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Lettere di Bona Sforza, Regina di Polonia ad un diplomatico capuano [ di Carlo Lanza ]

Devo ad uno studioso autorevole ed amico il suggerimento che mi indusse, alcuni anni orsono, ad approfondire la conoscenza di un mazzetto di antiche lettere scritte, quasi cinque secoli fa, da Bona Sforza, Regina di Polonia (1494-1557) al mio antenato Pompeo Lanza.
Esse sono rimaste per centinaia di anni custodite nell’archivio di famiglia tra bolle e antichi Privilegi, testimoni inascoltate di un’epoca lontana. Ne parlo perchè un contributo alla Storia, seppur moderato, possono ben darlo.
Devo altresì all’Accademia Polacca delle Scienze in Roma - nella persona del suo passato direttore, prof. Krysztof Zaboklicki - da me informata, lo studio delle suddette lettere delle quali ha anche curato la pubblicazione (1). Diverse notizie che riferirò sui personaggi ivi menzionati mi sono state cortesemente fornite dallo stesso professor Zaboklicki.
Prima di passare al contenuto dell’epistolario mi sembra tuttavia opportuno fornire qualche ragguaglio sul contesto storico nel quale esso si inserisce.
Bona Sforza, figlia del duca di Milano Giangaleazzo e di Isabella d’Aragona (figlia a sua volta del Re di Napoli Alfonso II), nacque nel 1494 a Vigevano; nel 1500 si trasferì a Napoli con la madre, quando a Milano prese il potere Ludovico il Moro che, in quell’occasione, cedette ad Isabella - moglie del duca titolare - il ducato di Bari ed il principato di Rossano, in seguito ereditati da Bona stessa.
Quest’ultima, futura Regina di Polonia, dimostrerà sin dall’infanzia un carattere forte e allo stesso tempo versatile. Nell’anno 1517, per sancire un’alleanza politica, verrà data in moglie all’attempato Zygmunt I Jagellone (1464-1548), Re di Polonia, vedovo e senza eredi maschi (2). A Re Sigismondo era piaciuto il ritratto che di lei avevano riportato gli ambasciatori polacchi: "occhi d’incanto, ciglia corvine, capelli biondo oro".
Sposatasi per procura a Napoli, l’anno seguente ella si trasferirà in Polonia con un seguito di italiani che contribuirono a diffondere in quel Paese il fasto e la cultura del nostro Rinascimento. Ancora oggi Bona Sforza viene ricordata dai polacchi come una delle figure più carismatiche della loro storia nazionale.
Si trovò a regnare in un Paese in cui la nobiltà (la szlachta) godeva di molti privilegi; fulcro della politica della Regina - divenuta sempre più influente grazie al forte ascendente che esercitava sul coniuge - fu di consolidare l’assolutismo monarchico rendendo la famiglia reale indipendente dalla stessa nobiltà: questa infatti ne controllava le decisioni finanziarie attraverso la Dieta.
In tale contesto Bona esercitò una politica antiasburgica ed ostile agli Hoenzollern nei quali ravvisava una minaccia per il proprio Paese d’adozione. Colonizzò numerosi terreni per sfruttarli razionalmente; fondò città come ad esempio Bar (omonima della sua Bari) nell’odierna Ucraina; trattò con gli armatori veneziani per dotare la Polonia di una propria flotta. Contemporaneamente versava le ingenti somme di denaro, così ricavate, nei forzieri delle banche veneziane e spagnole.
A quei tempi risale la cosiddetta leggenda nera della Regina: i polacchi non amavano troppo le sue ingerenze nella politica ed il fatto che indebolisse la szlachta; anche dal punto di vista umano veniva criticata, per i violenti e repentini scoppi d’ira, per il compiacimento nel ricevere adulazione e - sembra - per la dimestichezza con i veleni! Fu infatti proprio lei ad essere accusata della morte della seconda moglie del figlio Sigismondo Augusto (1520-1572), la borghese (ma di famiglia magnatizia) Barbara Radziwill. Accusa poi rivelatasi infondata, ma che contribuì ad indebolire il partito che la Regina aveva creato intorno a sè, mera espressione dell’autorità e del decisionismo di Bona, che non amava affatto circondarsi di persone con troppa autonomia di pensiero!
Nel 1556 -dopo trentotto anni di regno- l’anziana Regina, ormai stanca, decise di ritornarsene in Italia -a Bari- portando con sè le proprie collezioni di oreficeria insieme alle ingenti somme di denaro accumulate negli anni.
Le premesse di questo viaggio di ritorno -rimasto famoso nelle cronache - costituiscono per l’appunto l’argomento centrale delle lettere da lei inviate al mio cinquecentesco avo, Pompeo Lanza.
