al fuoco e ripara i propri indumenti, attacca bottoni (un piccolo kit di ago e filo non manca mai), controlla lo stato del proprio equipaggiamento, parla con i compagni e apprende chi e per quali ore della notte deve montare di guardia (solitamente si fanno turni di due ore); infine, vinto dalla stanchezza, si ritira nella propria tenda per concedersi qualche ora di riposo: nel caso questa non vi sia, tutti si stringono attorno al falò e si avvolgono nelle coperte per cercare di stare un poò al caldo. Ma A fronte di quella che doveva essere una media di 20 km al giorno, le truppe francesi potevano fare veri e propri miracoli, tanto che alcune marce sono rimaste nella storia militare come esempi insuperati di costanza, forza di carattere e abnegazione; fra queste un posto di assoluta rilevanza ha la famosa marcia del III Corpo d’Armata del maresciallo Davout da Vienna ad Austerlitz: 130 km in 50 ore! David Chandler nel suo Le campagne di Napoleone, riporta il resoconto lasciato dall’informatore inglese Blaise proprio sulla marcia:
Lasciammo il villaggio dove eravamo alloggiati alle nove di sera. Marciammo fino alle due di mattina poi ci fermammo in un bosco; vi accendemmo dei fuochi e dormimmo fino alle cinque, ora in cui riprendemmo la marcia. Marciammo tutto il giorno e, alle sei di quella sera, ci accampammo di nuovo nei boschi; non avevamo neppure avuto il tempo di scaldarci una minestra, a lungo desiderata, quando fummo informati che avremmo ripreso il cammino alle nove. Di conseguenza preferimmo occupare il tempo che era a nostra disposizione con una dormita; avevamo ricevuto razioni di pane per tre giorni a Vienna, prima di partire, per cui non rimanemmo a digiuno, ma mangiammo soltanto pane. Poi, lasciato il bivacco, marciammo fino alle cinque del mattino seguente […]. Il colonnello […] fece distribuire a questo punto grandi quantità di vino; questo ci rianimò e ci mise in grado di continuare la marcia. Quando gli ufficiali ritennero che la maggior parte degli uomini avesse raggiunto le rispettive compagnie, ci rimettemmo in marcia e il colonnello lasciò un ufficiale a radunare quelli che erano rimasti indietro. Finalmente verso le sette di sera arrivammo in un villaggio, dove ci accampammo vicino ad una divisione di dragoni.
Un brano essenziale e tuttavia molto interessante perchè dà conto di alcuni aspetti che facevano della fanteria francese uno strumento bellico di eccezionale efficacia. Dobbiamo però fare una precisazione iniziale: il brano si riferisce ad un momento di crisi, nel quale il nemico è vicino; in altre parole, siamo alla vigilia di una grande battaglia. In tali frangenti, l’esercito napoleonico vuota i carri delle derrate affinchè ogni soldato abbia cibo sufficiente per tre giorni e lascia volutamente indietro le lente (quanto poche) salmerie. Questo modo d’operare non fu, per la verità, una invenzione esclusivamente napoleonica, ma nacque dallo stato della necessità tipico dei primi anni di guerra, quando veramente le truppe non disponevano di carri e di salmerie degne di questo nome e dovevano fare affidamento unicamente sulle risorse dei territori che occupavano: la stessa strategia dei generali verrà influenzata, e pesantemente, da questo stato di cose, obbligandoli ad agire offensivamente anche quando non ne avevano l’intenzione e solo per reperire nuove risorse. Nulla di cui stupirsi, dunque, riguardo al fatto che proprio le marce, e tutte le privazioni che esse comportavano, fossero la causa prima di dissoluzione degli eserciti. Coloro che si ammalavano non potevano poi contare, nè in patria nè tantomeno in Paesi stranieri, su di un sistema organizzato di ospedali e venivano dunque ricoverati – quando era possibile – in case requisite, chiese, caserme, edifici pubblici in genere requisiti per l’occasione e trasformati in centri, più o meno permanenti, di medicamento. Tutti i soldati erano però consci che entrare in simili luoghi equivaleva a morire, più che a guarire: solo una percentuale piuttosto bassa di degenti riusciva a sopravvivere ed una ancora più piccola a tornare al reparto, contribuendo in questo da un lato l’assoluta mancanza di pulizia, dall’altro le scarse conoscenze in campo medico, dall’altro ancora la mancanza di cibo.Alla fine di una campagna, anche della più facile, lo stato dei soldati era deprecabile, abbruttiti sia nel fisico che nell’animo. Puzzolenti, dimagriti, con gli abiti a brandelli, con capelli lunghi e barba incolta quella, gli uomini non pensano altro che a soddisfare i loro bisogni primari: mangiare, riposare e, persino, andare di corpo: già perchè un battaglione o un’armata certo non può aspettare i bisogni di un soldato! E allora molti aprono i pantaloni proprio sul fondoschiena per poter appartarsi nel minor tempo possibile e non perdere il contatto con i commilitoni. Infatti, perdersi o sbandarsi – ovvero disertare – in territorio ostile era assai pericoloso: una volta solo, privo di qualsiasi coordinata geografica, privo o quasi di cibo e dell’assistenza che comunque offre la comunità militare, col solo ausilio di un’arma, peraltro monocolpo e molto imprecisa, il fante è praticamente in balia degli eventi. Può morire in qualsiasi istante per un’imboscata tenuta delle forze irregolari, può morire di stenti, può essere fatto prigioniero dalla cavalleria avversaria se ha l’imprudenza di dirigersi verso le linee nemiche, può essere perfino ucciso durante il sonno dai civili presso i quali ha trovato temporaneo riparo. Per cercare di uscire vivi da tali situazioni i soldati hanno preso l’abitudine di comperarsi con i primi soldi guadagnati sotto le armi uno o due orecchini in oro: praticamente impossibili da rubare, possono però salvare la vita, dandoli come pegno o per acquistare generi di prima necessità. Ma una volta usciti clandestinamente dall’esercito la cosa migliore è gettare giberna, giacca e fucile, cercare abiti civili e cercare di confondersi con la popolazione autoctona fino a raggiungere il proprio villaggio o quantomeno la Francia o addirittura l’esercito nemico, pratica piuttosto usuale durante l’Antico Regime e molto meno attuata durante le guerre Rivoluzionarie prima e Napoleoniche poi. Ma, numericamente, quanto incideva in termini di perdite una campagna? A fronte di 12-18% di perdite che un esercito subiva durante una battaglia, possiamo dire che almeno un altro 20% andava tranquillamente perso durante le marce: si tratta però di una stima al ribasso, dato che le condizioni della campagna potevano farla lievitare a percentuali altissime, del 70% e più: un vero flagello che colpiva indistintamente ogni esercito, ma che era tanto più forte in quello francese, notoriamente sempre alla ricerca di risorse per sopravvivere.

per gentile concessione dell’Associazione Napoleonica d’Italia
Documento inserito il: 24/12/2014

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