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Zambon Editore presenta 'LA PORTA D’INGRESSO DELL’ISLAM BOSNIA-ERGEGOVINA: UN PAESE INGOVERNABILE' [ di ]

LA PORTA D’INGRESSO DELL’ISLAM BOSNIA-ERGEGOVINA: UN PAESE INGOVERNABILE
Autore: Jean Toschi Marazzani Visconti
Zambon Editore 2016
Prefazione di Paolo Borgognone
Postfazione di Manlio Dinucci
Pagine 300
Prezzo euro 18,00

In Bosnia-Erzegovina la verità non esiste, esistono tante verità e ognuna di queste è tragicamente vera

Non è solo la Bosnia quella descritta da Jean Toschi, ma la disastrosa condizione umana e sociale che la guerra lascia ovunque dietro di sé. Soprattutto il tipo di guerra che nei Balcani ha demolito sistematicamente un intero Stato, la Federazione Jugoslava, frammentandola in piccoli “Stati etnici”, a loro volta incrinati da tensioni interne. […] Una folle ma lucida “strategia del caos” che, demolendo intere società, provoca una reazione a catena di divisioni e conflitti da utilizzare secondo l’antico metodo del “divide et impera”.
Manlio Dinucci

Per quasi cinquant’anni, la Bosnia-Erzegovina, la regione più economicamente arretrata della Federazione Socialista delle Repubbliche di Jugoslavia, è stata un esempio di multiculturalismo, una “Jugoslavia in miniatura”, snodo di culture e culti diversi, dove le tre maggiori comunità slave meridionali – la serbo-bosniaca musulmana (oggi chiamata bosgnacca), la serbo-ortodossa e la croato-cattolica – riuscivano a convivere pacificamente. A seguito della proclamazione d’indipendenza, il Paese, dal 1992 al 1995, venne straziato dalla guerra civile – tra le più cruente di quelle jugoslave recenti – trasformandosi in un abnorme fronte di etnie e fedi contrapposte.
Il conflitto terminò con la pace di Dayton (Ohio), firmata a Parigi il 14 dicembre del 1995 da Slobodan Milošević, Franjo Tuđman e Alija Izetbegović, allora presidenti di Serbia, Croazia e dei musulmani di Bosnia, al cospetto dei massimi esponenti delle potenze occidentali – NATO, UE, USA. Gli accordi portarono alla divisione dello Stato democratico di B-E in due entità distinte: una Federazione Croato-Musulmana (per il 51% del territorio) e una Repubblica Serba di Bosnia – Republika Srpska (per il restante 49%).
Il nuovo assetto della B-E risultò strumentale essenzialmente alle esigenze degli organismi internazionali, i quali spinsero verso la creazione di Stati-nazione, a discapito della tradizione, profondamente balcanica, di “Stato culturale”, sintesi tra universalismo imperiale ottomano e particolarismo nazionale occidentale. Parallelamente mancò qualsiasi sforzo per cercare di individuare, comprendere e sostenere i bisogni della popolazione bosniaca nel suo complesso.
A quasi ventun’anni dal trattato di Dayton, la B-E versa in una situazione di assoluta irresolutezza. La ripresa economica dipende esclusivamente dagli aiuti esteri e la macchina amministrativa, controllata da un Alto Rappresentante nominato dall’ONU, non riesce a produrre alcuna continuità di indirizzo governativo, tanto meno alcuna riforma, gravata com’è da una costante rotazione alla presidenza del Paese – esercizio che deve essere garantito a ogni etnia per otto mesi attraverso l’elezione di un suo candidato – e da un composito sistema di approvazione delle leggi.
In tale fragilissimo equilibrio devono considerarsi anche altre presenze: quella turca – emblematica la frase dell’ex primo ministro Ahmet Davutoğlu, tra i partecipanti alla recente riapertura della moschea di Ferhadija a Banja Luka: «La Turchia è stata qui per lungo tempo, è qui ora, e qui rimarrà per sempre.[...] I musulmani non devono temere perché dietro di loro ci sono oltre 78 milioni di turchi» – e quella di facoltose agenzie e ong iraniane e arabo-saudite, finanziatrici di madrase e moschee. Tutte presenze attive per un’islamizzazione della b-e, “porta d’ingresso di un nuovo fondamentalismo religioso” nel cuore dell’Europa, consolidatosi già durante la guerra civile quando migliaia e migliaia di mujāhidīn (si stimano dalle 18.000 alle 40.000 unità) arrivarono, con armi e denaro, dalle nazioni arabe per combattere accanto ai bosgnacchi non facendo più ritorno nei Paesi natii in almeno 12.000. Viceversa, in questi anni, centinaia sono stati gli arruolati nell’ISIS, in Siria e in Iraq, provenienti dalla B-E.
