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L’attribuzione del Vangelo di Marco [ di Michele Strazza ]

La tradizione della Chiesa primitiva è unanime nell'attribuire il secondo vangelo a Marco, il discepolo di Pietro(1).
La prima citazione che abbiamo su tale attribuzione la ritroviamo in Eusebio di Cesarea che, nella sua Historia Ecclesiastica del IV secolo, riporta un passo di Papia, vescovo di Gerapoli nei primi decenni del II secolo, tratto da una sua opera esegetica intitolata Spiegazione dei detti del Signore, la quale si riferisce proprio al Vangelo di Marco. Eccone il testo:
Trasmette nella propria opera anche altre spiegazioni delle parole del Signore appartenenti al già citato Aristione e tradizioni del presbitero Giovanni: ad esse rinviamo coloro che desiderano conoscerle. Dobbiamo però ora aggiungere alle parole di lui prima citate una testimonianza che riporta a proposito di Marco, autore del Vangelo, e che suona così: «Anche questo diceva il presbitero: ‘Marco, divenuto interprete di Pietro, scrisse accuratamente, ma non certo in ordine, tutto ciò che ricordava delle cose dette o fatte dal Signore’. Non era lui, infatti, che Marco aveva visto e seguito, ma, come ho già detto, fu più tardi Pietro. E quest’ultimo impartiva i suoi insegnamenti secondo le necessità del momento, senza fare una raccolta ordinata dei detti del Signore, di modo che non fu Marco a sbagliare scrivendone alcuni così come li ricordava. Di una cosa sola infatti egli si dava pensiero: non tralasciare nulla di quanto aveva udito e di non dire nulla di falso in questo»(2).
Le notizie riportate da Papia su Marco, insomma, erano state riferite da un «presbitero» Giovanni a lui anteriore. Senonché non sono pochi i punti poco chiari delle informazioni esposte da Papia, a cominciare dal termine, riferito a Marco, da lui usato. Papia, riportando le parole del presbitero Giovanni, parla, infatti, di Marco come ermêneutês di Pietro. Il sostantivo greco può essere inteso come «traduttore», «interprete» o «portavoce». Pietro, cioè, avrebbe parlato in ebraico e Marco l’avrebbe tradotto in greco, rielaborandone l’insegnamento sulla base dei ricordi dell’apostolo. Ma l’espressione potrebbe essere intesa anche semplicemente come «testimone» della predicazione di Pietro. Quest’ultimo avrebbe, infatti, conosciuto sia l’aramaico che il greco.
Le stesse notizie sono riportate da Ireneo di Lione il quale, verso il 180, riferisce di Marco, «discepolo e interprete di Pietro», che avrebbe trasmesso per iscritto «quanto veniva annunciato da Pietro»(3).
A confermare lo stretto rapporto tra Marco e Pietro interviene quanto si legge proprio nella I Lettera di Pietro: «Vi salutano la Chiesa, che è stata eletta come voi e dimora a Babilonia, e Marco, mio figlio»(4).
In tale missiva, peraltro ormai ritenuta non attribuibile a Pietro, l’apostolo farebbe riferimento ad una sua permanenza, insieme a Marco, suo figlio spirituale e discepolo, a Roma, definita «Babilonia». Anzi, secondo alcuni tale lettera era conosciuta da Papia stesso, costituendo il presupposto delle sue notizie su Marco discepolo di Pietro.
Anche Origene vi fa riferimento quando scrive in Commentarium in Matthaeum:
Poi è stato scritto il Vangelo secondo Marco, che fece come Pietro gli indicò e che da lui fu riconosciuto come figlio nella lettera cattolica in questi termini: «Vi saluta la chiesa eletta che dimora in Babilonia e Marco, mio figlio»(5).
Il rapporto tra Marco e Pietro, ma anche la notizia del vangelo che sarebbe stato scritto proprio a Roma, sono affermati da Clemente Alessandrino il quale così racconta:
Quando Pietro ebbe annunciato pubblicamente a Roma la Parola e predicato il vangelo secondo lo Spirito, i presenti, che erano molti, invitarono Marco, in quanto lo aveva seguito da tempo e ricordava le cose dette, di trascrivere le sue parole. Questi lo fece e consegnò il Vangelo a coloro che glielo chiedevano(6).
Sempre lo stesso autore, in un suo commento alla I Lettera di Pietro, confermava che «Marco, seguace di Pietro, allorché Pietro predicava pubblicamente il vangelo a Roma, [...] scrisse, sulla base di quanto Pietro aveva detto, il Vangelo chiamato di Marco»(7).
Il riferimento a Roma sembrerebbe attestato anche dalla natura dei probabili destinatari del vangelo, cioè cristiani di origine pagana non viventi in Palestina. L’autore, infatti, spiega spesso nel testo usi liturgici e costumi giudaici, preoccupandosi di tradurre parole aramaiche. Non mancano poi anche latinismi e dettagli della vita romana.
