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La monarchia spagnola nel XVI secolo

Agli inizi del Cinquecento, l'unificazione della Spagna era quasi completata, con l'unione delle monarchie di Aragona e Castiglia. Ciononostante, i territori conservavano ancora profonde tracce del frazionamento feudale. Tanto i nobili che le città mantenevano infatti i loro privilegi medievali; permanevano ancora divisioni territoriali, fino al punto che Castiglia, Aragona, Valenza e Catalogna avevano una propria Cortes (parlamento); i soldati castigliani non potevano tener guarnigione sul territorio aragonese e così via. Il compito della monarchia era di completare l'unificazione sia territoriale che giuridica del paese: purtroppo questo compito venne svolto in maniera imperfetta e totalmente diversa da quanto avveniva negli altri Stati d'Europa.
Salito al trono a 16 anni, Carlo d'Asburgo, che diverrà imperatore col nome di Carlo V, era nato e cresciuto nella regione delle Fiandre e quando arrivò in Spagna non conosceva neppure la lingua del suo nuovo regno. Egli giunse accompagnato da una corte composta da Fiamminghi, ai quali diede il governo del Paese, affidando lucrosi appalti alle banche tedesche.
In attesa della sua maggiore età, venne nominato reggente del regno il cardinale Adriano, vescovo di Utrecht e suo precettore, che in seguito divenne papa con il nome di Adriano VI. Tutto ciò suscitò in Spagna un notevole malcontento, che nel 1520, in Castiglia, sfociò in una rivolta contro il nuovo sovrano.
All'insurrezione presero parte, oltre ai rappresentanti dei comuni, o comuneros, anche la nobiltà, ampi strati di contadini e di popolazioni povere delle città.
L'alleanza si dimostrò poco solida: l'aristocrazia,composta dai grandi di Spagna, scontenta per essere stata allontanata dal potere, si vide riconoscere dal reggente la partecipazione al Consiglio Reale e ritirò quindi la sua partecipazione alla rivolta, seguita a breve dai Caballeros, che rappresentavano la media nobiltà. Spaventati dalla forza rappresentata dalle forze popolari, in particolar modo dei contadini, che avrebbero potuto mettere in pericolo i loro privilegi, i Caballeros abbandonarono la lotta, lasciando le forze popolari al loro destino. Nel 1522 la rivolta venne definitivamente debellata dalle forze unite del reggente e della nobiltà. Stessa sorte toccò alle rivolte popolari del 1523 nella zona di Valenza e nelle Isole Baleari.
Negli anni seguenti la nobiltà riprese in mano tutti i poteri, scalzando i fiamminghi dai posti chiave, sostenuta in questo dalla monarchia che si appoggiava ad essa.
Mentre negli altri Stati occidentali la monarchia era cresciuta e si era rafforzata grazie all'alleanza con le città, lottando contro la nobiltà feudale, in Spagna evvenne esattamente il contrario: la feudalità laica ed ecclesiastica imposero il proprio dominio, soffocando le borghesia comunale.
Le Cortes vennero radunate una volta ogni 3 o 4 anni e solo per formalità: da esse vennero allontanati quei rappresentanti della nobiltà che ancora nutrivano tendenze separatiste, mentre al posto dei rappresentanti delle città vennero nominati degli aristocratici, nominati direttamente dal re e posti al governo delle città stesse.
Lo strapotere della nobiltà ebbe effetti disastrosi per la Spagna, la quale, già nel Cinquecento, e nonostante le emormi ricchezze che giungevano dalle colonie, si avviava sulla strada di una decadenza che si è protratta fino a poche decine di anni fa.
L'unione della corona spagnola con quella imperiale fu grave danno, poichè gli interessi della Spagna vennero subordinati alla politica condotta da Carlo V in Europa, perennemente in guerra in Italia, in Germania, nelle Fiandre e sui mari.
Questo genere di politica faceva comodo alla grande nobiltà spagnola, che traeva enormi vantaggi dai saccheggi, dalle imposte, dalle contribuzioni e per i feudi dei quali si impadroniva nei paesi conquistati.
Le guerre di Carlo V, che condussero alla decadenza dell'Italia, andarono a totale giovamento della nobiltà spagnola, che arricchendosi aumentò il proprio peso politico nel regno.
