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Dal papiro e dalla pergamena alla carta. Per una storia dell’origine della scrittura. [ di Michele Strazza ]

Insieme al linguaggio, inteso in tutte le sue accezioni, la scrittura costituì una tappa fondamentale della civiltà, rappresentando lo strumento, non solo per comunicare, ma anche per tramandare la memoria.
Ma trattare della scrittura significa anche occuparsi degli strumenti e delle forme che l’hanno consentita, del percorso che l’umanità ha compiuto dalla preistoria alle prime civiltà, dai graffiti sulle rocce alle tavolette d’argilla, dal papiro e dalla pergamena alla carta.
Sin dal paleolitico superiore 30-40.000 anni fa, l'uomo ha cominciato a tracciare graffiti e pitture su rocce e pareti di caverne. Più o meno allo stesso periodo risalgono i più antichi frammenti di ossa e di ciottoli con tacche rinvenuti in varie parti del mondo.
Diverse sono le ipotesi a riguardo. Probabilmente i dipinti di animali nelle grotte erano legati a riti magici per favorire la caccia, mentre sembra che le tacche incise avessero lo scopo di contare qualcosa, come i giorni o gli animali uccisi. Ciò ha spinto alcuni studiosi a ritenere che la contabilità fosse nata prima della scrittura.

Per quanto riguarda la scrittura vera e propria, non vi è una origine unica, ma origini molteplici, in diverse parti del mondo. Tra i primi popoli che ne fecero uso sono, sicuramente, da annoverare i Sumeri e gli Egizi.
Secondo gli studiosi per arrivare alla nascita della scrittura non sarebbero bastati soli elementi cognitivi come il linguaggio, il bisogno di comunicare, il pensiero simbolico. Ci sarebbero voluti, invece, condizioni socio-economiche e politiche favorevoli. E’ quanto avvenne, in Mesopotamia nel 3.200 a.C. , con la nascita della scrittura cuneiforme, e in Egitto, con quella geroglifica. Furono, dunque, i Sumeri, tra l’odierna Baghdad, in Iraq, e la foce del Tigri e dell’Eufrate, a dare vita, intorno al 3.200 a.C., ad una vera e propria civiltà urbana caratterizzata, tra l’altro, dalla scrittura cuneiforme.
I più antichi documenti contenenti esempi di tale scrittura, risalenti appunto alla fine del IV millennio a.C., sono rappresentati da tavolette d’argilla, rinvenute presso l’antica città di Uruk, nel sud della Mesopotamia. Su di esse erano incisi dei pittogrammi, cioè dei disegni schematici rappresentanti i prodotti che affluivano nel tempio-magazzino sotto forma di tributi registrati dai sacerdoti. Tale scrittura è definita “protocuneiforme”.
Tali pittogrammi, però, riuscivano ad indicare un oggetto ma non un nome proprio, un verbo o una parola astratta. Di qui, con il passare del tempo, l’elaborazione di una scrittura più funzionale. Le parole della lingua vennero scomposte in sillabe e ad ogni sillaba venne attribuito un segno convenzionale, definito, appunto, “sillabogramma”.
Anche per evitare “sbavature” sulle tavolette, ai segni che componevano ciascun sillabogramma si diede la forma di un chiodo o cuneo per cui la scrittura sillabica sumerica è chiamata scrittura cuneiforme.
E’ chiaro che una scrittura così complessa richiedeva molti anni di studio, portando alla nascita di una ristretta e potentissima casta, quella degli scribi, addetti alle più importanti funzioni amministrative dello Stato.
In sumerico allo scriba era abitualmente attribuito il nome di “dubsar”, termine che si scriveva ricorrendo a due segni, “dub” e “sar”, che indicavano, rispettivamente, la tavoletta d'argilla e l'idea di procedere rapidamente e senza deviazioni; lo scriba era quindi colui che procedeva rapidamente e senza deviazioni sulla tavoletta.