Pompeo Lanza nacque nella prima metà del XVI secolo a Capua, nella casa che ancora abitiamo -ove già dal secolo precedente si era stabilita la nostra famiglia - secondogenito di Rinaldo, Nobile della città, terzo nella linea primogenita familiare, e di Maria della Ratta, Nobile di Capua, degli antichi conti di Caserta.
Laureatosi in Utroque jure, ovvero in Diritto civile e canonico (come si usava), esercitò verosimilmente la professione in Napoli, dove rappresentava alle liti la sua città di Capua. In un momento che non si può rappresentare con esattezza, ma probabilmente tra la fine degli anni ’40 e l'inizio degli anni '50, venne assunto dalla Regina di Polonia quale suo Agente diplomatico (Agens equivaleva ad assistente dell’ Orator, ovvero dell’ambasciatore), con il compito di coadiuvare nei suoi incarichi Giovanlorenzo Pappacoda, Orator di Bona Sforza presso la corte dell’Imperatore Carlo V a Bruxelles, e dal 1554, presso quella di Filippo d’Asburgo (figlio di Carlo V) e di Maria Tudor (la famigerata bloody Mary), sua consorte, a Londra.
Probabilmente Pompeo Lanza fu assunto su segnalazione di una personalità italiana - forse dello stesso Pappacoda - non risultando tracce di un suo soggiorno in Polonia. È relativamente a quest’aspetto che si manifesta l’assoluta novità delle lettere in questione, poichè il Lanza non risultava affatto conosciuto agli studiosi di Bona Sforza (non lo menziona W.Pociecha, il maggior biografo della Regina, nella sua monumentale opera: Kròlova Bona, La Regina Bona, per la verità rimasta incompiuta).
Le notizie maggiormente risalenti relative a Pompeo Lanza sono del 1549, anno in cui negli antichi registri della Cancelleria di Capua si legge di un incarico affidato dall’ Universitas al nostro diplomatico, da svolgersi presso Carlo V, alla cui corte egli già doveva ritrovarsi (3).
E' invece datato al novembre 1552 il privilegio che Pompeo ottenne ai suoi fratelli ed a sè, per il quale venivano nominati Familiari e Commensali dell’Imperatore Carlo V d’Asburgo (4).
Prove concrete del servizio del Nostro presso la Regina di Polonia risalgono però solamente al 1554, anno dal quale procede la corrispondenza a noi nota tra Bona Sforza e lui (in realtà la lettera più risalente tra quelle a noi rimaste -datata 10 febbraio 1554 - costituisce risposta a tre missive spedite alla Regina dal Lanza nel dicembre del precedente anno 1553).
Le lettere autografe inviate da Bona Sforza a Pompeo Lanza sono trentuno (ve n’è un’altra, datata al primo aprile 1555 che, pur integra, è singolarmente vuota, contenente soltanto il nome del destinatario ed il sigillo reale), di una o più pagine formato 20 x 28 centimetri.
La prima è del 10 febbraio 1554, l’ultima dell’11 gennaio 1556, cioè venti giorni prima che Bona ripartisse per l’Italia. Le missive sono tutte spedite da Varsavia, dove la Regina risiedeva nel castello di Wawel, lontano dalla reggia di Cracovia. L’intestazione è la seguente: Bona Dei Gratia Regina Vidua Poloniae, Magna Dux Lithuaniae, Barique/ Princeps Rossani, Russiae, Prussiae, Masoviae, etc. Domina.
Tutte quelle del 1554 sono indirizzate a Bruxelles, al: Mag.co [Magnifico] Pompeo Lanza iuriu[triusque] doctori agenti nostro in aula caesarea sincere dilecto, con variazioni quali penes Caesaream Maiestatem; le lettere del 1555 e l’unica del 1556 sono invece per la maggior parte indirizzate a Londra -ad Hampton Court- al: Mag.co Pompeo Lanza iuriu doctori, agenti nostro in aula caesarea et anglica.
Per lo stato di deterioramento di molte carte gli indirizzi risultano a volte incompleti, mentre si è conservata quasi sempre intatta la firma della Regina: bona regina ss [subscripsit] e spesso anche il sigillo reale.
Il testo è in italiano, anche se con molti latinismi che si manifestano ad esempio nell’h etimologica (huomini) e nella congiunzione et; vi si ritrova anche un meridionalismo nella parola busciardo e un ispanismo nella parola tampoco; spesso si nota anche l’apostrofo, introdotto da Pietro Bembo ai principi del Cinquecento.
