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L'Imperatore Gallieno e l'onore vendicato [ di Carlo Ciullini ]

Persiani, poi Parti, infine ancora Persiani.
Comunque li si chiamasse (a seconda delle dinastie che via via li ressero) quei popoli indo-iranici, tanto raffinati quanto bellicosi e desiderosi di ampliare i confini del loro già vastissimo impero, volsero sovente lo sguardo a Occidente, dapprima penetrando in profondità nella complessa geografia euro-asiatica delle poleis elleniche e poi, secoli dopo, non temendo un confronto aspro col più grande degli Imperi, quello di Roma.
Tra il V° e il VI° secolo prima di Cristo la gloriosa casa degli Achemenidi aveva espresso straordinari sovrani, i “Re dei Re”, che nelle figure di Ciro, Dario, Serse, Artaserse posero in pericolo estremo la sopravvivenza e la libertà della Grecia, dopo aver assoggetato l'area siro-palestinese, quella egizia e l'anatolica.
Solo la strenua resistenza dell'Ellade, incarnata da eroi passati al mito come Milziade, Leonida e Temistocle seppe spegnere a Maratona, alle Termopili, a Salamina la brama di dominio dei Signori venuti dall'Oriente.
Alla dinastia achemenide, estintasi a causa delle imprese leggendarie e universali di Alessandro, fece seguito quella arsacide, sotto la quale la medesima entità nazionale, prima conosciuta come Persia, mutò il suo nome in Partia.
E proprio i Parti furono gli artefici di uno dei disastri peggiori della storia di Roma: Carre, 53 avanti Cristo.
Qui, in una piana stepposa dell'odierna Turchia, il triumviro Marco Licinio Crasso fu sconfitto e perse la vita, accerchiato e decimato dai dardi infallibili degli arcieri parti e dalla loro cavalleria catafratta.
Tra quegli sterpi bruciati dal sole furono conquistate e portate via le aquile d'oro, insegne delle legioni battute: un'onta serbata nel cuore dei Romani per decenni.
La più bella statua raffigurante Cesare Ottaviano Augusto, quella detta di Primaporta, ce lo rappresenta con indosso una meravigliosa corazza, ricca di immagini trionfali e allegoriche poste in rilievo: tra di esse spicca (troneggiando sul petto) la figura di un soldato parto mentre restituisce a Roma l'aquila legionaria, sottratta nella polvere di Carre.
Anche l'immenso regno, che dal medio-oriente si estendeva sino ai confini dell'India, doveva dunque soggiacere alla incontrastabile potenza del nuovo Impero sito a Occidente.
Lo stesso padre adottivo di Augusto, il Divus Julius, pare serbasse l'intenzione di portar guerra alla Partia, allestendo a tal scopo una formidabile spedizione oltre l'Eufrate: ma le lame dei congiurati, alle Idi di Marzo, interruppero per sempre ogni suo possibile progetto al proposito.
Nel 225 aveva fine, con Artabano V°, la dinastia arsacide che per cinque secoli aveva governato lo sterminato mondo indo-iranico: questo, da partico, riassumeva le sembianze e l'onomastica persiana; stavolta i “Re dei Re”, a quasi seicento anni dagli Achemenidi, portavano prestigio e immenso potere alla casa reale dei Sasanidi.
Suo primo rappresentante fu il “Gran Re” Artaserse, cui successe Sapore I° (Shapour, in persiano); è lui, assieme a Valeriano imperatore di Roma, e al figlio di questi Gallieno, poi succeduto al padre, uno dei tre grandi protagonisti di queste pagine.
Il fil-rouge che unisce le tre figure attraversa tragicamente uno degli eventi più tristi e disonorevoli nella storia di Roma: parliamo dell'umiliante cattura dell'imperatore, fatto poi oggetto di scherno e di propagandistico disprezzo, e trascinato a mò di fenomeno da baraccone attraverso le città della Persia, sino all'esito funesto e inglorioso dell'esecuzione capitale.
Questo il triste destino di Publio Licinio Valeriano, che a sessanta anni suonati dovette indecorosamente sottomettersi a una indecorosa rappresentazione: la sua morte, in un certo modo, pose provvidenzialmente fine all'onta insostenibile.
Nato nel 200 dopo Cristo, Valeriano, che fu il capostipite della sua dinastia imperiale, regnò per sette anni, dal 253 sino al tragico epilogo.
Il settennato al potere ebbe, quale caratteristica principale, l'adoperarsi indefesso da parte dell'imperatore nel respingere i tentativi dei popoli barbari di oltrepassare i limina: Danubio, Reno, Numidia, Eufrate...I confini naturali di Roma, un tempo invalicabili, erano ormai soggetti a pericolose tracimazioni all'interno dell'impero da parte dei Goti, degli Eruli, dei Persiani.
