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I Vangeli Apocrifi [ di Michele Strazza ]

Con il termine “Vangeli Apocrifi” si indica quell’insieme di scritti, di carattere religioso, che narrano fatti ed eventi della vita di Gesù, ritenuti non autentici dalla Chiesa cattolica e dalle altre chiese cristiane.
Il termine apókryphoi, è d’origine greca e significa “nascosti”, “segreti”, “riservati agli iniziati” . Probabilmente furono proprio le sette e le comunità religiose che li redassero a ritenere tali testi “da nascondere” e mantenere “segreti”.
Per “Vangeli apocrifi” si intendono, dunque, tutti quei racconti sulla vita di Gesù, risalenti ai primi due secoli dopo la morte di Cristo, che non sono stati riconosciuti autentici dalla Chiesa con il Concilio di Ippona (393 d.C.) e successivamente. In quanto contenenti elementi dubbi e problematici, essi non potevano essere collocati sullo stesso piano dei testi canonici ufficiali.
La valenza di “segreti” di tali testi, soprattutto dal III secolo in poi, mutò in “spuri” o “eretici” in contemporanea con l’opera degli apologeti impegnati a contrastare le interpretazioni devianti da quelle della Chiesa ufficiale. Di qui il significato negativo che tali scritti assunsero. Tertulliano, infatti, considerava come equivalenti i concetti di apocrifo e falso.
Con la formalizzazione dei Vangeli e degli altri scritti canonici il termine “apocrifo" finì, dunque, per essere associato a quello di "eretico", come si evince dalle opere di padri della Chiesa come Agostino e Girolamo.
Subito prima, nella Pasqua del 367, Atanasio di Alessandria (295-373), dopo aver fissato il canone degli scritti del Nuovo Testamento in 27 testi, aveva bollato gli apocrifi come invenzione di eretici, composti tardivamente e spacciati per antichi.
A partire, perciò, innanzitutto dal II secolo nacquero numerosi racconti su Gesù, con l’obiettivo di integrarne aspetti della vita o di sottolinearne alcuni aspetti ritenuti particolarmente interessanti. Tutto questo, in fondo, non faceva altro che soddisfare le aspettative popolari di sensazionalismo e fantasia, nonché di rispondere a curiosità sulla figura di Gesù, figlio di Dio ma anche grande guaritore. Non mancarono, infine, da parte di alcuni gruppi religiosi, veri e propri intenti propagandistici delle proprie tesi teologiche.
E’ indubbio che l’esistenza dei vangeli apocrifi, ma anche di altri scritti apocrifi, testimonia, non solo dal punto di vista storico ma anche teologico, la presenza, all’interno del cristianesimo primitivo, di una pluralità di impostazioni religiose e di comunità di credenti. Un vero e proprio pluralismo culturale che, solo successivamente, sarebbe venuto meno con l’affermazione, dal III secolo in poi, di una uniformità ecclesiale più consolidata.
Gli apocrifi esprimerebbero, dunque, la nascita di interpretazioni divergenti, rispetto alla tradizione canonica successiva, della figura e della vita di Gesù e, di conseguenza, del suo stesso insegnamento.
Tali interpretazioni diverse sarebbero state originate da comunità di seguaci di Gesù in Galilea, a Gerusalemme e in altre località della Palestina, della Siria e di altri territori, che le avrebbero affidate, prima, alla tradizione orale, poi nei diversi scritti apocrifi. Solo verso la fine del II secolo, con la fine del processo di definizione del canone del Nuovo Testamento, furono esclusi tutti gli scritti apocrifi.
Tale tesi, sostenuta attualmente da studiosi nordamericani, si riallaccia a quanto scritto, nel 1934, da W. Bauer nella sua Rechtgläubigkeit und Ketzerei im ältesten Christentum. Quest’ultimo aveva, infatti, sostenuto il pluralismo di orientamenti religiosi del cristianesimo antico e la precedenza della eresia sulla ortodossia.
