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Intervista a Gregory Deyermenjian, il più famoso ricercatore del Paititi [ di Yuri Leveratto ]

Oggigiorno la maggioranza della gente pensa che tutto il mondo sia stato già esplorato, cartografato e documentato. Ci dicono che siamo nell’era della globalizzazione, e che in qualunque parte del mondo uno viaggi, si sentirà come a casa sua.
La verità è molto diferente da ciò che i mezzi di comunicazione ci mostrano.
Ancora adesso vi sono zone della Terra che si conoscono molto poco ed altre dove, incredibilmente, nessun uomo (eccetto indigeni no contactados), ha mai messo piede.
Per esempio in Sud America alcune zone della frontiera tra il Brasile e il Perú, e in Perú la zona dell’Alto Purús, del Río Yaco, la zona intangible del Parco Nazionale del Manu, e la zona del Parco Nazionale Madidi, in Bolivia, sono praticamente sconosciute da un punto di vista archeologico.
Alcune di queste zone sono come scrigni che non sono stati mai aperti, che potrebbero nascondere evidenze archeologiche e storiche molto importanti e potrebbero completare la nostra conoscenza del passato precolombiano.
Per esempio nell’Amazzonia peruviana si racconta già da molto tempo la leggenda del Paititi, la città perduta degli Incas.
Questa cittadella fantastica, che secondo il mito incaico fu fondata dall’eroe culturale Inkarri, sarebbe situata nella selva del Perú, e nasconderebbe gran parte del tesoro degli Incas, oltre ad antiche conoscenze che potrebbero svelare il mistero dell’origine dell’uomo americano.
Uno dei più instancabili esploratori e ricercatori del Paititi è lo statunitense Gregory Deyermenjian (nato a Boston nel 1949), membro attivo del “The Explorers Club” di New York, che dal 1984 sta percorrendo le foreste e le montagne del Perú con lo scopo di svelare il mistero dell’ubicazione del Paititi. Ho conosciuto Gregory Deyermenjan nella città del Cusco e fin da subito sono stato colpito dal suo modo sereno di relazionarsi con gli altri e dalla sua buona e rispettosa relazione con i nativi del Perú e con la Madre Terra.
Gregory Deyermenjian è un esploratore e ricercatore interessato a cercare, documentare e interpretare tutti i resti archeologici incaici o amazzonici che trova durante le sue esplorazioni.
Ecco il testo integrale dell’intervista:

Yuri Leveratto: Gregory, hai iniziato le tue esplorazioni in Perú nel 1984. Quale fu la ragione principale che ti ha portato ad esplorare zone remote della sierra e della selva di questo paese meraviglioso?

Gregory Deyermenjian: Yuri, tutto ciò è stato un processo, un’evoluzione, penso. Il primo passo fu l’Inca Trail, nel 1980, durante il quale mi sono reso conto che Hiram Bingham inizialmente credeva che Macchu Picchu fosse il famoso e misterioso Vilcabamba. Il prossimo passo fu proprio andare a Vilcabamba presso Espritu Pampa, nel 1981. Durante quel viaggio incominciai a sentir parlare di un altro sito misterioso, situato più all’est, il “Paititi”, e da quel momento seppi che dovevo ricercare e tentare di conoscere questo tema del Paititi fino all’ultimo. A parte tutto ciò, sin da quando ero giovane ho sempre avuto il desiderio di tentare di conoscere quello che è sconosciuto, il cosidetto “Más Allá”.
Da sempre, quando osservavo, in una mappa dettagliata, la dicitura DATOS INSUFICIENTES o NO DATA AVAILABLE, mi emozionavo e pensavo che sarei stato io il primo a camminare in quella zona. E per quanto riguarda la esplorazione pura, non c’è nessun luogo al mondo così interessante come il Perú.

Yuri Leveratto: Mi sono reso conto che per te è stato molto importante il rapporto con il dottor Carlos Neuenschwander Landa. Puoi dirci qualcosa al riguardo?