Le missive rientrerebbero nella categoria delle cosiddette letteracce - secondo una terminologia dell’epoca - ovvero scritte senza retorica, a semplice scopo pratico ed informativo. Dagli studi condotti dal professor Zaboklicki risulta che i segretari adoperati per redigerle furono almeno tre in due anni. Su molte lettere Pompeo Lanza annotò la data di spedizione e di ricevuta, insieme a quella della risposta: dell’ultimo di 7mbre ’54, recevuta l’ultimo d’ottobre la notte, risposto a li III de novembre. Si desume in questo modo quanto impiegassero i vari dispacci inviati per staffetta da Varsavia a Bruxelles: circa un mese; per posta ordinaria invece impiegavano molto di più.
Tra i compiti ordinari del diplomatico capuano rientrava quello di seguire attentamente la vita di corte di Bruxelles, tenendo sempre informata la Regina di Polonia sulla salute dell’Imperatore Carlo V e dei personaggi a lui vicini; si legge nella lettera del 13 settembre 1554: ...co’le quali [vostre lettere] havendo inteso principalmente la buona valetudine de la M.tà Sua Caesarea (Carlo V) n’habbiamo preso quel contentamento che meritamente prender si ne può, et deve, per disiderarla come la nra (nostra) propria...; il Nostro doveva inoltre ragguagliare Bona sulle operazioni belliche, come si evince dalla lettera del 30 luglio 1554:...co’le quali havendo inteso che la M.tà Caesarea sia uscita in campagna guintamente a la Ser.ma Regina Maria (d’Inghilterra), et con il suo esercito per contraponersi al impeto de’nemici, oltre che desideramo tal’uscita sia con fortuna, et buona sanità di dette M.tà, qual certamente non mè, affettamo che la nra istessa, sia ancho con tal’ augurio che presto possiamo sentire haver’havuto vittoria, et occoredo di ricapitare nelle mani di detta M.tà il Ser.mo di Francia (Enrico II) com’voi diceste potria essere, et noi medesimamete speramo, sarebbe bene, et il dover’voria che al detto non se gli usasse quella clemenza da Sua M.tà Caesarea che fu usata al G. Ser.mo suo pre (padre, si riferisce a Francesco I), qual si fusse trattato di altra sorte, che non fu, forse le cose di hoggi handarebbero meglior’che non vano, et...quando suolemo accappar’di simili uccelli nella reta, non devemo così presto lasciar fuggir da mano, nè darsegli la libertà prima che sia sicuro l’Imperio di no haver più fastidio da lui, faccia dunque Dio che ne sentiamo presto prosperi soccessi per lo quieto de la christianità....
Nel ricordare la cattura di Francesco I, Re di Francia e padre di Enrico II, la Regina allude alla battaglia di Pavia del 1525, in cui lo stesso sovrano francese era rimasto prigioniero di Carlo V: in seguito verrà liberato a condizioni poco gravose. Nel 1559 Enrico II, dopo varie sconfitte, firmerà la pace di Cateau-Cambrèsis che portò alla ritirata dell’esercito francese dall’Italia.
Ritornando alle funzioni di Pompeo Lanza, molte missive destinate all’Orator Pappacoda venivano indirizzate al Nostro, che doveva poi recapitargliele oppure, ove ciò non fosse stato possibile, rispedirle al mittente. Tale particolare compito poptrebbe spiegarsi con la delicatezza di alcuni dispacci che erano inviati al Lanza esclusivamente per ragioni di sicurezza: mentre infatti in Polonia Pappacoda era conosciuto, Lanza sembra non lo fosse affatto. Un motivo più pratico potrebbe però risiedere nella permanenza del Nostro a Bruxelles, mentre l’Orator, spesso in viaggio, era difficilmente reperibile.
Per quanto attiene invece ai compiti di maggior rilevanza che Bona Sforza affidò ai suoi rappresentanti presso l’Imperatore (dei quali sino ad oggi era conosciuto solamente Giovanlorenzo Pappacoda, cui possiamo aggiungere - quattro secoli e mezzo dopo - Pompeo Lanza) essi erano: ottenere da Carlo V la sua intercessione presso Sigismondo Augusto, ormai Re di Polonia, perchè le permettesse di lasciare il Paese con i propri ingenti beni; richiedere all’Imperatore e al figlio Filippo -dal 1554 Re di Napoli ed anche sposo di Maria d’Inghilterra- la conferma dei privilegi relativi ai suoi feudi italiani: il ducato di Bari e il principato di Rossano; terzo incarico, ma non ultimo per importanza - oggi autorevolmente confermato dalle lettere in questione - fu quello di ottenere alla Regina la carica di Vicerè di Napoli. Le negoziazioni concernenti questo punto sono state sino ad ora solo sommariamente analizzate dagli storici per mancanza di documenti: trattandosi di negoziati segreti sicuramente la corrispondenza non venne archiviata.
