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Armature all’'Antica' nella 'Grande Maniera' (1530-1590) [ di Marco Manucci ]

La grande maniera è quel periodo compreso all’incirca fra il 1530 e il 1590, dove l’arte dell’armatura italiana raggiunge il suo più alto livello creativo, soppiantando per qualità le contemporanee produzioni europee, alle quali non resta che guardare con invidia alla nostra. Questo periodo è solo italiano, l’influenza straniera non esiste.
Gli armaioli iniziano a perdere quella loro mentalità esclusivamente orientata alla praticità e alla concretezza, e cominciano gradualmente a riscoprire la valenza estetica e simbolica di un’armatura, che non viene più ora utilizzata esclusivamente per guerre e tornei, ma anche per rappresentazioni, cortei, sfilate. Sono, quindi, armature concepite per sottolineare l’opulenza e la potenza dei grandi signori dell’epoca, fortemente simboliche, dove, appunto, l’elemento difensivo non conta più; lo spettacolare vi prende il sopravvento.
Negli equipaggiamenti militari dei periodi precedenti, invece, ogni intervento decorativo era sacrificato in nome di una schietta praticità, i singoli pezzi venivano condotti perfettamente piani e levigati soprattutto per ragioni pratiche, anche se con gli anni tali necessità funzionali finirono per essere trasformate in una scelta estetica più che consapevole. Il committente del Cinquecento è sicuramente molto più colto e preparato del passato, segue attentamente la moda, costringendo l’armaiolo a superare se stesso, a dar prova del suo orgoglio professionale, plasmando e battendo l’acciaio fino a farlo diventare un materiale completamente da modellare. Questo significa, naturalmente, che l’armaiolo non è il semplice lavoratore di metalli del passato, ora è un uomo molto più preparato, che si appresta a dirigere, come un vero manager, un gruppo di specialisti a loro volta estremamente qualificati, tra cui spiccano scultori, disegnatori, orafi, ecc.. .
Le prime richieste dei nuovi committenti riguardano armature che in tutto e per tutto siano identiche a quelle dei grandi personaggi del passato, in particolare re ed imperatori, al fine di identificarsi idealmente con loro; dopo aver effettuato tali richieste ai pittori e scultori ora si rivolgono direttamente agli armaioli, che a loro volta utilizzano per le loro creazioni la mediazione dei grandi artisti dell’epoca.
Due delle prime realizzazioni di questo genere, chiaramente influenzate da modelli artistici antichi – come la statua dell’imperatore Lucio Vero a Napoli – e contemporanei – i ritratti di Giuliano e Lorenzo de’Medici nelle loro tombe eseguite da Michelangelo, sono sicuramente l’armatura alla romana per Cosimo I de’Medici, creata da Filippo Negroli intorno al 1546, ora al Bargello, e l’armatura alla romana di Guidobaldo II della Rovere, dello stesso periodo, decorata da Bartolomeo Campi, conservata a Pesaro.
Il primo armamento, purtroppo incompleto – rimangono solo il petto e la schiena -, appartenne sicuramente a Cosimo I, l’unico che in quegli anni avrebbe osato mettere a Firenze un simile oggetto, nonchè grandissimo appassionato di armature alla romana, come dimostrano anche molti busti-ritratti dell’epoca; tale armamento che presenta un perfetto equilibrio fra elementi decorativi e organismi senza cadute di stile o di tecnica, dovette piacere così tanto al duca di Urbino, che ne ordinò subito uno uguale a Bartolomeo Campi, che non era un armaiolo bensì un eccellente orefice di grandi qualità, a sottolineare ancora una volta, lo strettissimo legame fra le due arti. Entrambi i petti e le schiene sono bruniti e modellati anatomicamente, con scollo squadrato da cui esce un fitto motivo a maglia inciso, goletta a due lame lavorate ad agemina; il petto presenta una mostruosa Medusa sbalzata e dorata, dal cui volto escono due foglie d’acanto con un terminale a spirale e a ghirlanda, una lama di panziera, decorata in quella di Firenze con due grifi cesarei che sorreggono un giglio, e una di falda. L’armatura di Pesaro è completata da spallacci lavorati a mascherone – come nei dipinti del Ghirlandaio e nelle sculture del Verrocchio – da cui pendono delle strisce di pelle e una cascatella di maglia, da dieci naccheroni, agganciati alla falda con cesellati animali e simboli allegorici, cui sono agganciate fasce di pelle e una cascata di maglia, da stivaletti traforati a fingere le calighe dei romani – con sbalzata una splendida testa del dio Pan – e, soprattutto da una borgognotta con cresta rilevata e brevi guanciali, decorata con foglie di quercia in rame cesellato e dorato, girali d’acanto in agemina d’oro e argento. Tecniche queste proprie dell’oreficeria piuttosto che della scultura, che rivelano le vere origini del Campi.
Con tali armatura alla romana, chiaramente riprese da modelli artistici o contemporanei, si chiude un ciclo che ha visto prima gli artisti trarre ispirazione dagli armaioli, e ora gli armaioli appropriarsi con grande abilità di invenzioni degli artisti.


Bibliografia
J. MANN, Armi e armature italiane, Milano, 1963.
L.G. BOCCIA, E.T. COELHO, L’arte dell’armatura in Italia, Milano, 1967.
A.V.B. NORMAN, Armi e Armature, Milano, 1967.
A. TENENTI, Firenze dal comune a Lorenzo il Magnifico: 1350-1494, Milano, 1970.
A. SANDRE, Il costume nell’arte, dalla Preistoria al Rinascimento, Torino, 1971.
L.G. BOCCIA, Armi difensive dal Medioevo all’età moderna, Dizionari terminologici, Firenze, 1982.
M.MANUCCI, Elmi fantastici all’antica, nelle armature da parata e nell’invenzione artistica del Quattrocento, tesi di laurea, Università degli Studi di Perugia, A.A. 2002/2003
Documento inserito il: 23/12/2014
  • TAG: armature all antica, grande maniera, armaioli italiani, armature alla romana,

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