Gregory Deyermenjian: Il dottor Carlos Neuenschwander Landa fu un uomo eccezionale. Puntuale, colto, intelligente, esperto nei campi della medicina e psichiatria e appassionato della leggenda del Paititi, dal punto di vista storico.
Portò a termine tantissime spedizioni: a piedi, a dorso di muli, in fuoristrada, in elicottero. Fu un uomo disponibile all’apporto attivo e costruttivo di altri esploratori, come me, i miei soci Paulino Mamani e Marco Rosaz, sin dal primo momento che ci presentarono. Scrisse libri molto importanti dove sono raccolte interessanti informazioni sulle sue esplorazioni. Il suo primo libro “Pantiacollo” è un classico della letteratura d’esplorazione. Inoltre Carlos Neuenschwander Landa fu un vero “uomo del rinascimento”, in quanto pubblicò anche un romanzo.
La maggioranza delle nostre spedizioni, specialmente quelle dove abbiamo tentato di esplorare la zona sconosciuta dove s’inoltra il “cammino di pietra”, o quelle lungo la cordigliera di Paucartambo, fino all’interno della vasta e inesplorata “Meseta di Pantiacolla”, sono state inspirate dalla grande forza d’animo del dottor Carlos.

Yuri Leveratto: Ho notato che nella maggioranza delle tue spedizioni ha partecipato sempre un gruppo di persone selezionate, mi riferisco agli esploratori peruviani Paulino Mamani e Goyo Toledo. Puoi dirci dove li hai conosciuti e perché queste persone sono tanto importanti per te?

Gregory Deyermenjian: Nel campo dell’esplorazione è di estrema importanza poter partire con il “team” giusto e collaudato.
Ho avuto molta fortuna per aver avuto come soci nelle mie ricerche sul campo sull’argomento “Paititi” (esplorazioni che hanno per fine ultimo trovare e documentare ciò che, probabilmente, è nascosto nei luoghi remoti delle cordigliere e foreste della regione Cusco, nelle province di Calca e La Convencion e nella regione Madre de Dios, nella provincia del Manu, nel sud est del Perú), delle persone coraggiose, puntuali e abilissime nell’arte dell’esplorazione, con un attitudine molto positiva.
Nel 1984 sono stato a Pukyopata, in un terreno di contadini nelle alture del Rio Mapacho, per parlare con don Tomas Toledo, con il fine di contrattarlo per una spedizione e poter utilizzare alcuni suoi muli.
Quel giorno ebbi fortuna perché arrivò il figlio di don Tomas, Goyo, che giungeva dalla sua dimora quasi permanente nelle terre dei Matsiguenkas, gli indigeni della selva alta di Mameria. Era venuto per visitare suo padre, cosa che faceva solo una volta all’anno o due. Goyo aveva portato con sé Raimundo, un Matsiguenka di Mameria. In ogni caso quell’anno non utilizzai i muli di don Tomas ma alcuni cavalli della familia Mamani.
Così viaggiammo in fuoristrada attraverso la provincia di Calca fino ad Amparaes, per incontrarci con i Mamani, e iniziare la spedizione con i loro cavalli. Li c’era un uomo giovane, molto amichevole, che voleva venire con noi. Mi disse che aveva 25 anni, anche se in realtà ne aveva 18. Si chiamava Paulino Mamani.
Cosicché partimmo da Amparaes con Paulino e i suoi fratelli Guillermo e Torribio, e ci incontrammo con l’uomo più influente della zona, Goyo Toledo, che conobbi un mese prima nel terreno di suo padre, Tomas Toledo. Da quel momento nacque una viva amicizia tra di noi, che è durata fino ad oggi.
Nelle spedizioni degli anni 1984-1989 Goyo fu il capitano della marcia. Con il tempo Paulino acquistò sempre più esperienza e siccome è sempre stato molto abile e fortissimo è stato lui il capitano della marcia, a partire dal 1991 fino ad oggi.
Dall’1986 fino ad oggi ho avuto la fortuna di avere con me, nelle mie spedizioni una combinazione di membri d’elite: Goyo, Paulino, Gavino Toledo (fratello minore di Goyo), e un Machiguenka, che si chiama “Angel”.
Negli anni novanta il gruppo fu più piccolo, però ancora eccellente per le mie esigenze, composto da Paulino e da suo fratello minore Ignacio Mamani.
Durante le spedizioni del 2004, 2006 e 2008 Paulino ed io siamo stati aiutati da suoi nipoti Alberto, Saul Cesar, e Raul, tutti molto abili ed esperti.
In queste esplorazioni nelle zone più remote del Perú non c’è nulla di più importante della coesione fra i membri della spedizione, oltre alla perfetta forma fisica e mentale, perché se c’è anche un solo partecipante che non ha sufficente animo, determinazione, onestà e forza física, mentale ed emozionale, tutta la spedizione potrebbe fallire o peggio, potrebbe essere posta in rischio la sicurezza di tutti.