Probabilmente la notizia riportata da Papia aveva l’intento di rispondere ad alcune perplessità sul Vangelo di Marco nutrite dalla chiesa del II secolo, quando visse il vescovo Gerapoli, ed avvertite ancora nel IV secolo.
Tali perplessità erano, quasi certamente, riferite alla concisione dello stile di Marco ed alla sua brevità rispetto agli altri vangeli sinottici. Erano state inoltre notate alcune variazioni rispetto agli stessi episodi riportati da Matteo e Luca, oltre a varie imprecisioni cronologiche sulla predicazione di Gesù.
Di qui la spiegazione, fornita da Papia, sul racconto di Marco, da intendersi come fonte secondaria rispetto alla predicazione di Pietro.
Su quando, invece, il vangelo sarebbe stato redatto a Roma nulla dice Papia se non che scrisse «quanto ricordò», facendo supporre che la formazione del testo sia avvenuta dopo la morte di Pietro (64 d.C.). Su tale tesi sembra concordare anche Ireneo di Lione che parla di «exodos» («dipartita») di Pietro(8).
In dissenso è, invece, Clemente Alessandrino secondo cui l’apostolo Pietro era ancora vivo, tanto che ne approvò il testo scritto «perché fosse letto nelle chiese»(9).
Sembrerebbe avvalorare la tesi della composizione subito dopo la morte di Pietro la circostanza che nel vangelo (Mc. 13) vi è una predizione della distruzione del Tempio di Gerusalemme, avvenuta nel 70 d.C. Mentre, infatti, i riferimenti a tale evento contenuti nei vangeli di Matteo e Luca farebbero pensare che fossero stati inseriti dopo l'avvenimento, per accordarsi con i fatti conosciuti, in Marco si tratterebbe di una vera e propria predizione, per cui il suo vangelo verrebbe datato tra il 65-70 d.C. In realtà, la questione non è affatto ritenuta pacifica dagli studiosi molti dei quali lo considerano redatto proprio dopo il 70 d.C., anno della distruzione del Tempio, di cui l'evangelista sembrava essere a conoscenza(10).
Per quanto la tradizione cristiana dei primi secoli attribuisca questo vangelo a Marco, discepolo di Pietro, la critica moderna ne mette in dubbio la veridicità, ritenendo che, inizialmente, il testo circolasse con il nome del suo autore reale, che non era quello di un apostolo e che, in seguito, è stato necessario collegare in qualche modo con un apostolo per legittimare lo scritto stesso(11).
Dal II secolo in poi, invece, la tradizione ecclesiale e molti studiosi cattolici hanno continuato a identificare l’autore del vangelo in quel Giovanni Marco, o chiamato anche separatamente, di cui parlano gli Atti degli Apostoli e alcune lettere di Paolo(12).
Il doppio nome, quello giudaico (Giovanni) e quello latino ellenizzato (Marco), farebbe pensare ad un giudeo di lingua greca, componente della comunità ellenista di Gerusalemme. Figlio di una donna benestante di Gerusalemme, egli avrebbe seguito Paolo e Barnaba, mandati a Gerusalemme dai cristiani di Antiochia(13).
Negli scritti di vari autori cristiani si troverebbero, poi, altre notizie su questo personaggio, ritenute, però, tutt’altro che attendibili dagli studi attuali. Come quella, ad esempio, secondo la quale Marco sarebbe stato mandato in Egitto a predicarvi il Vangelo scritto da lui e avrebbe fondato diverse chiese ad Alessandria(14).
Non è mancato chi ha ritenuto che Marco fosse quel giovinetto che, nel Vangelo, al momento dell’arresto di Gesù, prima lo seguiva, avvolto in un lenzuolo, e poi fuggiva nudo (Mc. 14,51-52)(15).
Ultimamente Jean Carmignac, proprio basandosi sul racconto di Papia, ha sostenuto che Marco avrebbe tradotto un vangelo antecedente di Pietro(16).
Secondo quest’ultimo studioso, poi, il Vangelo di Marco dovrebbe essere datato addirittura tra il 42 e il 50 d.C.(17). Egli, infatti, ritiene valida per i vangeli la seguente periodizzazione: Vangelo scritto dall’apostolo Pietro in lingua semitica, tra il 42 e il 45; traduzione dello stesso in greco ad opera di Marco a Roma intorno al 63; redazione, da parte dell’apostolo Matteo, intorno al 50-53, di una raccolta di discorsi in ebraico, poi utilizzata dallo stesso Matteo nel vangelo e da Luca; compilazione di un anonimo che avrebbe messo insieme Marco e i discorsi in ebraico, redigendo un vangelo di Marco completato in lingua semita intorno al 55; intorno al 58-60, Luca, basandosi proprio sul testo di Marco, l’avrebbe ampliato con informazioni attinte da altre fonti; rielaborazione di Marco ad opera di Matteo intorno al 60; traduzione in greco del Vangelo di Matteo, confrontato con quello di Luca, intorno al 60-65. Per quanto riguarda, in particolare, il Vangelo di Marco, ma anche quello di Matteo, Carmignac fece riferimento alla presenza di semitismi, cioè di costrutti non appartenenti alla lingua greca, ma che risentivano di elementi strutturali della lingua ebraica, per arrivare alla conclusione che si trattava di traduzioni dall’ebraico o dall’aramaico. In definitiva egli riteneva che questi due vangeli fossero una traduzione greca di un originale semitico.
