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Pagani, cristiani, ebrei... Le origini dell'intolleranza e dell'antisemitismo [ di Michele Rallo ]

La storia dovrebbe essere quasi una scienza esatta. Nel senso che gli storici dovrebbero limitarsi a riportare i fatti; quelli veri e accertati, naturalmente. Ad altri (politici, commentatori, moralisti più o meno in buona fede) potrà essere lasciata una eventuale opera (aggiuntiva e non sostitutiva) di interpretazione. Va da sé che i fatti devono essere riportati tutti, perché una scelta – a monte – degli eventi da ricordare e di quelli da non ricordare è, di per sé, azione da falsario.
Prendiamo l’antisemitismo, per esempio. Se si cela la storia millenaria del fenomeno e se ne evidenzia – magari nel clima enfatizzato di celebrazioni politiche – solamente una singola fase, si fa opera di sostanziale falsificazione storica. Lo storico – ripeto – ha il dovere di riportare tutti i fatti. Spetterà poi agli “utenti finali” il trarre da essi i possibili insegnamenti per l’attualità o per il futuro, come anche il “pesare” eventuali crimini collettivi ed attribuirne la responsabilità a una parte o all’altra, o magari a più parti contemporaneamente.
Questo – naturalmente – in teoria. Perché, all’atto pratico, è sommamente difficile per lo storico accantonare del tutto le sue legittime opinioni, i suoi – talora giustificati – pregiudizi, la sua personale visione del contesto in cui sono maturati singoli eventi. Non si può dunque pretendere che lo storico, anche in perfetta buona fede, possa essere completamente imparziale, sterile, amorfo. Anch’egli è pur sempre un uomo in carne ed ossa, con le sue idee e le sue passioni, con le sue predilezioni e le sue contrapposizioni.
È però logico – almeno – esigere, pretendere che lo storico si sforzi di essere il meno parziale possibile. E quando dico “parziale”, mi riferisco sia alla “parte” politico-ideologica in cui milita; sia alla “parte”, alla porzione di fatti che egli propone al pubblico.
Ma ritorniamo all’antisemitismo. Anche se non tutto, certo una consistente parte di quanto ci viene proposto nelle varie “giornate della memoria” risponde a verità. Tuttavia, è molto più ciò che ci viene taciuto. Non negato – si badi bene – ma semplicemente “dimenticato”. Quasi che un invisibile “grande fratello” voglia convincerci che la storia dell’umanità sia stata un ininterrotto susseguirsi di rose e fiori fino all’arrivo di un certo Adolf Hitler, che prese a fabbricare lager e a sterminare ebrei. Finita la seconda guerra mondiale con il trionfo dei “buoni” – è il sottinteso di siffatte rievocazioni – il mondo è tornato libero e felice, e l’umanità si è riscoperta buona, tollerante e pacifica (come peraltro i fatti di questi ultimi anni dimostrano).