Yuri Leveratto: Nelle tue prime spedizioni, nel 1984, 1985 e 1986 hai documentato il sito archeologico di Mameria. Puoi spiegarci brevemente quali sono state le tue conclusioni al rispetto?

Gregory Deyermenjian: Siamo stati a Mameria nel 1984, 1985, due volte nel 1986 e nel 1989. La mia opinione è che fu un insediamento Inca, soprattutto per rifornire gli Incas del Cusco di foglie di coca. E’ stato un sito relativamente grande con gruppi di edifici, terrazzamenti a scopo agricolo, piattaforme cerimoniali, un forno utilizzato per fabbricare ceramica, molti frammenti di ceramica, vari oggetti di tumbaga (una lega di oro e rame).
A Mameria trovammo alberi di coca (non più arbusti), proprio perché dopo 500 anni la vegetazione si era sviluppata senza controllo.
Questo luogo potrebbe essere stato utilizzato come rifornimento per un altro sito archeologico, però ciò non è stato provato. La mia opinione è che Mameria fosse parte del vasto territorio chiamato Callanga, utilizzato come luogo di produzione della coca per gli Incas. Mameria è stata relazionata con il “Paititi peruviano”, in quanto nella zona a sud est vi è la leggendaria montagna chiamata Apu-Catinti, spesso associata con la leggenda del Paititi, che si situa non lontano dalla cordigliera di Paucartambo, dove c’è il “cammino di pietra” costruito da Inkarri nel suo viaggio da Q’ero fino al Paititi, nella meseta di Pantiacolla.

Yuri Leveratto: Gregory, hai esplorato la meseta di Toporake già nel 1989. Perche ti sei diretto in quella zona? E quali sono state le evidenze archeologiche trovate in quella zona remota e super-fredda?

Gregory Deyermenjian: La meseta di Toporake è situata al nord-est di Mameria. E’ un luogo inospitale, molto alto, (3900 metri s.l.d.m.), freddo, e costantemente umido.
Il cammino di pietra si dirige proprio dalla cordigliera di Paucartambo verso Toporake dove si uniscono altri sentieri provenienti da ovest. Da quel punto un solo sentiero segue verso il nord-ovest, verso la meseta di Pantiacolla, lo stesso altopiano che gioca un ruolo fondamentale nella legenda di Inkarri, che si ritirò nel Pantiacolla, nella sua città, o oasi, del “Paititi”.
Inoltre, nella meseta di Toporake vi sono vari resti di edifici con muri bassi però abbastanza grandi come se fossero “quartieri generali” militari, ovvero come se la meseta fosse stata in passato un posto di vigilanza per fare da scudo ad un eventuale attacco verso l’altopiano di Pantiacolla.

Yuri Leveratto: Nel 1991 hai visitato i petroglifi di Pusharo e li hai documentati molto attentamente. Sappiamo che questi petroglifi (scoperti dal Padre Vicente de Cenitagoya nel 1921), furono studiati a fondo dal dottor Carlos Neuenschwander Landa. Quali sono le tue conclusioni al rispetto? Pensi siano glifi di origine amazzonica o andina? E quando furono intagliati, a tuo parere?