In realtà Bauer si riferiva principalmente al periodo successivo alla comparsa dei vangeli canonici. La critica nordamericana, invece, estende tale ipotesi al primissimo periodo della tradizione su Gesù. Non ci sarebbe stata prima una visione unitaria ortodossa e poi la varietà delle interpretazioni religiose, ma prima le divergenze interpretative e, solo in seguito, la riduzione a unità.
La tradizione ecclesiastica aveva, invece, sostenuto il contrario. Essa, cioè, basandosi essenzialmente sugli Atti degli Apostoli di Luca, riteneva che gli aspetti eretici e divergenti fossero stati tardivi rispetto alla unitarietà del “kerygma” primitivo, riprodotto poi nei vangeli canonici.
Attualmente la mancata esistenza, all’interno del cristianesimo primitivo, di una realtà monolitica ma di una pluralità di concezioni, sembra un dato acquisito anche tra gli studiosi più vicini alla Chiesa cattolica. Quello che, invece, tali studiosi non accettano è la tesi che la vittoria dell’ortodossia sia avvenuta con la forza e la violenza, ritenendo, al contrario, che sia stato il risultato del cammino e del vissuto delle prime comunità. Inoltre, sempre secondo quest’ultima impostazione, non si deve immaginare una completa confusione di ipotesi religiose e cristologiche, ma una uniformità in consolidamento ed alcune, pur rilevanti, divergenze presenti in alcuni ambiti territoriali.
Nei primi due secoli del Cristianesimo, infatti, la Chiesa era pressappoco una federazione di comunità cittadine, rette da collegi di presbiteri all’interno dei quali, in maniera diversa da regione a regione, andava affermandosi l’autorità del vescovo.
Non esisteva ancora un papa, anche se proprio alla fine del II secolo cominciava ad affermarsi l’autorità del vescovo di Roma. In tale periodo non v’erano neanche concili generali, anche se nella seconda metà del secondo secolo cominciavano a tenersi i primi sinodi locali per discutere questioni dottrinali.
Ciò che ha favorito l’accostarsi di molti studiosi alla tesi della precedenza storica del pluralismo religioso, rispetto all’uniformità canonica, sono stati alcuni rinvenimenti archeologici.
Ci riferiamo, innanzitutto, alle scoperte del 1945 presso la località egiziana di Nag Hammadi, a 450 km a sud del Cairo, dove alcuni contadini ritrovarono una giara di terracotta contenente numerosi testi scritti nell’antica lingua copta. La raccolta, comunemente chiamata “Biblioteca di Nag Hammadi, finì, poi, nel museo copto del Cairo. Tra essi si trova il Vangelo di Tommaso, una raccolta di 114 detti di Gesù simile a quella della c.d. fonte Q che si ritiene essere alla base dei vangeli canonici di Luca e di Matteo.
I testi scoperti a Nag Hammadi sono ritenuti scritti “gnostici”, in quanto infarciti delle convinzioni di questa corrente filosofica e religiosa, e contengono una versione degli eventi evangelici differente da quella dei Vangeli canonici.
Precedente a tale scoperta, tra il 1896 e il 1906, durante una campagna di scavi condotta nell’alto Egitto, presso l’attuale Banhesa, l’antica Ossirinco, 200 chilometri a sud del Cairo, vennero ritrovati numerosissimi piccoli frammenti di papiro. Tra essi anche tracce, in greco, di versetti di alcuni apocrifi.


BIBLIOGRAFIA

Agostino, Contro Fausto, 11,2.
Atanasio di Alessandria, Lettera festale 39.
Girolamo, Apocryphorum deliramenta, Commentario a Isaia 17, su Is. 64,4.
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Tertulliano, De pudicitia, 10,12.
Testaferri F., I vangeli sconosciuti. I vangeli apocrifi e il Gesù storico, Assisi, Cittadella Editrice, 2011.
Documento inserito il: 30/10/2015
  • TAG: vangeli apocrifi, gesù cristo, cristianesimo, scritti gnostici

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