A differenza del padre, che aveva trascorso quasi tutta la vita fuori dalla Spagna, Filippo II non si mosse mai da Madrid, dove fece erigere il grandioso palazzo dell'Escorial, che divenne la sua residenza.
Uomo di mente limitata, di poca cultura e esasperato fanatismo, per tutta la durata del suo regno egli pensò di poter governare il paese dalla sua reggia, mediante ordini a distanza inviati tramite lettere e circolari.
Filippo II portò a termine la costituzione della monarchia assoluta ed accentrata, sopprimendo le autonomie locali ed in modo particolare in Aragona: ogni provincia del regno venne affidata ad un Corregidor, un governatore di nomina reale.
Lo strumento più terribile utilizzato per il raggiungimento degli scopi della politica regia fu il Tribunale dell'Inquisizione, al quale Filippo II diede nuova vita e maggior potere: sotto il suo regno il tribunale intensificò la sua attività persecutoria contro i dissenzienti in materia di religione.
Nonostante il suo carattere accentratore, la monarchia spagnola dell'epoca ebbe un carattere retrivo e mai progressivo. Essa accrebbe le proprie caratteristiche di organo politico del dispotismo nobiliare, rivolto contro le classi produttrici del paese, ed in particolare contro i contadini, gli artigiani e la borghesia mercantile.
Fu proprio per compiacere la nobiltà che Filippo II continuò le guerre iniziate da suo padre, Carlo V,o ne intrapprese di nuove che, nella maggior parte dei casi ebbero esito sfavorevole, diminuendo la forza del paese in maniera catastrofica.
Le uniche guerre che terminarono con il successo spagnolo furono quelle condotte contro i Turchi e contro il Portogallo.
Nel 1571, nelle acque di Lepanto, la flotta cristiana, comandata dal fratellastro di Filippo II, Don Giovanni d'Austria, e composta esclusivamente da navi italiane, sconfisse la potente flotta turca comandata da Alì Pascià e composta da 260 navi. Anzichè continuare la guerra per annientare l'esercito Ottomano, Filippo II, per non favorire Venezia, decise di staccarsi dalla lega cristiana, rimediando un insucesso sulle coste tunisine.
Più semplice fu la vittoria sul Portogallo, il cui re Sebastiano era perito, insieme alla maggior parte del proprio esercito durante una spedizione contro i Marocchini: Filippo approfittò di questa occasione per invadere il suo regno ed annetterlo alla corona spagnola.
L'annessione durò solo 60 anni, nel corso dei quali il Portogallo andò in rovina e gli Olandesi ne occuparono l'impero coloniale. Esito negativo ebbero le guerre che la Spagna portò avanti contro gli Olandesi e gli Inglesi.
Nel 1572, dopo averne provocato con il suo dispotico comportamento la ribellione, Filippo II passò il resto della sua vita a combattere la ribellione delle Fiandre, senza tuttavia ottenere la vittoria e perdendo sia l'Olanda che l'impero coloniale portoghese nelle Indie orientali.
Ben più grave fu la sconfitta patita ad opera dell'Inghilterra, la cui marina, nel 1588, distrusse in un'epico scontro l'Invincible Armada spagnola, mettendo definitivamente fine al prestigio navale spagnolo.
Anche l'ingerenza del re nelle guerre civili francesi si risolse con un pieno insuccesso: dopo aver speso una fortuna per sostenere i cattolici francesi, Filippo II inviò un esercito in soccorso di Parigi, assediata da Enrico di Borbone, senza alcun risultato, in quanto la città dovette comunque capitalore.
Le continue guerre costringevano il re a schiacciare il suo regno sotto continue imposte, compromettendone irrimediabilmente l'economia: per ben due volte venne dichiarata la bancarotta dello Stato. Nel 1598,alla morte di Filippo II, il debito pubblico spagnolo ammontava ad oltre 100 milioni di fiorini, che per l'epoca era una cifra spaventosa.
Le guerre non furono tuttavia il motivi principale della rovina economica della Spagna: la vera causa di ciò fu lo strapotere della nobiltà all'interno del regno.


Nell'immagine, ritratto di Filippo II
Documento inserito il: 24/12/2014
  • TAG: monarchia spagnola XVI secolo, feudalesimo, carlo V imperatore, rivolte nobiliari, sollevazioni contadine, organizzazione statale, economia, colonie, impero asburgico, filippo II spagna, potere nobiliare, rovina economica

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