LA DISTRUZIONE DI GERUSALEMME
E, allora, ecco qualcuno di quei fatti che gli storici della domenica hanno provvidenzialmente dimenticato. Cominciando proprio dall’antisemitismo, forse il più intoccabile fra i tabù della società post seconda guerra mondiale.
Orbene, l’antisemitismo, anche nei suoi aspetti più violenti e crudeli, non è nato in Germania nel XX secolo, ma a Gerusalemme nell’anno 70 dopo Cristo; quando – al tempo della prima “guerra giudaica” – la Città e il Tempio vennero distrutti dai legionari romani, guidati dal futuro imperatore Tito. Non fu – quel conflitto – uno dei tanti fatti bellici dell’antichità, ma un’ecatombe: ben oltre un milione di morti, cifra enorme per l’epoca, di gran lunga l’episodio più sanguinoso di tutta la storia antica.
Da lì ebbe inizio la diaspora (cioè la “disseminazione”) degli Ebrei in tutto il mondo allora conosciuto; e quindi il loro riunirsi in “comunità” chiuse, che ne preservavano l’identità culturale e religiosa, ma anche quella etnica, razziale, l’orgogliosa rivendicazione di essere il “popolo eletto”, adoratore dell’unico vero Dio. Era l’intolleranza insita nel concetto stesso di monoteismo (e quindi comune al cristianesimo e più tardi all’islamismo) che cozzava con la tolleranza del politeismo pagano. Roma era pronta ad accogliere il Dio dei Giudei (come anche il Dio dei Cristiani) nel Pantheon di tutte le divinità; come già era stato fatto con gli Dei degli Egizi e degli altri popoli dell’Impero. Ma il rifiuto degli Ebrei, la loro pretesa che esistesse un solo Dio – il loro – e che gli Dei del mondo greco-romano fossero soltanto una finzione, li poneva in rotta di collisione con la società pagana e con la politica imperiale. Peraltro, gli Ebrei – contrariamente ai Cristiani – non volevano “esportare” la propria religione, perché non intendevano condividere con altre genti il privilegio di essere il “popolo eletto da Dio”. Le comunità della diaspora, quindi, erano società ermeticamente chiuse al mondo esterno e, quindi, anche al potere costituito dell’Impero Romano. Era questo rifiuto dell’integrazione, questo raffinato razzismo, questa avversione ai popoli gojim (cioè non ebrei) che faceva percepire le comunità israelitiche come estranee e nemiche da parte delle autorità romane; mentre gli Ebrei che ancora restavano nella Giudea erano visti come una “nazione” che non accettava la potestà dell’Impero.
Tra alti e bassi, comunque, l’ebraica era dapprincipio riconosciuta come religio licita nell’Impero, arrivandosi all’ostilità dichiarata soltanto in un secondo tempo, quando a comandare a Roma saranno i Cristiani. Ciò non toglie, tuttavia, che la chiusura degli Ebrei alla società pagana generasse, fin dall’inizio della diaspora, una forte diffidenza da parte delle autorità imperiali. Diffidenza che talora sfociava in persecuzioni cruente; del tutto simili a quelle riservate ai Cristiani, meno chiusi, meno isolazionisti – diciamo così – ma parimenti monoteisti e perciò anch’essi considerati nemici dell’ordine costituito.
Le persecuzioni romane contro i Cristiani sono note a tutti, fanno parte della storia “ufficiale”, e non occorre quindi dilungarvisi. Assai meno nota è la persecuzione parallela contro gli Ebrei, accompagnata da altre due guerre giudaiche. L’ultimo di tali conflitti – fra il 132 e il 135 d.C. – spazzava via definitivamente quasi tutti i superstiti che non avevano abbandonato le terre israelite dopo la distruzione del Tempio. Da quel momento finiva la Giudea e nasceva la Palestina (Syria Palaestina); il popolo ebraico non disponeva più di una patria, ma soltanto dell’esilio babilonese e degli altri rifugi della diaspora. Fino a quando, quasi duemila anni dopo, il ministro degli esteri di Sua Maestà Britannica prometterà loro un “focolare” in Palestina. Da quel momento inizierà un’altra tragedia, che dura ancora ai giorni nostri. Ma questa è un’altra storia.

