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Il Cristianesimo e l’anima [ di Michele Strazza ]

di Michele Strazza

Uno dei concetti considerati fondamentali per i cristiani, facente parte del proprio patrimonio di fede, è quello di “anima”, come “pars” immortale di sé che sopravvive alla stessa morte del corpo. Ma non è sempre stato così. Anzi questo concetto non esisteva affatto nei primi secoli del cristianesimo, né mai Gesù stesso ne aveva parlato nella sua predicazione.
Il cristianesimo, infatti, non aveva mai teorizzato una dicotomia tra anima e corpo, mentre la stessa concezione di resurrezione alla fine del mondo si riferiva alla resurrezione dei morti, cioè dei corpi.
Anche la tradizione ebraica non conosceva il concetto di anima in senso stretto. Il termine “nefesh”, presente nell’antico testamento, significa, in realtà, “respiro” o, più propriamente, “vita”, attenendo a tutto ciò che riguarda la vita(1).
Nei primi libri dell’Antico Testamento non si parla, dunque, di anima; e mancano del tutto l’idea di immortalità e quella di sopravvivenza dopo la morte.
Ma allora da dove è venuto questo concetto, ormai ritenuto essenziale sia per la Chiesa cattolica che per le altre Chiese cristiane?
Il primo a parlare di “anima” (ψυχή) fu Platone che la introdusse in merito alla conoscenza e alla verità. Per il filosofo greco non è possibile costruire sul corpo (σῶμα) un sapere immutabile, comune a tutti gli uomini, poiché il corpo cambia, invecchia, si ammala e muore. Di qui il concetto di anima che, «libera dal corpo come da catene», ci consente di giungere alla verità(2).
Platone, nel Fedone, precisava esistenti nell’uomo, da un lato, un’anima razionale, sede dei processi conoscitivi, e, dall’altro, una irrazionale, sede dei desideri e delle passioni, in comune con gli animali.
Nell’anima, perciò, come espressione di interiorità, è possibile trovare l’identità individuale la quale resta immutabile di fronte ai mutamenti e alle passioni del corpo. Per questo l’anima riesce a portarci alla verità contro l’inganno dei sensi.
Ma per Platone quest’anima ha anche un’altra caratteristica, essa è immortale. Per capirne il significato bisogna tenere presente il suo collegamento con la dottrina platonica delle idee e con lo stesso compito della filosofia.
Per Platone l’ anima eterna e immortale, come le idee, è invisibile ed è sempre esistita. Di qui il ritenere che l'immortalità  dell'anima non si manifesti dopo la morte del corpo, ma preesista al corpo stesso.
Prova ne è la c.d. “reminiscenza”, cioè il ricordo, da parte degli uomini, che la propria anima abbia vissuto prima, per cui, una volta morti, l’anima si distacca dal corpo, continuando a vivere in una dimensione ultraterrena.
L’immagine che Platone ci lascia dell’anima è quella, contenuta nel Fedro, della biga alata, in corsa verso le pianure della verità, trainata da due cavalli, uno bianco, bello e di buona razza, e uno di razza contraria, privo di unità e armonia, cattivo. L’auriga alla guida rappresenta l’anima razionale e conduce la biga verso le pianure della verità a trovare il nutrimento necessario all’anima(3).
In questo mito è contenuta la teoria dell’anima di Platone. La ψυχή risulta divisa in tre parti: l’anima razionale (l’auriga), l’anima irascibile (il cavallo bianco) con le passioni positive, come ira e coraggio, l’anima concupiscibile (il cavallo misto), attratta verso le cose materiali e, pertanto, portata a far deviare la biga dalla direzione corretta, cioè la ricerca della verità.
Solo distaccandosi dalla conoscenza sensibile e materiale si giungerà alla vera conoscenza e alla vicinanza col mondo delle idee, l’Iperuranio.
Nel Fedone Platone mette in bocca a Socrate le seguenti parole:

se mai vogliamo conoscere qualche cosa nella sua purezza, dobbiamo separarci dal corpo e guardare le cose in sé con la sola anima. E a quanto pare, solo allora, cioè dopo la morte e non finché siamo in vita [...] avremo ciò che desideriamo e di cui ci dichiariamo amanti, cioè la sapienza. [...]
E non è proprio questo che si chiama morte: liberazione e separazione dell’anima dal corpo? [...] e l’esercizio dei filosofi è proprio questo: liberazione e separazione dell’anima dal corpo(4)
.

Con Platone, dunque, la distinzione tra anima e corpo diventa vera e propria “separazione”, ritenendo l’uomo composto di un principio spirituale nobile e di una realtà corporea materiale di valore inferiore. Di qui la trasformazione del precedente concetto di separazione in una rigida “contrapposizione”.
Proprio partendo da questa visione dell’anima teorizzata da Platone (oltre che da filosofi successivi come Plotino), S. Agostino supera tutta la tradizione ebraico-cristiana, fondata, invece, sui valori del corpo e della carne, e introduce, nel cristianesimo e nell’intera civiltà occidentale, il concetto di anima come interiorità e strada per la verità, inaugurando, nel contempo, la dicotomia tra anima e corpo, per cui si arriva all’interiorità soltanto staccandosi dal mondo (“Amare mundum non est conoscere Deum”).
Scrive, infatti, Agostino:

Noli foras ire, in te ipsum redi, in interiore homine habitat veritas: et si tuam naturam mutabilem inveneris, trascende et te ipsum (Non andare fuori di te, ritorna in te stesso. La verità dimora nell’uomo interiore. E se scoprirai che la tua natura è mutevole, trascendi anche te stesso)(5).

E ancora:

Quomodo poterimus amare Deum, si amamus mundum? Duo sunt amores, mundi et Dei: si mundi amor habitet, non est qua intret amor Dei. Recedat amor mundi, et habitet Dei (Come potremo amare Dio, se amiamo il mondo? Due sono gli amori, quello del mondo e quello di Dio: se abita in noi l’amore del mondo, non è possibile che entri anche l’amore di Dio. Si allontani l’amore del mondo, e abiti in noi l’amore di Dio)(6).

L’anima, per Agostino, è stata creata da Dio dal nulla(7). Essa è immortale ed ha la supremazia sul corpo. L’anima è, dunque, «sostanza dotata di ragione, con il ruolo di reggere il corpo». In quanto immortale, dopo la morte del corpo continua la propria esistenza fino alla resurrezione finale.
Fu così – ricorda Umberto Galimberti – che il dualismo anima/corpo, inaugurato da Platone e sconosciuto alla tradizione giudaico-cristiana, divenne con Agostino fede popolare e persuasione diffusa nella cultura cristiana(8).


Note:

1) A titolo esemplificativo, ma non esaustivo, si vedano: Deuteronomio, 12, 23, Esodo, 21, 23-25, Giudici, 16, 30.
2) Platone, Fedone, 67 c-d.
3) Platone, Fedro, 246a-249d.
4) Platone, Fedone, 66 d-e; 67 d.
5) Agostino d’Ippona, De vera religione, XXXIX, 72.
6) Agostino d’Ippona, In epistolam Iohannis ad Parthos, Discorso II, 8.
7) Cfr. Agostino d’Ippona, De natura et origine animae.
8) Galimberti U., Cristianesimo. La religione dal cielo vuoto, Milano, Feltrinelli, 2015, p. 144.
Documento inserito il: 19/01/2018
  • TAG: cristianesimo, anima, san agostino, platone

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