Gregory Deyermenjian: In realtà fu un cercatore di caucciù che riportò per la prima volta l’esistenza di questi petroglifi nel 1909, e dodici anni dopo il Padre Cenitagoya viaggiò a Pusharo con altri due religiosi. Per loro i glifi non erano altro che lettere gotiche dove si narrava la storia della Bibbia. Nell’opinione del dottor Neuenschwander i petroglifi erano “ideogrammi”, però nell’attualità nessuno sa decifrarli totalmente.
Nella mia opinione i petroglifi sono stati inspirati da visioni che ebbero gli sciamani nel passato, mentre erano sotto l’influenza di piante allucinogene, come la brugmansia, che ho visto crescere spontanea presso il fiume vicino a Pusharo e la ayahuasca. Cosicché, la mia opinione è che il sito archeologico nel complesso e i petroglifi non sono una mappa della Terra né del cielo, ne alcuna scrittura, bensì una rappresentazione sciamanica, di gran importanza spirituale per gli abitanti della zona nelle epoche passate. Alcune delle figure rappresentate nei petroglifi di Pusharo si possono vedere nelle pareti delle malokas o capanne dei Barasana, e altri gruppi etnici dell’est della Colombia e del nord-est del Brasile, e sono sempre associate ad una specie di protezione sciamanica per coloro i quali devono transitare attraverso i cosidetti “pongos” ovvero luoghi dove i fiumi si fanno stretti e la cui corrente è fortissima (ad esempio: pongo del Mainique, Pusharo, etc.). Per me quindi i petroglifi di Pusharo hanno un’origine amazzonica, del tipo brasiliano della selva.

Yuri Leveratto: Nel 1993 hai esplorato gli altopiani di Toporake e Pantiacolla. Ci puoi descrivere il “cammino di pietra” che avete percorso? Quali altre evidenze archeologiche avete trovato?

Gregory Deyermenjian: Nel 1993 ci siamo inerpicati su di un angusto e tortuosissimo sentiero fangoso, al lato di profondi precipizi, con il fine di arrivare alla meseta di Toporake. Il nostro scopo ultimo era quello di passare per Toporake, ed iniziare da quel punto la nostra esplorazione lungo l’unico camino che da Toporake conduce alla meseta di Pantiacolla.
Vi erano vari muri di contenzione lungo il camino di pietra. Eravamo in 4: Paulino, German Condori, un nativo della valle di Lacco, Gumercindo, un campesino che si occupava dei muli, ed io. Ad un certo punto i muli non potevano più avanzare in quanto il cammino era troppo difficile ed angusto. Così salutammo Gumercindo che tornò indietro, mentre noi continuammo verso nord.
L’altopiano era molto freddo ed umido. La pioggia mista a neve ed il vento gelido erano costanti (era il mese di ottobre, relativamente tardi dal punto di vista dell’optimum per le esplorazioni). Il cammino scompariva ed appariva varie volte.
Giungemmo ad un punto dove vi è un muro di contenzione, pressapoco dove il sentiero s’inoltrava precipitosamente verso il cosidetto bosco andino, immerso nella neblina. Scendemmo attraverso la fitta foresta in modo da esplorare e documentare la zona. Dopo circa mezz’ora ci rendemmo conto che il cammino avanzava indefinitamente e decidemmo di tornare verso l’altopiano.
Ci rendemmo conto che avevamo perso così tanto tempo e energie, e avevamo utilizzato tanti viveri nel viaggio di andata, che nel futuro avremmo dovuto utilizzare un elicottero per giungere fino a quel punto, in modo da poter esplorare quella zona partendo freschi e pieni di forza.

Yuri Leveratto: Nel 1994 e 1995 hai percorso il Rio Callanga, gia nella conca del Madre de Dios. Perché sei tornato ad esplorare la selva dopo essere stato interessato alla zona alta del cammino di pietra per vari anni?