Più o meno nello stesso periodo in cui nacque la scrittura sumerica, anche in Egitto, intorno al 3.300-3.200 a.C., comparvero le prime testimonianze di una scrittura elaborata detta “geroglifica”.
Il termine “geroglifici” significa, in greco, “lettere sacre incise”, e venne attribuito a questi caratteri, nel II secolo d.C., da Clemente di Alessandria il quale, avendoli notati soprattutto su monumento sacri, ne sottolineò tale aspetto. In realtà essi non avevano nulla di sacro, essendo impiegati per scritti di ogni tipo.
Tali caratteri furono prima pittografici o ideografici, rappresentando simbolicamente un oggetto o una idea, poi anche fonetici, esprimendo un suono della lingua parlata.
Naturalmente tale scrittura subì, nel corso dei secoli, diverse variazioni. Fu, sempre, piuttosto complessa e, come in Mesopotamia, favorì la nascita e il rafforzamento della potente casta degli scribi.
Il successo della scrittura egizia fu dovuta, come sappiamo, anche all’uso di un materiale scrittorio del tutto eccezionale nel panorama antico, il papiro.
La pianta di papiro cresceva lungo le rive dei fiumi, quali il Nilo e l’Eufrate, e, in genere, in tutte le regioni mediterranee. I fogli di papiro si ottenevano unendo l’una all’altra, per mezzo di sostanze collanti vegetali, delle sottilissime strisce ricavate dallo stelo della pianta. I fogli di papiro, una volta scritti, erano conservati in rotolo negli archivi e nei templi.

Questa impostazione che fa risalire le prime forme di scrittura ai Sumeri, prima, e, poi, agli Egizi, è stata recentemente messa in crisi da alcuni studi e ritrovamenti archeologici, soprattutto dalla scoperta di testi egizi che risalgono anche al 3400 a.C., un periodo precedente alle forme di scrittura dei Sumeri, per non parlare di altre iscrizioni su ceramiche risalenti al 3500 a. C. ed appartenenti alla civiltà di Harappa, l'attuale Pakistan.

Nel III millennio a.C. si registra anche la prima forma di scrittura del subcontinente indiano con la presenza di qualche migliaio di iscrizioni su sigilli dell’antichissima civiltà vallinda fiorita nel bacino del fiume Indo tra il III e il II millennio a.C.
Trattasi di una scrittura logofonetica ancora non decifrata. Si dovrà aspettare il III secolo a.C. per arrivare alla scrittura capostipite di tutte le scritture antiche e moderne dell’India e dell’Indocina, cioè alla scrittura “brahmi”. Era una varietà di “pracrito”, dialetto medio-indiano del ceppo indoario della famiglia indoeuropea il cui esponente più illustre è il “sanscrito”, la grande lingua classica dell’India antica.

