Cookie Consent by Free Privacy Policy website Tutto storia, storia antica: L'assedio di Masada nel racconto di Flavio Giuseppe (2a parte)
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L'assedio di Masada nel racconto di Flavio Giuseppe (2a parte) [ di Carlo Ciullini ]

Si aprono ora le pagine più tragiche e toccanti della narrazione del nostro autore: traspaiono, vivissimi, i sentimenti contrapposti di Flavio Giuseppe nell'esporre la nobile e triste decisione presa da Eleazar e dal migliaio di suoi compagni, uomini, donne e figli, ormai irrimediabilmente serrati nella morsa feroce della lupa capitolina.
Da una parte, infatti, l'autore ebraico, ormai del tutto romanizzato all'epoca della stesura della sua opera (perlomeno nella definitiva versione in greco), non seppe esimersi dal sottolineare l'irrazionalità della rivolta, anzi la sua empietà, che trovava nell'esito nefasto della iniziativa armata la giusta e santa punizione divina.
Dall'altra, tuttavia, Giuseppe non fu in grado di spogliarsi della propria identità etnica: in Giudea era nato e cresciuto, e aveva vissuto a stretto contatto con tanti di coloro che adesso biasimava sì, ma al cui fianco aveva anch'egli, un tempo, combattuto contro Roma.
E il rispetto per la sofferta e catartica decisione di immolarsi collettivamente suona forte nelle parole che lo scrittore mette in bocca a Eleazar, al momento di render nota alla sua gente la scelta fatta: non si doveva, da parte degli Ebrei, concedere alla legione assediante la messa in atto di una feroce vendetta.
In tale, ultimo discorso vibra la dignità, il valore, l'animo visceralmente religioso di un popolo oppresso nel corpo, ma indomabile nello spirito: “Da gran tempo noi avevamo deciso, o miei valorosi, di non riconoscere come nostri padroni né i Romani, né alcun altro all'infuori del dio, perché egli solo è il vero e giusto signore degli uomini; ed ecco che ora è arrivato il momento di confermare nei fatti questi propositi.
In tal momento
-esorta Eleazar- badiamo a non coprirci di vergogna, noi che prima non ci siamo piegati neanche a una servitù che non comportava pericoli, e che ora assieme alla schiavitù ci attireremo i più terribili castighi, se cadremo vivi nelle mani dei Romani.
Siamo stati, infatti, i primi a ribellarci a loro
-conclude il capo dei Sicari- e gli ultimi a deporre le armi; credo, poi, che sia una grazia concessaci dal dio questa di poter morire con onore e in libertà, mentre ciò non fu possibile ad altri, che furono vinti inaspettatamente.
Per noi, invece, è certo che domani cadremo in mano al nemico, e possiamo liberamente scegliere di fare una morte onorata assieme con le persone che più ci sono care
”.
Con queste parole, pregne di intima sacralità, Eleazar prospetta alla sua gente la possibilità, ormai inevitabile, di por fine ai propri giorni tanto sofferti e travagliati con l'estremo, irreversibile atto: un gesto finale che possa assumere, agli occhi del dio d'Israele, il valore di un rito espiatorio e purificatore.
Non va sottovalutata l'importanza, per Flavio Giuseppe, di evidenziare come gli stessi Ebrei abbiano la percezione profonda di quanto il loro comportamento abbia stornato da essi la benevolenza di Jahvè: in tal modo, lo scrittore può più facilmente sostenere la propria tesi, che poneva i ribelli dalla parte del torto a causa della loro empietà, e incarnava invece nei Romani il braccio armato della punizione divina.
Di conseguenza, poteva essere evitata una loro rappresentazione quali rappresentanti di una devastante e onnivora potenza imperialistica.
Forse fin dal principio bisognava subito indovinare l'intenzione del dio, e capire che la stirpe dei Giudei, a lui un tempo così cara, veniva ora condannata alla distruzione.
Che se egli ci fosse rimasto propizio, oppure non ci avesse preso tanto a malvolere, non sarebbe rimasto indifferente allo sterminio di tanti uomini né avrebbe abbandonato la sua città santa alle fiamme e alle devastazioni dei nemici.
Ci aspettavamo forse
-chiede Eleazar ai suoi- che soltanto noi, fra l'intero popolo dei Giudei, saremmo sopravvissuti conservando la libertà, come se non avessimo arrecato offese al dio, e non ci fossimo macchiati di alcuna iniquità, mentre ne siamo stati perfino maestri agli altri?”.