Gregory Deyermenjian: Dobbiamo ricordarci che le foreste tropicali di Mameria e di Callanga sono in relazione con il “cammino di pietra” nella cordigliera di Paucartambo e che entrambe le zone sono accessibili (anche se con enormi difficoltà), proprio dal “cammino”, attraverso sentieri che scendono verso est, prima di scomparire nel bosco andino e quindi nella selva tropicale. In effetti è vero che da vari anni abbiamo considerato come nostra meta principale il cammino di pietra, con l’intenzione di percorrerlo sempre più verso nord.
Però, siccome appunto nel 1993 ci eravamo resi conto che per continuare l’esplorazione della vastissima meseta di Pantiacolla era necesario un elicottero, almeno per il percorso di andata, in modo da risparmiare energie e tempo per documentare e studiare in modo approffondito i siti archeologici della zona, ci siamo riproposti di tornare nell’altopiano solo quando avremmo conseguito le risorse sufficienti per affittare un elicottero.
Proprio per questo, per non aver potuto trovare le risorse per l’elicottero, nel 1994 e 1995 decidemmo di esplorare alter zone relativamente meno distanti relazionate con il cammino di pietra, e con la leggenda del Paititi: la zona di Callanga (nel 1994), e di Llactapata (1995). Inoltre il nostro socio durante gli anni 90’, il dr. Carlos Neuenschwander Landa, ci chiese esplicitamente che esplorassimo la zona di selva dove il Rio Yungaria sbocca nel Callanga (formando il PiñiPiñi), dove lui pensava di aver visto dall’elicottero, anni addietro, vasti terrazzamenti utilizzati per l’agricoltura.

Yuri Leveratto: Nel 1996 sei stato il primo occidentale ad essere giunto alle cosidette “piramidi di Pantiacolla” o Paratoari, dove io giunsi nel 2009. Cosa ci puoi raccontare su quella esplorazione?

Gregory Deyemenjian: Il 1996 fu un altro anno senza elicottero e per ciò ci domandammo: -Quale altro sito relazionato con la leggenda del Paititi, è degno di essere esplorato scientificamente?-
Mi resi conto che quel luogo poteva corrispondere alle piramidi di Pantiacolla, o Paratoari. E’ stato un viaggio non molto lungo, ma pieno di sofferenze e scomodità: abbiamo camminato attraverso vari fiumi le cui sponde sono fangose e insidiose, nella selva bassa, i una zona dove il caldo umido è soffocante, con moltissimi insetti, zanzare, tafani, vespe di ogni tipo, molti di più di quelli che trovammo anni prima nella selva alta. E, nella zona delle “piramidi”, c’era una cappa di vegetazione così spessa e difficile da penetrare che quasi non si riusciva ad avanzare. Ad un certo punto ci trovavamo proprio su una di quelle strane formazioni e ci chiedevamo: - dove sono le piramidi?- Siamo rimasti solo pochi giorni nella zona perché a noi, da vicino, ci sembrava ovvio che si, quelle strane formazioni sono in effetti delle meraviglie, però meraviglie della natura, e non artefatti di esseri umani.

Yuri Leveratto: Nel 1999 sei tornato nel cammino di pietra, questa volta con un elicottero. In quella spedizione siate arrivati, alle sorgenti del Rio Timpia. Ci puoi descrivere la difficilissima discesa per l’angusto canyon di quel fiume?