È in tale contesto che il professor Zaboklicki, ha potuto ritenere le lettere in oggetto l’unica fonte sicura di notizie circa le trattative suddette. Per quanto invece riguarda la conferma dei privilegi della Sforza sul ducato di Bari, bisogna premettere che quel Governo le fu fermamente contestato da Carlo V che alla morte di Isabella d’Aragona, nel 1525, lo aveva preteso per sè; soltanto nel 1537 Bona riuscì ad acquistarne la sovranità col diritto di nomina dei castellani: a condizione però che nel testamento lasciasse quegli Stati a Carlo o a Filippo.
Dalla lettera del 6 gennaio 1555 si intende che in un primo momento la Regina aveva deliberato di affidare a Lanza l’incarico di ottenere la conferma dei privilegi, ma poi vi rinunciò affidandolo invece al cortigiano Brancaccio, che doveva assolvere alla corte imperiale ulteriori compiti. Evidentemente ella si rese conto di deludere Lanza, poichè -come a scusarsene- gli scriverà: ...del che havrete pacienza..
Dalle missive si evincono alcune notizie che non erano affatto note agli storici. Si conosceva solo genericamente la missione del Pappacoda allo scopo menzionato, presso la corte di Bruxelles, nel marzo 1554; di là egli partirà per l’Inghilterra, ma nel frattempo sembra ammalarsi. Si legge nella lettera all’antenato, del 16 luglio di quell’anno: L’indisposicione del M.co Gio.Lorenzo Pappacoda n’è gravemete dispiaciuta intenderla...et voi per amor’, et servigio nro non mancarete continouamete dargli buon’animo, et tenergli compagnia, acciò la melanconia, giunta con l’infermità non gli venisse a’ dar’ maggior’fastidio, et molestia.... Appare evidente l’apprensione dell’ormai attempata Regina per il suo favorito, da molti indicato come l’amante di Bona: in realtà personaggio assai ambiguo che di lì a poco si renderà responsabile - sembra - della morte della stessa sovrana!
Nel 1555 venne inviato a Londra il Brancaccio che si fermò dapprima a Bruxelles per ricevere dall’Imperatore lettere di raccomandazione per Filippo: questi avrebbe dovuto confermare i privilegi oggetto della querelle. Tale missione era del tutto ignota agli studiosi. Dalla lettera dell’11 gennaio 1556 -dunque circa un anno dopo- si evince però che quelle ratifiche in tale data non erano ancora state concesse, ragion per cui se ne era delegato Giovanni d’Ayala, ambasciatore di Carlo V in Polonia: Circa lo che ne tornate a’scrivere della confermatione delli privilegi denegatane in Inghilterra...nè voi, nè il Siglerio habbiate da tentare cosa alcuna sopra di detta confermatione, ma specialmente tenerne ricordato, et sollicitato, il S.or Don Gio. d’Ayala, al quale si n’è dato pesiere, con intendere quel che da lui circa ciò serà stato eseguito, et darne aviso. Il Siglerio era probabilmente un altro Agente di Bona che a Bruxelles collaborava con Lanza.
Altro personaggio ancora sconosciuto agli storici è Giovanalfonso Castaldo, nipote del famoso Generale di Carlo V, Giovanbattista Castaldo (1493-1563 c.ca). A quest’ultimo Isabella, figlia di Bona e Regina d’Ungheria, nel 1541 aveva consegnato la corona dei Re d’Ungheria che in tal modo passò a Ferdinando, Re dei Romani, fratello dell’Imperatore asburgico.
Così si esprime la Sovrana di Polonia nei confronti di Giovanalfonso nella lettera del 20 febbraio del 1555: Per alcune nre lre (lettere) passate v’habbiamo scritto del vano cervello, impratticabil’essere, malegnità, et maledicentia di Giova.Alfonso Castaldo, accennandovi che no’potedo più noi soffrire gli suoi importuni, et inquieti diportamenti, sarebbemo stata sforzata per quietar’noi, et la nra Corte, licentiarlo...raggionando noi co’lui i’certo occorrente proposito della Ser.ma Reina nra figlia, hebbe_di prorompere et dire senza niuno riguardo_molte parole contra di essa Ser.ma nra figlia_[Regina] d’Ungheria, che si non fosse stato il timor_che sempre habbiamo avuto, et havemo_l’harebbemo fatto riportare quella pena, et castigo [che mal]dicente sua lingua, et sua perversa, et malvaggia natura meritava, onde per non venirsi co’lui i’peggio, conoscendolo essere di poco cervello, per il meglio siamo stata necessitata licentiarlo da casa nra: et perchè venendo forse i’questa Corte pensamo c’habbia a’dire, et fare il solito suo de dir male di Noi...tanto da voi, quanto da chi altro l’intenderà, si l’habbia da dare quella fede, et credito, che ad un simile busciardo senza cervello, et malegno si conviene....