Fu proprio nel corso di una delle campagne condotte per reprimere queste invasioni, sempre più minacciose per la salute dello Stato, che Valeriano venne sconfitto in Mesopotamia, nella primavera del 230, presso Edessa, da parte dei Persiani sasanidi di Sapore: portato via in catene, da quel giorno avrebbe dovuto sopportare alcuni mesi in cui, per lui, non si sarebbe posto limite alla vergogna.
Prima che giungessero quei giorni sventurati, Valeriano si era dato da fare caparbiamente per turare le falle che, ora qua ora là, andavano aprendosi nelle linee di difesa imperiali.
Per tale motivo aveva deciso di suddividere le forze familiari, onde meglio organizzare la distribuzione delle Partes Imperii: così, riservò a sé l'Oriente (dove avrebbe trovato la morte), affidando l'Occidente al maggiore dei suoi figli, Gallieno, dapprima in qualità di cesare e poi di co-augusto; fece inoltre del figlio più piccolo, Valeriano il Giovane, il nuovo cesare al posto del fratello, avanzato nel ruolo e nelle responsabilità.
Sapore I° oltrepassò col suo grande esercito i confini orientali tra il 253 e l'anno successivo, occupando la vitale roccaforte mesopotamica di Nisibis; quindi, passato in Siria, penetrò rapidamente in Anatolia, espandendo il dominio persiano su Cappadocia e Licaonia.
La sua avanzata parve inarrestabile: Tracia e Macedonia non ebbero miglior sorte delle altre province imperiali che erano man mano cadute sotto il controllo sasanide; fortunatamente per Roma, tuttavia, Tessalonica seppe resistere all'assedio fino al provvidenziale intervento delle armate di Valeriano, che proprio in quella occasione fu in grado di testare con successo l'efficienza del sistema difensivo imperiale concertato assieme ai figli. Ci facciamo accompagnare, nel racconto della battaglia fatale di Edessa, da fonti storiche molteplici, non tutte concordanti tra loro.
Importanza storico-letteraria assume una testimonianza diretta delle imprese militari e politiche attuate dal “Gran Re” Sapore: si tratta delle “Res Gestae Divi Saporis”, una incisione grafica rupestre sita a Naqsh-i-Rustam, pochi chilometri da Persepoli, in Iran.
In esse si descrive una città posta sotto assedio dai Persiani, Edessa appunto, in soccorso della quale era giunto Valeriano, alla guida di un esercito forte di settantamila effettivi provenienti dalle più disparate province imperiali: tuttavia le truppe del Romano, partite da Antiochia, erano già state in buona parte decimate dalla peste contratta in Cappadocia, durante la marcia di avvicinamento alle schiere sasanidi.
Edessa assediata fu dunque il teatro bellico dello scontro tra l'imperatore latino e il “Re dei Re”: secondo il racconto di Zosimo nella sua “Storia Nuova”, Valeriano avrebbe tentato di dirimere la questione offrendo a Sapore del denaro, offerta sdegnosamente rifiutata.
Le fonti circa l'esito reale dello scontro discordano: per autori quali Festo ed Eutropio, Valeriano cadde prigioniero in mani persiane a seguito della sconfitta conseguita sul campo; per Zosimo, invece, il princeps fu vittima di un tranello ordito da Sapore: recatosi a un incontro col suo antagonista per trattare le condizioni, sarebbe stato invece catturato proditoriamente, privo qual era di una valida scorta.
Variegate sono, dunque, le ipotesi riguardo l'episodio: c'è anche chi suggerisce una volontaria decisione dell'imperatore di auto-consegnarsi al nemico, in modo da poter chiedere asilo politico per sfuggire a una pericolosa congiura, tramata nei suoi confronti da ufficiali dell'esercito.
Una visione certo meno pedantemente storica, e più legata a parametri “metafisici” l'ebbero autori cristiani come Orosio e Lattanzio: Valeriano, a loro dire, sarebbe morto in schiavitù a causa della propria malvagità, punito da Dio per le efferate persecuzioni perpetrate contro i Cristiani.dignitas imperiale violentata è l'elemento che maggiormente colpisce di questa vicenda.
Tuttavia, è difficile avvalorare storicamente testimonianze per le quali Valeriano avrebbe dovuto, fra le altre cose, fare da sgabello vivente col proprio corpo a Sapore, per facilitarne la salita a cavallo; si narra anche che, una volta ucciso, fosse stato scuoiato, impagliato e appeso al frontone di un tempio mazdaica a gloria della potenza persiana.