L’ACCUSA DI DEICIDIO
Torniamo all’antichità. L’ostilità del mondo romano era ben poca cosa al confronto di quella che agli Ebrei giungeva dal mondo cristiano. Non sùbito (a parte qualche episodio di crudele fanatismo) ma soprattutto dopo che i Cristiani erano riusciti, in un tempo relativamente breve, a prendere il sopravvento nell’Impero. Mentre i Pagani, infatti, avrebbero voluto costringere gli Ebrei ad integrarsi, i Cristiani semplicemente li detestavano e li odiavano, perché li consideravano responsabili come popolo dell’uccisione di Gesù Cristo; lo stesso loro peregrinare per il mondo, le stesse persecuzioni che talora l’accompagnavano, tutti i tormenti e le disgrazie che affliggevano quella gente sfortunata, erano visti dai Cristiani come una punizione collettiva inflitta da Dio per vendicare la crocefissione del suo Figlio.
Certo, ai Giudei era consentito di convertirsi, di diventare Cristiani, e di lavare così quella sorta di secondo peccato originale. Ma quanti non accettavano l’abiura erano sostanzialmente demonizzati: accusati di “deicidio” e condannati moralmente: in blocco e senza scampo. E non soltanto perché i loro padri avevano condannato a morte il Messia, ma anche perché avevano respinto la Salvezza e s’erano quindi vocati alla perdizione eterna. I Romani, invece, avevano accettato Cristo (editto di Costantino del 313 d.C.); e solo per questo – benché oggettivamente corresponsabili del deicidio – non erano accomunati agli Ebrei nella medesima inappellabile condanna.
Comunque, dopo che l’editto di Costantino il Grande aveva formalmente introdotto la libertà religiosa, questa iniziò rapidamente ad essere disattesa a pro di un cristianesimo totalizzante, da parte dello stesso Imperatore e, in misura crescente, dei suoi successori; e ciò mentre nelle contrade dell’Impero si moltiplicavano i disordini anti-pagani fomentati da bande di fanatici cristiani, spesso protagonisti di distruzioni di templi ed edifici legati agli altri culti (distruzioni del tutto simili a quelle che ai giorni nostri sono messe in atto dai seguaci dell’islamismo fondamentalista).
Poco più di mezzo secolo dopo l’editto di Costantino, nel 380 l’imperatore Teodosio I emanava l’editto cosiddetto di Tessalonica, che faceva del cristianesimo la religione ufficiale dell’Impero Romano. Da quel momento, la persecuzione anti-pagana compiva un salto di qualità: non più lasciata al fanatismo di gruppi più o meno numerosi di fondamentalisti, ma adesso oggetto di una regolare legislazione. Era lo stesso Teodosio, alcuni anni appresso, ad emanare una serie di decreti che sancivano ufficialmente il passaggio dalla relativa tolleranza costantiniana ad una totale intolleranza nei confronti dei culti non cristiani: non soltanto contro i Pagani, com’è noto; ma anche contro gli Ebrei (la “empia setta”) e contro gli Ariani e gli altri eretici cristiani. Agli Ebrei, comunque, era consentito di mantenere la loro fede (beninteso, senza avversare i Cristiani). Cosa che era invece negata ai Pagani, cui erano vietati i sacrifici alle divinità, l’omaggio ai simulacri, l’ingresso ai templi ed ogni altro atteggiamento devoto, anche nel chiuso della propria casa. Erano proibiti i matrimoni misti (specie nel caso di maschi infedeli con donne cristiane), mentre la conversione di Cristiani ad altre confessioni religiose era punita severamente; tuttavia, meno severamente di quanto (ormai solo teoricamente) prevedesse la legge rabbinica, che contemplava anche la pena di morte per gli Ebrei apostati. In analogia – aggiungo per inciso – con quanto, due millenni più tardi, sarà praticato dai sostenitori più estremi di un’altra religione monoteista.
Conseguenza diretta dei decreti teodosiani era un’altra ondata di stragi e distruzioni, spesso incoraggiata dalle autorità civili e religiose, che utilizzavano le bande di fanatici per portare a termine quello che oggi si definirebbe “il lavoro sporco”. Venivano distrutti – fra gli altri – il Tempio di Artemide ad Efeso, una delle sette meraviglie del mondo, ed il Serapeo di Alessandria, l’ultimo edificio della biblioteca che aveva riunito i “rotoli” che custodivano tutto il sapere del mondo antico. Peraltro, nei disordini di Alessandria trovava una morte orrenda la filosofa e scienziata ellenista Ipazia, fatta a pezzi dai monaci parabolani – sembra – con la benedizione del vescovo Cirillo, poi proclamato Santo. Non si attenuava – frattanto – la predicazione antigiudaica dei Padri della Chiesa: da San Giovanni Crisostomo (con le sue omelie “Contro i Giudei”) a Sant’Agostino (da molti ancor oggi considerato il massimo Dottore della Chiesa).