Jean Toschi conosce la Jugoslavia proprio durante le guerre fratricide che la insanguineranno per quasi l’intero ultimo decennio del secolo scorso; dapprima i suoi viaggi sono di carattere professionale, poi i motivi diventeranno umanitari, consentendole di passare tutte le frontiere con dei permessi speciali. Nel percorrere le linee dei vari fronti, Toschi constata come la democratizzazione forzata, orchestrata dagli usa e dai Paesi della nato, non sia altro che una maestosa mistificazione gonfiata dai media a uso e consumo del civile Occidente, di ciò scriverà ne Il Corridoio. Viaggio nella Jugoslavia in guerra.
Soltanto nel 2013, Toschi decide di rifare in auto il vecchio percorso di guerra in B-E; continuare per iscritto le sue precedenti riflessioni le risulterà naturale.
Questo suo secondo libro si può leggere a vari livelli: è un’analisi politica delle più stringenti e documentate e, insieme, un’investigazione sociale, dove una serie di dense e pregnanti interviste ad alcune personalità pubbliche della scena bosniaca contemporanea, sia laiche – il generale Giorgio Blais, Direttore del Centro Regionale ocse di Banja Luka dal 2003 al 2009, l’intellettuale musulmano Dževad Galijašević, i politologi Emil Vlajki (croato) e Nenad Kecmanović (serbo-bosniaco), l’attuale Presidente della Republika Srpska Milorad Dodik, il presidente della Republika Srpska dal 1992 al 1996, Radovan Karadžić, condannato a 40 anni di carcere per crimini contro l’umanità (intervista avvenuta per iscritto con il nulla-osta ricevuto dal carcere olandese di Sheveningen) – sia religiose – il Mufti Edhem Camdžić, il metropolita ortodosso Jeferem, il vescovo cattolico Franjo Komarica, il presidente della comunità ebraica Jacob Danon –, assume particolare rilievo consegnando un prospetto vivido e drammaticamente articolato di ciò che è alla base della realtà odierna del Paese.
La porta d’ingresso dell’Islam è, però, anche un reportage di viaggio. A primo impatto, la B-E appare a Toschi tornata alla normalità, ma poi l’autrice si rende conto che a una ricostruzione esteriore non corrisponde quella interiore di ciascun abitante; l’odio tra le varie etnie è solo trattenuto e condiziona il senso del futuro. Del resto come potrebbe essere altrimenti? Al riguardo le parole del generale Blais risuonano in tutta la loro inequivocabilità: «Non c’è persona, durante la guerra in Bosnia, che non abbia sofferto direttamente o indirettamente o la cui famiglia non abbia avuto conseguenze, come perdite di vite umane, proprietà espropriate, trasferimenti forzosi o per necessità, anche all’estero. Non c’è famiglia che non abbia sofferto di qualche lutto. È impossibile che queste persone, così intimamente ferite e colpite, possano, a guerra finita, dimenticare lutti, dolori, privazioni e sofferenze, proiettandosi alla realizzazione della riconciliazione, come noi chiediamo loro. Non è un problema individuale, bensì collettivo. La riconciliazione non ci può essere, l’appartenente all’altro gruppo etnico è visto sempre con diffidenza, sospetto, se non addirittura come un nemico secolare».
Malgrado tutto ciò, il lacerante status quo di pace imposta e non-sentita resta a ora comunque auspicabile a qualsiasi altra soluzione.

Da La porta d’ingresso dell’Islam:
Gli Alti Rappresentanti che si sono succeduti hanno tentato di centralizzare il governo della B-E, ma non sono riusciti a raggiungere lo scopo. Forse sarebbe possibile se le tre entità potessero avere tre territori ben distinti. Le regole limitanti del trattato di Dayton non prevedono lo spostamento delle popolazioni in Cantoni mono-etnici, ma piuttosto la reintegrazione dei cittadini nei luoghi di origine prima della guerra. Dayton ha fermato le armi, ma cristallizzato i risentimenti delle tre nazioni. Non è stata intrapresa una politica di riavvicinamento, ma solo imposizioni per costringere un’unificazione centralizzata del potere che fa gioco solo ai bosgnacchi.

Hanno detto su La porta d’ingresso dell’Islam:
[...] dallo smantellamento politico, economico e sociale della Jugoslavia provocato dagli usa, è derivata una crescita del nazionalismo a scapito del multiculturalismo, così che la stessa b-e è uno Stato puramente artificiale. David Lifodi - Le Monde diplomatique
Documento inserito il: 03/08/2016

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