Quanto disprezzo! Eppure, per un oscuro motivo, Bona aveva rinunciato a punirlo, limitandosi a licenziarlo: forse per non inimicarsi il potente zio o forse perchè egli doveva essere a conoscenza di chissà quali segreti di corte! La Regina d’altronde a quell’epoca sperava che proprio il Generale Castaldo sarebbe stato inviato a Varsavia dall’Imperatore quale ambasciatore recante i dispacci da lei tanto desiderati.
All’epoca, infatti, ella era sicura che Pappacoda nel suo viaggio a Londra avesse avuto buon successo, tanto che nella lettera del giugno 1554 si legge: ...del’informar’havete fatto gli Ufficiali di Sua M.tà Caes.ea di tutto il negocio, qual’essendo così ben incaminato come dicete, ne siamo rimasta soddisfattissima, nro S.or Dio facci habbi quel’effetto et fine che da Noi si disidera.... Così come s’intende anche dalla lettera dell'ottobre 1554: ...havendo inteso la ritornata da Inghilterra del Mag.co Gio.Lorenzo Pappacoda nro Oratore, et la buona, et celer’espedicione riportata...ne rendemo gracie a’Dio, et alla benegnità di Sua M.tà Caes.ea et de li Ser.mi d’Inghilterra (Filippo II e Maria Tudor)...; ma si sbagliava: dalla corrispondenza intercorsa tra Filippo e il padre -a noi nota- si apprende invece che Giovanbattista Castaldo aveva preteso un compenso esorbitante, ragion per cui fu destituito dal delicato incarico.
Pappacoda tuttavia doveva aver fatto credere il contrario alla Sovrana, se nella lettera del 12 dicembre 1554 questa scriveva a Pompeo Lanza: ...havendo inteso no’solamete eere [essere] già dato fine alla lunga spedinoe [spedizione] del M.co nro Oratore Pappacoda co’eere coforme al disio nro....
Interlocutore principale dei rappresentanti di Bona di Polonia a Bruxelles fu l’influente ministro di Carlo V, Antoine Perrenot de Granveille (1517-1586), Vescovo di Arras, e per esso il suo segretario Diego Vargas.
La notizia di maggior rilievo, che per la prima volta si evince esplicitamente da documenti autografi di Bona Sforza, riguarda però -l’abbiamo detto - il suo desiderio di essere nominata Vicerè di Napoli. Fino ad oggi se ne sapeva, in maniera indiretta, solamente da alcune lettere scambiate tra Carlo e Filippo.
Tale ambizione è palesata nella lettera al Lanza del 9 maggio 1555, nella quale la Regina con grande dignità accetta il rifiuto della propria richiesta, implicito nell’elezione del duca d’Alba al Governo di Napoli: ...havendo inteso...delle difficoltà fatte circa il carico promessone del Regno di Napoli, vi dicemo brevemente i’risposta, che di poichè alla M.tà Caes.ea et al Ser.mo Re suo figlio ha piaciuto eleggervi, et destinarvi il S.or Duca d’Alba...siamo rimasta, et rimanemo molto contenta di quanto piace et viene i’servigio di dette M.tà...; arriva anche ad affermare: ..._manco piacere havemo sentito che vi sia stato eletto, et debba andare detto S.or Duca, che se vi fossemo stata eletta, et andassemo Noi stessa, havendolo per nro buon amico, et parente.... Sic!
Sul rifiuto degli Asburgo doveva probabilmente aver influito la considerazione del clima di generale instabilità di quegli anni, ragion per cui il Regno di Napoli necessitava di un capo energico e di grande esperienza militare, qual era appunto don Pedro Alvarez de Toledo, duca d’Alba (1507-1582).
Bona d’altronde, pur delusa, resta ferma nel proposito di compiacere in ogni caso gli Asburgo, in netto contrasto con la sua politica di sempre. Si legge in una lettera di pochi giorni dopo (12 maggio 1555): ....havendo inteso quanto particolarmente ci scrivete eer passato intorno al negotio del’andar’nro in Italia co’l carico del Governo del Regno di Napoli...et quato (quanto) per il M.co Camillo Bracazzo, et p’voi si era circa ciò operato, et appontato co’questi S.ri Caes.ei Ministri...rispondemo a’voi...restar’da un canto servita di quato circa ciò vi siete operato, considerando, et conoscendo veramente havervi spinto a’ciò far la buona volontà c’havete, et tenete verso il servigio, et decor’nro, ma dal’altro canto eerci poco piaciuto, poich’eendo Noi risoluta, come già sapete, di no’contrariar’mai i’cosa che sia alla volontà, dispositioni, et ordini de la M.tà Caes.ea, nè del Ser.mo Re suo figlio, ma co’esse i’ogni tempo renderne conformi, p’haver’una, et l’altra M.tà no’solamete p’fratelli, et parenti char.mi, ma ancho p’S.ri nri colendissimi, et alle quali Noi no’pensamo, nè pensaremo già mai i’altro che di compiacergli et servirgli...no’semo tampoco per contrarargli, nè turbargli i’questa elettione, et noiatione fatta del’Ill.mo S.or Duca d’Alba....