LA SANTA INQUISIZIONE
Alla fine del V secolo, comunque, il paganesimo era oramai debellato, mentre dalle ceneri dell’Impero Romano d’Occidente nasceva il Medio Evo. Impossibile – naturalmente – anche soltanto accennare alle dinamiche politiche della nuova epoca, ai nuovi contrasti (fra Occidente ed Oriente, fra Imperi e Papato, fra potere imperiale e nascenti Regni nazionali), ai nuovi equilibri e ai nuovi disequilibri che si affacciavano sul palcoscenico della storia.
Lo spazio tiranno consente solo alcune brevissime considerazioni: prima fra tutte, quella che la tolleranza degli antichi culti politeisti fosse oramai definitivamente tramontata e che a dominare incontrastata fosse adesso l’intolleranza di chi riteneva di agire in nome dell’Unico Vero Dio. Agli “altri” erano riservati i rigori della persecuzione: agli Ebrei, in modo articolato; ai Musulmani, contro cui i Papi promuovevano ben nove diverse Crociate; agli eretici di ogni tipo, fatti oggetto talora di genocidi compiuti o tentati (dai Catari ai Valdesi, agli Hussiti); ai semplici dissenzienti, come i Templari.
A tutti costoro erano riservate le attenzioni di quell’abominio che fu la Santa Inquisizione, rimasta in vita praticamente per tutta la durata del potere temporale dei Papi. Dipendente direttamente da quello che poi si chiamerà il Santo Offizio (ma talora anche delegata ai sovrani di alcuni Regni “cattolicissimi”), l’Inquisizione aveva diritto di vita e di morte – ma anche di tortura – su tutti i fedeli: era infatti “sacra, romana e universale”. Ufficialmente, l’istituzione era diretta a “estirpare” gli eretici cristiani, ma ben presto estese la sua giurisdizione a chiunque fosse accusato di comportamenti anomali (famosa la “caccia alle streghe”) e pure ai fedeli di altri credi che offendessero la fede cattolica, anche soltanto con il possesso di un libro messo all’indice. E giacché ogni pio ebreo non si separava mai da una copia del “Talmud”, ecco che la Santa Inquisizione divenne assai presto strumento di persecuzione antigiudaica. In particolare, la crudelissima Inquisizione Spagnola – guidata dal tristemente noto Torquemada – fu utilizzata come mezzo per costringere gli Ebrei (ma anche i Musulmani) ad abbracciare la religione cattolica. Tutti gli ebrei non convertiti, infine, in numero di oltre 200.000 furono espulsi in blocco dalla Spagna nel 1492, l’anno della scoperta dell’America. Né si creda che l’intolleranza antiebraica fosse minore nelle altre confessioni cristiane. Fin dal suo nascere, il protestantesimo era connotato dalla violenta invettiva di Martin Lutero (“Contro l’odioso e maledetto popolo dei giudei”). Quanto alla Chiesa Ortodossa, questa era meno permeata di giudeofobia rispetto alla Cattolica, ma certo non esente. Vero è che i più antichi focolai di antigiudaismo nell’Europa Orientale fossero nelle enclaves cattoliche, soprattutto in Polonia e in Lituania. Ma, più tardi, la Russia, l’Ukraina, la stessa Romania daranno vita ad alcuni tra gli episodi più odiosi e più crudeli dell’intera storia dell’antisemitismo: i pogrom, sanguinose rivolte popolari che si estrinsecavano nella devastazione dei quartieri ebraici di città e villaggi e nella strage degli abitanti.

CONCLUSIONE Quella che precede non è certamente una storia delle origini dell’antisemitismo, ma soltanto il susseguirsi di qualche pennellata. Sufficiente, tuttavia, a mostrare come la Storia sia qualcosa di infinitamente più complesso e articolato rispetto alle veline che ispirano i libri di testo e i talk-show televisivi.
Certo, si stenta a credere che una parte ragguardevole del pregiudizio anti-ebraico derivi da quella medesima Chiesa Cattolica che è oggi – in persona soprattutto del suo ultimo Pontefice – protesa in un fraterno abbraccio verso la religione israelita. Eppure, tutto quanto precede è non soltanto vero, ma anche noto a tutti gli storici. Semplicemente – come dicevo all’inizio – tanti fatti sono stati soltanto dimenticati, sacrificati sull’altare del “politicamente corretto”. Nel riportarli all’attenzione dei lettori sono stato abbastanza imparziale? O mi sono lasciato prendere la mano dal mio essere modernamente eretico? Non so, non giudico me stesso. Ma, laicamente, invito i lettori a farlo.

Nell'immagine, rabbini ortodossi in preghiera al Muro del Pianto a Gerusalemme.Documento inserito il: 19/11/2016
  • TAG: ebrei, pagani, cristiani, intolleranza, antisemitismo, diapora, deicidio

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