Gregory Deyermenjian: Quell’anno siamo giunti nella meseta di Pantiacolla con un elicottero, grazie alle risorse del cineasta tedesco Heinz von Metthey. Siamo arrivati presso una zona di puna (ecosistema tipico degli altopiani andini), dove il terreno era molto dissestato, con vari precipizi.
Dopo alcuni giorni, durante i quali esplorammo quella zona dell’altopiano, situata più a sud-est rispetto all’area che documentammo nel 1993, Paulino Mamani, suo fratello minore, Ignazio, ed io, ci salutammo con il pilota dell’elicottero, che decollò per tornare al Cusco, e iniziammo la nostra camminata verso nord-est, in direzione delle sorgenti del Rio Timpia.
In serata giungemmo al muro di contenzione che avevamo documentato nel 1993. Da quel punto incominciammo a camminare, scendendo lungo un pauroso canyon che aveva una pendenza molto accentuata. In pochi minuti ci siamo ritrovati nel bosco andino, presso le sorgenti del Timpia.
Era un canyon veramente angusto ed insidioso, e noi ci sentivamo come “in prigione” in quanto era difficile uscirne: continuare la discesa era proibitivo e tornare indietro era ancora più complicato. Ad un certo punto ci rendemmo conto che sul costone di sinistra si snodava il cammino di pietra, anche se 500 anni di abbandono lo avevano reso quasi impraticabile, poiché si erano accumulate pietre, tronchi d’alberi caduti, in seguito ad innumerevoli terremoti, smottamenti e tempeste.
Malgrado tutte queste difficoltà, riuscimmo, saltando di pietra in pietra, a scendere presso il torrente impetuoso e, anche se sembra strano, era più facile avanzare lungo il torrente che lungo il cammino di pietra.
Avanzavamo a fatica, molto lentamente, poiché il percorso era scivoloso e insidioso. L’ambiente era umidissimo e la neblina constante ci impediva di vedere il sole. Alcune volte dovemmo lasciare il torrente perché il passaggio era impossibile e dovemmo tornare verso il camino di pietra. Il percorso scendendo lungo il “canyon del Timpia” durò vari giorni ed era molto pericoloso in quanto al nostro passaggio si producevano continue frane. Nella zona trovammo vari muri di contenzione e altre strutture murarie.
Rimanemmo vari giorni in uno stato di constante umidità e penombra riuscendo ad avanzare così poco rispetto ai nostri ritmi abituali, che ci rendemmo conto che per riuscire a scendere verso una zona molto più bassa potevamo metterci settimane intere, se non mesi. Realizzammo che dovevamo tornare indietro, o in caso contrario potevamo rischiare la vita. La salita fu durissima, in quanto dovemmo utilizzare corde per essere sicuri di non cadere nel precipizio. In due giorni giungemmo al bosco andino e finalmente ci ritrovammo nuovamente nell’altopiano.

Yuri Leveratto: In quello stesso viaggio hai scoperto il lago de Angel, situato in una zona estremamente alta (3950 metri s.l.d.m.), fredda e umida. Ci puoi descrivere i resti archeologici trovati nel corso di questo viaggio? Inoltre mi hai descritto uno strano monolito triangolare che hai trovato in una grotta vicino al lago Angel. Ci puoi raccontare qualcosa di più al rispetto? Credi che sia stato scolpito da esseri umani?

Gregory Deyermenjian: Dopo essere giunti nuovamente alle sorgenti del Timpia, abbiamo camminato verso sud e abbiamo incontrato per pura casualità un gruppo di vaqueros (mandriani), che erano saliti dalla valle del Rio Yavero occuparsi della loro mandria di bovini, che permane nelle alture a pascolare.
Fin da subito Paulino ha iniziato ad aiutarli, conquistandone subito la fiducia. Abbiamo passato il giorno e la notte seguente con loro, mangiando carne di bovino. Ad un certo punto uno di quei mandriani ci raccontò qualcosa di interessante: nella zona a nord-est rispetto a dove eravamo si trovava un lago incantato, dalla forma di un 8, con vari resti archeologici presso le sue sponde.
Secondo i mandriani il lago era “sacro” per la Pachamama e chiunque tenti di avvicinarsi avrebbe trovato tempeste, tormente di vento ed altri strani fenomeni metereologici, che ne avrebbero impedito o reso difficilissimo l’accesso.
Tutto ciò ci ha ricordato la storia che il Machiguenka “Angel” ci aveva raccontato: alcuni anni fa era scappato, insieme ad altri suoi compagni, da uno stato di quasi schiavitù presso il Rio Yavero, e si era inoltrato nella selva per poi giungere nelle alture. Aveva trovato uno strano lago a forma di 8, dove quasi morì di freddo e fame.
Anche se io ero molto debilitato dal difficilissimo percorso appena effettuato, sentii che avremmo dovuto proseguire verso il lago. E così incominciammo il viaggio, avanzando verso nord-ovest. Ogni giorno vi erano tormente di pioggia mista a neve e durante la notte c’era molto freddo. Alla fine aiutandoci con le mappe, con il GPS e con l’istinto di Paulino, giungemmo ad un lago incantato esattamente come lo aveva descritto Angel.
Accampammo proprio presso le sponde del lago. Tutta la zona del lago era freddissima, e con grossi insetti simili a pulci. Eravamo costantemente bagnati fradici. Però ne valse la pena in quanto trovammo e documentammo varie piattaforme cerimoniali utilizzate per la adorazione del Sole in epoche remote. In una caverna situata presso il lago trovammo uno strano monolito di piedra, di colore quasi azzurro, triangolare. Non riuscii a spiegarmi la sua origine però quel monolito era reale.
Sembrava che il sentiero che percorremmo fino al lago, che battezzammo “Lago de Angel”, seguisse verso nord-nordovest. Dopo aver documentato altre piattaforme cerimoniali e aver preso le coordinate della zona, incominciammo il nostro viaggio di ritorno verso sud, inizialmente verso l’accampamento dei mandriani ed infine scendendo verso la valle del Yavero nella zona sub-tropicale, passando per il sito archeologico denominato “Miraflores”, nella zona del Rio Chunchosmayo
. Dopo questo viaggio abbiamo sempre considerto il lago de Angel come un importante punto di partenza per le sucessive spedizioni.

