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Francia: dalla controrivoluzione all'Assemblea legislativa

La costituzione redatta dall'Assemblea nel 1791 trasformò la monarchia francese da assoluta in monarchia costituzionale, secondo gli interessi dei ricchi borghesi e della nobiltà liberale.
Dietro la monarchia erano infatti schierati l'aristocrazia e le forze armate che, per la ricca borghesia francese rappresentavano una forte garanzia contro le possibili rivendicazioni delle masse popolari.
L'uomo che meglio di ogni altro tentò di conciliare gli interessi della grossa borghesia e della nobiltà, riuscendo a conservare alcuni dei privilegi del re, fu il marchese di Lafayette, capo del governo e dell'Assemblea costituente nel periodo compreso tra il 1789 ed il 1791.
I tentativi di conciliazione non dettero i frutti sperati, in quanto la maggior parte della nobiltà francese si rifiutava di riconoscere i cambiamenti avvenuti: tale atteggiamento verrà da essa mantenuto fino al 1830.
Di giorno in giorno si accresceva il numero degli aristocratici che emigravano all'estero dove, sotto la guida dei conti di Artois e di Provenza, fratelli del re, tramavano contro la Francia cercando con ogni mezzo di convincere i sovrani stranieri a volgere le armi contro di essa.
Nell'estate del 1790 i monarchici predisposero la costituzione di bande armate filo monarchiche nel Sud del territorio francese; nello stesso tempo, Luigi XVI e la sua corte cercavano di ostacolare i lavori dell'Assemblea costituente.
Il sovrano, mal consigliato dalla regina e dai suoi cortigiani avviò una fitta corrispondenza con le monarchie straniere, esortandole ad attaccare la Francia per consentirgli di riprendersi la sovranità assoluta del Paese.
Per far si che l'intervento straniero avesse una valida giustificazione, si rese necessario che fosse Luigi XVI a condurre le truppe che avrebbero dovuto invadere la Francia e fu quindi necessario che il re fuggisse oltre frontiera.
Il tentativo venne effettuato la notte del 20 giugno del 1791: Luigi XVI travestito, abbandonò la sua famiglia alla reggia delle Tuileries e si diresse verso la frontiera belga, dove avrebbe dovuto raggiungere l'esercito austriaco di stanza in Belgio e con questa armata rientrare in Francia per ripristinare il proprio potere.
Giunto a Varennes il re venne riconosciuto e immediatamente arrestato e ricondotto a Parigi dalle Guardie nazionali.
La tentata fuga del re era la dimostrazione dell'esistenza di una congiura aristocratica e sollevò in tutto il paese un grande movimento popolare di tendenza repubblicana.
Naturalmente ciò creò un certo terrore nella parte conservatrice dell'Assemblea, che temeva il movimento popolare forse più delle congiure nobiliari. Essa si limitò a sospendere per un breve periodo il re dalle sue funzioni e per motivare questa misura restrittiva, si avvalorò la versione del tentativo di rapire il re contro la sua volontà, posto in essere da alcuni aristocratici.
Ciò fece esplodere la rabbia popolare, in particolar modo a Parigi, dove il 17 luglio 1791, un corteo di oltre 10.000 persone si concentrò al Campo di Marte per sottoscrivere una petizione repubblicana diretta all'Assemblea. I partecipanti alla manifestazione erano disarmati, ma l'Assemblea ordinò alle Guardie nazionali parigine di aprire il fuoco sui manifestanti, causando la morte di almeno 50 persone.
Questo eccidio provocò ulteriori divisioni all'interno della borghesia. Già in precedenza fra i suoi membri si erano venuti a creare dei circoli nei quali si riunivano gli uomini politici e i loro seguaci. Per fare un esempio, nel convento di San Giacomo venne fondato uno di questi clubs, i cui appartenenti presero il nome di Giacobini; dopo la strage del Campo di Marte, la parte più conservatrice di essi, si separò dal nucleo originario ed elesse a propria sede il convento dei frati Foglianti, assumendone il nome: ne facevano parte i seguaci del marchese di Lafayette, che erano favorevoli ad una conciliazione fra la corte e la nobiltà.
Tra i Giacobini restarono i propugnatori di un indirizzo più energico della rivoluzione, capeggiati da Maximilien de Robespierre.
Collocati si posizioni più a sinistra vi erano poi i Cordiglieri, il cui nome derivava dal convento dei frati Francescani nel quale era situata la loro sede: di idee molto più democratiche, ispirate dal loro leader, il medico Jean Paul Marat, essi ammettevano tra le loro fila anche i cosiddetti cittadini passivi, ossia gli artigiani e la plebe parigina. Al suo interno emersero ben presto alcuni demagoghi irresponsabili come Jacques-René Hébert e loschi personaggi come Georges Jacques Danton, che in segreto vendette i propri servigi alla monarchia.