Oramai è costretta a fare buon viso a cattivo gioco, per cui, con fine diplomazia, mentre dichiara di volersi uniformare alla volontà dell’Imperatore non disconosce tuttavia l’operato dei propri rappresentanti, che invita però a non prendere più iniziative. Arriva anzi ad attribuire ad un disegno superiore la propria mancata nomina; scrive infatti nella lettera del 5 _ 1555: ...riputando che si dette M.tà non ci hanno in ciò compiaciuto, eere caggionato non da mala volontà, et diffidenza...per non havergli mai dato nè dovernegli dare caggione alcuna, ma solo per così eer piaciuto a’Dio, dal quale viene ogni cosa prudentemente regolato, et disposto....
Dalla lettera dell’1 giugno 1555 -indirizzata in Inghilterra- si deduce che il diplomatico capuano aveva avuto l’alto onore di essere ricevuto in udienza dalla stessa Maria Tudor ad Hampton Court (Londra), dove nel frattempo si era trasferito: Circa il dare della nra lra che di man’vra havete voluto fare alla Ser.ma Reina Maria sorella nra car.ma, parlare che avvisate havere fatto due volte co’essa Ser.ma Reina, et sollecitare_risposta...si’ben’non potemo tal ufficio biasimare, non lo volemo tampoco lodare a’fatto.... Righe che testimoniano bene la scarsa propensione di Bona a subire l’iniziativa dei propri agenti.
Al matrimonio tra Filippo d’Asburgo e Maria Tudor ella accenna nella lettera del 30 luglio 1554: ...de la Ser.ma Reina Maria non n’eramo punto in dubbio che havendo lei le tante buone parti, et qualità quante ha...et che il Ser.mo Prencipe di Spagna sia con grandissimo disiderio aspettato da detta M.tà Caes.ea...esso Iddio faccia sia presto, et con felicità, si perchè il tanto disiderato da tutti matrimonio s’habbi da effettouare, come anche per il contentameto di essa M.tà Caes.ea. Tale matrimonio si celebrò a Winchester il 25 luglio di quell’anno ma Filippo, ostile ai costumi inglesi, vi rimase pochissimo.
Nella lettera del 12 maggio 1555 la Sovrana si augura per Maria d’Inghilterra una prossima gravidanza: Delle lre gratulatorie desiderate per il parto della Ser.ma Reina d’Inghilterra, qn (quando) intenderemo che detta M.tà sia parturita, che Dio la faccia felicemente parturire un figlio maschio, all’hora delibereremo lo che ne parerà. In seguito però quella si rivelerà una gravidanza isterica e Maria Tudor morirà senza figli.
Dal novero di personaggi più o meno importanti che popolano l’Europa cinquecentesca affiorante da queste lettere, spicca anche il potente marchese di Pescara, Francesco Ferdinando d’Avalos (1530-1571). Pompeo Lanza lo contatta per conto di Bona nell’autunno del ’54, per fargli una certa proposta o per recargli un dono della Regina.
Si sa che il marchese quell’anno era giunto a Londra presso Filippo, per recarsi in seguito a Napoli a ricevere in nome del nuovo Re il giuramento di fedeltà della città e del Regno. A questo avvenimento si riferisce evidentemente la Sforza quando nell’ottobre del ’54 scrive al Nostro: ...tenerete memoria ragguagliarne di quanto alla giornata si intenderà...del andata del S.or Ma[rchese] de Pescara nel regno, a’pigliar’possesso di esso....
Il d’Avalos in seguito diventerà comandante supremo della cavalleria spagnola in Piemonte e in Lombardia. Appare curioso rilevare che di personaggi polacchi nelle missive ne sia menzionato uno soltanto, per di più ideale antitesi di quelli incontrati sino ad ora: è Bartoscio, ovvero Bartolomeo lo staffiere che con solerzia recapitava al Lanza, attraverso mezza Europa, i dispacci e le stesse lettere rimaste alla nostra famiglia!