Yuri Leveratto: Nel 2006 sei tornato nella selva bassa, però questa volta nel Rio Taperachi. Mi sembra che in quella spedizione non abbiate trovato resti archeologici importanti, ma ho capito che fu un viaggio estremamente difficile. Mi sembra di ricordare che hai detto che il Rio Taperachi è il fiume più difficile del mondo, è vero?

Gregory Deyermenjian: Nel Rio Taperachi trovammo degli indizi di alcuni terrazzamenti utilizzati per l’agricoltura, prova che gli Incas volevano stabilirsi nella zona stabilmente. Potemmo giungere in zona d’operazione risalendo il Rio Yoyato, un affluente del Rio Urubamba. Per cui eravamo certi di giungere nella zona situata a ovest rispetto al Lago de Angel.
In effetti in quell’area trovammo muri molto rustici e terrazzamenti costruiti a scopo agricolo.
Il Taperachi, che è un affluente del Ticumpinea, è un fiume impetuoso.
La corrente è fortissima: non c’è nemmeno un metro di acqua calma. Camminammo lungo le sponde, molto insidiose in quanto si scivolava sui massi e si doveva zigzagare tra tronchi caduti e zone fangose. Spesso dovemmo avanzare tra la selva procedendo con il machete, in quanto vi erano punti dove il corso del fiume era talmente stretto e incassato tra alte pareti di roccia che era impossibile camminare presso le sue sponde. Durante questa fase di risalita siamo stati attaccati più volte da sciami di vespe molto aggressive, che apparivano prima delle sei del mattino e ci volavano intorno fino a dopo il tramonto. Anche durante il viaggio di ritorno, dopo aver raggiunto un punto elevato tra il Taperachi e il Ticumpinea, abbiamo avuto molti problemi per la presenza di vipere chiamate in gergo “marionetos”.
Inoltre, una notte, la nostra tenda quasi prese fuoco, con noi dentro! Meno male che in generale dormo con un sonno molto leggero, per cui mi resi conto nel dormiveglia che vi era qualcosa di strano fuori dalla tenda. In relatà erano le corde della tenda che avevano preso fuoco. Dopo pochi secondi uscimmo dalla tenda e provammo a spegnere l’incendio come potevamo: Paulino si è scottato le palme delle mani, nel tentativo di spegnere il fuoco!
Quando alla fine riuscimmo ad arrivare presso Quebrada Honda, avevo perso circa 10 chili anche se durante la spedizione avevamo comunque potuto disporre di molte calorie.

Yuri Leveratto: Nella maggioranza delle tue spedizioni sei venuto in contatto con gli indigeni Matsiguenkas. In generale si sa che sono pacifici anche se poco amichevoli e timidi. Cosa ci puoi raccontare sul loro modo di vita?