Naturalmente, non tutti gli studiosi accettarono queste datazioni e tali tesi. In particolare alle conclusioni di Carmignac si è opposto Pierre Grelot ne L’origine dei Vangeli. Controversia con J. Carmignac, argomentando che i semitismi potevano essere spiegati diversamente. Potevano essere, infatti, un indizio che l’autore aveva l’aramaico come lingua madre, o come imitazione dello stile della traduzione dei Settanta che ricalcava l’ebraico, come lingua più vicina al testo sacro(18).
Altri studiosi, ancora, propendono per periodi di composizioni addirittura precedenti a quelli indicati da Carmignac(19). In particolare, c’è chi ritiene che una traduzione greca del Vangelo secondo Marco circolasse già nel decennio che va dal 40 al 50, e quindi ne conseguirebbe che la stesura in aramaico del Vangelo secondo Marco sia da datare tra il 30 e il 40, a ridosso della morte di Gesù. Tale datazione antica si appoggia anche sull'identificazione controversa dei frammenti di papiro 7Q4 e 7Q5 trovati nelle grotte di Qumran con un brano del Vangelo secondo Marco. Poiché il frammento in questione è databile tra il 50 a.C. ed il 50 d.C., se si accetta la sua identificazione, occorre ammettere che i testi sulla cui base il vangelo è stato composto risalgono a prima del 50 d.C.(20).

Nell'immagine il Leone, simbolo dell'evangelista Marco.


Note: 1- Maggioni B., Il Vangelo di Marco, Milano, Vita e Pensiero, 1997, p. 5.
2- Eusebio di Cesarea, Historia Ecclesiastica III,39,14-17. Per un edizione recente cfr. Eusebio di Cesarea, a cura di Migliore F.e Quaquarelli A., Storia Ecclesiastica, voll. I e II, Roma, Città Nuova, 2001.
3- Ireneo di Lione, Adersus Haereses III,1,1. Per un edizione recente cfr. Ireneo di Lione, Contro le eresie, a cura di Cosentino A., voll. I-II, Roma, Città Nuova, 2009.
4- Pietro, I lettera, 5,13.
5- Riportato in Eusebio di Cesarea, Historia Ecclesiastica VI,25,5.
6- Clemente Alessandrino, Ipotiposi VI, in Eusebio di Cesarea, Historia Ecclesiastica, VI,14,6.
7- Clemente Alessandrino, Adumbrationes ad 1 Pt 5,13. Per un edizione recente cfr. Clemente Alessandrino, Adombrazioni, Milano, Paoline Editoriale Libri, 2014.
8- Ireneo di Lione, Adversus haereses, III,1,1.
9- Clemente Alessandrino, Ipotiposi, VI, in Eusebio di Cesarea, Historia Ecclesiastica, II, 15,2.
10- Per tale ipotesi si vedano Randel Helms, Who Wrote the Gospels?, Millennium Press, 1997, p. 8, nonché John Dominic Crossan, The Historical Jesus. The Life of a Mediterranean Jewish Peasat, HarperOne, 1993.
11- Papia di Hierapolis, Esposizione degli oracoli del Signore. I frammenti, a cura di Norelli E., Milano, Ed. Paoline, 2005, p. 150.
12- Cfr. Battaglia O., Introduzione al Nuovo Testamento, Assisi, Cittadella Editrice, 1998, pp. 91-92. La presenza di questo personaggio è attestata negli Atti degli Apostoli in 12,12; 12,25; 13,5;13,13; 15, 36-41; nonché nelle lettere di S.Paolo in Col. 4,10; Fm 24, 2Tm 4,11.
13- Atti, 11,30; 12,25; 15,5.
14- Eusebio di Cesarea, Historia Ecclesiastica II,16,1.
15- Sull’episodio cfr. Mazzucco C., L’arresto di Gesù nel Vangelo di Marco (Mc 14,43-52), in “Rivista Biblica”, Anno XXXV (1987), pp. 257-282.
16- Carmignac J., La nascita dei Vangeli sinottici, trad. it., Milano, Ed. Paoline, 1986, pp. 61 e ss.
17- Ivi, p. 91.
18- Grelot P., L’origine dei Vangeli. Controversia con J. Carmignac, Città del Vaticano, Libreria ed. Vaticana, 1989.
19- Si vedano, a tale proposito: García J.M.. La vita di Gesù nel testo aramaico dei Vangeli. Milano, BUR, p.59; 20- O'Callaghan J., "Papirios neotestamentarios en la cueva 7 de Qumran?", in “Biblica”, 53 (1972).Documento inserito il: 07/01/2016
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