L’1 febbraio 1556 Bona - ormai in aperto contrasto con il figlio Sigismondo Augusto - lasciò la Polonia con grosse somme di denaro, in parte già depositate all’estero: giunse a Bari il 13 maggio di quell’anno, accompagnata dal Pappacoda e dal Brancaccio. Filippo dunque aveva favorito il suo ritorno a Bari, ma solo per averne un riscontro economico: aveva infatti enorme bisogno dei prestiti della Sforza per finanziare la guerra contro la Francia e Papa Paolo IV. A tale scopo il Sovrano ottenne da lei l’ingente somma di 430.000 ducati (5).
Nella lettera al Lanza dell’11 gennaio 1556 -l’ultima - leggiamo dei preparativi per l’imminente ritorno della Regina a Bari e ci fa sorridere l’immagine del Nostro mentre apprende che: Quanto al pagare di quel che vi [spetta] per conto di vra provisione, non trovandosi qui li registri, per haverli mandati con l’altre robbe nre in Italia, harete patientia, mentre che saremo dove essi registri si trovano, perochè si darà ordine vi sia fatto tal’pagamento....
Lo stipendio di Pompeo Lanza era di centocinquanta ducati (scudi d’oro) mensili: sicuramente un lauto stipendio se si considera che l’ambasciatore del Re di Polonia presso Carlo V, Dantiszek, vent’anni prima percepiva al massimo duecento ducati al mese.
Dalla stessa missiva si deduce che il diplomatico capuano aveva probabilmente fatto presente a Bona la necessità per lui di permanere alla corte inglese: ...circa il seguire ne scrivete esser necessario di fare la Corte del Ser.mo Re d’Inghilterra, lo farete....
Dagli atti dell’antica cancelleria di Capua si apprende infatti che già il 26 settembre 1554 -dunque quasi un anno e mezzo prima- il consiglio degli Eletti capuani esaminava la possibilità di nominare Pompeo Lanza ambasciatore della città presso Filippo, nuovo Re (6); nomina avvenuta solo il 4 gennaio del 1556 (7).
Nel settembre 1556 il Lanza ricevette da Filippo II l’incarico di Regio Avvocato fiscale delle Province di Otranto e Bari, forse una sorta di compenso per i servizi da lui resi presso il Sovrano. Verosimilmente furono questi almeno alcuni dei motivi per cui il diplomatico non accompagnò la Regina di Polonia nel suo viaggio a Bari.
Ritornato a Capua probabilmente nel maggio del 1557 (8), nel novembre dello stesso anno (appena poco prima della morte di Bona) si trasferì a Bari con la nuova carica ricevuta (9); lì sposò donna Sibilla Pensina, narrano le memorie di famiglia, ove è scritto che dopo pochi mesi (nel 1558?) vi morì e senza eredi (10).
Pompeo Lanza non si ritrovò tra gli otto testimoni - dei quali sei erano però medici - presenti al testamento della Sovrana, redatto poco prima della morte, avvenuta a Bari il 19 novembre 1557 (11).
Proprio in quella città si compì la tragedia di questa donna già segnata dalle recenti delusioni: sembra infatti che morì di veleno per mano del suo stesso favorito, Giovanlorenzo Pappacoda, che avrebbe agito su ordine di Filippo II. Quest’ultimo probabilmente temeva un ripensamento della Sforza, che sembrava voler nominare erede universale il figlio Sigismondo Augusto, lasciando quindi a lui, e non agli Asburgo, gli Stati di Bari e di Rossano.
Le lettere scritte da Bona Sforza a Pompeo Lanza testimoniano l’ultimo periodo polacco della Regina, nel quale maturarono i suoi grandi disinganni. Sarebbe interessante conoscere le risposte inviate dal diplomatico capuano alla Sovrana, per comprendere se si sia mai recato in Polonia e se l’abbia mai conosciuta di persona (ma, se questo accadde, più probabilmente fu nel 1557 a Bari).
È certo le missive gettano nuova luce sul tenore dei rapporti di Bona Sforza col proprio Corpo Diplomatico e sulle valutazioni che ne dava. Per la prima volta, infine, viene confermata la sua grande ambizione - diventare Vicerè di Napoli - la cui delusione sancì un’esistenza importante ma senza dubbio sofferta.