Il princeps romano finì i suoi mesti giorni inghiottito da un mondo ignoto e tanto lontano, nelle sue mille realtà, rispetto a quello quotidianamente vissuto dai gentiles occidentali: ad ogni buon conto una ricostruzione storiografica, fededegna dei mesi estremi di Valeriano in cattività, appare davvero complicata.
Uno sguardo approfondito al racconto scolpito nella pietra a Naqsh-i-Rustam mette debitamente in luce la cattura, dopo la battaglia di Edessa, sia di Valeriano che quella di alcuni suoi generali e del Prefetto del Pretorio.
Si racconta, inoltre, di una ulteriore invasione sasanide (la quarta) del territorio romano (presumibilmente dopo la morte dell'imperatore), con la rinnovata occupazione di Mesopotamia, Siria, Cilicia e Cappadocia.
Secondo il “Res Gestae Divi Saporis”, al termine della campagna vennero sottomesse ben trentasei importanti città, tra le quali Adana, Tarso, Nicopoli, Birtha.
Molte migliaia di soldati romani, fatti prigionieri assieme all'imperatore, furono internati, e sparpagliati nelle viscere del grande impero di Sapore tra Persia, Partia, Susiana.
Il “Re dei Re” stabilì che Valeriano non venisse liberato nonostante la pressione esercitata su di lui, perchè lo facesse, da parte dei suoi “Re-clienti”, intimoriti malgrado tutto dalla potenza di Roma; non pochi di loro ne erano stati vassalli, prima di dover forzatamente passare al campo del vincitore, il Signore sasanide.
Moderne ricostruzioni di studiosi autorevoli ipotizzano che Valeriano sia stato condotto a costruire, con altri suoi soldati sconfitti, la città di Bishapur, mentre un'altra parte dei Romani si sarebbe caricata della fatica di innalzare la cosidetta “Diga di Cesare” presso Susa.
Chiaramente, la cattura e la prigionia di Valeriano ebbero straordinario impatto propagandistico: anche dal punto di vista iconografico, molte furono le rappresentazioni di Sapore trionfante sul vinto; altezzoso, a cavallo di uno splendido destriero, il Sasanide afferra lo schiavo Valeriano per le mani, tenendolo a sé.
L'imperatore di Roma, il padrone del mondo, trascinato in ceppi per le lande d'Asia come un fenomeno da baraccone, un mostro circense, vilipeso e tormentato...Quale sciagura peggiore, dal punto di vista simbolico, si era mai abbattuta sull'Urbs nei secoli precedenti?
Sarebbe certo stato meglio se Valeriano fosse morto armi in pugno, combattendo sul campo di battaglia: ma la probabile dinamica della sua cattura (se di tranello si trattò effettivamente) non permise al princeps altra via di fuga.
Una simile onta per l'aquila imperiale doveva essere lavata...Ciò riuscì al figlio Gallieno seppur, come vedremo, non direttamente.
Un figlio di cui il padre sarebbe stato molto orgoglioso, se avesse potuto ammirarne l'abilità nel condurre il governo di Roma in uno dei momenti più bui, in seno alla parabola storica della “Città eterna”.
Gallieno, in effetti, fu un grande imperatore, ma sfortunato nell'esser poco conosciuto, rispetto alle notevoli capacità di guida dell'impero nel bel mezzo di una grave crisi, quale fu quella del III° secolo dopo Cristo.
Crisi più o meno databile al cinquantennio (253-284) che separò la fine della dinastia dei Severi dall'avvento al trono di Diocleziano.
Le patologie di quel periodo interessarono campi molteplici, quali la pressione barbarica ai confini, la forte crisi economica e la cosidetta “anarchia militare”, caratterizzata da una sostenuta instabilità politica.
Fu proprio durante il principato gallianeo che secessionarono due importanti parti dell'ecumene romano: a Ovest l'Impero delle Gallie, e a Est il regno di Palmira.
Realtà geografiche di assoluto rilievo strategico, la cui indipendenza rispetto a Roma avrebbe potuto frantumare irrimediabilmente l'assetto geopolitico dell'impero: se ciò non avvenne, fu senz'altro merito anche di Publio Licinio Egnazio Gallieno.
Nato nel 218, morì a Milano cinquantenne, nel 268: fu tradito, secondo il racconto di Zosimo, dal comandante della cavalleria dalmata, Cecropio, durante l'assedio della città. Figlio maggiore di Valeriano (come ben sappiamo), apparteneva a una famiglia senatoria legata alla gens licinia; la madre era Egnazia Mariniana, mentre il fratello più piccolo portava il nome di Valeriano il Giovane.