Riecheggiano, infine, le parole ultime. Eleazar non nutre dubbi riguardo al destino riservato a lui stesso e ai suoi compagni: il fuoco rovinoso della rivolta, appiccato dai Sicari, si estinguerà del tutto con la loro totale scomparsa.
E ciò non può avvenire che teatralmente, con un epilogo tanto tragico quanto degno del massimo onore e del ricordo perpetuo: “Di tali colpe conviene che paghiamo il fio non ai nostri nemici più accaniti, i Romani, ma per nostra stessa mano al dio, e così il nostro castigo sarà anche più lieve di quello che ci infliggerebbero i vincitori.
Muoiano le nostre mogli senza conoscere il disonore, i nostri figli senza provare la schiavitù, e dopo la loro fine scambiamoci un generoso servigio, preservandoci la libertà per farne la nostra veste sepolcrale
”.
L'ultimo appello, prima del non-ritorno: “Ma prima distruggiamo col fuoco i nostri averi e la fortezza: resteranno male, i Romani, lo so bene, quando non potranno impadronirsi delle nostre persone e vedranno sfumare il bottino.
Risparmiamo soltanto i viveri, che dopo la nostra morte testimonieranno che non per fame siamo caduti, ma per aver preferito la morte alla schiavitù
”.
I Romani non udirono, quella notte, l'appello di Eleazar ma, letalmente pratici come erano, con ogni probabilità non avrebbero avuto misericordia per chi, con tanta ostinata tenacia, aveva opposto loro una indefessa resistenza, costringendoli a un assedio lungo e spossante.
Solo la inveterata caparbietà della legione, unitamente a una conoscenza ingegneristica e poliorcetica senza eguali avevano permesso, alla fine, di prevalere su un nemico tanto ostinatamente pugnace.
I Sicari che si suicidarono in massa furono novecentosessanta: unici scampati alla strage cinque bambini e due donne adulte le quali, una volta scoperte, raccontarono tutto ciò che in quelle ore fatali era stato detto e fatto.
I sette si erano nascosti, per sfuggire alle lame di una morte implacabile che non vollero accettare, nelle condutture idriche della grande reggia-fortezza.
Dopo aver sacrificato a un ideale e a una decisione irrevocabile mogli e figli, gli uomini erano stati uccisi da dieci di loro, tirati a sorte, che poi si eliminarono l'un l'altro, fino all'ultimo suicida.
E così, tutto quello che i soldati romani trovarono, penetrando attraverso la breccia nelle mura, fu fuoco e silenzio mortale: “Quando stettero dinanzi alla distesa dei cadaveri, ciò che provarono non fu l'esultanza per aver annientato il nemico, ma l'ammirazione per il nobile proposito e per il disprezzo della morte con cui tanta moltitudine l'aveva messa in atto”.
Queste le parole conclusive di Flavio Giuseppe sulla storia di Masada: pur intriso sino al midollo di romanitas, pur letterato di fama alla corte flavia (e di ciò privilegiato), lo storico d'origine giudaica non riesce a celare la propria emozione, ma pone invece Masada stessa, Eleazar, e la gente che lo accompagnò, a simbolo di sacrificio purificatore e, al medesimo tempo, di valore morale e devozione assoluta all'unico dio, il dio d'Israele.
Masada, ha rappresentato, così, l'ultimo grido di libertà lanciato dalla provincia giudaica prima di soccombere fatalmente alle armate legionarie.
Un grido flebile, destinato a priori a venir soffocato dalla superiorità, non solo in effettivi, dell'esercito romano: l'estinzione dell'unico focolaio di ribellione rimasto, unitamente alla distruzione del grande Tempio di Gerusalemme e alle profonde ferite inflitte al corpo della città santa, segnavano compiutamente la cessazione delle ostilità, e il conseguente, definitivo asservimento di un popolo ormai prostrato.
Va evidenziato come proprio il blasfemo abbattimento, nel 70, del Tempio di re Salomone, eretto e ricostruito molti secoli prima, abbia segnato con ogni probabilità una fine e un inizio storicamente epocali: la scomparsa, appunto, dello Stato ebraico antico, e l'inizio di una diaspora che avrebbe visto miriadi di Ebrei riversarsi, come rivoli di torrente, dalla terra natìa agli anfratti più reconditi di mezzo mondo.
Tuttavia, una nuova, effimera rivolta, poi cruentemente (e in breve tempo) repressa, infuocò il principato di Adriano: nel 132, infatti, scoppiò un'altra grande ribellione (passata alla storia come terza guerra giudaica) cui si pose fine solo tre anni dopo, al termine di durissimi scontri che portarono alla morte di centinaia di migliaia fra soldati e civili.