La nascita dell'Assemblea legislativa
Il 30 settembre del 1791 venne sciolta l'Assemblea costituente, che venne sostituita dall'Assemblea legislativa, eletta secondo i dettami della nuova costituzione: essa sarebbe dovuta rimanere in carica dall'ottobre del 1791 all'agosto dell'anno successivo.
A differenza dell'Assemblea costituente, nella quale alla borghesia erano frammisti rappresentanti della nobiltà e del clero, la nuova Assemblea era costituita esclusivamente da membri della borghesia.
Fra loro si imposero fin da subito i propugnatori della più intransigente difesa della Rivoluzione contro la nobiltà. Poichè molti membri di questa fazione provenivano dal dipartimento della Gironda, regione del sud della Francia,il loro raggruppamento venne denominato dei Girondini. Il loro capo, Jacques Pierre Brissot de Warville, deputato di Parigi costituì il nuovo Governo.
Nel suo primo periodo di vita, l'Assemblea legislativa si trovò ad affrontare dei gravi problemi: la costante svalutazione dell'assegnato, il continuo rincaro dei prezzi dei generi alimentari, causa prima di continui tumulti popolari; il clero Refrattario (quella parte del clero che si era rifiutata di giurare la Costituzione civile del clero), che creava malcontento nelle campagne, malcontento sfruttato ad arte dai nobili che fomentavano sommosse ed eccidi.
Ma il problema maggiore rimaneva la corte, con la sua politica fatta di intrighi contro la rappresentanza nazionale non tralasciando perfino alleanze con elementi di dubbia moralità come Danton, al quale concedeva laute sovvenzioni con l'unico scopo di mettere in difficoltà il Governo costituzionale; non del tutto sconosciuti erano gli intrallazzi della corte di Luigi XVI con i nobili emigrati e con le monarchie straniere allo scopo di provocare l'invasione della Francia.
Secondo i Girondini, l'unico modo per porre fine alle trame della corte sarebbe stata una guerra: essi pensavano infatti di poter sconfiggere facilmente le armate austriache e prussiane schierate lungo le frontiere con la Francia, disperdendo nel contempo le bande di aristocratici emigrati che intendevano marciare su Parigi. Queste vittorie che essi davano per certe, avrebbero avuto come risultati una maggior popolarità interna della Gironda ed un rafforzamento del partito agli occhi del popolo e la fine degli intrighi della corte.
I Girondini diedero quindi il via ad una sfrenata propaganda in favore della guerra, adducendo come motivazione del conflitto la Dichiarazione di Pillnitz, con la quale nell'agosto del 1791 il re di Prussia e l'imperatore d'Austria, minacciavano la Francia d'invasione nel caso si fosse messa in pericolo la vita dei sovrani o la stabilità del trono francese.
Per motivi diametralmente opposti, un conflitto era ben visto anche dalla corte, che riponeva nell'intervento straniero tutte le sue speranze per la restaurazione dei privilegi reali e nobiliari. Solo pochi deputati si schierarono contro la guerra, il più importante dei quali era Robespierre, secondo il quale, affrontare un conflitto nelle drammatiche condizioni in cui versava il paese, avrebbe esposto al disastro l'esercito e la nazione.
In effetti la situazione dell'armata francese era del tutto inadeguata per affrontare una guerra di vaste dimensioni come quella che si stava per scatenare. La maggior parte degli ufficiali nobili avevano infatti abbandonato la Francia e tra quelli rimasti, pochi erano quelli realmente affidabili ed i soldati, che conoscevano questa realtà, non si fidavano dei loro comandanti.
La prima drammatica conseguenza si ebbe al momento in cui l'esercito francese si apprestava ad invadere il Belgio: le truppe si rifiutarono di obbedire e, dopo aver ucciso i loro ufficiali si sbandarono, lasciando scoperta la frontiera.
I rovesci militari che seguirono e l'invasione straniera provocarono una sommossa generale del popolo in tutta la Francia: il timore era che i nobili potessero tornare in patria al seguito degli eserciti stranieri per riportare il paese sotto il loro dominio e restaurare la monarchia assoluta di Luigi XVI.
Nel frattempo il re provvide a sostituire i ministri girondini con i membri dei Foglianti vicini a Lafayette, ed inoltre aveva posto il suo veto all'arruolamento di Guardie nazionali.