Gregory Deyermenjian: La mia opinione, basata, sulle mie esperienze sul campo, oltre che sui miei studi, è che i Matsiguenkas, in generale, hanno un comportamento molto particolare. La loro psicologia è stata influenzata anche durante l’era dello sfruttamento del caucciù, durante la quale si attuarono abusi terribili contra tutti i popoli nativi della selva. Tutto ciò ha generato un forte sentimento di diffidenza verso il mondo esterno, che li ha portati ad isolarsi sempre più, vivendo in luoghi remoti, difficili da raggiungere per i “non nativi”. Per questo mentre in generale i Matsiguenkas sono pacifici tra di loro, sono molto diffidenti con gli sconosciuti fino a quando non li conoscono molto bene. Proprio per questo quando viaggiamo nelle loro terre preferisco portarmi dietro uno di loro, per mostrare agli altri che le nostre intenzioni sono buone, cioè volte allo studio e valorizzazione dei siti archeologici.
I Matsiguenkas sono interessati principalmente alle relazioni di amicizia tra di loro e a ciò che gli può essere utile per sopravvivere nelle zone remote e pericolose: uetnsili e cibo (la manioca è il 90% della loro dieta).
Anche se ci sono varie leggende che indicano nei Matsiguenkas i “guardiani del Paititi”, la mia opinione è che, nella realtà, non possono essere interessati a delle antiche rovine, senza nessuna utilità per loro.
Sono pacifici fino ad un certo punto, specialmente nelle zone remote dove non arrivano quasi mai coloni peruviani, hanno paura e disgusto per tutti gli estranei che fanno rumore o si dimostrano agressivi e violenti: la loro reazione contro queste persone sarà quella di allontanarsi o tentare di eliminarla, in un modo o nell’altro.
A causa dell’ambiente estremamente difficile nel quale vivono (la selva alta), hanno sviluppato un psicologia del tutto particolare. Se vedono qualcuno in pericolo (per esempio una persona che sta affogando in un fiume), pensano che il problema sia stato originato e causato dalla persona stessa che si trova in pericolo, per qualche ragione a loro sconosciuta. E pensano inoltre che quella persona deve poter salvarsi da sola, non potendo contare su alcun altro.
Anche se a volte ho sperimentato in prima persona la grazia e la gentilezza delle persone Matsiguenka con le quali ho avuto il privilegio di passare del tempo, vi sono comunque vari aspetti della loro personalità che possono risultare molto complicati da capire, non solo per persone come noi, che siamo nati e cresciuti in una realtà completamente diversa, ma anche per un contadino peruviano, che non vive troppo lontano da loro.
Per esempio quando stavo quasi affogando nel Rio Palotoa presso i petroglifi di Pusharo nel 1991, il Matsiguenka che ci aveva accompagnato, “Alejandro”, stava ridendo dalla sponda del fiume, senza aiutarmi.
Però, nel complesso, posso dire che nei miei viaggi di ritorno dalle spedizioni, ho avuto la possibiltà di passare vario tempo con questa gente e ne ho apprezzato la dignità.

Yuri Leveratto: Durante i giorni che abbiamo passato insieme al Cusco, ho percepito che l’esplorazione archeologica è molto importante per te. Però allo stesso tempo ho avuto l’impressione che la ricerca del Paititi, al contrario di alcuni “avventurieri”, non è un’ossessione per te. Cosa mi puoi dire al rispetto?

Gregory Deyermenjian: Per me, l’esplorazione, e nel caso specifico la ricerca di possibili risposte sull’eventuale esistenza, ubicazione e forma del “Paititi” nella selva del Perú, ha molta importanza.
Però so anche che il mondo è grande, e che un giorno lo abbandoneremo, e che durante tutti questi anni il tesoro più grande di qualsiasi altro tesoro che si potrà scoprire nella selva, è la mia famiglia, mia moglie e i miei figli, oltre ai miei amici.

Yuri Leveratto: Ho l’impressione che tu sia giunto ad uno stato di serenità interiore. Forse hai già trovato il vero Paititi, mi riferisco alla serenità alla quale tutti noi aspiriamo?

Gregory Deyermenjian: Nella realtà la mia vita è piena di preoccupazioni e difficoltà che non avevo mai potuto immaginare. Però, grazie a Dio, ho una buona salute e molta fede.
Inoltre ho la fortuna di aver potuto sfidare me stesso in un mondo straordinario, quello delle spedizioni estreme, nelle terre che ancora oggi vengono indicate nelle mappe come DATOS INSUFICIENTES o NO DATA AVAILABLE….
Documento inserito il: 18/12/2014

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