In quella occasione, gli Ebrei, che avevano seguito con entusiasmo il loro ispiratore Simon Bar Kokhba (ritenuto il messia preposto alla liberazione finale del suo popolo), una volta sconfitti videro il nome della loro patria mutare da provincia di Giudea a quella di Siropalestina.
Ad ogni buon conto, la spinta nazionalistica della gente d'Israele, mai doma e fieramente certa della propria superiorità sulle altre nazioni in qualità di “popolo eletto” dell'unico dio Jahvè, forgiò in profondità l'animo ebraico, facendo della provincia di Giudea, in epoca imperiale, una realtà regionale di difficile gestione.
Una gestione complicata da molteplici fattori, in primis religiosi: nella Giudea romana, venti secoli fa, sarà certamente apparso raccapricciante, agli occhi degli Ebrei, il dominio imposto da chi non soltanto venerava miriadi di dei (è nota, al riguardo, la vastità del Pantheon latino), ma anche, e in modo blasfemo, adorava un uomo in carne e ossa ammantato di divinità, e cioè l'imperatore.
Una eresia sconvolgente per chi, come gli Ebrei, non concepisce neanche la rappresentazione figurativa di Dio.
Gli Zeloti di Masada, dunque, simboleggiarono, al medesimo tempo, sia il senso di repulsa israelita all'immonda religione dei loro aguzzini, sia la ferrea determinazione nell'impedire alla più grande potenza dell'antichità di sottomettere il popolo prescelto dal solo dio esistente.
La vicenda legata alla fortezza di Masada fu tanto tragicamente eclatante ai suoi tempi, quanto fu poi destinata quasi a inabissarsi nell'oblio dei secoli e dei millenni.
Infatti, soltanto a metà del XIX° secolo, nel 1842, lo straordinario complesso abitativo-fortilizio voluto dal re Erode il Grande (che lo eresse negli anni 30 del secolo prima della nascita di Cristo) fu scoperto e restituito alla memoria del paese.
Solo grazie a ciò esso seppe ancora riaffacciarsi con prepotenza al ricordo collettivo, ed entrare così a far parte, a viva forza, del patrimonio storico della nazione ebraica.
E per finire, tracciamo un breve sunto dal punto di vista generale.
Consideriamo quanto, sin dai tempi più remoti, la gente ebraica che abitava la terra chiamata Canaan, poi Palestina e Giudea, avesse dovuto, dedicandosi pienamente all'attività pastorizia e all'allevamento, sviluppare uno spirito indomito e guerriero, giacché solo con la forza potevano essere evitati i furti delle greggi e degli armenti da parte dei predoni e delle popolazioni viciniore.
Le capacità belliche degli Ebrei furono molto apprezzate in antichità, tant'è che diversi sovrani stranieri, quali a esempio il Faraone, annoverarono non di rado, nei loro eserciti, truppe mercenarie israelite, stimate e ben retribuite.
Tuttavia, quest'indole guerriera giudaica ebbe a scontrarsi, secolo dopo secolo, con entità nazionali talmente preponderanti, spesso veri e propri imperi, da soffocare ogni resistenza armata, per quanto eroica.
E' il caso, rinomatissimo, della schiavitù in Egitto, durante il regno del leggendario Ramesse II° (metà del XIII° secolo prima di Cristo: ma la storicità degli eventi è oggi in discussione), e quello dell'altrettanto celeberrima cattività babilonese, all'ombra del trono di Nabucodonosor (agli inizi del VI° secolo a.C.).
In definitiva, Israele, nel corso della sua storia millenaria, e al netto dei secoli trascorsi lontano dalle rive del Giordano in seguito alla sua diaspora, ha sempre mostrato, a dispetto di una evidente inferiorità demografica nei confronti di grandi Stati e di popolazioni multietniche, una combattività e una capacità di opposizione fuori dal comune: sentimenti alimentati costantemente, è bene ribadirlo, dalla intima e non sradicabile convinzione di rappresentare la nazione eletta dell'unico dio.


Riferimenti bibliografici
FLAVIO GIUSEPPE, “La guerra giudaica”, Mondadori, Milano, 2013
Documento inserito il: 23/08/2016
  • TAG: assedio, masada, flavio giuseppe, zeloti, guerra giudaica, impero romano, giudea, eleazar ben jair

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