Nel corso del II millennio sorgono forme nuove di scrittura ai margini dei paesi assiro-babilonesi e nel bacino del Mediterraneo.
A Creta tra il 2000 e il 1200 a.C. si susseguono tre tipi di scrittura. Il primo è un sistema di scrittura geroglifica, usato, per scopi contabili, tra il 2000 e il 1650, conosciuto attraverso sigilli di pietra, barre e tavolette di argilla cruda scoperti a Cnosso e a Mallia. Il secondo sistema è rappresentato dalla cosiddetta “lineare A”, non ancora decifrata. Infine la “lineare B”, riferibile al periodo che va dal 1450 al 1200. I due studiosi britannici Michael Ventris e John Chadwick hanno dimostrato, nella seconda metà del secolo scorso, trattarsi di una scrittura sillabica che trascriveva il primo dialetto greco noto, il miceneo.
I primi alfabeti fonetici si sviluppano nell’area delle città fenicie o comunque sulla costa orientale del Mediterraneo. Un alfabeto a carattere consonantico data tra il XII e l’XI secolo a.C. ed è localizzato nella città fenicia di Biblos. Ricerche recenti, però, hanno mostrato la presenza di un alfabeto più antico, composto da circa 30 caratteri, nella città siriana di Ugarit risalente al XIV secolo a.C. Di un altro alfabeto, contenente 35 segni pittografici o geometrici e risalente al XV secolo a.C., si sono trovate tracce nelle iscrizioni rinvenute nel Sinai, nella località di Serabit el-Khadem. La scrittura consonantica ha un’ampia diffusione in tutta l’area medio-orientale e si trova alla base delle scritture aramaiche ed ebraiche.
L’alfabeto greco, base dei moderni sistemi di scrittura, si sviluppa, invece, tra IX e VIII secolo a.C., partendo dalla base dell’alfabeto fenicio.
Nel mondo greco era molto usata la tavoletta cerata, poi impiegata anche dai romani. Ogni tavoletta lignea aveva una faccia liscia e l’altra delimitata da una cornice. Lo spazio rettangolare compreso all’interno di questa era ricoperto di cera molto dura su cui si scriveva a mezzo di uno stilo di metallo appuntito ad una estremità. L’altra estremità, piatta, serviva, invece, per cancellare gli errori.
Mentre l’uso delle tavolette era limitato alla raccolta di brevi notizie e di documenti, il “libro” dell’antichità classica era costituito dal rotolo di papiro, formato da più strisce di papiro incollate di seguito. Su di esso si scriveva in colonne parallele e in genere solamente sul “recto”, cioè sulla faccia anteriore. Per leggere bisognava svolgere orizzontalmente il rotolo. Di qui termine “volume”, la cui radice è la parola latina “volvere” che significa, appunto, “svolgere”, “srotolare”.
Sin dall’antichità, oltre al papiro veniva usata come supporto per la scrittura anche la “pergamena”, ricavata dalla concia di pelli ovine e bovine. Il nome ci riporta, nel II secolo a.C., a Pergamo dove tale materiale di scrittura ebbe particolare diffusione, a seguito della proibizione egiziana dell’esportazione del papiro. La ritorsione avvenne a seguito della decisione di Eumene II, re di Pergamo, di dare vita ad un centro culturale rivale di quello di Alessandria. A partire dalla tarda antichità la pergamena si sostituì a poco a poco al papiro.
Scritti su rotoli di papiro o su pergamena nell’antichità, i libri divennero il vero veicolo della cultura.
La domanda di libri si sviluppò soprattutto ad Atene nel V-IV secolo a.C.. Qui nacquero le prime raccolte private. Sono note quelle del tragediografo Euripide o del filosofo Aristotele, mentre altre vennero create dai fondatori delle scuole mediche o filosofiche.
Un vero e proprio commercio librario però si sviluppò solo a Roma intorno al I secolo a.C. A partire da quest’epoca compaiono i primi editori-librai, per lo più liberti, titolari di “tabernae librariae”, dove venivano creati e venduti i libri.
Tra il I e II secolo d.C. il rotolo fu progressivamente affiancato, prima, e sostituito, poi, dal “codice”, formato da fogli ripiegati di papiro o pergamena riuniti in fascicoli e cuciti nel mezzo. I fogli erano scritti su una o due colonne, non solo sul recto, ma anche sul “verso”, cioè sulla parte posteriore, consentendo la scrittura di maggiore quantità di testo.

Solo alla fine del Medioevo, a partire dal XII secolo, si affermò l’uso della carta. Secondo i cinesi, essa fu inventata nel 105 d.C. da un funzionario imperiale. Recenti ritrovamenti archeologici hanno, però, dimostrato il suo uso in Cina almeno 200 anni prima. Il nuovo materiale venne fabbricato a partire da stracci e da fibre vegetali ricavate da canapa, bambù, gelso, salice etc. L'uso della carta venne diffuso da monaci buddisti in molti paesi orientali. Nel 751 d.C., gli arabi sconfissero i cinesi in battaglia. Grazie ad alcuni prigionieri essi appresero la tecnica di fabbricazione della carta. Qualche secolo dopo, tale tecnica arrivò in Egitto, poi in Marocco e da qui in Spagna. La prima cartiera spagnola fu aperta nel 1009.
Nel 1250, l'Italia diventò il maggior produttore di carta. In circa 3 secoli, dall'Italia la tecnica della fabbricazione della carta si diffuse in tutta l'Europa e poi nelle Americhe.
Si dovrà attendere la metà del XV secolo per giungere ad un’altra tappa fondamentale per la civiltà occidentale. I libri manoscritti prodotti, peraltro molto costosi, non erano più sufficienti per una domanda sempre crescente. Di qui l’invenzione della stampa a caratteri mobili che avrebbe contribuito, non solo alla diffusione della cultura, ma anche di importanti movimenti politici e religiosi, come la Riforma protestante.
Documento inserito il: 19/12/2017
  • TAG: carta, scrittura, papiro, editori, librai,pergamena

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