Ad esacerbare ulteriormente gli animi, venne un proclama del principe di Brunswick, comandante dell'armata prussiana, che minacciava di bombardare Parigi nel caso si fosse arrecato danno alla famiglia reale. Per tutti questo proclama apparve come la collusione tra la corte e lo straniero invasore, a maggior ragione in quanto tale proclama era stato redatto presso la corte stessa e fatto pervenire al Brunswick per volere di Luigi XVI, mal consigliato dalla regina.
Contro queste manovre della corte insorsero il popolo parigino e le Guardie nazionali giunte in città dalla provincia: il 10 agosto vennero occupate le Tuileries, residenza della famiglia reale, che riuscì a fuggire e trovò rifugio presso l'Assemblea; per le pressioni fatte dai rivoltosi, l'Assemblea si vide costretta a sospendere il re dalle sue funzioni e contemporaneamente indisse nuove elezioni a suffragio universale.
Il 10 agosto segnò una svolta nel corso della Rivoluzione francese: segnò infatti il crollo della monarchia e anche della costituzione voluta dall'Assemblea costituente.
Il 10 agosto rappresenta anche il riconoscimento dell'eguaglianza di tutti i cittadini e l'inizio della Rivoluzione popolare, che subentra alla Rivoluzione borghese.
Nella stessa giornata i popolani di Parigi raggiunsero un altro importante risultato: i 49 delegati inviati dalle diverse sezioni in cui era stata divisa la capitale, si fecero consegnare i poteri del Comune e vi costituirono una nuova municipalità rivoluzionaria. La Commune di Parigi era destinata a divenire il principale centro di coordinamento delle attività rivoluzionarie e al suo interno andò assumendo sempre maggiore influenza il principale animatore della giornata del 10 agosto: Robespierre.
Già nelle settimane seguenti, il Comune fece pesare il suo potere sulle decisioni dell'Assemblea legislativa imponendo l'approvazione di misure necessarie allo sviluppo della rivoluzione: oltre alla concessione delle elezioni a suffragio universale, venne garantito l'accesso nei ranghi della Guardia nazionale a tutti i cittadini senza distinzione di censo, trasformando in tal modo il corpo in un esercito popolare; venne stabilito che i beni appertenuti al clero sarebbero stati venduti in piccoli lotti per permetterne l'acquisto da parte dei contadini; venne decisa la completa abolizione delle indennità di riscatto per quei diritti feudali non comprovati da documenti scritti. Infine, su pressione dei rivoluzionari, l'Assemblea si vide costretta ad impringionare il re e la sua famiglia nella prigione del Tempio.
Dopo il 10 agosto la stessa Assemblea elesse un nuovo governo formato da Girondini, del quale faceva parte anche l'ambiguo Danton, ma neppure questo esecutivo si dimostrò in grado di affrontare il grave momento: l'invasione prussiana progrediva e l'esercito invasore si avvicinava sempre più a Parigi: il 26 agosto segnò la capitolazione della fortezza di Longwy; il 2 settembre fu la volta della piazzaforte di Verdun, arresasi dopo che elementi monarchici ebbero assassinato il comandante della fortezza, il valoroso Beaurepaire.
Le defezioni degli ufficiali appartenenti alla nobiltà si moltiplicarono e perfino Lafayette passò al nemico.
Un'atmosfera di terrore misto a rabbia si diffuse in tutta la Francia ed in modo particolare tra i contadiniche temevano il ritorno dei feudatari. Ed è in quest'atmosfera surreale che si spiegano le stragi avvenute tra il 2 ed il 5 settembre: squadre composte da popolani e Guardie nazionali, sotto il comando di agenti del Comune di Parigi, assassinarono più di 1.000 detenuti reclusi nelle carceri cittadine. Tre quarti di questi prigionieri erano detenuti per reati comuni, che la folla scambiò per dei sospettati di attività antirivoluzionaria. Fra gli assassinati vi erano anche numerosi preti refrattari, colpevoli di aver tenuto fede al loro ministero.
Questa fu una delle pagine più nere della Rivoluzione: le autorità e lo stesso Danton, per paura di perdere popolarità lasciarono fare senza intervenire a porre fine al massacro.


Nell'immagine, Marie-Joseph Paul Yves Roch Gilbert du Motier, Marchese de La Fayette, leader della fazione dei Foglianti.
Documento inserito il: 23/12/2014
  • TAG: rivoluzione francese, controrivoluzione, assemblea legislativa, giacobini, foglianti, cordiglieri, girondini, clero refrattario, dichiarazione pillnitz, rivoluzione popolare

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