Intorno ai venticinque anni Gallieno sposò Cornelia Salonina, che gli diede ben tre maschi, morti tutti in età giovanile: Cornelio Valeriano, Cornelio Salonino e Egnazio Mariniano (ucciso nel 268 poco dopo suo padre).
Non è semplice addentrarsi in profondità alla scoperta di Gallieno, se poniamo quale base storiografica principale una fonte poco attendibile quale la “Historia Augusta”; si tratta, in effetti, di un testo palesemente filo-senatorio, ispirato cioè da quella élite politica chiaramente maldisposta nei confronti dell'imperatore, accusato di vizi, di innate incapacità e financo di omosessualità.
Ma a noi preme maggiormente sottolineare, in queste pagine, l'indiscutibile riconoscimento dovuto a Gallieno per aver saputo mantenere saldo l'impero in grave difficoltà, e esser riuscito nell'intento di vendicare l'onore della famiglia valeriana, onore caduto in basso dopo la funesta vicenda legata al padre.
Come si compì, concretamente, la vendetta filiale?
In realtà Gallieno non poté recarsi personalmente in Oriente, allestendo una spedizione in grado di liberare Valeriano dalle mani di Sapore, tanto era impegnato in una strenua difesa del limes danubiano dalla minaccia gotica.
La scelta di chi lo sostituisse nell'impresa cadde sul principe-vassallo Odenato, signore di Palmira, al quale conferì pieni titoli di imperator, dux e corrector Orientis, onde munirlo di tutte le prerogative del comando necessarie ad agire prontamente contro i Persiani.
Prima ancora di Odenato, fu il Prefetto del Pretorio Ballista a intercettare i Sasanidi presso Pompeiopolis, facendo gran bottino di ricchezze e concubine imperiali.
Tra l'altro, non va sottaciuto il fatto che Odenato, prima di scontrarsi con le truppe di Sapore, avesse tentato un approccio al sovrano con ricchi donativi, sdegnosamente rifiutati: ciò lo portò così, e senza remore, ad abbracciare decisamente la causa romana.
Il principe palmireno passò all'azione nel 264, quando Valeriano era scomparso ormai da un lustro: oltrepassato l'Eufrate e riconquistata Nisibis, pose nuovamente all'ombra dell'aquila di Roma la Mesopotamia e l'Oriente tutto, fino all'Armenia caucasica.
Sconfitto in battaglia, Sapore con i resti del suo esercito dovette rifugiarsi nel cuore del suo impero, ben lontano da quei confini che aveva più volte (e con successo) valicato.
Ma, ormai, anche il territorio persiano sembrò non più sicuro per i malconci Sasanidi: Odenato, ringalluzzito dalla prestigiosa vittoria, rinnovò guerra l'anno seguente.
Era il 265: anche Ctesifonte, una delle capitali persiane, non fu in grado di sostenere validamente e di foraggiare l'esercito del “Re dei Re”, che alle sue porte venne nuovamente messo in rotta, lasciando in tal modo ai Romano-palmireni bottino copioso e buona parte dell'harem di Sapore.
Valeriano era finalmente vendicato...Gallieno, mostrando appieno elasticità mentale e nitido adattamento politico, decise allora, al termine della esaltante campagna del suo alleato, di associare Odenato al potere imperiale, nominandolo augusto e facendone il baluardo di Roma a Oriente: a sé, l'imperatore riservava invece la difficile gestione dell'Occidente, fra tentativi continui di invasione, secessioni sanguinose e usurpazioni messe in atto sopratutto dai comandanti militari delle province danubiane.
Un periodo estremamente complesso, quello attraversato dal regno di Publio Licinio Egnazio Gallieno, con profonde difficoltà di natura politica, militare ed economica.
Grande fu il contributo di questo optimus princeps nel puntellare una situazione altrimenti votata al disastro: i suoi quindici anni di governo (dei quali i primi sette con il padre Valeriano) furono risolutivi nel rendere stabili le traballanti fondamenta dell'impero romano.
Gallieno e il suo operare, insomma, rappresentarono una valida scialuppa di salvataggio per lo Stato, nel mare tempestoso del III° secolo dopo Cristo.
Qualche lustro più tardi, su queste salde basi potè agire, con fermezza e vigore, il genio di Diocleziano: fu grazie a uomini di tale spessore, se la caduta di Roma venne procrastinata di un paio di secoli.

Riferimenti bibliografici ZOSIMO, “Historia Nova”, BUR, Milano, 2007
EUTROPIO, “Breviarium ab urbe condita”, Rusconi, Milano, 2014
Historia Augusta”, Loeb classical Library, Harvard University Press

Nell'immagine, l'imperatore Publio Licinio Egnazio Gallieno.Documento inserito il: 25/03/2015
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