di Carlo Lanza


Note

1) Zaboklicki K., Lettere inedite (1554-1556) di Bona Sforza, regina di Polonia, al suo agente italiano Pompeo Lanza, Varsavia-Roma 1998;
2) Il matrimonio per procura ebbe luogo il 6 dicembre 1517, giorno di San Nicola, patrono di Bari (città che Bona doveva ereditare dalla madre). Nei capitoli era stabilito tra l’altro che alla sposa spettassero i feudi calabresi e pugliesi, per un valore di cinquecentomila ducati. La nuova Regina preferì aspettare che fosse trascorso l’inverno prima di partire per la Polonia: lo farà alla fine di febbraio del successivo anno 1518. A Cracovia ella giunse accompagnata da diverse dame e dal noto capitano di ventura Prospero Colonna, oltre a quasi trecento servitori. Cfr.: Zaboklicki K., Bona Sforza e gli italiani della sua corte, in Conoscersi, 1979;
3) Cfr.: Manna G.A., Prima parte della Cancelleria, di tutti i Privilegi e simili della città di Capoa dal 1109 al 1570, in ordine alfabetico, Napoli 1588: anno 1549: <>;
4) Cfr. nell’archivio storico Lanza il testo di un Privilegio (Datum in civitate nostra imperiali Augusta Wintelicorum) che l’Imperatore Carlo V il 13 novembre del 1552 concesse ai Nobili Pompeo, Giulio Cesare, Scipione, Pirro e Carlo Lanza, fratelli. Vi si legge che in compenso dei servizi prestati alla Corte essi venivano nominati Familiari e Commensali dell’Imperatore; ottennero inoltre che le loro eventuali cause civili e penali fossero istruite dinanzi al Vicerè in persona; venivano anche autorizzati a portare al seguito, per difesa personale, un’arma e due domestici (famuli);
5) Secondo gli storici quel denaro, le cui rendite erano ipotecate sulla Dogana delle pecore di Foggia, non venne mai restituito: ragion per cui tutti gli ambasciatori polacchi presso il Regno di Napoli hanno continuato a pretenderlo -ma invano- fino al XVIII secolo! D’altra parte i debiti del Re di Spagna erano già noti nei circoli finanziari europei, se nel 1557 si giunse alla bancarotta Reale e alla dichiarazione di insolvibilità del monarca. Cfr.: Wyczanski A., La difficile storia della regina Bona, in La regina Bona Sforza tra Puglia e Polonia, Wroclaw 1987;
6) Cfr.: Manna G.A., op.cit..: 20° di Cancelleria, fol. 8, 26 7bre 1554: In un Consiglio interviene Pietro Pavolo de lo Balzo: Pompeo Lanza si duole con gli Eletti con sua lettera, che trovandosi esso in Corte dell’Imperatore la città non si serva di sua persona per la confirma de’ Privilegi, ed altro; avendo da conferirsi in Inghilterra per cose sue, offre servire la città senza interesse, e di baciare le mani alla M.tà del Ser.mo Re Filippo in nome della città...; 7) Cfr.: Manna G.A., op.cit.: 20° di Cancelleria fol. 16-17, 4 gennaio 1556: Fu congluso per lo Consiglio che la città si serva dell’opera sua, sapendo quanto vaglia il S.or Pompeo Lanza, Patrizio della città di Capua, appresso la M.tà di Re Filippo II...;
8) Cfr.: Manna G.A., op.cit.: 22° di Cancelleria, fol. 30, 1 giugno 1557: Pompeo Lanza è venuto dalla Corte dell’Imp.re con tanto grado di onore, dignità, et offitio. Decisione del Consiglio di dargli ducati 25.;
9) Cfr. nell’archivio storico Lanza la postilla alla Patente di nomina concessa da Filippo II a Pompeo Lanza il 13 settembre 1556: il 4 novembre 1557 le lettere esecutorie, con le quali Pompeo Lanza fu immesso nella carica di Avvocato fiscale, furono lette al marchese di Torremaggiore, Governatore delle Province di Otranto e Bari, nel Sacro Regio Consiglio delle stesse;
10) In mancanza di notizie più dettagliate al riguardo, ipotesi non peregrina è che in una scomparsa tanto repentina del Nostro potrebbe essere coinvolto lo stesso Pappacoda, già sospettato della morte di Bona;
11) Il testamento di Bona Sforza venne redatto due giorni prima della sua morte dal notaio Vincenzo de’Baldis, di Napoli, alla presenza di otto testimoni, dei quali ben sei erano medici. Emblematico è il racconto degli ultimi giorni della Regina di Polonia: avvelenata dal Pappacoda, perse la parola; col raggiro allora le fu fatto firmare il suddetto testamento completamente a favore di Filippo II. Riprese tuttavia le sue facoltà il giorno seguente, ella fece redigere un altro testamento, questa volta anche a favore del figlio Sigismondo Augusto: all’indomani Bona Sforza morì. Sembra che il sinistro Pappacoda provvedesse ad eliminare gradualmente tutti i testimoni del primo testamento -quello falso- a partire dal medico che aveva fornito la pozione avvelenata, tal Giovanni di Matera. Cfr.: Zaboklicki K., Bona Sforza e gli italiani della sua corte, in Conoscersi, 1979.


Articolo estratto da "Capys" n. 32 del 1999Documento inserito il: 24/12/2014
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