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La Luce vera: analisi del nono verso del Vangelo di Giovanni [ di Yuri Leveratto ]

Nei primi cinque versi del Prologo del quarto Vangelo, Giovanni ha descritto il Logos, il Verbo, Gesù Cristo. Ha sottolineato la sua eternità, e lo ha definito Vita e Luce.
Nel sesto e nel settimo verso l’Evangelista ha presentato l’uomo che ha testimoniato l’avvento di Cristo, ossia Giovanni il Battista. Nel verso ottavo l’Evangelista chiarifica definitivamente che non dobbiamo confondere le due persone. Giovanni il Battista fu un grande uomo, Gesù Cristo, essendo il Verbo incarnato, è eterno.
Dal nono al tredicesimo verso l’Evangelista torna a descrivere il Verbo, il proposito della sua missione e l’accoglienza che alcuni uomini gli diedero.
Analizziamo il nono verso del Prologo:

Era la luce vera che illumina ogni uomo,
Quella che veniva nel mondo


Vediamo la corrispondente pronuncia in greco:

Ēn to phōs to alēthinon ho phōtizei panta anthrōpon erchomenon eis ton kosmon

Per comprendere il nono verso dobbiamo innanzitutto determinarne il soggetto: il Verbo. E’ come se vi fosse scritto: “il Verbo era la luce vera”.
Ancora una volta il verbo utilizzato qui è “en” che viene usato varie volte per descrivere l’eternità di Gesù Cristo. Pertanto è come se vi fosse scritto: “Gesù Cristo è stato da sempre la Luce eterna”.
Subito dopo vi è l’aggettivo “vera”. La parola greca è “aleethinon” usata 22 volte negli scritti di Giovanni, ma solo 5 volte nel resto del Nuovo Testamento.
In questo caso “aleethinon” significa “genuina, perfetta”. Non si deve confondere con “aleethees” che significa “verace”. Qui Giovanni non stava affermando che Gesù si esprime in modo verace, ma stava affermando che Gesù Cristo è la luce genuina, perfetta originale, vera e non solo per la sua sostanza divina, ma per la sua eternità.
Ciò contrasta anche con la luce di Giovanni il Battista, che non emetteva luce propria, ma riflessa, temporanea.
Tutto ciò secondo il teologo greco Spiros Zodhiates ha un’attinenza con la dottrina della salvezza. Nessun uomo può salvare, in quanto nessun uomo può espiare il peccato di altri. Solo chi è la Luce eterna, vera, perfetta e originale può salvare (può quindi dare la vita eterna), in quanto è l’essenza stessa della vita.
Analizziamo adesso la frase: “quella che veniva nel mondo”. Perché l’Evangelista Giovanni ha scritto: “veniva”, e non “venne”?
In realtà Giovanni si riferisce a qualcosa che sta per succedere. Usa il participio “erchomenon”. L’Evangelista descrive un qualcosa che è in procinto di accadere. L’eternità stava entrando nella storia, come si descriverà nel quattordicesimo verso del Prologo.
“Erchomenon” significa “veniva” e indica volontarietà. Questa situazione si differenzia da quando un semplice essere umano viene al mondo. Nessun essere umano viene da un’esistenza anteriore. Cristo invece ha avuto un’esistenza anteriore, eterna, in quanto esisteva da sempre.
Però quale era il proposito dell’arrivo della Luce vera nel mondo? Analizziamo la frase “che illumina ogni uomo”. La parola utilizzata nel testo greco è “phōtizei” che deriva dalla parola “phoos”, luce.
E’ come se Giovanni ci avesse voluto comunicare che Gesù Cristo si è voluto fare uomo per essere uno di noi, illuminare il nostro cammino tortuoso, con la sua luce vera. Il tempo phōtizei è al presente indicativo.
Mentre “era”, in greco “en” è un “passato eterno”, e “Erchomenon” è un futuro imminente, phōtizei è al presente. Perché?
Si pensa che Giovanni abbia voluto indicare in questo verbo il passato, il presente e il futuro e abbia voluto enfatizzare che la Luce eterna di Cristo ha illuminato tutti gli esseri umani da sempre, in forma conosciuta, sconosciuta e persino inconcepibile.
In questo senso l’azione di Gesù Cristo si estende nel passato fino ai primordi dell’uomo e nel futuro, fino alla fine dei tempi. Ciò si spiega anche con la rivelazione progressiva della Bibbia, la Parola di Dio. Gesù apparve come un Angelo di Dio nell’Antico Testamento, ed ora era in procinto di apparire in forma umana.
L’apparizione di Cristo in forma umana, comunque, non significa che la sua luce non illuminò gli uomini nel passato. E non significa che non illuminerà gli uomini nel futuro.
Ritorniamo sul presente indicativo phōtizei, ossia “illumina”.
Abbiamo visto che questa azione della Luce eterna di Cristo si estende sul passato e sul futuro. Il presente è comunque il momento più appropriato per riceverla. Questo concetto si evince anche dalla Seconda Lettera ai Corinzi (6, 2):
Egli dice infatti:

Al momento favorevole ti ho esaudito
e nel giorno della salvezza ti ho soccorso.
Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!

Inoltre il tempo presente indica che la Luce vera non è intermittente. Non illumina per un po e poi si spegne. La sua azione è constante, fino alla fine dei tempi. Nessuno pertanto può incolpare Gesù Cristo per essersi perduto o per aver peccato contro Dio. La Luce eterna e vera illumina tutti e per sempre.
Può essere che la modalità della luce sia variata, ma da sempre la Luce ha brillato, ha illuminato. A volte attraverso la coscienza, come spiegato nella Lettera ai Romani (2, 14-16):

Quando i pagani, che non hanno la Legge, per natura agiscono secondo la Legge, essi, pur non avendo Legge, sono legge a se stessi. Essi dimostrano che quanto la Legge esige è scritto nei loro cuori, come risulta dalla testimonianza della loro coscienza e dai loro stessi ragionamenti, che ora li accusano ora li difendono. Così avverrà nel giorno in cui Dio giudicherà i segreti degli uomini, secondo il mio Vangelo, per mezzo di Cristo Gesù.

O attraverso la natura, come spiegato nella Lettera ai Romani (1, 19-21):

poiché ciò che di Dio si può conoscere è loro manifesto; Dio stesso lo ha manifestato a loro. Infatti le sue perfezioni invisibili, ossia la sua eterna potenza e divinità, vengono contemplate e comprese dalla creazione del mondo attraverso le opere da lui compiute. Essi dunque non hanno alcun motivo di scusa perché, pur avendo conosciuto Dio, non lo hanno glorificato né ringraziato come Dio, ma si sono perduti nei loro vani ragionamenti e la loro mente ottusa si è ottenebrata.

O mediante l’Incarnazione e la rivelazione diretta di Gesù Cristo.
Il fatto però che la Luce eterna di Cristo illumini ogni uomo, significa forse che Cristo salvi tutti automaticamente?
Nel decimo, undicesimo e dodicesimo verso Giovanni ci mostra due distinte classi di persone. Coloro i quali ripudiano Cristo e coloro i quali lo accettano.
La Luce eterna di Cristo si diffonde allo spirito di ogni uomo, ma questo non significa che ogni uomo la accetti e pertanto non significa che ogni uomo sia rigenerato nello spirito e quindi salvo. La luce illumina ogni uomo, ma non ogni uomo l’accetta.
L’accettazione della luce eterna di Cristo è il primo passo della piena riconciliazione dell’uomo con Dio.
Senza la discesa della Luce vera dal cielo l’uomo non potrebbe riconciliarsi pienamente con Dio. La discesa delle Luce è l’Incarnazione, che Giovanni descriverà nel quattordicesimo verso.
Quando la Luce è scesa tra di noi ha rivelato i nostri peccati (li ha messi alla luce). Nessuno può quindi nascondersi dalla luce.
La Luce illumina “ogni uomo”. In greco si utilizzano i termini “panta” (tutti, ogni) e anthroopon (uomo).
Giovanni non scrive pantas antrhroopous, ossia “tutti gli uomini”, ma scrive: “ogni uomo”.
L’Evangelista fa enfasi sui membri individuali della comunità umana. Non si riferisce all’insieme degli uomini, ma ad “ogni uomo”. Infatti Dio salva persone, nella loro individualità, non salva popoli o gruppi di persone.

Nell'immagine, Cristo insegna a Nicodemo, di Crijn Hendricksz Volmarijn Documento inserito il: 18/08/2016

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